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"Custodi delle Tenebre"
(il seguito di "Custodi della Luce")
di Tanja Sartori

Titolo: CUSTODI DELLE TENEBRE
Autore:
Tanja Sartori
Genere: Fantasy
Editore: Zerounoundici Edizioni
Collana: Selezione
Pagine: 268
Prezzo: 14,90 euro

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PRODOTTO COPERTO DA COPYRIGHT


DESCRIZIONE

I Custodi della Luce si sono riuniti, ma la guerra per riconquistare l’Impero non è ancora conclusa.
Una nuova minaccia incombe su di loro, una resa dei conti annunciata dalle antiche profezie.
Chi sono i tre maledetti che torneranno per portare le tenebre?
E qual è il segreto che macchia da secoli la dinastia Imperiale dei Bluand?

Un nuovo viaggio attende i Custodi, che questa volta più che mai si troveranno a fare i conti con il loro lato più oscuro.

“Il tempo è segnato, la ricerca è alla sua fine. Il vero potere è solo contro le funeste lune.”

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Associazione Servizi Culturali
Zerounoundici Edizioni


Tanja Sartori

 

 

 

 

 

 

 

CUSTODI
DELLE TENEBRE

 

 

IL FIORE ETERNO

Volume II

 

 

 


www.0111edizioni.com


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www.ilgiralibro.com
redazione@0111edizioni.com

 

 

 

 

 

CUSTODI DELLE TENEBRE
2008 Zerounoundici Edizioni
Copyright © 2008 Zerounoundici Edizioni
Copyright © 2008 Tanja Sartori
ISBN  978-88-6307-109-2

In copertina: immagine Shutterstock

 

Finito di stampare nel mese di Settembre 2008 da

Meloprint – Il Melograno
Cassina Nuova – Milano


INDICE

 

LIBRO TERZO: 7

I - LA LUCE DEL MONDO.. 9

1. Presagi 9

2. Predestinazione  16

3. Il Ritorno dell’Imperatore  21

II - LE TRE LUNE FUNESTE. 26

1. Eterna fedeltà  26

2. La Maledizione dei Predestinati 32

3. La Predizione  37

PRIMO INTERLUDIO - NEBBIA. 44

1. Legati al Passato  44

2. Strategie di Guerra  49

3. Nella Nebbia  55

IV - LA PRIMA VENUTA. 62

1. Risveglio  62

2. Scelte Sbagliate  68

3. Il Primo Errore  74

V - LA FORZA DELLE OMBRE. 80

1. Forze Oscure  80

2. In sospeso  87

3. Destinazione Finale  92

LIBRO QUARTO: 99

VI - LA SECONDA VENUTA. 101

1. Isabelle  101

2. Trattative  107

3. Destino Segnato  113

VII - LE PENE DELL’ESPIAZIONE. 118

1. Le Vie del Fato  118

2. Senza Luna  124

3. Il Deserto dell’Oro Morto  129

SECONDO INTERLUDIO - NEBBIA. 136

1. Dal Nulla  136

2. Scelte Forzate  142

3. Compimento  147

IX - LA TERZA VENUTA. 152

1. La Venuta del Tormento  152

2. I Custodi di Tenebra  157

3. La Vera Storia  162

X - IL PESO DELLA LUCE. 166

1. Nella Zona del Passaggio  166

2. Dannati 172

3. Espiazione  178

LIBRO QUINTO: 185

L’ARBITRIO - FATO E LIBERTA’ 187

1. Il Diario  187

2. La Villa  192

3. Alla Corte dei Dankfeld  198

L’ESISTENZA - VITA E MORTE. 203

1. Eterno Riposo  203

2. Demoni Passati 208

3. Nel Tempo  214

TERZO INTERLUDIO - IL CUORE UMANO.. 219

1. Nascosto nell’Ombra  219

2. Ricordi Sfocati 225

3. Ritorno  230

LA LEGGE - DOVERE E TRADIMENTO.. 235

1. Sulla Via della Dannazione  235

2. Fase Finale  241

3. La Legge Suprema  246

LA DESTINAZIONE - RINASCITA E DANNAZIONE. 252

1. Il Tempio nella Nebbia  252

2. Promesse  256

3. La Fine e il Principio  262

 

 


 

 

 


 

 

 

LIBRO TERZO:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL MONDO DI LUCE



I - LA LUCE DEL MONDO

 

 

 

 

 

 

1. Presagi

 

 

 

Era Bluand, Anno Conosciuto 665

Imperatore Christopher, Anno di Regno X°

Ultimi giorni del mese VIII

 

Il buio era denso, quasi soffocante.

Eppure tutto attorno a lei era vuoto e freddo.

Inspirò profondamente, con uno sforzo, sentì bruciarle i polmoni.

Ancora non riusciva a vedere niente.

Allungò le mani, tastando l’aria per cercare qualcosa di solido, un appiglio, un sostegno.

Cercò nella mente un incantesimo, ma non riuscì a ricordarlo, come se il suo istinto fosse più forte della memoria. Si sbagliava.

Ad un tratto trovò qualcosa di solido, di incredibilmente freddo; sembrava ghiaccio, le ustionò le mani fin quasi a farla gridare, ma non riusciva a staccarsi... Si allontanò con un movimento violento e ci fu un lampo di luce, e allora iniziò a vedere.

Quella che aveva toccato era una specie di lastra di marmo, nera e liscia, con incisi dei caratteri d’argento, caratteri che non riuscì a capire, né minimamente a interpretare.

Sentì solo che si trattava di qualcosa di arcano, sepolto nel tempo, che nessuno poteva conoscere... Ma dov’era finita?

Si guardò attorno: non c’era niente, e quando si voltò di nuovo, anche la lastra di marmo era scomparsa, come soffocata da un nuovo strato di tenebre.

Una voce lontana e profonda la chiamò: -Sheila.-

Lei non riuscì a capire da dove provenisse, ma era un luogo molto più vicino di quanto avesse creduto in un primo momento.

-Sheila.-

Ci fu una lunga pausa.

-Sheila, vieni da me. Ti sto aspettando. È da tanto tempo che ti aspetto.-

Sheila si svegliò di soprassalto, respirando affannosamente.

Era seduta sul letto, nella sua stanza, alla Corte Imperiale, fuori la notte era nera.

Fece un sospiro accarezzando le lenzuola, morbide, leggere.

Era stato solo un sogno. Ma per una persona dotata delle sue facoltà, era sempre meglio non sottovalutare i sogni.

Di solito portavano notizie, buone o cattive. Nel suo caso avrebbero potuto anche essere spiacevoli.

Prese il sacchetto che portava sempre legato alla vita, quello in cui erano contenute le sette pietre che formavano il Fiore di Luce. Le era stato dato il compito di conservarle finché gli altri Custodi non fossero rientrati al castello per completare il rituale di unione del Fiore, riportando ogni pietra nel rispettivo tempio.

Su ordine dell’Imperatore, Christopher Bluand, infatti, i Custodi erano stati costretti a partire in fretta e furia e la cerimonia era stata rimandata.

Le cose stavano procedendo comunque piuttosto bene, almeno nell’Isola Imperiale. I soldati del Giglio se n’erano ormai andati grazie all’intervento dell’esercito, rinforzato da nuovi arruolamenti.

Al castello la situazione si andava normalizzando grazie all’efficienza della principessa Raggio di Luna Myelle del Regno del Fuoco, che sostituiva l’Imperatore durante la sua assenza, assistita da Misha Bluand, la zia di Christopher, che aveva lasciato il Regno del Deserto con alcuni suoi discepoli per ricostruire il Tempio del Sole nella capitale dell’Impero.

Sheila aveva dato una mano a Raggio di Luna e Misha durante i mesi trascorsi, mentre la ninfa Sahama, che a causa della sua maledizione non poteva restare nello stesso posto per molto tempo, si spostava da una parte all’altra del Mondo di Luce, per poi tornare a riposare nel suo bosco.

Per loro si era trattato di un grande lavoro burocratico per eliminare leggi assurde o ripristinarne altre. A Sheila erano toccati i trattati di magia, quelli che negli ultimi dieci anni avevano abolito qualsiasi forma di stregoneria, magia bianca o nera e sortilegi vari.

-Mi chiedo il perché di tutti questi trattati.- Aveva detto Sheila pensando ad alta voce, Misha le aveva spiegato: -Senza i poteri del Fiore, negli ultimi dieci anni, l’unico modo per proteggere il mondo dalla magia, che avrebbe potuto forse addirittura distruggerlo, era bandirla per sempre.-

-Sì, ma perché anche la magia bianca?-

-Non esiste nessun tipo di magia che sia completamente pura e completamente innocua. Nemmeno quella del Fiore di Luce: perciò per ogni pietra c’è la sua opposta, in modo che vi sia sempre equilibrio. Senza contare che la magia bianca avrebbe potuto rovinare i piani di Romar. In fondo non è mai stato uno stupido.-

Sheila non l’aveva ascoltata, come se non avesse più voluto sentir parlare del passato, si era ritrovata a ripensare a ciò che diceva Eterna: -Finché il bene non sovrasterà il male e finché il male non sovrasterà il bene, la vita continuerà ad esistere.-

Questa era l’unica cosa che doveva tenere in considerazione ora che Eterna era tornata nella sua casa tra le montagne, per osservare in disparte nel suo silenzio perenne. Forse aveva già detto loro più di quanto non fosse in suo potere.

 

* * *

 

Sheila si alzò dal letto, andò alla finestra ad osservare il cielo, la luna nuova, lontana, era solo un’ombra scura inesistente e malinconica proprio come si sentiva lei. Rabbrividì.

Iniziava a fare più freddo, la faticosa e calda estate sembrava solo un debole ricordo davanti all’autunno che stava per iniziare.

Erano già passati quattro mesi da quando aveva visto per l’ultima volta suo fratello Atres, Yuri e gli altri. Ma finalmente le notizie erano buone.

Christopher e sua sorella Isabelle stavano tornando.

Strinse ancora il sacchetto con le pietre.

Ultimamente lo faceva sempre più spesso, ma quel gesto la rassicurava.

Lei si sentiva, ogni giorno che passava, sempre più vuota, assalita e disorientata da quel senso di mancanza che aveva avvertito dalla partenza dei Custodi.

Non volle pensare a niente. Doveva solo tornare a dormire.

Se la notte fosse stata clemente con lei.

 

* * *

 

-Non vedo l’ora di tornare sull’Isola.- Disse Isabelle mentre strigliava il cavallo.

Suo fratello la guardò: -Lo so, è stata dura, e purtroppo non è ancora finita, dopo quest’ultima visita nel Regno della Cascata potremo tornare al castello, da lì potrò gestire la situazione nel modo migliore. Non abbiamo più avuto molte notizie dagli altri.-

Lei si incupì. -Già, e sono un po’ preoccupata...-

-Non devi, lo sai che tra noi c’è un legame speciale. Se fosse successo qualcosa l’avremmo sentito.-

Christopher si avvicinò e le mise un braccio attorno alle spalle: -E poi cos’è questo atteggiamento? Sei una principessa, tira fuori la grinta!-

-Non ho mai perso la mia grinta!- Ribatté lei impugnando la spada, -E prima di tutto sono un guerriero! Ci riprenderemo il nostro Impero, non ho dubbi!-

Lui le sorrise, ma sapeva che in fondo al suo cuore Isabelle era infinitamente triste e non poteva darle torto.

Raccolsero in fretta le loro cose e Christopher lasciò le ultime disposizioni ai suoi ufficiali: dopo essersi accertati che la zona fosse sicura, avrebbero dovuto organizzare i rinforzi da mandare negli altri regni assediati.

L’Imperatore e sua sorella lasciarono l’accampamento e partirono soli, senza scorta, (non potevano permettersi di sottrarre uomini all’esercito), ma il viaggio per loro sarebbe stato sicuro, perché i poteri del Fiore di Luce li proteggevano sempre.

-Credo di capire quello che hai provato in questi mesi, sempre in guerra, lontana da quelli a cui vuoi bene.-

Isabelle fece un sorriso: -Ancora con questa storia? Ricordati che sono una principessa! E poi non sono mai stata sola,- lo abbracciò, -ho sempre avuto il mio angelo custode!-

L’occhio le cadde sul suo polso nudo. E smise di colpo di ridere.

Liberarsi della polsiera che lui le aveva dato era stato inutile.

E soprattutto adesso che stava per vedere la sua casa, non poteva fare altro che pensare a Jonathan, non era passato giorno senza che pensasse a lui.

Si sforzò di ridere ancora, poi si voltò verso il sole del mattino.

Salì a cavallo con un balzo: -Avanti, andiamo!-

Dopo poco più di mezza giornata, attraverso il bellissimo paesaggio dei grandi laghi, arrivarono nei pressi dell’immensa cascata accanto alla quale sorgeva la capitale del regno, la magnificente città di Silverfalls.

Il regno negli ultimi mesi era stato seriamente minacciato, ma la resistenza dei Cavalieri addestrati dall’Ordine dei Silverfight era stata strenua, e, una volta giunti i rinforzi degli altri eserciti, i soldati del Giglio erano stati costretti a ritirarsi dalle piazzeforti conquistate e nel regno era tornata una relativa quiete. Restava comunque aperto il problema dinastico, dovuto all’assassinio di re Roland all’Alto Consiglio.

Isabelle e Christopher vennero ricevuti con tutti gli onori, e accolti calorosamente dal Generale dell’esercito, discendente diretto della dinastia Silverfight. Prima di partire (a Isabelle sembrò che fosse passata una vita) Jonathan aveva accennato al fatto che il Generale fosse un suo vecchio zio e che tra i Cavalieri vi fossero diversi suoi cugini.

“È così, questa è casa tua”, pensò Isabelle, non capiva perché Christopher non l’avesse destinato in quella zona per dargli la possibilità di riabbracciare i suoi familiari.

Il Generale si fece loro incontro con un grande sorriso, aveva barba e capelli striati di grigio e due penetranti occhi castani. Giunto al loro cospetto, fece un breve inchino: -È un immenso piacere incontrarvi Vostre Altezze, non ce l’avremmo fatta senza di voi.-

-Non dovete ringraziarci,- rispose Christopher, -abbiamo fatto solo il nostro dovere.-

-Venite, la principessa Irene è ansiosa di conoscervi.-

Attraversarono la grande stanza dell’ingresso e si ritrovarono nel meraviglioso giardino interno, ricco di vegetazione e con al centro una grande fontana che riproduceva la cascata a ovest della città.

Furono accompagnati in un sontuoso padiglione delimitato da colonne di marmo bianco e arredato con tavoli e panche finemente decorate. In un angolo sedeva la principessa che guardava con aria vagamente triste qualcosa al di là della sua elegante prigione.

Quando si accorse di loro, si alzò sfoggiando un cordiale sorriso.

Il Generale si congedò con un inchino.

-Prego accomodatevi.- Disse la principessa Irene. Indossava un elegante abito di seta grigia ricamato d’argento, i lunghi capelli castani erano raccolti in una elaborata acconciatura, aveva un aspetto veramente regale e due occhi di un blu intenso, ed era molto giovane: aveva l’età di Jonathan, ventun’anni dunque.

Isabelle si sentì in imbarazzo a causa dei suoi abiti da uomo, con la cotta di maglia e la spada al fianco e i capelli disordinatamente raccolti in una coda di cavallo, l’ultima volta che aveva indossato abiti da principessa era la notte in cui aveva… Scosse la testa, cercando di dimenticare.

-Perdonateci per il nostro aspetto,- cominciò Christopher, -purtroppo abbiamo passato gli ultimi mesi in mezzo all’esercito. Innanzitutto vorrei personalmente farvi le nostre condoglianze per quanto è successo a vostro padre.-

Lei si rattristò, ma con compostezza, senza perdere il suo sorriso di cortesia e rispose: -Vi ringrazio.-

-Inoltre, uno dei colpevoli è già stato individuato e giustiziato, e stiamo facendo il possibile…-

-Ne sono certa.- Lo interruppe lei, -Ma ora non parliamo di cose tristi. Questi sono giorni di festa per il nostro regno che è stato liberato, grazie al vostro aiuto.- Fece una pausa, guardò verso il basso, poi riprese: -Ci sono alcune questioni di cui vorrei discutere con voi. Quella che più mi preme è il governo del regno. Mio padre è morto e io sono la sua unica figlia, perciò sono stata nominata reggente provvisoria, ma secondo la legge della Cascata, una donna non può salire al trono se non ha un uomo al suo fianco…-

-Ma questa è un’ingiustizia!- Esclamò Isabelle.

La principessa la guardò sorpresa, Christopher la zittì con un’occhiata.

-Chiedo scusa…- Bisbigliò lei, ricomponendosi, Christopher proseguì: -Se non sbaglio, in questi casi, è il re a designare il suo successore.-

-Purtroppo non ha fatto in tempo a renderlo pubblico. Tempo fa ne avevamo parlato, in privato, e c’era una persona in particolare che possedeva i requisiti di lignaggio, si tratta di Sir Jonathan Silverfight.-

Isabelle sgranò gli occhi, poi si voltò verso un suo fratello come a chiedere spiegazione di qualcosa che lui di certo non poteva spiegare.

Irene, notando quella reazione chiese: -C’è qualche problema? Lo so, ho ricevuto la comunicazione che è stato arruolato dall’esercito Imperiale, ma non mi spiego il motivo di questo procedimento, è vero che è molto giovane, ma era un Cavaliere di rango elevato e non capisco perché sia stato degradato. Ha forse fatto qualcosa…?-

-No, perdonatemi, non c’è niente di cui preoccuparsi. Mi dispiace di non avere avuto il tempo di spiegare la situazione nel breve messaggio che vi ho mandato. Purtroppo è successo tutto molto in fretta. Il fatto è che in questo momento abbiamo bisogno di Silverfight e non so quando sarà possibile farlo tornare a casa. Inoltre… lui è destinato a qualcosa di più grande…-

-Senza offesa, Altezza, ma cosa potete offrirgli di più grande che diventare re del suo regno?-

-L’Impero.- Rispose Isabelle, freddandola. Irene rimane in silenzio senza capire, Christopher cercò di spiegarsi e di giustificare la sua avventata sorella: -Sir Silverfight è destinato a diventare un membro del Consiglio dei Sette, i miei più stretti collaboratori.-

Irene abbassò gli occhi: -Beh, certo non è in mio potere oppormi alle decisioni dell’Imperatore… ma cosa gli impedisce di ricoprire entrambe le cariche? Per il regno sarebbe un grande onore.-

Isabelle stava per dire: “Io. Io gli impedisco di tornare qui per sposare un’altra perché non potrei sopportare…”, ma si trattenne. L’unica cosa che potesse fare era sperare che suo fratello avesse capito la situazione e che avrebbe fatto qualcosa.

E lui fece una domanda che mai si sarebbe aspettata di sentire: -Voi lo amate?-

La principessa lo fissò esterrefatta: -Come, prego?-

-Legalmente le due cariche sarebbero compatibili, e di sicuro Silverfight non potrebbe disubbidire a un mio ordine…-

Isabelle fece un risolino, conosceva Jonathan e di sicuro non c’era verso di fargli fare qualcosa che non volesse.

-… ma vi chiedo, voi lo amate?-

-Non capisco come questo debba influire sulle sorti del regno.-

-La questione è questa: come Consigliere, Silverfight dovrà trascorrere molto tempo alla mia Corte e di fatto sarete voi a portare avanti il regno, da sola, esattamente come ora. Quello che voglio sapere è se veramente desiderate sposarlo o se lui vi serve solo per ratificare il vostro potere.-

-Sarò sincera con voi. Ciò che mi preme più di ogni altra cosa è continuare quello che mio padre ha portato avanti. Il mio cuore è sepolto sotto metri di terra.- E in quel momento il pensiero di Irene andò al suo solo e unico amore, Julian Silverfight, il fratello maggiore di Jonathan, che era morto in battaglia sei anni prima. Cercò di mascherare la sua tristezza.

Christopher proseguì: -Secondo le ordinanze sottoscritte da tutti i regni, l’Imperatore ha facoltà di intervenire in caso di questioni gravi e non chiare, anche contro la legge ufficiale del regno. Dunque, se per voi va bene, stasera stessa vi farò incoronare regina senza il vincolo del matrimonio. Se vorrete sposarvi, potrete farlo quando e con chi vorrete.-

Gli occhi di Irene si riempirono di lacrime, si inginocchiò a terra e prese le mani di Christopher: -Vi ringrazio, mio saggio e grande Imperatore, avete fatto la felicità del mio caro padre.-

Si alzò, aggiustandosi l’abito e asciugandosi gli occhi, -Venite, vi farò alloggiare nelle stanze più sontuose del palazzo, riposatevi mentre allestirò i preparativi per la cerimonia.-

Prese anche le mani di Isabelle, con un sorriso molto più spontaneo di quello che aveva sfoggiato per semplice cortesia e disse ancora: -Grazie.-


2. Predestinazione

 

 

 

Quando furono soli nelle loro lussuose stanze, Isabelle trasse un profondo sospiro, poi si rivolse al fratello: -Per un attimo ho creduto che le avresti dato il permesso di sposarlo…-

-Quella testa calda di Jonathan? Non so quanto ci avrebbe guadagnato la povera principessa…- Fece un sorriso divertito.

-E tu che ne sai? In fondo lo conosci così poco…-

-Ho parlato con lui, prima che partisse. Ricordi il giorno in cui ho ricevuto tutti i Custodi per regolare le loro posizioni?-

Lei annuì.

-Con Jonathan abbiamo parlato anche del suo regno, del fatto che la principessa fosse promessa al suo defunto fratello e del fatto che il re prima di morire avesse designato lui come suo successore. Gli dissi che avrei potuto mandarlo ad ovest per rivedere la sua casa e gli avrei concesso di sposare la principessa. E sai cosa mi ha risposto?-

Isabelle scosse la testa.

-Che avrebbe preferito essere gettato in una fossa piena di mutanti che sposarsi con un’altra. Così gli ho chiesto chi fosse la donna per la quale avrebbe fatto una tale sciocchezza e queste furono le sue esatte parole: “Altezza, io amo vostra sorella, e se a voi non sta bene, indicatemi la fossa perché ci salterò dentro spontaneamente”.-

Isabelle arrossì, rise, ma poi tornò subito seria, quasi preoccupata: -È per quello che l’hai spedito dall’altra parte dell’Impero?-

-Volevo solo che si schiarisse un po’ le idee. Quando sarà tutto finito, forse se ne potrà riparlare.- Fece per uscire, ma lei lo trattenne: -Christopher?-

-Sì?-

-A me non chiedi cosa provo per lui?-

-Mi sembra superfluo chiederti qualcosa quando posso benissimo leggertelo in faccia.- Si passò una mano tra i capelli, -So già che tu sarai la mia disperazione…-

 

* * *

 

Raggio di Luna si svegliò quella mattina e per prima cosa fece mente locale sulla data del giorno: era il trentesimo dell’ottavo mese dell’anno 665.

Si sistemò e si vestì per avviarsi verso il suo studio e sistemare le ultime carte prima del ritorno dell’Imperatore. Ormai era questione di giorni.

Fuori dalle sue stanze era già sull’attenti il soldato semplice Wej Qanash, la sua nuova guardia personale. Erano tempi difficili, non si poteva restare tranquilli neppure entro le mura dal castello. Durante l’estate erano state catturate alcune spie dell’esercito del Giglio e c’erano anche stati un paio di attentati. Il primo, ai danni di Misha, era stato più che altro il gesto folle di un soldato che era uscito di senno e si era messo in testa di sterminare tutti i Bluand; ma era stato un atto talmente plateale e disorganizzato che il pazzo era stato catturato ancora prima di aver salito le scale che portavano agli alloggi della zia dell’Imperatore. Il secondo invece, era stato molto più preciso, organizzato fin nei minimi dettagli. Il bersaglio era senza ombra di dubbio soltanto Raggio di Luna, e l’attentatore era un professionista: era riuscito ad introdursi fin nelle stanze della principessa, si era nascosto ed aveva atteso che lei fosse rientrata per colpirla di sorpresa.

Raggio di Luna non avrebbe avuto possibilità di salvarsi, sarebbe morta sicuramente se non fosse intervenuto il soldato Wej Qanash.

Ancora adesso la principessa non riusciva a capacitarsi di cosa fosse successo e lo stesso Wej non se lo spiegava: era con i suoi compagni negli alloggi dei soldati quando a un certo punto aveva preso la spada, si era alzato, aveva salito le scale e si era diretto a colpo sicuro verso le stanze di Raggio di Luna. Aveva sfondato la porta proprio nel preciso istante in cui l’assassino stava per aggredire la principessa. Si era fiondato su di lui con la spada sguainata e l’aveva eliminato. Dopo di che c’era stato solo un pesante silenzio.

Wej e Raggio di Luna si erano guardati negli occhi ed era passato qualcosa tra di loro. Qualcosa di molto forte e inspiegabile, proprio come quello che era successo. Da allora Raggio di Luna l’aveva assunto come guardia personale.

Wej aveva appena diciannove anni, era piuttosto alto e slanciato, con capelli e occhi castani e un’espressione troppo seria per la sua età; era silenzioso e poco socievole, ma con la spada era uno dei migliori. Era originario del Regno del Drago Rosso ed era stato da poco trasferito, come molti degli altri giovani che dovevano fare la gavetta nell’esercito.

Così Wej, dopo aver militato per un paio di anni nel distaccamento dell’esercito Imperiale del suo regno, ora si ritrovava a far pratica nella capitale dell’Impero.

Raggio di Luna era rimasta colpita dalla grande freddezza di Wej nel salvarle la vita e  aveva capito subito di potersi fidare di lui.

-Buon giorno principessa Myelle.- Disse il soldato facendo il saluto militare. Raggio di Luna fece un cenno col capo e si incamminò verso il suo studio seguita da Wej stesso.

Una volta a destinazione, il soldato si sistemò davanti all’entrata.

La principessa, gli disse, noncurante: -Credo che presto ci sarà bisogno di te.- Poi entrò nello studio, dimenticandosi immediatamente di quello che aveva detto e concentrandosi sul suo lavoro.

Passò forse un’ora quando bussarono alla porta.

-Avanti.- Disse Raggio di Luna raccogliendo le carte sparse per il tavolo.

Wej entrò e fece un inchino: -Altezza, la principessa Misha desidera parlarvi.-

-Falla accomodare.-

Il soldato si ritirò lasciando da sole le due donne.

-Cosa volevate dirmi, Altezza?- Chiese Raggio di Luna.

Misha si avvicinò e le sorrise: -Dopo tanto tempo, ancora con questi formalismi?-

La ragazza ricambiò il sorriso: -È più forte di me! Dimmi, che c’è?-

-Qui, il mio lavoro al Tempio è ormai terminato e posso affidare ogni cosa alla mia prima allieva.-

-Cosa stai cercando di dire?-

-Ho intenzione di partire con Sahama e alcuni monaci. Andremo ad ovest. C’è bisogno di aiuto per ricostituire i Templi del Sole. La gente deve poter credere di nuovo nella magia bianca.-

Raggio di Luna apparve sorpresa: -Ma come, proprio adesso che i tuoi nipoti stanno per tornare?-

-Non preoccuparti, li aspetterò per salutarli, ma non è giusto che io resti qua mentre altrove c’è bisogno di me: tutti si stanno dando da fare per ricostruire il nostro Impero, non vedo perché io non dovrei.-

Raggio di Luna si fece seria, e i suoi pensieri corsero al suo regno, che era ancora sotto assedio, anche dopo tutti quei mesi di battaglia, e lei non poteva farci proprio niente. Poteva solo sperare che il distaccamento di Zack e Jonathan fosse abbastanza forte da sconfiggere l’esercito nemico.

 

* * *

 

L’aria era già fresca, gli alberi sarebbero presto ingialliti per poi morire e l’autunno avrebbe riempito di tristezza ogni angolo del Mondo di Luce.

Sheila camminava silenziosa per le vie della Città Imperiale sulla strada per il Tempio del Sole da poco ripristinato.

Si recava lì sempre più spesso per avere i primi approcci con la magia bianca. Essendo uno dei Custodi del Fiore di Luce veniva trattata con il massimo rispetto e addirittura con reverenza al pari di una regina.

Venne accolta da uno dei novizi in tunica rossa, che subito mandò a chiamare il Primo Monaco del Tempio, finora l’unico di quell’ordine, a cui Misha aveva affidato la gestione e la direzione degli studi.

Era la migliore allieva di Misha, estremamente giovane, aveva infatti solo ventidue anni, ma molto dotata e virtuosa; si chiamava Lisa Kyorakasa ed era originaria di uno dei regni del nord.

La ragazza si presentò a Sheila, impeccabile come al solito, i lunghi capelli castano scuro raccolti in un’acconciatura semplice e con indosso la tunica bianca da Primo Monaco: con la sua luminosità, i modi garbati e un’espressione di perenne umiltà negli occhi azzurro-verdi riusciva a mettere in soggezione la stessa Sheila da sempre abituata a vivere nell’ombra.

La accolse con un profondo inchino. -È sempre un onore ricevervi nel nostro tempio, Sheila.- Le prese la mano per il rituale gesto di saluto, che consisteva nel poggiare il dorso contro la fronte.

Ma non appena ci fu il contatto tra le due, Lisa si bloccò sbarrando gli occhi.

-Qualcosa non va?- Chiese Sheila.

-No, no, tutto a posto, mia Signora. Prego, accomodatevi, cosa vi porta qui?-

-Volevo solo dare un’occhiata alla biblioteca.-

Lisa le fece strada.

Aveva avuto una sensazione molto sgradevole quando aveva toccato Sheila, una specie di presagio oscuro, qualcosa che non le era piaciuto.

Entrarono nel silenzio della biblioteca.

Alcuni monaci in tunica azzurra erano intenti a trascrivere ed archiviare testi.

Sheila ne consultò alcuni, ma era piuttosto assente e pensierosa.

Lisa si chiese perché quel giorno non avesse voluto visitare i laboratori di magia bianca.

-Spero tu sia pronta per il ritorno dell’Imperatore.- Disse Sheila tutto ad un tratto.

-Certo,- Confermò Lisa, -verrò al castello ad accoglierlo.-

 

* * *

 

Mese IX, giorno 1

 

Un timido sole si attardava a sorgere, la città era ancora deserta e addormentata.

Le guardie Imperiali erano appostate nelle torrette angolari delle mura. Dal basso si potevano scorgere i riflessi dei fuochi delle loro torce.

Le due figure avvolte nei mantelli scuri si accostarono alla guardiola e bussarono.

Un soldato aprì uno sportellino all’altezza del viso e apparve piuttosto seccato: il suo turno stava per finire ed era parecchio stanco. -Spero abbiate un buon motivo per venire a quest’ora!- Disse.

Uno dei due mostrò la catenella dorata che portava al collo con infilato un anello d’oro recante un simbolo bianco e blu. -Ti basta questo?-

La guardia si strofinò gli occhi, credendo di non aver visto giusto, tornò a guardare l’anello: non c’era dubbio che quello fosse il sigillo Imperiale!

Spostò lo sguardo sul volto dell’uomo e poi sul suo compagno, o meglio, compagna. Impallidì.

Si affrettò a togliere la spranga e il catenaccio dalla porta e aprì profondendosi in inchini e scuse: -Perdonatemi, Vostre Altezze! Non mi ero accorto che foste voi! Chiedo umilmente…-

-Non importa.- Lo interruppe Christopher, -Basta che tu ci faccia entrare.-

-Certo, mio Imperatore, è solo che non vi aspettavamo così presto, non c’è nessuno a ricevervi…-

-Per adesso vogliamo solo riposarci, penseremo più tardi alle formalità.-

La guardia, sempre più agitata, proseguì: -Ma certo, chiamo un sostituto e vi accompagno direttamente nelle vostre stanze…-

-Non c’è bisogno, conosciamo la strada.- Disse Isabelle.

Mentre si immettevano sul sentiero che attraversava il parco, Christopher aggiunse: -Guardia.-

L’uomo si mise sull’attenti: -Agli ordini!-

-Ricordati che sei un soldato, non un monaco, cerca di controllarti e tieni a freno le tue premure.-

-Sì, mio Signore.- Rispose questi imbarazzato e non aggiunse altro.


3. Il Ritorno dell’Imperatore

 

 

 

Sheila si svegliò e vide che era quasi l’alba.

Era stata una specie di presentimento a toglierla al sonno.

Si vestì in fretta e uscì dalla sua stanza; era come se avesse avvertito una grande energia.

Un leggero trambusto le arrivò alle orecchie dal piano terra, le guardie sembravano in agitazione e quando fu scesa, capì il perché.

-Sheila!- Esclamò Isabelle correndole incontro. Le due donne si abbracciarono con calore.

-Come mai siete arrivati così presto? Vi aspettavamo come minimo per questa sera!-

-Già, siamo andati un po’ di fretta, ma adesso siamo stanchi morti!-

Sheila le sorrise: -Venite, abbiamo già preparato le vostre stanze, così potrete riposare.-

Isabelle e Christopher la seguirono per parecchi e piuttosto faticosi scalini.

La principessa si mise a letto e si addormentò quasi immediatamente.

Christopher, prima di congedare Sheila, volle avere informazioni sulla situazione generale e notizie più precise sugli altri regni.

-Non credi sia meglio riposare un po’, prima?- Gli disse lei, -Avremo tutto il tempo per parlare di queste cose più tardi.-

Christopher le prese una mano e la fece sedere sul letto accanto a lui:

-Dimmi almeno come stanno gli altri...-

Sheila cedette: -Stanno tutti bene, secondo le ultime notizie che abbiamo ricevuto la situazione è favorevole, quindi non c’è niente di cui preoccuparsi.-

Ma allora perché lei era così agitata?

-Ne riparleremo più tardi.- Ribadì e si alzò.

-Grazie.- Le disse Christopher.

Sheila fece un timido sorriso e uscì.

 

* * *

 

-E così siete voi, Isabelle e Christopher!- Disse Misha con una punta di commozione nella voce. Si avvicinò: -Non credevo che vi avrei mai rivisto… Assomigliate così tanto ai vostri genitori...- Prese le loro mani come per sentire se fossero reali o solo il frutto della sua immaginazione.

Poi li abbracciò, i due ricambiarono con timidezza. Forse tra loro era Christopher a ricordarla meglio, dato che quando lei aveva lasciato il castello aveva all’incirca tredici anni. -Davvero hai intenzione di partire, Misha?- Le chiese.

La donna si voltò verso di lui, erano passati i tempi in cui si doveva chinare per guardarlo negli occhi, ormai era diventato un uomo: -Come ho già detto a Raggio di Luna, il Mondo di Luce ha bisogno di ritrovare la sua fiducia nel Fiore: è questo il mio compito. Porterò con me alcuni dei monaci e ho intenzione di partire al più presto. Il tempio della Città Imperiale è in buone mani. Il Primo Monaco ti attende nella sala delle udienze per ottenere il tuo consenso: Lisa è una brava allieva, puoi fidarti di lei.-

Christopher non riuscì ad opporsi alla decisone, nonostante la poca differenza di età, per lui Misha era quanto di più vicino a una madre lui e Isabelle avrebbero mai potuto avere: -D’accordo.- Concluse, -Ma non ti permetterò di partire senza una scorta.-

Misha acconsentì.

 

* * *

 

Non restava che quell’ultimo incontro e poi le formalità si sarebbero esaurite e avrebbe potuto dedicarsi alla situazione dei regni.

Entrò nella sala delle udienze riflettendo sul fatto di aver già sentito il nome del Primo Monaco.

Lei era seduta con compostezza su una poltrona di velluto immersa nella luce del giorno.

Ma tutto il castello era molto più luminoso, meno opaco rispetto a sei mesi prima.

La donna si alzò e avanzò verso di lui con grazia; anche il suo aspetto gli era vagamente familiare.

Lei fece il rituale gesto di saluto e disse: -È un onore rivedervi Vostra Altezza.-

Rivedervi...” E finalmente realizzò: Lisa era una giovane novizia al Tempio del Sole della Città Imperiale quando lui era poco più che un ragazzino, non sapeva bene per quale motivo, ma il suo era un viso che vedeva spesso nei suoi ricordi.

In quel momento anche Isabelle entrò, e Lisa ripeté il saluto.

-Dite pure ciò che dovete, Lisa.- Incalzò Christopher.

Lisa fece un nuovo inchino: -Vostra Altezza, vi prego di non darmi del voi, non ne sono degna. Sono qui per illustrarvi la situazione al Tempio. I Monaci e i Monaci Superiori provengono tutti dal Tempio nel Regno del Deserto e perciò non sono molti, ma in compenso, negli ultimi mesi abbiamo accolto numerosi novizi. Le nostre occupazioni procedono serenamente e ci stiamo adoperando per ricostituire una grande biblioteca. Spero che abbiate fiducia nelle nostre capacità.-

-Avete la mia approvazione.- Tagliò corto Christopher, -Mi fido del giudizio di Misha. Ora, se vuoi scusarmi, devo tornare ai miei doveri.- Quindi se ne andò.

Isabelle lo giustificò: -Mi dispiace che ti abbia dedicato poco tempo, ma è preoccupato per la guerra, come tutti del resto.-

-Comprendo perfettamente il vostro turbamento, ma noi monaci confidiamo nel Fiore di Luce.-

Isabelle le sorrise: -Vedrò di visitare il Tempio un giorno di questi.-

-La nostra conoscenza e la nostra magia sono al vostro servizio.-

 

* * *

 

Isabelle raggiunse Christopher, Sheila e Raggio di Luna in una grande stanza molto elegante con al centro un tavolo di legno intagliato e numerose sedie pregiate. Quasi tutte le pareti erano occupate da scaffalature traboccanti libri e carte. Su un lato si apriva una grande finestra che dava sul cortile da cui si vedeva parte dell’ala nord.

Sul tavolo erano sparse decine di fogli.

-Allora, com’è la situazione?- Chiese Isabelle con impazienza.

-L’esercito è avanzato parecchio,- le rispose Raggio di Luna, -ma ci sono alcuni problemi con i regni esterni.-

-Vuoi dire il Regno del Fuoco?-

-Vuol dire Zack e Jonathan.- Esordì Sheila.

Isabelle impallidì.

Subito Sheila si chiese perché avesse detto una cosa del genere.

Isabelle deglutì silenziosamente e poi chiese di nuovo: -Quali sarebbero questi problemi?-

Raggio di Luna riprese il controllo della conversazione: -Non è solo in quella zona: l’esercito si è asserragliato in alcuni regni strategicamente potenti. Sembra che faccia capo ad alcuni Generali...-

-È come temevo- Disse Christopher: -Anche se il loro accordo con Zarkon è saltato, stanno continuando strenuamente a resistere. È possibile che alcuni settori dell’esercito del Giglio si siano resi indipendenti e si governino da soli, ma io continuo a credere che ci sia qualcos’altro sotto. E finché non arriveremo a capo di tutto non riusciremo a risolvere la situazione. Dobbiamo tagliare la testa del serpente…-

 

* * *

 

Isabelle non riusciva a prendere sonno quella notte.

Le notizie che avevano avuto non erano state certo rassicuranti e lei non sopportava di rimanere al castello mentre gli altri erano esposti a chissà quali rischi.

Era certo che Christopher dovesse restare per dare le sue disposizioni, ma lei? Qual era il suo compito?

È difficile che fossero scritti da qualche parte i doveri della sorella dell’Imperatore.

Durante la loro campagna a ovest, lei aveva aiutato Christopher nell’organizzare le truppe, a volte aveva addirittura dato ordini, altre volte si era ritrovata a cucinare, ma per lo meno aveva fatto qualcosa di utile.

Ma ora che era lì, cosa avrebbe potuto fare? Proprio niente.

Gli altri erano in guerra e lei non aveva niente da fare.

Avrebbe voluto combattere, ma suo fratello non glielo aveva mai permesso e tanto meno glielo avrebbe permesso ora.

Se non si fosse trattato dei suoi amici, forse avrebbe ubbidito. Ma in questa situazione non poteva.

Il suo cuore le diceva di fare qualcosa.

Si alzò dal letto e andò a sedersi sulla finestra per vedere le stelle.

Cercò di concentrarsi facendo scorrere il potere dentro di lei per sapere quale fosse la cosa migliore, e improvvisamente, come un’ondata, un presentimento la pervase.

Riaprì gli occhi disorientata cercando di capire cosa potesse essere quella sensazione, ma un’immagine si sovrappose ai suoi dubbi facendole perdere in modo irrimediabile la concentrazione.

Era l’immagine di Jonathan.

Forse il presagio aveva a che fare con lui?

Jonathan era con Zack nella zona a sud-ovest.

Secondo le carte, si stavano avvicinando al Regno del Fuoco, il regno di Raggio di Luna.

Rimase in silenzio per alcuni minuti cercando di nuovo di pensare, ma l’unica cosa che le veniva in mente era che desiderava rivedere Jonathan più di ogni altra cosa al mondo.

Tutt’a un tratto imboccò la porta di corsa e si diresse verso la stanza di Raggio di Luna. Di notte i soldati erano di guardia solo all’imbocco di ogni piano e Wej stava riposando, gli era stata assegnata una stanza nello stesso corridoio, per precauzione.

-Che ci fai qui a quest’ora?- Chiese la principessa, ma non era per niente assonnata, ed era venuta ad aprire quasi subito, segno che non stava dormendo.

-Eri sveglia.-

-È successo qualcosa?-

-No,- si affrettò a tranquillizzarla Isabelle, -non è successo niente, solo che avevo fretta di parlarti.-

Raggio di Luna stava per replicare che, a notte fonda, non era il momento migliore per fare conversazione, ma poi lasciò perdere, in fondo, ultimamente non dormiva un granché bene.

-Parlarmi di cosa?-

-Del tuo regno.-

Raggio di Luna inarcò le sopracciglia, Isabelle proseguì: -Non vorresti essere là adesso, insieme all’esercito? Tu conosci la zona, potresti essere utile...-

-Non capisco dove tu voglia arrivare.-

Isabelle la guardò, non era tranquilla, le chiese: -Ma non ti manca Zack?-

Per Raggio di Luna fu come ricevere uno schiaffo, ma lei non aveva nessun diritto di provare un qualsiasi sentimento verso una ex guardia del corpo.

Aggredì la ragazza quasi senza accorgersene: -Zack è un soldato. Solo e unicamente un soldato, e non lavora più per me!... Aspetta, ho capito: non sarai così pazza da voler raggiungere il tuo bel biondino, dall’altra parte del mondo?- Per quell’istante, Raggio di Luna era tornata la principessa autoritaria e aggressiva che Isabelle aveva conosciuto solo pochi mesi prima, quando ancora si faceva chiamare Kyra. Ma quella era solo una maschera che nascondeva il suo turbamento.

-Sono tanto pazza da chiederti di venire con me!-

Raggio di Luna sbarrò gli occhi: -Sì, allora devi essere davvero pazza!-

-D’accordo. Non ti sto obbligando a venire, ho solo bisogno di aiuto per uscire dal castello.-

-Scordatelo. Tuo fratello mi ucciderebbe.-

-Non è necessario che lo sappia.- Si inginocchiò davanti a lei, -Ti prego. Non ce la faccio a stare qui, ad aspettare ancora. Voglio stare con lui qualunque cosa gli succeda. E se dovesse essere qualcosa di brutto, non voglio essere lontana. Voglio essere là e tenergli la mano.-

Raggio di Luna fece un sorriso amaro, una volta anche lei aveva avuto il coraggio di sentirsi così: -E va bene. La pazzia dev’essere contagiosa. Ma io vengo con te, almeno Christopher prima di uccidermi mi dovrà cercare.-

Poi fece un’altra domanda, una domanda che sembrò del tutto normale:

-Perché l’hai chiesto a me e non a Sheila?-

Isabelle esitò qualche istante: -Non lo so. In fondo il Regno del Fuoco è casa tua, ma non avevo proprio pensato a lei.-

-Comunque, per sicurezza, porteremo con noi la mia guardia personale. Va bene?-

-Va bene, va bene, tutto quello che vuoi. L’importante è partire.

 

* * *

 

Due giorni dopo, quando Christopher si svegliò, trovò un foglio di carta sul tavolo, nella sua stanza: “Caro Christopher, sono partita con Raggio di Luna, non preoccuparti per noi, torneremo insieme ai soldati, quando la guerra sarà finita. Con infinito affetto, tua Isabelle.”


II - LE TRE LUNE FUNESTE

 

 

 

 

 

 

1. Eterna fedeltà

 

 

 

Mese IX, giorno 2

 

Il villaggio era semi distrutto, molte capanne erano state date alle fiamme.

Visto da lontano non era tanto dissimile dagli altri villaggi del Regno delle Foreste, ma non per Kris: quello era il suo villaggio, la sua casa.

L’esercito Imperiale aveva liberato il regno dall’occupazione senza troppe complicazioni dato che il territorio era stato preso solo di recente. La gran parte delle truppe era già ripartita per il prossimo obiettivo, il più importante e forse il più pericoloso: il Regno del Grande Fiume.

Kris e Yuri si erano invece trattenuti insieme ai volontari per la ricostruzione dei villaggi, per l’assistenza dei feriti.

Ma Kris soprattutto era lì per sua madre.

Attraversarono le macerie di legno carbonizzato, le tende montate provvisoriamente, la gente afflitta raccolta attorno ai fuochi, come se avessero freddo quando in realtà l’aria era calda, quasi soffocante per uno come Yuri, abituato a quella rarefatta di alta montagna.

Kris si fermò di fronte a un’abitazione semi bruciata, tenuta in piedi a stento; era più grande di tutte le altre, davanti alla porta erano appesi dei talismani, ma la magia bianca era ancora poca e lontana.

Quella era stata la dimora del Capo Villaggio, la casa in cui era cresciuto.

Una donna dalla pelle scura si fece sulla porta; aveva i capelli pettinati all’indietro che le accarezzavano le spalle e un vestito leggero, proprio come Kris la ricordava, ma aveva un’espressione dolorosa negli occhi.

Gli andò incontro e lo abbracciò bisbigliando: -Credo che stia aspettando solo te...-

Kris entrò nella casa che conosceva meglio del palmo della sua mano e si avvicinò al letto in cui giaceva sua madre.

Zhala lo seguì spiegando: -Ha subito una brutta ferita quando sono arrivati quei soldati... e da allora è sempre peggiorata. Se è sopravvissuta finora è solo per rivederti...-

La donna era stesa tra coperte e cuscini, i suoi capelli erano stati tagliati cortissimi, com’era usanza fare nel suo regno quando una persona si ammalava gravemente, ma per il resto era sempre la stessa, con i suoi occhi scuri, pazienti e risoluti, sempre più tristi.

Prese la mano del figlio, sforzando un sorriso: -Krisantha. Sono felice di rivederti. Per me ormai è giunta l’ora di dirti addio.-

-Non dire così, madre, ci sarà un modo...-

-È troppo tardi, ma è giusto così, finalmente potrò raggiungere tuo padre. Voglio solo una cosa: assistere alla tua unione con Zhala. Solo così potrò stare in pace.-

Kris la baciò sulla fronte bruciante di febbre, -Se è questo ciò che desideri, prepareremo la cerimonia. Ora riposati.-

Yuri vide Kris uscire a testa bassa. Gli posò una mano sulla spalla, questi lo ringraziò con un sorriso. -Scusami se ti ho trascurato.-

-Non è necessario...-

-Niente discussioni. Io sono il Capo Villaggio e devo essere ospitale con gli amici.-

Guardò il cielo dominato da uno sconfinato tramonto rosso e arancio.

-Ti farò preparare una sistemazione per la notte e qualcosa da mangiare. Purtroppo non potrò tenerti compagnia perché ho delle cose da fare: domani mi sposo.-

 

* * *

 

La notte era scesa rapida rubando un po’ di luce al cielo. Kris aveva attraversato la fitta vegetazione attorno al villaggio per raggiungere la grande roccia, per pensare. Le stelle brillavano distanti sparse come gemme luccicanti su velluto blu.

Qualcuno si fece annunciare da un fruscio di foglie.

La mezzaluna dava abbastanza luce da permettergli di distinguere la sagoma di Zhala.

-Dev’esserci gioia sul tuo viso domattina, devi dare a tua madre la sua ultima felicità.- Disse la donna.

-Mi sforzerò perché veda in me la gioia, anche se così non sarà nel mio cuore.-

-Perché, Krisantha, cos’altro ti preoccupa oltre a questa guerra? Non sei felice di sposarmi?-

-Certo che lo sono, ma è per questo che sono triste, perché non potrò restare con te. Sono successe tante cose ed io ho scoperto di avere un grande dovere a cui adempiere.-

-So a cosa ti riferisci, mi hai già parlato del Fiore di Luce, ed io sono fiera che un tale onore sia capitato a te. Non ti chiedo di restare, non voglio niente da te, è giusto che tu segua la tua strada.-

-Ma non puoi, non è giusto...-

Lei lo zittì: -Andrai e farai quello che devi e quando la guerra sarà finita tornerai a prendermi e io verrò a vivere con te, ovunque tu vorrai. Ricordati Krisantha, io ti aspetterò sempre.-

Lui la strinse a sé e pregò le stelle perché il tempo che li avrebbe tenuti lontani fosse il più breve possibile.

 

* * *

 

Mese IX, giorno 3

 

Christopher teneva in mano il pezzo di carta come se non volesse credere a quello che c’era scritto. Sheila era in piedi accanto a lui.

-Credo di sapere dove sono dirette.-

Christopher posò su di lei uno sguardo ansioso: -E dove?-

-Verso sud-ovest, da Zack e Jonathan, verso il Regno del Fuoco.-

Lui si passò una mano tra i capelli: -Ma perché sono partite così, senza una scorta, non si rendono conto dei rischi che corrono?-

Sheila gli posò una mano sulla spalla: -Sapevano che tu non l’avresti mai permesso, può sembrare una follia, ma sai che Isabelle è impulsiva e saprai anche che è innamorata...-

Christopher si alzò di scatto: -È un’incosciente! Siamo in guerra! Non possono andarsene in giro da sole! Potrebbero incontrare l’esercito del Giglio, e allora cosa farebbero in due? Lo so che lei ha i suoi poteri, ma...- Emise un lungo sospiro, come per calmarsi, poi poggiò le mani sul davanzale della finestra, -... Manderò qualcuno a cercarle...-

-Fidati di loro,- lo tranquillizzò Sheila, -Raggio di Luna non è un’imprudente e ha portato con sé la sua guardia personale, possono affrontare benissimo questo viaggio.-

Lui la guardò stupito, lei proseguì: -Ne hanno la forza e hanno tutte le ragioni per restare vive.-

 

* * *

 

Scese la sera, la luce dei fuochi danzava facendosi strada tra le ombre.

Tutto il villaggio si riunì per la cerimonia nuziale.

Zhala fu vestita con vaporosi strati di stoffe multicolori, indossava al collo, alle braccia e intorno alla testa dei bellissimi gioielli lavorati con rame e oro e incastonati di pietre bianche, mentre i suoi capelli erano acconciati in sottilissime trecce. Quando Kris la vide restò senza fiato per tanta bellezza. Anche lui indossava un abito multicolore, con pelli, stoffe e gioielli.

Insieme si sedettero davanti al fuoco che rappresentava il tempo che avrebbe consumato insieme le loro vite.

La madre di Kris celebrava il rito, sostenuta da altre due donne. Faticava a reggersi in piedi, ma non aveva voluto rinunciare a quel compito.

Iniziò a pronunciare formule, parole nell’antica lingua del regno, che Yuri non poté capire, alle quali Kris e Zhala rispondevano nella stessa lingua.

Uno degli uomini, seduto accanto a Yuri, spiegò che gli sposi promettevano da quel momento di diventare una cosa sola e si giuravano eterna fedeltà.

A conclusione della cerimonia, entrambi bevvero da una ciotola scavata nel legno della foresta e decorata con intagli e pitture, un sorso di latte del bestiame allevato nel villaggio.

La madre di Kris, con gli occhi bagnati di lacrime, concluse con una nuova formula, poi iniziarono a suonare i tamburi.

La gente sedeva in cerchio attorno al fuoco, mentre i più giovani al centro eseguivano le estenuanti danze rituali.

La madre di Kris fu riportata in casa, gli sposi la seguirono.

Yuri rimase per quasi un’ora in silenzio a osservare gli infaticabili ballerini che si muovevano al ritmo di quella terra così misteriosa e lontana.

Finalmente Kris uscì. Yuri gli andò incontro.

-È morta.- Disse il guerriero dalla pelle scura, -Domattina presto potremo partire.-

Yuri si stupì: -Ma come, così presto? Non dovrebbe esserci una cerimonia funebre, e tu non dovresti restare con tua moglie?-

-È così poco il nostro tempo... Ci sono i tre giorni di attesa prima del rogo. Mia madre mi ha dispensato dall’assistere. Resterò con Zhala stanotte, ma domani partiremo. Non mi sentirei tranquillo a rimanere qui.-

Era triste che Kris dovesse abbandonare sua moglie, ma Yuri sapeva che la guerra non era ancora finita. Lui avrebbe fatto lo stesso.

Si ritrovò a pensare al matrimonio, una cosa che non avrebbe mai considerato nella sua vita. Fra pochi giorni avrebbe compiuto ventiquattro anni, e finora non aveva mai pensato di potersi innamorare di una donna, eppure adesso...

Negli ultimi mesi si era ritrovato spesso a desiderare di tornare al castello, ma non aveva mai concretizzato quel pensiero, come se credesse in questo modo di poterlo sopprimere. Lui era un guerriero e ora aveva il grande dovere di custodire il Fiore di Luce. Non poteva perdere tempo a preoccuparsi di una donna.

 

* * *

 

Lisa guardò Sheila con una certa apprensione, dopo quello spiacevole presagio era sempre più preoccupata, senza contare che Sheila era sempre più assente, sempre pensierosa, trascorreva molto tempo nella biblioteca del Tempio e sembrava insoddisfatta da quello che leggeva. Anche quella mattina era lì, sfogliava la copia di un libro antico, uno di quelli appena arrivati dal Regno del Deserto.

Scosse la testa, neppure quel testo poteva aiutarla. Aveva esaminato tutti i dialetti, tutte le lingue più arcaiche e non aveva trovato niente che somigliasse minimamente a quello che vedeva nei suoi sogni, nessun tipo di incisione era uguale a quella impressa sulla lastra nera.

Le sembrava tutto così assurdo.

Se davvero l’aveva sognato, allora doveva essere per forza qualcosa che aveva già visto e già conosciuto.

Avrebbe dovuto ricercarlo nel suo passato.

E lei sapeva bene che il suo passato era la magia nera.

 

* * *

 

Lungo i corridoi, i suoi passi riecheggiavano in modo quasi sinistro, più saliva e più i rumori si riducevano a quello e allo sferragliare della spada contro la cintura.

Il piano più alto del castello era quasi totalmente vuoto.

La guardia che era andata a chiamarlo aveva avuto l’ordine preciso di non accompagnarlo, di farlo salire da solo e di non parlare a nessuno di quella convocazione.

Yanthe Hartfall aveva ormai passato i trent’anni, un’esperienza decennale come soldato, aveva sempre vissuto nel Regno del Fuoco, ma era fuggito dopo l’arrivo delle truppe del Giglio e da poco si era arruolato nell’esercito Imperiale; i suoi superiori dicevano grandi cose di lui.

Portava i capelli castani piuttosto corti e aveva due occhi azzurri penetranti e a volte un po’ taglienti. Era fermo, determinato ed era abituato ad essere pronto a tutto.

Bussò ed entrò facendo il saluto militare con gesti rapidi e decisi.

Christopher gli diede una veloce occhiata, poi decise di arrivare subito al dunque: -Quella che ho intenzione di affidarti è una missione piuttosto delicata e innanzi tutto voglio che giuri sul tuo onore di non farne parola con anima viva.-

-Sul mio onore.- Rispose Yanthe prontamente.

Christopher proseguì: -Mia sorella, la principessa Isabelle è...- Stava per dire “scappata”, ma si trattenne, -... ha lasciato il castello senza un’adeguata scorta, e sembra sia diretta a sud-ovest, verso il Regno del Fuoco. Ho chiamato te perché sei l’unico che conosca approfonditamente quei territori.-

Yanthe annuì con fermezza.

-Isabelle è partita con la principessa Myelle: il tuo compito è ritrovarle e riportarle indietro sane e salve.-

Yanthe, sentendo nominare Raggio di Luna, trasalì impercettibilmente; Christopher non poteva sapere che durante il lungo servizio prestato alla Corte del Regno del Fuoco era stato il maestro d’armi della principessa. Che ironia della sorte rincontrarla in quelle circostanze!

Soppresse le sue riflessioni e rispose: -Farò ogni cosa in mio potere per esaudire la vostra richiesta. Partirò immediatamente.-

-Molto bene, porta con te tutto ciò di cui avrai bisogno. Puoi andare. Uno dei cavalli migliori è già pronto nelle stalle.-

Yanthe fece un inchino secco e uscì.

Christopher avrebbe voluto andare personalmente a cercarle, ma non poteva abbandonare i suoi doveri.

Sheila bussò dolcemente entrando con passo leggero nel suo abito scuro.

La prima cosa che aveva fatto, una volta tornata dal tempio, era stata andare da lui.

Era come se sapesse sempre quale fosse il momento giusto per apparire, quando lui aveva bisogno di parlare con qualcuno.

Christopher appoggiò i gomiti sul tavolo di legno che aveva davanti e si lasciò andare chinando la testa e passandosi le mani fra i capelli biondi.

-Hai mandato un soldato a cercarle?- Chiese lei. -Non preoccuparti, stanno bene, lo sento.-

Lui le sorrise: -Ora va meglio, non so come, ma tu hai il potere di calmarmi, e allo stesso tempo conosci un lato di me che nessuno dovrebbe mai vedere in un Imperatore. A volte penso di non essere abbastanza forte per questo impegno.-

-Il fatto che tu non sia assetato di potere e che non ti culli nella tua ambizione, non significa affatto che tu non sia forte. E poi sei un essere umano, è normale che tu abbia dei sentimenti.-

Lui guardò in alto. -Già, ero così abituato ad Isabelle, sempre viva e rumorosa... Senza di lei questo castello sembra così vuoto...-

-È vuoto. Ci siamo soltanto noi due.-

 


2. La Maledizione dei Predestinati

 

 

 

Silenzio.

Solo il ritmico e monotono sciacquio della corrente.

Isabelle osservava l’Isola Imperiale allontanarsi lentamente, ancora una volta. Ultimamente non faceva altro che essere sballottata di qua e di là, da una parte all’altra dell’Impero, come una bambola, una pregiata bambola che non serve a niente, solo bella da guardare. Ma lei era uno dei Custodi del Fiore di Luce: aveva fatto cose importanti, aveva delle responsabilità serie.

-Sai,- disse a Raggio di Luna, -Hai ragione. È stata davvero un’idea stupida.-

Raggio di Luna guardò le stelle che quella notte sembravano meno brillanti del solito: -Ormai siamo qui. Non possiamo tornare indietro. E poi in fondo ti capisco, anch’io mi sarei sentita inutile rimanendo al castello, non è quella la mia casa.-

Isabelle annuì, non poteva darle torto, poi sorrise: -Jonathan mi ucciderà quando saprà che sono scappata.- Ma la sua allegria scomparve di colpo:

-Non sarà per niente contento di quello che ho fatto.-

-Hai paura che ti rimandi a casa?-

-Non lo so, ma… credo che mi basterebbe vederlo anche una sola volta… Ma quattro mesi sono lunghi, potrebbe non volermi più…-

-Che sciocchezze! Qualcuno che fino a pochi mesi fa ha rischiato la sua vita per te…- Il suo sguardo arrogante si rattristò.

Isabelle fece un sorriso amaro: -In fondo le nostre situazioni si assomigliano un po’…-

-Non farmi dire quello che non voglio.-

-… so qual è il vero motivo che ti ha spinta a seguirmi…-

-Non farmi dire quello che non voglio.- Ripeté.

-Non è a me che devi dirlo.-

Raggio di Luna distolse lo sguardo senza rispondere.

Ad un tratto un senso di vertigine e di nausea la colse di sorpresa, una specie di crampo allo stomaco. Si inginocchiò a terra portandosi una mano al ventre.

Per un attimo i suoi occhi erano diventati opachi, la vista le si era oscurata.

-Che succede?- Isabelle si chinò su di lei preoccupata, Raggio di Luna si sedette sul ponte mentre il respiro le tornava regolare, mentre si riavviava verso la normalità. -Non è niente, solo un mancamento.- Si sforzò di sorridere, -Forse soffro di mal di mare.- Ma non era per niente convinta di quel che diceva: era stato qualcosa di diverso da un semplice malessere, per un attimo era stato come se dentro di lei ci fosse qualcosa di troppo, qualcosa di invisibile che aveva cercato di dilatarsi, di farsi spazio.

-Forse è meglio che tu vada a stenderti.- Continuò Isabelle. Lei accettò il consiglio. Wej la accompagnò sotto coperta.

 

* * *

 

Per Sheila fu di nuovo una notte agitata. Il sogno non era cambiato di molto: c’era la solita lastra nera incisa d’argento, il solito silenzio, ma questa volta al sogno si sovrappose un’immagine, l’immagine di un libro rilegato in nero, con scritte argentate, che le parve familiare. Ma quando stava per metterlo a fuoco, l’immagine svanì e di nuovo quella voce la chiamò, facendola svegliare.

Era terribilmente buio, le nuvole nere coprivano la luna. Accese una candela e iniziò a rovistare nei suoi cassetti, in cerca di carta e inchiostro.

Trascrisse su un foglio tutta l’inscrizione, intanto che il ricordo era ancora fresco. L’aveva vista un numero di volte sufficiente per memorizzare ogni carattere. E ancora non riusciva a ricordare di che tipo di scrittura si trattasse.

Ripiegò il foglio, quando ad un tratto le tornò alla mente l’immagine del libro. L’aveva già visto, ne era certa. Non al tempio, lì no c’erano libri neri… Poi la consapevolezza la colse fulminea, tanto da farle cadere il foglio di mano. Era uno dei libri di Romar.

Dopo la battaglia al castello, il laboratorio del mago non era più stato toccato perché troppo pericoloso, sarebbero serviti degli esperti di magia bianca per distruggerlo, quindi era stato semplicemente chiuso a chiave e sigillato dall’incantesimo di un Monaco Superiore. Sheila non avrebbe mai pensato di tornarci, non fino a quell’istante.

Non ora che tutte le risposte al suo sogno si trovavano lì dentro.

Non aspettò di parlarne con Christopher, lui non le avrebbe permesso di correre un simile rischio. Decise di andare subito, mentre era ancora notte. Era vero che il Fiore di Luce aveva allontanato da lei la magia nera e le influenze negative, ma era anche vero che ora era dotata di un nuovo grande potere.

Raccolse il foglio e la candela, poi uscì nel corridoio.

Scese nei sotterranei, nessuno era più di guardia in quella zona.

Il silenzio era completo e totale. Si avvicinò alla porta: la magia era forte, ma non abbastanza. Protese la mano verso la serratura.

La stella viola brillò sulla sua guancia. Bisbigliò: -Fulmine.- E una piccola scarica elettrica colpì la serratura, facendola saltare. La porta era aperta.

 

* * *

 

Yuri si svegliò di colpo, come assalito da uno strano presentimento, ebbe come l’impressione di aver sognato Sheila, ma non riusciva a ricordare, tuttavia per il resto della notte non fu più in grado di prendere sonno.

 

* * *

 

Sheila accese una torcia, illuminando il laboratorio coperto di polvere e ragnatele, c’erano ancora i segni dell’ultima battaglia, ampolle e sacchetti di spezie erano sparsi sul pavimento. Non c’era sangue, naturalmente, il demone l’aveva assorbito tutto. Quel pensiero la fece rabbrividire.

Aggirò la zona in cui Romar aveva pronunciato il suo ultimo incantesimo e si diresse verso la libreria, in cerca di quel libro che spesso il mago consultava.

Non appena toccò gli scaffali, una voce le penetrò nella testa, oscura e suadente, come acqua gelida che si insinuava nelle sue viscere: -Sheila.-

Lei non riuscì a muoversi, non riuscì a opporsi.

-Sheila, ti aspettavo, vieni da me.-

Sheila sapeva che la libreria celava il passaggio per una stanza  segreta, dove Romar conservava i libri e i componenti più preziosi, e dove faceva gli esperimenti più pericolosi.

Istintivamente, quasi senza pensare, azionò il meccanismo, si immerse nel buio profondo. L’aria era soffocante.

-Sheila, sapevo che non avresti resistito. Io so cosa desideri…-

Sheila ebbe un momento di lucidità: -No, non voglio…-

-Tu rivuoi la magia nera, il suo richiamo è irresistibile. Una volta che l’hai provata non puoi più farne a meno, lei scorre densa come il sangue, ti avvolge, ti appartiene…-

-No! Io voglio solo capire il mio sogno…- Si sentiva stordita e annebbiata.

Si accese una sinistra luce argentea accanto a lei: -Eccolo, è questo che cercavi.-

Lei riconobbe immediatamente il libro del suo sogno.

-Sarà lui a riportarti da me.-

Sheila lo toccò e sentì di stare perdendo ancora di più il controllo di se stessa: -Non tornerò al male…-

-Non puoi farci niente, è la tua maledizione, sei in mio potere ormai.-

Lei ebbe l’impressione di svenire, di cadere sempre più a fondo, lontana dalla coscienza e forse era troppo tardi, “Dove sei… Yuri…”

Si svegliò, si ritrovò nel suo letto. Possibile che avesse sognato anche quello?

No. Il libro nero era lì accanto a lei.

Nel laboratorio di Romar c’era una presenza malvagia, ma ora lei era nella sua stanza, quindi poteva significare solo che era stata forte, che aveva resistito.

Di una cosa era sicura, non sarebbe mai più tornata laggiù.

 

* * *

 

 

Mese IX, giorno 6

 

La giornata era piuttosto fredda. Lisa dovette indossare un mantello anche restando all’interno del Tempio, il laboratorio poi, era particolarmente gelido.

Era lì perché aveva bisogno di pensare, dopo tanto tempo era davvero preoccupata per il Fiore di Luce e quello era l’unico luogo in cui non sarebbe stata disturbata.

Aveva addirittura sigillato la porta con un incantesimo.

Lei sapeva praticamente ogni cosa si potesse conoscere attraverso i libri riguardo al Fiore e spesso aveva avuto notizie preziose da Misha, purtroppo sapeva ben poco dei nuovi predestinati ed era turbata dal fatto che una maledizione pesasse su di loro.

Ne aveva parlato una volta con Misha stessa, ma non aveva capito molto, di una cosa sola era sicura: finché il Fiore non fosse stato riunito sarebbe stata in pericolo la sua stabilità.

Per questo doveva andare al castello e parlare con i diretti interessati.

La guardia la fece passare senza problemi e la fece accomodare nella sala d’aspetto.

Dopo qualche minuto la condussero in una delle stanze d’udienza dove Sheila l’attendeva.

-Chiedo perdono,- Si scusò Lisa, -ma è da tempo che desideravo parlarvi di una questione che mi preoccupa.-

-Parla pure liberamente, di cosa si tratta?-

-Della maledizione che grava sui nuovi predestinati.-

Sheila fu percorsa da un involontario brivido di freddo: -Come scusa?-

Lisa insisté: -Il Fiore di Luce non è ancora riunito e io ho spesso presagi negativi. Finora non ho trovato nessun altro che abbia saputo dirmi di cosa si tratti.-

-Non hai nulla da temere.- La rassicurò Sheila, -Comunque se ti può far sentire meglio, te ne parlerò. È vero, dieci anni fa, quando il Fiore è stato rotto, le pietre sono state contaminate da un demone.-

Lisa spalancò gli occhi, stupita soprattutto dalla tranquillità con cui Sheila ne parlava.

-Non si tratta di una vera e propria maledizione, ma solo una debolezza che tutti noi abbiamo affrontato per acquisire i poteri, è solo un ostacolo legato alle caratteristiche delle nostre pietre. Ma come ti ho detto, l’abbiamo superato.-

Lisa sapeva che sarebbe stato sfacciato procedere oltre, ma non poté trattenersi dal chiedere: -Posso sapere qual era il vostro ostacolo, Sheila?-

Lei rispose candidamente: -La magia nera.-

Lisa fece quasi un salto sulla sedia, era sconvolta: davvero uno dei Custodi aveva avuto a che fare con la magia nera? Ma com’era possibile?

Sheila proseguì: -Prima di scoprire i poteri del Fiore ero una praticante di magia nera. Non c’è motivo per cui tu debba turbarti. Quel tempo è ormai passato e sepolto.-

Lisa si alzò ancora frastornata: -Credete sia possibile che io parli con la principessa Isabelle?-

-Purtroppo… Isabelle è… partita, e non so quando potrai vederla.-

-Quand’è così…- Concluse la ragazza, -Vi ringrazio per il tempo che mi avete dedicato e ritorno al tempio.-

Sheila l’accompagnò alla porta e quando Lisa le porse il saluto, il presentimento la colse con violenza e fu sul punto di cadere.

Sheila la sorresse: -Che ti succede?-

Un accumulo impressionante di energia negativa l’aveva investita nel giro di pochi istanti. Si riprese: -Non è niente, sono solo un po’ stanca.-

Tornò al tempio sempre più convinta che qualcosa non andasse in Sheila, ma non c’era nessuno a cui potesse esprimere i suoi dubbi, o forse sì?

 


3. La Predizione

 

 

 

Il sole stava tramontando nel Regno della Rosa quando l’uomo con la spada al fianco entrò nell’ennesima locanda.

Si avvicinò all’oste senza tergiversare e mostrò un medaglione con lo stemma Imperiale: -Ho bisogno di un’informazione.-

-Qualunque cosa…- rispose l’uomo, nonostante fosse piuttosto corpulento, si sentì intimorito dai suoi occhi gelidi.

-Sto cercando due donne, una è bionda, l’altra ha i capelli rossi e ricci. Sono giovani e molto belle e sono accompagnate da un bamboccio che fa loro da scorta. Tu le hai viste?-

L’oste esitò qualche istante, poi balbettò: -C-credo di sì… Hanno preso due stanze per la notte…-

Lo straniero sorrise, ma fu un sorriso privo di calore, sapeva che le avrebbe trovate in quella città così come conosceva Raggio di Luna. Quel percorso…

-… l’ho sempre fatto quando mi spostavo dal mio regno all’Isola Imperiale e viceversa: è quello più diretto e lo conosco piuttosto bene.- Disse Raggio di Luna.

Isabelle annuì: -E quanto credi ci vorrà per arrivare all’accampamento?-

La principessa fece due veloci calcoli mentali. -Se non sbaglio circa una giornata di cammino.-

Isabelle si lasciò cadere sul letto: -Non vedo l’ora, sono distrutta…-

-Vedrai che dopo una notte di sonno ti sentirai meglio.-

-Raggio di Luna.-

-Sì?-

-Grazie per essere venuta con me. Senza di te credo che a quest’ora mi sarei persa…-

Bussarono alla porta. Le due ragazze si guardarono sorprese.

-Sarà Wej?- Chiese Isabelle.

Raggio di Luna andò ad aprire.

-Luna, è bello rivederti.-

La ragazza rimase sbalordita. No, non poteva sbagliarsi, era davvero lui.

Sentì che le gambe le erano diventate insensibili e le divenne difficoltoso il respiro. Poi di nuovo tornò quella sensazione di vertigine e quello spasmo doloroso allo stomaco, il senso di nausea fu ancora più violento.

E poi il mondo divenne buio e Raggio di Luna iniziò a scivolare verso il suolo.

Yanthe la sorresse appena in tempo.

Isabelle corse da lei.

L’ufficiale la sollevò e la stese sul letto.

Nel frattempo anche Wej era accorso, come se avesse avvertito qualcosa.

-Di nuovo! Sapevo che aveva qualcosa di strano.- Commentò la principessa.

-Come sarebbe di nuovo?-

Isabelle guardò lo sconosciuto: -Ma voi chi siete?-

Wej riconobbe l’uniforme: -Un ufficiale dell’esercito?-

Questi istintivamente si mise sull’attenti: -Caporale Yanthe Hartfall, esercito Imperiale. Mi ha mandato l’Imperatore in persona a cercarvi.-

Isabelle non fu poi così stupita, si rivolse a Wej per congedarlo: -È tutto a posto, puoi tornare nella tua stanza.-

Il ragazzo fece un cenno del capo e uscì puntando uno sguardo diffidente verso il nuovo arrivato.

-Non si usa più salutare i superiori?- Commentò Yanthe, ma Isabelle lo interruppe: -Mi aspettavo che Christopher ci mandasse dietro qualcuno, ma come avete fatto a trovarci?-

-Conoscevo questo percorso, e poi ho chiesto in giro. Se mi permettete, due donne come voi non passano certo inosservate.-

Raggio di Luna iniziò a riprendersi e l’attenzione di Isabelle tornò su di lei: -Come ti senti? Sei svenuta! Mi hai fatto una paura!-

-Sto bene, davvero, è stata solo un po’ di debolezza. Sono solo stanca.- Si mise a sedere portandosi una mano alla testa: -Che ci fai qui, Yan?-

-Ero l’unico soldato che conoscesse la zona.-

Raggio di Luna lo squadrò notando l’uniforme: -Ti sei riarruolato?-

-esercito Imperiale.- Rispose lui abbozzando il saluto militare.

Isabelle li osservava in silenzio, stupita dal fatto che fossero tanto in confidenza.

-Sei scappato come un coniglio e adesso pretendi di tornare un soldato?-

-Potrei dire lo stesso di te.-

Raggio di Luna si irritò. Isabelle cercò di allentare la tensione: -Suppongo che voi vi conosceste già.-

-Sì,- Disse Yanthe, -io ero il suo…-

-Maestro d’armi.- lo anticipò la ragazza.

A lui non piacque per niente il suo tono: -È questo che sono adesso? Ma in fondo è sempre stato così, io ero solo un pezzo di arredamento dalla tua bella corte. Una delle tante pedine che potevi usare a tuo piacimento. Certo, tu preferivi Wildfar perché ha sempre fatto tutto quello che volevi, come un cagnolino fedele.-

-Zitto!- Strillò Raggio di Luna, -Non ti permetto di parlare così!-

-Ti dà fastidio che io abbia detto la verità?-

-Sei sempre lo stesso, Yan! Devi marcare il territorio, tu volevi soltanto che strisciassi ai tuoi piedi e mi struggessi per te. Scommetto che hai sfruttato l’occasione per cercare di riprenderti quello che è tuo.-

Isabelle, per non mettersi in mezzo, si fece piccola piccola e trattenne il respiro.

-Io sono un uomo e non mi faccio calpestare da una donna isterica e smorfiosa come te! Adesso che non sei più una principessa posso finalmente dirtelo in faccia cosa penso di te: non vali proprio niente, ne posso trovare a centinaia meglio di te, tu resta pure con il tuo soldatino smidollato.-

-Zack ha molto più fegato di quanto tu potrai mai sognare di averne. È stato lui a tirarmi fuori dal castello quando tu mi avevi voltato le spalle!-

-Ma non lo vedi! Non ti rendi conto che pensi sempre e solo a te stessa! Mi fai pena sei solo una…-

-Ti ricordo che sei di fronte alla sorella dell’Imperatore, soldatino! Controlla il tuo linguaggio!-

Yanthe si voltò verso Isabelle, come se niente fosse: -Chiedo scusa principessa, non volevo mancarvi di rispetto. Ad ogni modo, ora riposatevi. Domattina vi riporto a Corte, tutte e due.-

-Cosa?!- Disse Raggio di Luna.

-Non se ne parla!- Scattò Isabelle, -Non ho intenzione di tornare indietro! Proprio ora che sono a due passi dalla destinazione! Arriverò all’accampamento a qualunque costo!-

 

* * *

 

Mese IX, giorno 7

 

-Avanti.- Disse Christopher.

Lisa entrò con passo leggero e fece un inchino.

La luce era poca, il cielo del pomeriggio grigio e nuvoloso e la ragazza sembrava ancora più pallida, dal fondo dei suoi occhi traspariva un velo di inquietudine. Il loro colore, normalmente azzurro-verde, sotto quella luce innaturale sembrava quasi grigio, facendola somigliare molto ad Eterna.

-Mi dispiace disturbavi, Altezza, e vi ringrazio per aver trovato il tempo di ricevermi.-

Christopher la osservò con attenzione, era nervosa: -Cosa ti turba?-

-Vedete, Altezza, vi sembrerà strano, ma sono preoccupata per il Fiore di Luce. Ho avuto spesso presagi negativi in questo senso, e poi ho saputo della maledizione. Sheila mi ha parlato di magia nera…-

-Io non credo che tu debba preoccuparti. Se ognuno di noi ha sviluppato il suo potere, significa che tutti gli ostacoli sono stati superati. È solo questa guerra che ci rende tutti inquieti. E l’aria dell’autunno che si avvicina. Non preoccuparti più di queste cose.-

Lisa fece un nuovo inchino: -Vi ringrazio e chiedo di nuovo scusa per aver rubato il vostro tempo.-

 

* * *

 

In effetti le sue giornate erano tutte piuttosto piene, Christopher doveva ammetterlo, a volte stare a palazzo a fare l’Imperatore era molto più faticoso che stare sui campi di battaglia.

Solo quel giorno avrebbe dovuto ricevere una decina di persone tra ambasciatori e nobili dei regni liberati e dei regni che avevano prestato i loro uomini all’esercito Imperiale, senza contare tutti gli impegni burocratici: Raggio di Luna e Sheila avevano fatto un ottimo lavoro negli ultimi mesi, ma la strada era ancora lunga. Si trattava di riorganizzare una seduta straordinaria dell’Alto Consiglio e soprattutto ripristinare e rinnovare il Consiglio dei Giudici, che si occupava dell’osservanza della legge Imperiale, infatti i membri precedenti o erano stati corrotti da Zarkon o erano stati da lui minacciati se non addirittura eliminati e sostituiti da persone di sua fiducia: avidi approfittatori e traditori dell’Impero, disposti a coprire le sue malefatte e i suoi folli piani.

Ora Christopher si chiedeva dove e come trovare le persone giuste in una corte decimata, piena di funzionari ambigui e inaffidabili, tra persone che lui stesso non aveva mai avuto modo di conoscere.

Il governo dell’Impero, da quanto emergeva dalle antiche leggi, non era eccessivamente complesso: la maggior parte delle decisioni spettavano all’Imperatore stesso, perciò per Zarkon era stato così facile fare ciò che più gli aggradava usando lui, o quello che di lui restava, come prestanome.

Christopher capì che le cose dovevano cambiare, doveva fare in modo che una cosa del genere non potesse verificarsi mai più in futuro.

L’Imperatore aveva sempre avuto dei consiglieri personali, che erano appunto i Custodi della Luce, che si riunivano in quello che era chiamato il Consiglio dei Sette, e che naturalmente era stato temporaneamente sospeso, per la morte o scomparsa dei membri, con l’avvento di Zarkon. Questo Consiglio faceva inoltre capo al Sacro Collegio, un’assemblea dei Primi Monaci di tutti i templi dell’Impero, anche questo smantellato e sciolto per la mancanza dei Sette, con la chiusura dei monasteri e la messa al bando della magia.

Perciò Zarkon si era ritrovato a governare solo e indisturbato con l’appoggio dei giudici corrotti che non si azzardavano a mettere in dubbio la sua legittimità.

Dunque un potere religioso da una parte e i giudici dall’altra, che oltretutto erano supportati dall’esercito.

Anche l’esercito era un grosso problema. Dopo la liberazione del castello, avvenuta alla fine del quarto mese di quell’anno, aveva perso la maggior parte dei suoi ufficiali, che, fedeli a Zarkon e da lui stipendiati, o erano stati arrestati o avevano fatto in fretta a sparire nel nulla quando la situazione si era fatta rovente. Così che, a conti fatti, escluso il nuovo Colonnello Leonard Gendon, promosso istantaneamente e straordinariamente dal suo grado di Capitano, tutti gli altri erano sottoufficiali molto giovani, troppo giovani.

Erano tutti troppo giovani, e il peso da sostenere era tanto e potevano contare solo sulle loro forze.

Non avrebbe potuto fare eccessivo affidamento sugli altri regni, sarebbe stato pericoloso, in una situazione tanto delicata, far credere agli altri regnanti che l’Impero Centrale era debole e vulnerabile, e inoltre i regni appena liberati erano depredati e instabili e avevano bisogno di tutto il sostegno dell’autorità Imperiale.

Forse c’era una soluzione a tutto questo, per rafforzare il suo potere e per tenere insieme l’Impero in modo coerente. Era tempo di uscire da quello stato di isolamento e permettere ai regni di partecipare al benessere di tutto l’Impero. Quello che poteva fare era cominciare dall’Alto Consiglio: anziché convocarlo una volta ogni cinque anni, perché non renderlo permanente? Un contatto diretto e continuo con i vari regni era la soluzione migliore per tutti, anche se era una grande innovazione e sapeva che sarebbe stata vista con riluttanza, e poi avrebbe richiesto una nuova legislazione, o meglio, una nuova assemblea di legislatori: studiosi, dotti e persone di legge del tutto indipendenti da ogni altro collegio. Forse avrebbe potuto funzionare…

Doveva darsi da fare e ricostruire un nuovo Impero più forte e più prospero.

Ma lui ne era davvero all’altezza?

Per ora il castello era vuoto e silenzioso, a parte la servitù e qualche militare, tutti si tenevano molto alla larga dalla Corte per paura di essere tra i ricercati, accusati di tradimento. In questo momento il suo unico punto di riferimento era Sheila, l’unica che avesse vissuto al castello in quegli anni, l’unica che conoscesse le persone che lo frequentavano. L’unica di cui potesse fidarsi.

 

* * *

 

Sheila accese una candela, il cattivo tempo aveva reso la giornata più buia.

Era riuscita a sbrigare in fretta i suoi impegni giornalieri, e ora si era ritirata nella sua stanza.

Distese sullo scrittoio il foglio su cui aveva ricopiato l’iscrizione del sogno, la osservò a lungo.

Erano sedici versi, ma la cosa più importante era cercare di tradurla.

Iniziò a sfogliare il libro nero, in preda a una strana agitazione.

I caratteri rappresentati sulle pagine ingiallite erano gli stessi che aveva visto nel suo sogno.

Ma lei non era più in grado di leggere quei caratteri: i poteri del Fiore di Luce avevano allontanato da lei la magia nera.

“Questa non è la verità. Il Fiore di Luce non può agire sulla tua memoria, non può cancellare da te nozioni che hai studiato e imparato. Questa non è magia, è solo apprendimento, è solo lo studio di una lingua morta e tu conosci questa lingua, puoi leggere questo libro. Fa parte di te, è la lingua delle tenebre.”

Gli occhi di Sheila iniziarono a correre sulle righe e le sue labbra si muovevano in un mormorio di suoni sconosciuti e lontani, ma che pian piano iniziavano a prendere forma nella sua mente, iniziavano ad acquistare un significato e a tradursi nella sua voce, nella sua lingua di bambina, quella del Regno della Mezzaluna, e poi nella lingua dell’Impero.

E ogni parola era una bestemmia, parole proibite dalla luce, parole che venivano dal buio più profondo, dalle forze più oscure e che lentamente la risucchiavano in una spirale di tenebra.

Sheila sentì che stava di nuovo lasciandosi andare, e di nuovo un’immagine fu la sua salvezza e il suo appiglio, l’immagine che l’aveva portata verso la luce. Si alzò di scatto come per allontanarsi dal libro e lo richiuse con violenza. Aveva letto abbastanza, quanto le serviva, forse aveva letto troppo. “Davvero credevi di salvarti pensando a Yuri, solo pensando a lui?” Sheila aveva pensato a Yuri, ed era tornata cosciente. In fondo era stato il destino a scegliere per lei quale fosse il suo punto di riferimento. Ma era un riferimento troppo vago e troppo lontano.

Sheila pensò a Yuri, ma forse quella fu l’ultima volta.

Rimase qualche secondo con lo sguardo nel vuoto, come per rendersi conto se veramente fosse tornata in sé. Poi prese di nuovo in mano il foglio con l’iscrizione. Ora era in grado di leggerla, era in grado di tradurla: era una predizione, un ammonimento.

La trascrisse su di un altro foglio, nella lingua dell’Impero, e poi bruciò subito l’originale, fu una specie di rito contro la sfortuna, anche se, da quanto diceva la predizione, ci sarebbe voluto ben altro.

Non ebbe il coraggio di leggerla ad alta voce, la spaventava, anche se ancora non l’aveva capita del tutto:

 

Le tre lune che incombono sui Custodi della Luce

Presagi di sventura precedono le tre venute

Il ritorno dei maledetti e l’ascesa delle tenebre

Alla ricerca dell’unione e della separazione

Della rinascita e della distruzione.

 

La prima venuta portatrice di sangue

La seconda venuta portatrice di dolore

La terza venuta portatrice di tormento.

 

La forza delle ombre che soffocano il respiro

Le pene dell’espiazione che allontanano lo spirito

Il peso della luce che squarcia il materiale.

 

I tre errori fatali

Aprono il passaggio e portano la scelta

Dove la notte eterna domina la terra.

Il tempo è segnato, la ricerca è alla sua fine

Il vero potere è solo contro le funeste lune.

 


PRIMO INTERLUDIO - NEBBIA

 

 

 

 

 

 

1. Legati al Passato

 

 

 

Mese IX, giorno 6

 

Una vena di dolore si diramò dal suo ginocchio fino ad entrargli nel cervello. Era stato da quando si era ferito, durante la battaglia al palazzo Imperiale, che camminare non era più la stessa cosa. Si era trascinato dietro quel dannato dolore per gli ultimi quattro mesi.

Kara notò la sua smorfia e capì al volo di cosa si trattasse: -Ormai sei tropo vecchio per questo lavoro “nonno” Ulrich.-

Questi balzò in piedi, nonostante il ginocchio: -Guarda che neanche tu sei più una ragazzina, e ce la faccio benissimo!-

Kara lo spinse per farlo tornare a sedere sulla panca di legno: -Avanti, stai seduto, gli altri arriveranno a momenti.-

Ma Ulrich non poté fare a meno di scostare la tenda e guardare fuori. Non che si vedesse un granché. Non di sera, e non nel Regno delle Nebbie.

L’accampamento era situato in mezzo a un campo con sporadici alberi già secchi e morti, una radura fra sterminati boschi altrettanto secchi e morti.

Alcuni falò rilucevano nella foschia come fuochi fatui. Nelle altre tende che sembravano galleggiare nel mezzo del niente, stavano riposando gli squadroni di soldati del Regno dell’Orso, di cui era originario Ulrich, e del Regno del Drago Bianco che si erano mischiati con quelli del Regno della Cascata e del Regno del Vento, il regno in cui era nato Itam Larsen.

-Dannazione!- Imprecò Ulrich, -Itam ancora non si fa vivo! Ma non potevamo trovare un posto migliore per incontrarci? Questa umidità mi si infiltra nelle articolazioni e diavolo, se questo maledetto ginocchio si fa sentire! E poi non mi piace questa nebbia, non porta niente di buono.-

Kara quasi non lo ascoltò, ormai si era abituata alle lamentele, e forse Ulrich non era più lo stesso di qualche anno prima. Lo fissò senza guardarlo, come se cercasse di vedergli attraverso. Ma lì fuori, a parte la nebbia, non c’erano altro che soldati che venivano da tutte le parti dell’Impero, da regni di cui lei neppure conosceva il nome.

Gli ultimi quattro mesi non erano stati altro che una grande confusione e lei si era annoiata a morte. Forse il Mondo di Luce non aveva mai visto tante alleanze e tanti accordi come in quel periodo e la cosa sorprendente era che le belle parole si erano anche trasformate in fatti: nella zona Nord-Est era già tornato tutto come prima e i nemici erano stati scacciati o sterminati. Anche a Nord-Ovest la situazione sembrava volgere al meglio, una volta assicurato il Regno del Drago Bianco, i soldati del Giglio si erano asserragliati attorno al Regno del Tramonto, l’ultimo in cui l’oppressione fosse davvero pesante, ma non avrebbe retto per molto. L’unico punto dolente era quel dannatissimo Regno delle Nebbie che nessuno era ancora riuscito a violare.

Per questo era stato deciso che il gruppo di Ulrich Xarke si sarebbe riunito proprio lì. Kara era scocciata perché finora era rimasta a guardare e non era potuta entrare in battaglia, ma ora le cose cominciavano a farsi più interessanti.

Se Ulrich aveva richiamato il gruppo significava che aveva intenzione di scendere in campo e Kara DeYong non si sarebbe fatta scappare l’occasione per sfoderare ancora la spada e la balestra. -La nebbia arrugginisce.- Concluse, assecondando Ulrich.

-Per la barba dell’orso nero!- Esclamò ad un tratto l’omone, -Itam! Che il diavolo ti porti!- Gli corse incontro e lo abbracciò.

Kara andò dalla sorella gemella. Ora i capelli di Inka erano ricresciuti e le toccavano le spalle: -L’erba cattiva non muore mai!- Esclamò Kara.

-Tutto per farti dispetto!- Rispose Inka e poi non poterono fare a meno di abbracciarsi.

 

* * *

 

-Generale.-

Il soldato si mise sull’attenti di fronte all’uomo di mezza età seduto dietro ad una grossa scrivania, che dava le spalle a una finestra da cui entrava la luce della mattina. La pelle olivastra, occhi e capelli scuri e un paio di folti baffi che sottolineavano la severità dello sguardo. Ordinò: -Parla, soldato.-

-Generale Estez, sono giunte notizie poco rassicuranti. Sembra che l’esercito Imperiale stia avanzando. Fra non molto circoscriveranno i nostri confini.-

Il Generale non parve scomporsi: -Lo immaginavo. Ho deciso di convocare una riunione straordinaria con i miei ufficiali.- Allungò un foglio verso il soldato, -Questi sono i nomi delle persone da convocare. Comunica loro che li aspetto questo pomeriggio all’ora nona nella sala delle udienze.-

Il soldato prese il foglio e si rimise sull’attenti: -Agli ordini Generale.-

-Puoi andare.-

Il soldato fece il saluto militare e uscì.

Il Generale si alzò e andò alla finestra. La aprì per osservare meglio il panorama e una ventata d’aria tiepida lo investì. Rispetto ai regni settentrionali, nel Regno del Fuoco faceva ancora piuttosto caldo e l’estate sembrava più lunga. La capitale del regno, Rikos, si trovava a nord, in una zona pianeggiante e piuttosto selvaggia. Nonostante le numerose case e gli edifici imponenti, era stato lasciato ancora parecchio spazio alla vegetazione che cresceva rigogliosa e lussureggiante.

La struttura architettonica del palazzo reale era molto diversa da quella dei palazzi delle zone fredde, massicci e compatti: a causa dell’elevata temperatura e del clima che non era mai troppo rigido neppure d’inverno (la neve non si era mai vista), il castello era molto arioso, arricchito da portici aperti, colonnati e grandi terrazze; nel complesso una struttura armoniosa e leggera il cui intonaco bianco spiccava nel verde del grande parco che la circondava, ricco di piante, alberi e fiori esotici, abbellito all’interno da una grande ricchezza di tendaggi e veli ricamati d’oro, arazzi e candelabri preziosi e lavorati.

Ora, a causa dell’occupazione militare e della battaglia, il suo lusso era caduto un po’ nella trascuratezza, ma il suo splendore non poteva essere intaccato. In fondo rispecchiava un po’ la sua principessa: bellezza e nobiltà al di fuori, confusione e inquietudine all’interno.

Dalla stanza in cui si trovava il Generale Estez, nell’ala est, si poteva ammirare gran parte della città, con le sue mille case dal tetto piatto, con le sue mille terrazze e i suoi mille giardini.

Estez spostò lo sguardo sul parco, incantato dalla sua vegetazione, e poi alle mura, distanti e grigie, costruite con grosse e solide pietre, percorse e sorvegliate dai suoi soldati. Istintivamente si lisciò un baffo, lo faceva sempre quando si compiaceva di qualcosa.

Il Generale Carlos Estez aveva precisamente cinquantaquattro anni ed era originario del Regno del Fuoco. Aveva cominciato la sua carriera militare nelle truppe dell’ambasciata locale di stanza nell’Isola Imperiale, anche se il suo grande sogno era sempre stato quello di arruolarsi nell’esercito Imperiale.

Era già arrivato al grado di Capitano quanto, nel 657 il Generale Zarkon gli aveva proposto di entrare nelle schiere dell’Iris bianco con la promessa di una promozione e di un trasferimento nel suo regno. L’offerta era talmente allettante che Eztez non aveva saputo rifiutare e non aveva esitato a sfoderare l’uniforme Imperiale dal mantello blu.

E quelli come lui erano diventati sempre più numerosi.

Estez non era mai stato completamente soddisfatto, come molti suoi compatrioti, del modo di governare del re Sebastien Myelle, che anteponeva sempre i suoi interessi personali a quelli del popolo. Era un comportamento disdicevole per un paese così potente economicamente grazie ai numerosi giacimenti di gemme e minerali.

Verso il 660, sembrava che qualcosa cominciasse a cambiare, con le prime apparizioni pubbliche della principessa Raggio di Luna, l’unica figlia avuta dal re prima della morte della moglie. La principessa aveva già proposto alcune riforme, forse troppo ambiziose, ma come poter credere che una ragazza appena ventenne potesse reggere il peso di un regno? E poi Zarkon stava già mettendo in atto il suo piano. Per lui era una fortuna che un regno tanto ricco avesse un governo tanto debole. Quindi organizzò il suo colpo di stato che si concluse con la battaglia di inizio d’anno del 665 e la relativa destituzione dei reali.

All’epoca Estez era già arrivato al grado di Colonnello, ed era stata proprio la perfetta coordinazione di quest’ultimo assalto a garantirgli la promozione a Generale e, con l’appoggio dell’esercito del Giglio, a rimettere nelle sue mani il governo del regno. Perché in fondo Carlos Estez amava la sua terra.

All’ora nona, tutti gli ufficiali convocati si presentarono puntuali e si accomodarono attorno al grande tavolo nella sala delle udienze.

Estez entrò nella stanza con passo deciso, scrutando con attenzione i suoi sottoposti, tutti con indosso la nuova uniforme del Regno del Fuoco che aveva da tempo soppiantato quella dell’esercito del Giglio.

Erano in tutto tredici.

-Dovevamo aspettarcelo.- Iniziò Estez. -Dalla morte di Zarkon le cose sono cambiate. L’Imperatore rivuole il suo Impero. Abbiamo tenuto duro finché è stato possibile, ma sarebbe da sciocchi continuare a ostinarsi per questa strada. Non facevo che ripetere a Farquhar che il suo piano era folle, ma adesso non si può più tornare indietro. Dobbiamo renderci conto della nostra situazione. Ormai il Regno del Fuoco è completamente sotto il nostro controllo, senza contare che i reali, possessori legittimi del trono, si sono estinti. Dobbiamo far capire all’Imperatore che siamo stati noi a far andare avanti la vita del regno e a governarlo negli ultimi mesi. Senza contare che noi conosciamo bene il nostro popolo e siamo in grado di comprendere le sue esigenze.-

-Quindi state dicendo…- incalzò il Colonnello.

-Dobbiamo cercare un accordo, una tregua. Se ci rimetteremo ai poteri dell’Impero è probabile che ci sia permesso di mantenere il governo sul regno.-

-E se l’Imperatore non accettasse?-

-Dovremo continuare a combattere. Abbiamo solo questa opportunità. Manderò un messaggio al campo più vicino chiedendo di parlare con un loro portavoce.- Concluse, lisciandosi un baffo.

 

* * *

 

Un’ora dopo erano tutti lì nella tenda, alla luce della candela, che proiettava ombre sinistre e inquiete tutt’attorno.

Ulrich Xarke, Itam Larsen, Inka DeYong, Kara DeYong, Natrix Golem, il Capitano Lorenz Gendon e le loro ombre contro le pareti.

-Allora,- iniziò Ulrich, -sono quattro mesi che restiamo qui in mezzo all’esercito a fare gli scribacchini e io non ho intenzione di continuare a far ruggine. È ora di fare qualcosa di concreto.- I suoi compagni concordarono.

-La situazione qui nel Regno delle Nebbie è molto strana.- Disse Itam,

-L’esercito del Giglio era concentrato nella zona attorno alla capitale, la città di Khor, a un giorno di cammino da qui. L’esercito Imperiale è intervenuto con successo ed ora la zona è apparentemente deserta. Ma se i soldati erano asserragliati lì attorno significa che stavano proteggendo qualcosa. Sono sempre circolate strane voci su quella zona. I rapporti con l’Impero si erano incrinati da quando il re stesso era stato sospettato di stregoneria e di esercitare arti magiche proibite. Inoltre sembra che sia proprio da qui che provenissero le armate del Giglio, quindi non si trattava di un vero e proprio assedio. Comunque resta il fatto che ci sono delle presenze maligne molto potenti in quel castello. Per questo noi dobbiamo intervenire.-

Kara si intromise: -Volete dire che è stato Itam a convocare la riunione? Allora è proprio vero, Ulrich, che stai diventando vecchio!-

Ulrich la ignorò e chiese ad Itam: -Come sai tutte queste cose?-

-Era impossibile non avvertire una negatività tanto forte.- Rispose una voce femminile dall’entrata della tenda.

Tutti balzarono in piedi, esclusi Itam e Inka. Due donne si fecero avanti.

Quella che aveva parlato aveva lunghissimi capelli completamente bianchi, l’altra era bionda. Entrambe erano belle e luminose, come una giornata di primavera, ed era impossibile non riconoscerle: erano le due donne che avevano incontrato al Tempio del Sole, nel Regno del Deserto, Misha Bluand e la ninfa Sahama.

Misha sapeva che non era giusto mentire a Christopher, ma lui aveva già altri problemi a cui pensare e non aveva il tempo per preoccuparsi anche di quell’affare. Sahama era stata chiara: c’era qualcosa di pericoloso e potente nel Regno delle Nebbie e aveva bisogno di lei per vederci chiaro, non poteva fidarsi di nessun altro. Misha Bluand era la più grande esperta di magia bianca di tutto il Mondo di Luce, e forse l’unica che potesse essere degna di quel titolo. Così Misha non aveva esitato a partire.

Come Christopher aveva voluto, aveva portato con sé alcuni monaci e una scorta armata di tre uomini che l’avevano accompagnata fino al Regno del Tramonto dove si era incontrata con Sahama. Aveva lasciato monaci e soldati al Tempio del Sole da poco ricostruito e poi con la ninfa stessa si era diretta verso il Regno delle Nebbie, dove l’attendevano Itam e Inka.


2. Strategie di Guerra

 

 

 

Quattro mesi insieme, anche se in mezzo all’esercito, ma comunque da soli a dividere la stessa tenda, erano tanti e avrebbero significato qualcosa di più se non si fosse trattato di Itam e Inka. E non era perché i due fossero abituati a stare insieme, o perché le regole dei mercenari impedissero rapporti troppo stretti, non era perché Inka sapesse che sua sorella aveva un debole per Itam, non era perché Itam non provasse niente per Inka e viceversa, non c’erano preoccupazioni per la guerra che li inibissero o distraessero. No, non c’era nessun motivo per il quale loro due non dovessero innamorarsi.

C’era solo una cosa fra loro: un enorme vuoto abisso di rimpianto che circondava Itam isolandolo dal presente. Itam che non aveva ancora smesso di sentirsi in colpa per quello che era successo dieci anni prima, Itam che aveva ancora un profondo squarcio in mezzo al cuore.

Non era in grado di perdonarsi per la morte dell’Imperatore e di sua moglie, per la vita che avevano dovuto vivere i loro figli, e Misha: E poi perché lui sapeva di amarla disperatamente, eppure non aveva avuto il coraggio di tornare da lei, non aveva fatto assolutamente niente per dieci anni e il suo ultimo gesto, quello di dare ad Aska la pietra nera, e ora di cercare di aiutare Christopher a riconquistare l’Impero non erano sufficienti. Non bastavano a farlo sentire in pace con se stesso: avrebbe dovuto pagare col dolore per il resto della vita.

-Lo sai, sei un bugiardo.- Gli aveva detto Inka prima che si riunisse il gruppo.

Itam la guardò: -Di cosa stai parlando?-

-Avevi detto che volevi soffrire per tutta la vita per Misha e invece non ne hai nessun motivo: lei è viva, sta bene e sta venendo qui… e tu la ami ancora.-

Lui non rispose, distolse lo sguardo da lei, cercava di nuovo di allontanarsi. Inka proseguì: -Non sopporto di vederti in questo stato! In tutti questi mesi credi che sia stata bene vedendoti così? Dannazione! Itam, non hai nessun diritto di farmi sentire così!-

Itam si voltò verso di lei: stava piangendo. Si conoscevano da quasi dieci anni, e questa era la prima volta che la vedeva piangere.

-Ma non capisci?- Le rispose, -Io non ho nessun diritto di smettere di amarla! Non sarebbe giusto. Lei deve sapere che l’amerò sempre, almeno questo glielo devo! Perché dovrei darle anche questo dolore? Non ho già fatto abbastanza? Le devo ancora la vita di suo fratello!-

Inka gli diede uno schiaffo secco. Lui non reagì.

-Sei patetico! Itam, sono passati dieci anni! Di questo passo sarà lei a sentirsi in colpa per quello che stai passando tu!-

Itam guardò in alto, di nuovo in silenzio.

Lei fece per colpirlo una seconda volta, ma lui le afferrò il polso.

Inka si stupì, restando con gli occhi fissi su di lui e Itam finalmente la vide per quello che era: una donna.

Ma non riuscì neppure sta volta a lasciarsi andare.

-Ti prego, Inka, cerca di capire…-

-Lasciami.- Lui le stringeva ancora il polso, allentò la presa.

lei ritrasse il braccio con un gesto violento, poi gli voltò le spalle. Si asciugò le lacrime: -Non posso credere di aver pianto davanti a un uomo. Non succedeva più da… Sai, credo di non aver mai pianto davanti a un uomo!-

-Mi dispiace…-

-Ah, è così che funziona? Prima fai il danno e poi chiedi scusa. Beh, potevi dirmelo prima, avremmo evitato questa discussione scema.-

-Che?- Itam si irritò, -È così che la pensi?- La prese per un braccio e la fece voltare di nuovo verso di lui, fissandosi nei suoi occhi verdi che per via delle lacrime erano diventati più luminosi.

-D’accordo! Vuoi vedere davvero com’è un danno? Eccolo!- Le disse attirandola a sé e baciandola.

-E quando vedrò Misha le chiederò scusa, d’accordo?-

Inka rimase allibita e lo seguì con lo sguardo mentre usciva dalla tenda per immergersi nella nebbia.

Dopo qualche secondo gli corse dietro e si fermò all’entrata: -La sai una cosa?- gli gridò, -Tu sei pazzo! Sei veramente pazzo!-

Ma di lì a qualche giorno, quando finalmente arrivarono Sahama e Misha, Inka si rese conto che Itam era solamente un uomo oppresso dai suoi rimorsi e dal suo destino, e quel bacio, quell’unico gesto d’amore, gli era costato uno sforzo impensabile. Non l’aveva fatto per rabbia o per vendetta (o per pazzia), ma solo perché Inka non aveva nessun diritto di soffrire.

 

* * *

 

Mese IX, giorno 7

 

“In nome del nuovo esercito del Regno del Fuoco, di stanza nella capitale Rikos, chiedo che questo messaggio sia posto all’attenzione di un ambasciatore Imperiale tra le truppe accampate ai confini del nostro regno, nonché allo stesso Imperatore.

Sono il Generale Carlos Estez, in carica dal terzo mese dell’anno 665.

Sono al corrente dei fatti che stanno interessando l’Impero e desidero chiarire al più presto la mia posizione.

Il nostro è stato un colpo di stato interno, e anche se inizialmente ci siamo serviti dell’appoggio dell’esercito del Giglio, sotto la tutela e il benestare di Lord Zarkon, restiamo comunque estranei ai suoi piani espansionistici e di conquista.

Per tutto questo tempo, io e il mio esercito, abbiamo sempre agito per il bene del nostro popolo e mai e poi mai abbiamo rifiutato o compromesso l’autorità Imperiale su di noi.

Capirete anche Voi la delicatezza della situazione degli ultimi mesi, ma ripeto, noi abbiamo sempre agito solo e unicamente per il bene della nostra gente.

Dal momento che, se io venissi destituito, il regno si troverebbe preda del caos e senza un legittimo governante, chiedo semplicemente, e credo che converrete con me, il riconoscimento da parte dell’Impero del pieno dei miei poteri e della mia autorità sul regno, in modo da giungere a una tregua e ad un accordo pacifico.

Sarei ben lieto di riceve un ambasciatore qui a palazzo per approfondire la questione.

Porgo i miei più distinti saluti.

Generale Carlos Estez ”

 

-Non posso crederci! Che faccia tosta!- Esclamò Zack, -Hanno ucciso i reali, hanno appoggiato Zarkon e il Giglio e adesso pretendono che l’Imperatore riconosca la loro autorità!-

Jonathan rilesse di nuovo la lettera senza rispondere.

Nella tenda, seduti di fronte a loro, al tavolo, c’erano i tre ufficiali Maggiori di altrettante guarnigioni di soldati appartenenti ai regni limitrofi. Erano accampati nel Regno della Rosa, vicino al confine con il Regno del Fuoco.

-Allora, cosa possiamo fare?- Si risolse di dire Jonathan.

Uno dei tre ufficiali, quello del Regno del Deserto, gli rispose: -Innanzi tutto dobbiamo darne comunicazione all’Imperatore, e poi sarà lui a dirci se è opportuno acconsentire alla richiesta o lanciare l’assedio, nel frattempo uno di noi potrebbe presentarsi per negoziare.-

-Ci andiamo noi.- Disse Jonathan, guardando Zack, che annuì, -In qualità di ambasciatori Imperiali.

Nessuno si oppose, piuttosto gli ufficiali parvero sollevati da quella decisione, dal momento che sapevano che non era un viaggio da cui era garantito il ritorno.

Chiamarono uno scriba perché rispondesse ad Estez per fissare la data dell’incontro e poi preparasse il messaggio da inviare all’Imperatore insieme agli ultimi rapporti.

La pace si stava dimostrando ancora una volta sempre più dolorosa della guerra.

 

* * *

 

Mese IX, giorno 8

 

Inutile, Sheila non riusciva a trovare una spiegazione, non riusciva a capire cosa significasse quella premonizione.

Si riferiva a qualcosa di negativo che doveva accadere ai Custodi della Luce, questo era lampante, ma non riusciva a interpretare quei semplici versi: le funeste lune … i tre errori… ogni volta che cercava di concentrarsi, era come se la sua mente venisse portata lontana, come se qualcosa si frapponesse sempre fra lei e la rivelazione, lo stesso buio che nel suo sogno le nascondeva l’iscrizione, la stordiva, la confondeva.

Per questo Sheila era tornata al Tempio del Sole, sperava di potersi aiutare con i libri antichi e con l’influsso benefico e purificatore che avevano quelle candide mura.

Stava cercando informazioni approfondite sul Fiore di Luce, che si rendeva conto di conoscere così poco, nonostante tutto.

Si concentrò sui presagi di sventura: tre lune. Di solito le lune nelle leggende erano il simbolo funesto per eccellenza, ma potevano rappresentare qualunque cosa.

In questo caso “i maledetti” e “dove la notte eterna domina la terra” potevano anche riferirsi al Mondo di Tenebra. E poi c’era il continuo ripetersi del numero tre…

No, inutile, non era in grado di capire.

Iniziò a venirle un forte mal di testa e la sua mente allontanò ogni pensiero. Voleva solo tornare al castello. Doveva tornare al castello.

Stava per scendere le scale quando fu attirata da alcune voci che provenivano dal piano di sopra, dai laboratori di magia bianca.

Alcuni monaci con la veste gialla parlottavano tra loro davanti a una porta chiusa, a quanto pare, il Primo Monaco stava facendo un esperimento piuttosto impegnativo, forse addirittura pericoloso.

 

* * *

 

Lisa si concentrò, cominciò regolando il respiro: la cosa più importante era avere il pieno controllo di sé.

Davanti a lei, sul grande tavolo scolpito nel marmo bianco, era posto un libro molto antico, rilegato in cuoio color avorio e ricamato d’argento. Era aperto, e le pagine mostravano degli armoniosi caratteri argentati, una lunga formula per un incantesimo benefico.

Era un incantesimo di protezione contro i demoni.

Quello che aveva spinto Lisa a provare quell’esperimento erano stati i presentimenti che aveva avvertito in presenza di Sheila, quel qualcosa di oscuro e malvagio che sentiva di tenebre.

Con quell’incantesimo sarebbe stata più sicura della natura di quella minaccia.

Accanto al libro aveva preparato tutti gli ingredienti necessari, strani liquidi e strane polveri mescolate con prudenza in un’ampolla.

Aggiunse un’ultima goccia di un liquido trasparente, tendente all’azzurrino, e dall’ampolla iniziò a levarsi un filo di fumo che lentamente si propagò nella stanza fino ad avvolgerla completamente.

I monaci all’esterno sentirono l’eco del suo salmodiare, senza però capire quali parole stesse pronunciando, l’eco di una lingua antica e ormai morta che ritorna alla luce.

La formula era lunga e difficile e richiedeva molte energie. Lisa sentiva gocce di sudore gelido percorrerle la fronte e scivolare lungo i lineamenti del viso, ma il resto era tutto scomparso, come se la stanza si fosse dilatata, come se si trovasse in un luogo diverso e lontano nello spazio e nel tempo.

Il cuore iniziò a pulsarle più forte, si sentiva affannata, come se avesse fatto una lunga corsa.

“Cosa ci minaccia?” Pensò con intensità, “Qual è il significato del mio presentimento?”

Ad un tratto vide un’ombra, in mezzo al fumo, che era ormai denso come nebbia, era una creatura nera, una sagoma che sembrava umana, riusciva a distinguerne i contorni… Quell’essere era la minaccia? C’era qualcosa di strano nelle sue sembianze, nella sua figura, qualcosa di sbagliato…

Poi la sagoma sembrò sdoppiarsi… O forse no? Forse erano sempre state due?

Iniziava a mancarle il respiro, Lisa sapeva che non avrebbe resistito oltre. Il contenuto ancora liquido dell’ampolla era in ebollizione, lei non poteva vederlo, ma riusciva a sentirlo… Era come se anche il suo sangue ribollisse e mantenere la concentrazione era sempre più difficile, e sempre più doloroso… Si costrinse a tenere duro, almeno il tempo per scoprire un nuovo particolare… D’improvviso una luce scaturì tra le due figure, la luce di una stella viola… E poi Lisa raggiunse il suo limite. L’energia accumulata era troppa, le vene alle tempie le pulsavano in modo insopportabile, non avrebbe potuto reggere oltre, quella forza l’avrebbe devastata, doveva indirizzarla all’esterno, lontano dal suo corpo.

Raccolse le ultime energie che ancora restavano dentro di lei e spinse con ogni mezzo l’incantesimo fuori da lei. Via, distante. Via!

Il campo di energia esplose nella stanza tanto violento da sfondare la porta. I monaci che stavano nel corridoio furono spinti indietro e rovinarono al suolo. Anche Sheila venne travolta dallo scoppio e trascinata a terra tra il dibattersi delle tuniche gialle.

Nessuno si era fatto troppo male tra quelli investiti dall’energia, ma Lisa giaceva priva di sensi sul pavimento.

I monaci si apprestarono a raccoglierla e a portarla nella sua stanza dopo essersi accertati che stesse bene.

Sheila osservò la scena stravolta: che genere di incantesimo aveva scatenato una simile energia? La porta era andata praticamente in pezzi e i frammenti di legno erano sparsi per tutto il pavimento.

All’interno della stanza il fumo si andava pian piano dissipando.

L’ampolla di vetro era andata in frantumi e il suo contenuto era completamente evaporato. Il libro era ancora aperto, ma era appoggiato sul pavimento… il tavolo di marmo bianco si era completamente sbriciolato…

No, non poteva essere tutto merito della magia bianca.

Sheila si chinò ad osservare i delicati e raffinati caratteri che riempivano le pagine, ma per lei non avevano alcun significato, non aveva ancora abbastanza esperienza per essere in grado di leggerli, anche se negli ultimi mesi aveva studiato molto, anche se fino a poco tempo fa era convinta di riuscire a decifrarne almeno qualcuno…

Altri monaci giunsero sul luogo dell’incidente e furono sconcertati quanto Sheila da quello che videro. Si informarono subito sulle sue condizioni e poi iniziarono a rimettere in ordine, facendole capire, sempre con estrema gentilezza, che per quel giorno lo spettacolo era finito e sarebbe stato meglio per lei tornare al castello.

E in fondo era quello che voleva…

 


3. Nella Nebbia

 

 

 

Kara distolse lo sguardo dal mattino nebbioso e rientrò nella tenda.

-Si può sapere cosa stiamo aspettando? Perché non partiamo per Khor?-

-Non è ancora il momento.- Le rispose Misha, -Dobbiamo aspettare che Sahama ritorni.-

Lorenz scostò la tenda tornando a guardar fuori, Misha lo imitò.

Inka, Itam, Natrix e Ulrich, stavano seduti in silenzio attorno al tavolo su cui era stesa una piantina della capitale del Regno delle Nebbie.

-Eccola.- Sussurrò Misha con un contegno dettato dall’autocontrollo.

Quelli attorno al tavolo levarono la testa mentre Kara e Lorenz si sforzavano di distinguere la figura che si dirigeva verso di loro ritagliandosi uno spazio tra la nebbia bianca.

Sahama entrò nella tenda con passo leggero: -Mi dispiace di avervi fatto aspettare, purtroppo dovevo ricaricare i miei poteri per potermi di nuovo proiettare nel mondo esterno.-

-Sono passati dieci anni, eppure la maledizione è ancora così forte.- Osservò Misha amareggiata, -E tutto per colpa mia… Se solo non avessi…-

-Non è colpa tua.- La interruppe Itam. -Sappiamo benissimo tutti di chi è la colpa.-

-Di Arjanna.- Intervenne Sahama in tono piatto, mentre si sedeva con compostezza insieme agli altri, -Tutte le colpe del Fiore ricadono sulla stella del Tradimento. Ma Arjanna è l’unica che non aveva fatto proprio niente quella notte. Se ne è semplicemente rimasta in disparte. E quindi la colpa non è neppure sua. È stato solo il destino.-

Itam stava per replicare, ma Misha intervenne: -Non è prevista dalla tua stella l’espiazione delle colpe, Itam. Eravamo tutti troppo deboli, questa è la verità.-

Sahama proseguì: -Eravamo assenti e lontani. E tu Itam, avevi il potere più forte, o forse la volontà più forte. E quando un potere prevale, l’equilibrio si rompe.-

Ulrich e i suoi seguivano la discussione senza osare intromettersi, erano discorsi troppo lontani dalle loro orecchie.

-Ma è assurdo!- Ribatté Itam, rivolto alla ninfa: -Tu eri molto più forte! E anche Kaal!-

-Ma tu eri quello più vicino a Misha.-

-Ma Misha…-

-Ma io,- Rispose Misha, -ero una ragazzina fragile, ingenua e avevo paura, perciò il tuo potere ha prevalso sul mio, e poi io…-

Itam la interruppe, prima che finisse la frase, perché lei stava per dire che l’amava. -Ma Lehif e Lilian?- Piuttosto di sentire quella frase da Misha era disposto a tirare in ballo la sua colpa più pesante: la sua responsabilità per la morte della coppia Imperiale, -Lilian, l’Amore, era il mio opposto, perché non mi ha contrastato?-

-Te l’ho detto.- Ribatté Sahama, -Tu eri più forte.-

-Ma non è tutto.- Aggiunse Misha, -Lilian stava male, si era indebolita parecchio dopo la nascita di Isabelle e così anche il suo potere: le vostre due stelle erano le uniche che non avessero il supporto di un’opposizione latente. Sahama aveva Rasta e Kaal aveva Arjanna, ma gli equilibri erano stati alterati: l’abbandono di Arjanna ha fatto sì che Sahama e Kaal prevalessero. Anche se restava Rasta per equilibrare la metà oscura, non era sufficiente, il suo potere era troppo legato alla luce. Quindi rimanevi solo tu a contrastare tutti noi.-

-E come ho potuto? Eravate cinque contro uno!-

-No, non eravamo proprio niente. Eravamo troppo sbilanciati verso la luce, non c’era più equilibrio, le opposizioni si erano spezzate.-

-Appunto! È questo che non capisco! Se c’era tanta luce, come hanno potuto prevalere le tenebre? Non ha senso!-

Sahama cercò di essere più chiara: -È proprio questo il punto: c’era troppa luce e il destino la doveva compensare. È un concetto che sta molto al di sopra di noi, ma cerca di seguirmi, Itam. Chi erano i più forti della metà luminosa, secondo quanto ha detto Misha?-

-Tu e Kaal.-

-Infatti. E infatti siamo stati i primi ad essere maledetti. Sono state le Costellazioni a deciderlo. Eravamo troppo forti e per questo dovevamo “ridimensionarci”.-

-Ma il Fiore è stato rotto, dunque che senso ha avuto tutto quanto se i poteri sono andati persi?-

-Hai mai perso i tuoi poteri in questi anni?- Chiese Misha.

-No.-

-Infatti. La rottura del Fiore ha solo ridimensionato i miei poteri e quelli di Lehif.-

Itam strinse i pugni con una smorfia di dolore, ma doveva assolutamente dirlo: -Lehif, Lilian e Rasta sono morti. Dov’è questo equilibrio? Se ha prevalso il mio potere, se gli altri si sono indeboliti, dov’è l’equilibrio!?-

Misha non si scompose: -Tolti Lehif, Lilian e Rasta,- la sua voce si incrinò leggermente sui primi due nomi, -ristabilito l’equilibrio tra Sahama, Kaal e Arjanna, chi rimaneva?-

-Io e te.-

-Il tuo potere ha prevalso su di noi solo quella notte, finché Lilian e Lehif erano ancora vivi, e quindi c’era più luce a mantenere l’equilibrio. Ma poi tu mi hai salvata dall’influenza del demone, e quando il demone è tornato nel Mondo di Tenebra, allora siamo rimasti solo noi due. E sai perché il tuo potere non è prevalso su di me?-

Itam spostò lo sguardo verso il vuoto: -Perché ti amavo.-

-E quindi,- Concluse Sahama, -Qualunque cosa sia successa, non è successo proprio niente. L’equilibrio è rimasto ed esiste ancora.-

Itam rise: -In poche parole: per quanto ci sforziamo, noi non contiamo niente. L’equilibrio è inalterabile.-

-Sbagliato. L’equilibrio è fragilissimo. Le Costellazioni possono intervenire solo indirettamente, attraverso le azioni degli uomini. Ma gran parte di ciò che succede dipende da noi. Se Itam non avesse salvato Misha dal demone, sarebbe potuto succedere di tutto, anche la fine del mondo.-

-Ma ora non dipende più da noi quattro rimasti. Ci sono nuovi Custodi, sta a loro proteggere il mondo.-

-Però, c’è ancora una cosa che noi dobbiamo fare.- Disse Misha, -per questo ora siamo qui.-

 

* * *

 

-Secondo alcuni rapporti,- Disse Itam, -tutte le spie e gli osservatori mandati a Khor sono misteriosamente scomparsi nel nulla e l’esercito Imperiale non riesce a superare il bassopiano nebbioso che circonda la città.-

-Io credo che sia per via di un incantesimo di protezione. Tutta questa nebbia, sembra quasi innaturale.- Disse Misha.

Sahama osservò la pianta della città e disse: -È vero, una grande magia. Sono cinque le città più importanti per la loro grande concentrazione magica nel Mondo di Luce. Una è appunto Khor. Un’altra è la Città d’Oro. In ognuna di queste città c’è un centro energetico molto potente che risponde ai poteri del Fiore di Luce.-

-Come il Tempio della Stella Oscura al centro della Città d’Oro. O la Foresta Nera nei pressi di La-Shar.- Affermò Misha.

Sahama annuì e riprese: -Il Tempio della Stella Oscura era una specie di terreno di prova, dove abbiamo avuto un assaggio di ciò che può provenire dal Mondo di Tenebra.-

Tutti i vecchi Custodi avevano affrontato una delle prove così come era successo ai nuovi predestinati. Naturalmente, non tutti nello stesso periodo. Il loro, come per quelli precedenti, era stato un rinnovo graduale. Sahama era l’unica che non fosse stata sostituita e forse sarebbe rimasta in carica ancora adesso, all’età di centovenitsei anni, se il Fiore non fosse stato rotto.

-Vuoi dire che anche a Khor c’è un luogo simile a quelli che proteggono le pietre?- Chiese Itam.

-Non è proprio la stessa cosa.- Rispose la ninfa, -Ma qualcosa di simile, un luogo collegato col Mondo Oscuro. È questo che rende pericolosa tutta la zona. E noi dovremo scoprire di cosa si tratta.-

-Ma cosa possiamo fare noi contro la magia? Tu e Misha siete le uniche che hanno conservato dei poteri. Io il mio ormai l’ho perso…-

-Non basta solo la magia in questa impresa.- Rispose Sahama. -Se quello che sospetto è vero, avremo soprattutto bisogno di buone lame. È per questo che c’è bisogno del vostro aiuto.-

-Se c’è da combattere contro cose che si tagliano, potete contare sui miei uomini.- Affermò Ulrich, finalmente felice di poter entrare nella discussione.

-Ma cosa intendi dire?- Insistette Itam.

Sahama scostò la tenda e guardò fuori: -Oltre quella nebbia ci sono soldati in carne e ossa, con le loro spade e la loro sete di sangue. E soprattutto ci sono mutanti, un gran numero di mutanti. È il loro regno, non vengono da nessun altro luogo, è qui che sono nati. Loro non usano la magia.-

La ninfa spiegò che ciò che dovevano fare loro dieci era aprire la strada all’esercito. Dovevano scoprire cosa stesse succedendo nel regno e liberarsi dell’ostacolo che impediva la loro avanzata, in modo che potessero liberare la capitale com’era nei piani dell’Impero.

Ma cosa dovessero fare e come potessero riuscirci, restava ancora un mistero. In fondo erano in una posizione svantaggiosissima in partenza. Non avevano modo di avere alcuna informazione sulla disposizione delle forze nella città, le uniche notizie utili risalivano al periodo di regno dell’Imperatore Lehif, ma erano comunque scarse e vecchie di dieci anni. Qualunque cosa sapessero Zarkon e i suoi collaboratori, se l’erano portato nella tomba e tutta la documentazione, se mai era esistita, era scomparsa nel nulla.

Secondo gli archivi Imperiali, una pila sconfinata di scartoffie sepolte in uno scantinato che Misha e Sheila avevano avuto al pazienza di esaminare nei mesi precedenti, risultava che nel 655 il re era tale Gustav Dankfeld, salito al trono alla morte del padre quindici anni prima, sposato con Lady Mirna Chissà-cosa e aveva un figlio di nome Dorian.

Tutte le altre notizie riguardavano le sue ripetute assenze alle riunioni del Consiglio e ad altre evenienze, nonché la quasi totale mancanza di corrispondenza con l’Impero.

Sembrava che il re facesse di tutto perché l’Imperatore tenesse il più possibile il naso fuori dal suo regno.

Ma ora, a distanza di dieci anni, poteva essere ancora vivo e ancora in carica? E se no, c’era un nuovo re?

 

* * *

 

Mese IX, giorno 9

 

Il sole di fine estate sembrava divenire sempre più debole. I venti del Mare di Luce avevano portato sull’Isola Imperiale pesanti e turgide nuvole grigie.

Lisa, alla finestra, sentiva l’aria di pioggia di un imminente temporale.

-Prenderai freddo, sorella Lisa, ormai l’autunno è alle porte.- Disse un novizio, entrato nelle sue stanze per controllare la sua situazione. Anche se l’incantesimo l’aveva molto indebolita, ora si sentiva meglio e infatti era già in piedi: -Vedo che stai bene stamattina, ma dovresti mangiare qualcosa, vuoi che ti faccia portare…-

-No grazie, fra poco scenderò a mangiare con gli altri.-

Il monaco giocherellò con la tunica rossa, era ancora un ragazzino, da poco entrato al tempio, con i capelli corti scompigliati e il viso da bambino, non poteva avere più di tredici anni, era orfano e aveva vissuto per strada finché i monaci non l’avevano accolto fra le loro mura. Era un ragazzo sfortunato, ma volenteroso e di buon cuore.

Lisa gli fece un dolce sorriso, i nuovi arrivi la riempivano sempre di gioia. Il novizio stava per congedarsi, ma esitò e tornò sui suoi passi: -Sorella Lisa, ieri, mentre riordinavo con i miei fratelli il laboratorio, ho trovato una cosa e ho pensato fosse tua…- Estrasse dalle vesti un foglio ripiegato e si affrettò ad aggiungere: -Ho visto che c’era scritto qualcosa, ma non l’ho letto, ti assicuro, so di non essere ancora all’altezza…-

-Sei stato molto gentile a portarmelo, non credo sia mio, ma cercherò di capire chi l’ha perso.-

Il novizio glielo consegnò, fece un inchino e si congedò.

Lisa aprì il foglio, la grafia sembrava quella di una donna, era elegante, ma nervosa, come fosse stata scritta in fretta, con ansia.

Quando iniziò a leggere, le si gelò il sangue: era una profezia.

“Le tre lune che incombono sui Custodi della Luce

Presagi di sventura precedono le tre venute

Il ritorno dei maledetti e l’ascesa delle tenebre

Alla ricerca dell’unione e della separazione

Della rinascita e della distruzione.

La prima venuta portatrice di sangue

La seconda venuta portatrice di dolore

La terza venuta portatrice di tormento.

La forza delle ombre che soffocano il respiro

Le pene dell’espiazione che allontanano lo spirito

Il peso della luce che squarcia il materiale.

I tre errori fatali

Aprono il passaggio e portano la scelta

Dove la notte eterna domina la terra.

Il tempo è segnato, la ricerca è alla sua fine

Il vero potere è solo contro le funeste lune.”

Ma chi poteva averla persa?

 

* * *

 

Sheila si accorse di non avere più il foglio su cui aveva trascritto la predizione, ma subito questo pensiero la abbandonò, scivolando nei recessi della sua mente.

Non aveva tempo per pensare a questo, aveva cose più importanti da fare.

Raggiunse Christopher nella stanza che usava come studio e dove passava la maggior parte del tempo tra carte, rapporti, messaggi e comunicati. La porta era socchiusa, la spinse con delicatezza: -Posso?-

Christopher alzò la testa e sforzò un sorriso: -Vieni pure Sheila.-

Lei si avvicinò alla scrivania e si appoggiò con i gomiti, protendendosi per osservare le carte: -C’è qualche novità?-

Lui le porse un foglio e annuì: -Notizie dal Regno del Sole Rosso. Tuo fratello e Aska dicono di stare bene. L’esercito si appresta a muovere l’attacco contro la capitale… Vorrei poter essere lì con loro, ma…-

-Ma tu non puoi essere dovunque.-

-Potrei partire…-

-Non puoi lasciare il castello, lo sai anche tu, ci sono altre questioni da risolvere, devi delegare anche questa decisione. Gli ufficiali dei nostri eserciti alleati sapranno senz’altro gestire la situazione. Notizie dal sud?-

-Ancora niente, le truppe sono ferme sul confine con il Regno del Fuoco e…-

-Sto parlando di Isabelle. Ancora nessuna notizia da Hartfall?-

Christopher abbassò lo sguardo passandosi una mano tra i capelli, -No, niente. Dovremo aspettare ancora. Non so cosa pensare…-

-Non devi stare in ansia, non te la prendere con Isabelle, è impulsiva, ma non è una stupida. La conosco abbastanza da sapere che se la caverà.-

Lui tornò a guardare Sheila: -Grazie, non so cosa farei se non ci fossi tu, probabilmente mi sarei già messo a correrle dietro gettando all’aria tutto l’Impero.- Rise, -Sei davvero una buona amica e…- E lei era bella, bella sopra ogni cosa, in quell’istante se ne accorse chiaramente, si rese conto del potere che esercitava su di lui, di come ogni cosa di lei lo incantasse e lo stordisse, ogni gesto, ogni sguardo, ogni movimento e… Non finì la frase, non poteva, non ancora, come se ci fosse qualcosa dentro di lui che lo tratteneva e lo faceva sentire ancora lontano.

Sheila si accorse anche troppo di quella pausa eccessivamente lunga, così come si era accorta del suo sguardo su di lei.

Ma perché stava facendo una cosa del genere?

Voleva andare via, eppure non ci riusciva, si sentiva annebbiata, stordita e ogni volta che la sua mente cercava di correre e trovare un punto di riferimento si trovava a scontrarsi contro una parete di nero e di niente.

 


IV - LA PRIMA VENUTA

 

 

 

 

 

 

1. Risveglio

 

 

 

Mese IX, giorno 7

 

L’accampamento era silenzioso, si udiva solo raramente il camminare di qualche soldato di guardia. Tutto attorno i boschi erano scuri e addormentati. La zona era sicura e protetta, a mezza giornata di cammino dal confine del Regno del Sole Rosso.

L’esercito era composto principalmente da soldati del Regno della Stella, anche se era stata dura convincere il re a collaborare, e comunque questi aveva acconsentito ad inviare delle truppe solo dopo la notizia della liberazione del Regno delle Piogge.

Erano appena arrivate informazioni dalle spie inviate nel Regno del Sole Rosso, dov’era maggiore la concentrazione dei soldati del Giglio.

Nel buio della notte, l’unica luce era fornita da una candela poggiata su un tavolino di legno nella tenda di Atres. Questi rilesse di nuovo il messaggio, poi lo ripassò ad Aska. -Lo immaginavo: sono organizzati sotto la guida di un Generale e hanno preso il castello principale, non mi stupirei se reali ed esercito fossero stati sterminati.-

Aska lo guardò, negli ultimi mesi aveva scoperto di Atres una cosa che non si aspettava: aveva sempre creduto che i mercenari fossero freddi e senza scrupoli, invece lui aveva un grande senso dell’onore, non era un assassino senza cuore.

Avvicinò il foglio alla fiamma della candela e lo bruciò, per non rischiare che le informazioni cadessero in mani sbagliate, ormai l’avevano già memorizzato entrambi.

Il riverbero del fuoco si rifletté negli occhi di Atres, dandogli un che di sinistro, ma Aska ormai era abituata a quello sguardo.

-Da qui in poi procederemo molto più lentamente, ma non possiamo farci niente.- Disse lui, -Il nostro ruolo è solo quello di rappresentanti Imperiali, possiamo solo riferire ai messaggeri cosa succede, non possiamo prendere decisioni, tutto è nelle mani dell’esercito della Stella.- Si alzò in piedi, -Detesto questa guerra così lenta e silenziosa!-

Aska gli si parò davanti: -Preferisci gli scontri aperti, le battaglie, i morti?!-

-Non so più nemmeno io cosa preferisco! Ho venticinque anni, la prima cosa che ho preso in mano è stata una spada per difendere mia sorella. Siamo cresciuti per strada, l’unica cosa che importava per noi era rimanere vivi. E nemmeno allora sapevo perché. Vuoi sapere una cosa? Io non ho mai creduto in niente che non fosse una lama d’acciaio e diventare un mercenario era l’unico modo che conoscevo per mantenerci tutti e due. Ho passato la vita ad uccidere la gente e quando fai per tanto tempo la stessa cosa, o ti disgusta o finisce per piacerti, e se vuoi sopravvivere, deve piacerti per forza. Per noi è stata una fortuna lavorare per Zarkon, anche se Sheila veniva maltrattata da quel mago, almeno era al sicuro. E invece adesso…-

-Adesso ti ritrovi a combattere contro i tuoi ex alleati, ma è normale per un mercenario trovarsi in queste situazioni…-

-Non li ho mai considerati alleati, ho già ucciso alcuni di loro: è questo che… io sto cominciando a mettere in dubbio me stesso, non credo che sia questo il mio posto. È questo…- Si interruppe come se avesse perso le parole.

-Stavi per dire che è questo che ti spaventa, vero?-

Atres si irritò: -Come diavolo fai a sapere sempre quello che penso?-

-Non so come faccio, ma è così. Ho sentito quando quel demone ti ha quasi ucciso e adesso sento la tua insicurezza. E lo sai che per te è lo stesso.-

Atres non rispose, si passò una mano tra i capelli guardando nel vuoto, ma Aska era ancora lì davanti.

-C’è qualcosa in te che non capisco, però. Non so, è qualcosa che hai in fondo agli occhi che non mi permette mai di sapere cosa farai da un momento all’altro.-

Atres tornò a fissarla: -Questi sono davvero dei discorsi assurdi! Vorrei dirti che non ci credo, che sono solo fantasie, e la cosa che odio di più è che non posso perché non sarebbe la verità.-

-Credi di non essere abbastanza forte per questa situazione?-

-No, non è quello, non ho paura. Vorrei solo avere un motivo per fare quello che faccio.-

-Per tutti quelli che sono morti, per il nostro mondo, per la pace, per tua sorella…-

Lui la interruppe: -Per te.-

Aska si sorprese.

-Io lo farò perché me l’hai chiesto tu, va bene?-

-Devi farlo perché è giusto, non perché te lo chiedo.-

-Sono ancora un mercenario, lavoro su commissione. Non distinguo fra giusto e sbagliato.-

-E cosa vorresti in cambio per questo lavoro?-

-Mi basta sapere che Sheila sta bene, per il momento.- Rispose lui. Fece per voltare le spalle e uscire quando fu investito da un improvviso senso di vertigine, da un dolore bruciante al petto.

In un miscuglio di pensieri nebbiosi riuscì solo a rendersi conto di aver già provato un dolore simile, e che c’entrasse qualcosa un demone…

Si appoggiò con una mano al tavolo, improvvisamente si sentiva debole, il dolore lo investiva a ondate. Si sporse in avanti, con un impulso incontrollato, e vomitò un fiotto di sangue.

Aska si avvicinò allarmata: -Atres che ti succede?!-

Atres stramazzò al suolo.

 

* * *

 

Kris osservava il tramonto color porpora che si scioglieva nel fiume proprio come il sangue delle vittime di quell’assurda guerra.

Davvero un uomo solo era riuscito a generare tanta follia e tanta morte?

Un uomo che neppure la metà di quella gente aveva mai visto o ne conosceva anche solo il nome.

Erano appena arrivati nel Regno del Grande Fiume ed erano solo lui e Yuri sulla strada per il più vicino accampamento.

L’esercito era avanzato parecchio. Ma per ora attorno a loro c’erano solo il silenzio e il lento scorrere del fiume che dava al regno nome e sostentamento.

-Non mi piace.- Disse a un tratto Yuri.

-A cosa ti riferisci?-

-Non lo so, ma c’è qualcosa di strano nell’aria e non parlo della situazione del regno.-

Kris annuì: -Strani presentimenti, vero? D’improvviso mi è venuta voglia di tornare a Corte.-

-È dalla fine del mese scorso che non penso ad altro.- Era come un richiamo, un ronzio costante nella testa, come una voce in mezzo a una tormenta, attutita, debole, lontana.

-Prima dovremo comunque visitare l’accampamento ed esaminare la situazione, ora che anche il mio regno è sotto controllo, la zona a sud-est è a un passo dall’essere liberata.-

Il loro discorso venne interrotto bruscamente da delle grida che provenivano dal fiume. Entrambi si avvicinarono alla riva: c’era qualcuno in acqua, trascinato dalla corrente, che rischiava di affogare.

-In questo punto la corrente è forte.- Disse Kris, -E più avanti ci sono delle rapide.-

-Dobbiamo cercare di fermarlo.-

-Ho una corda. Vado più in là.-

Yuri annuì. Kris annodò la corda ad una delle sue frecce, fissando l’altra estremità ad un tronco. Incoccò e puntò ad un albero sulla sponda opposta.

Nel frattempo Yuri si liberò dell’ascia, delle borse e di alcuni indumenti e si tuffò in acqua, appena prima che la persona in difficoltà venisse trascinata in quel punto.

Riuscì ad afferrarla appena in tempo. Percorsero insieme alcuni metri fino alla corda lanciata da Kris.

Yuri si aggrappò con un braccio, lottando contro la corrente, nel frattempo anche Kris era sceso in acqua e ora lo aiutava a compiere il salvataggio.

Quando furono di nuovo sulla terra ferma, scoprirono che quella che avevano salvato era una ragazza, dalla pelle olivastra, con capelli e occhi neri, la caratteristica tipica del regno. Dai vestiti che indossava, si sarebbe detto appartenesse a una famiglia facoltosa.

-Vi ringrazio.- Disse tossendo e ansimando, -Credevo davvero che sarei affogata… Vi devo la vita…- Fece un profondo respiro, un nuovo colpo di tosse, poi proseguì: -Mi chiamo Adeline Dhikyoph… Come... come posso sdebitarmi?-

 

* * *

 

Quando Atres riaprì gli occhi, trovò di fronte a lui lo sguardo corrucciato di una ragazzina. Ricordò vagamente di averla intravista al campo, era la figlia e assistente del dottore. Era graziosa, forse un po’ pallida, aveva gli occhi di un nero intenso e i capelli, di un castano molto scuro, raccolti dietro la testa. E poi c’era qualcos’altro che Atres non riuscì a spiegarsi, non ebbe il tempo di capacitarsene, distratto dall’avvicinarsi di Aska: -Ti sei svegliato! Come ti senti?-

Atres si mise a sedere: -Io… sto bene… ma cos’è successo?-

-Neppure il dottore è riuscito a spiegarselo.- Rispose Aska.

-Comunque,- Si intromise la ragazzina, -per stanotte è meglio che resti qui.-

-Resterò anch’io, nel caso ci fosse bisogno…- Propose Aska, ma Atres la interruppe: -No, torna nella tenda, hai bisogno di dormire.-

-Ma…-

-Io sto benissimo, non ti preoccupare.-

Aska, senza altre questioni, uscì.

Rimasti soli, Atres chiese alla ragazza, mentre gironzolava indaffarata per la tenda del dottore: -Ehi, tu, come ti chiami?-

-Xandra. Xandra Fryas.-

-Sembri giovane per fare il dottore, quanti anni hai?-

-Diciassette, ma sono solo un’apprendista.-

Atres scosse la testa: -Per un momento ho avuto l’impressione di conoscerti. Non sei mai stata nel Regno della Mezzaluna o all’Isola Imperiale?-

-Io e mio padre veniamo dal Regno della Pianura. Forse mi avete visto qui al campo…-

La discussione fu interrotta da quattro uomini che irruppero insieme al dottore, trasportando un ferito.

Xandra tirò la tenda davanti al letto di Atres e si precipitò ad aiutare.

Atres sentì uno degli uomini riferire che si trattava di una delle loro spie e il dottore rispondere che le ferite erano profonde e in punti vitali e che non c’era più speranza. Dopo poco gli uomini uscirono, lasciandoli soli.

Atres cercò di addormentarsi, ma non riusciva a prendere sonno, era la prima volta dopo tanto tempo che dormiva senza fare la guardia ad Aska e si sentiva terribilmente stupido per quella sua inquietudine. Il malore che l’aveva colto sembrava essere l’ultimo dei suoi pensieri.

Ad un tratto sentì dei passi furtivi lì accanto. Si alzò e scostò di poco la tenda per osservare.

La luce lunare che penetrava da uno spiraglio gli fece distinguere la figura di Xandra. Era in piedi, accanto al letto del ferito agonizzante.

L’uomo si stava lentamente dissanguando o comunque presto le ferite sarebbero andate in cancrena e sarebbe morto tra atroci sofferenze. Sarebbe stato molto meglio per lui andarsene subito.

Xandra quasi inconsapevolmente, pose una mano sopra il petto dell’uomo.

Quel gesto provocò in Atres una strana reazione. Si sentì invadere da una sensazione di gelo, niente a che vedere con il suo malessere, fu come se qualcosa attorno a lui e dentro di lui si muovesse verso Xandra.

Bisbigliò strane parole:

-Il silenzio è mio compagno

dentro il buio dell’assenza

la distruzione è la mia forza

e dal nulla viene la Morte.-

Il corpo di Xandra reagì con un violento contraccolpo che si trasmise al moribondo. Quest’ultimo si tese, ebbe un’ultima convulsione, poi spirò.

Xandra perse immediatamente i sensi.

Per Atres tornò il dolore, sempre più acuto, sputò altro sangue.

Prima di cadere al suolo, una consapevolezza lo colse: “Io sarei dovuto morire quattro mesi fa, per mano di quel demone. Questo è tutto tempo regalatomi. Ma da chi?”

 

* * *

 

-Come sei caduta nel fiume?- Chiese Yuri.

La ragazza si guardò attorno leggermente spaesata: -Io, non so, credo di essere scivolata, ma è strano… è come se fossi stata spinta…-

-Ma cosa ci facevi da queste parti?- Si intromise Kris.

Lei esitò qualche istante, era fradicia e impaurita, non doveva avere più di sedici anni: -Beh… la verità è che…- Strinse i pugni come per darsi forza, -Io volevo lasciare il regno… andare all’Isola Imperiale…-

-Da sola?- Kris si sentì una specie di salvatore di ragazzine disperse, all’inizio c’era stata Kyra… ma forse Kyra, o meglio, Isabelle, era un’altra storia, loro dovevano incontrarla per forza. Eppure anche questo incontro sapeva molto di predestinazione…

-Il fatto è,- Spiegò lei, sempre seduta accanto alla riva, tra l’erba, -che mia madre non voleva che intraprendessi questo viaggio, perciò… me ne sono andata di nascosto…-

-Vieni.- Disse Yuri, -Ti portiamo all’accampamento dei soldati ad asciugarti. Ci spiegherai tutto dopo.-

-Ma…-

-Niente ma, ti abbiamo salvato e siamo responsabili della tua vita, quindi seguici.-

Percorsero tutto il tratto di strada in silenzio.

Yuri si comportava come chi sta facendo qualcosa anche se non vorrebbe, ma lo fa ugualmente perché è il suo dovere.

“È come essere in trappola,” Pensò Kris, “ma in fondo tutto il nostro destino è una trappola.” Ma questo era un pensiero adatto a chi non ha fiducia, quindi lo scacciò immediatamente. Per il momento doveva fare ciò che doveva e avere fede nel Fiore. Una grande fede.

Ora, davanti al fuoco, Adeline raccontò la sua storia: -Si tratta di mio padre. Mio padre è un ambasciatore, si chiama Gosek, Gosek Dhikyoph. Lui è partito cinque mesi fa per partecipare all’Alto Consiglio e parlare con l’Imperatore riguardo alla situazione del regno, e da allora non abbiamo più sue notizie… Io volevo solo andare a cercarlo…-

Yuri non rispose.

Era Kris quello con più tatto, quello che sapeva parlare alle persone: -Cinque mesi fa, il castello era in mano al nemico, non c’è modo di sapere se tuo padre sia arrivato a parlare con qualcuno, ma…- Ma a quest’ora poteva anche essere morto, conoscendo le abitudini di Zarkon, eppure questo non poteva dirglielo, cercò di sviare il discorso, -Ma tu, come sei arrivata qui? Non vivi nella capitale?-

-È stato Erin ad aiutarmi a lasciare la città. Lui è un soldato del Giglio, ma lui… è diverso…-

-Non risolveresti niente andando all’Isola. Delle persone che possono aver visto tuo padre allora, non c’è più nessuno. Forse qualcuno in prigione.- Si intromise Yuri. -Ora va a dormire. Troveremo un modo per riportarti da tua madre.

 


2. Scelte Sbagliate

 

 

 

Mese IX, giorno 8

 

L’ufficiale dell’esercito della Stella, con i gradi di Colonnello sulle spalle, gli occhi gravi, due fessure orizzontali, diede un rapido sguardo attorno a sé, osservando di sfuggita i suoi sottoposti, gli ufficiali degli altri eserciti e in un angolo del tavolo Atres, che si era ripreso e aveva voluto a tutti i costi lasciare la tenda del dottore, e Aska.

Era un ordine preciso dell’Imperatore che questi ultimi fossero sempre presenti alle riunioni in cui venivano prese decisioni importanti.

Era da poco spuntato il sole, la mattina era fredda e grigia, nell’aria c’era odore di pioggia.

Tutti erano silenziosi e seri, e alternativamente si guardavano tra loro per poi tornare a posare gli occhi sul cumulo di carte che sommergeva il tavolo.

Finalmente il Colonnello si decise, era l’ufficiale più alto in grado e spettava a lui aprire la seduta, quindi cominciò: -L’autunno si sta avvicinando inesorabilmente e per noi potrebbe essere un grande svantaggio. L’arrivo del freddo pregiudicherebbe ulteriormente la nostra posizione e andrebbe tutta a favore dell’esercito del Giglio, asserragliato nelle città principali. Non possiamo permettere al nemico di concedersi altri mesi di respiro. Nonostante tutti i nostri tentativi, non accennano alla resa. Perciò dovremo scendere in campo. Dovrà essere un attacco massiccio, fulmineo e simultaneo: colpiremo contemporaneamente tutti i punti di forza nemici senza concedere loro possibilità di fuga.- Spostò lo sguardo in cerca di approvazione verso Atres e Aska: dal momento che lo scambio di corrispondenza era lento e pericoloso, l’Imperatore era stato costretto a delegare ai suoi nuovi Consiglieri il potere di approvare o contrastare le decisioni prese dagli eserciti.

-Cosa si sa di preciso sulla loro organizzazione e sul loro fantomatico Generale?- Chiese Atres.

Il Colonnello si rivolse all’uomo seduto accanto a lui: -Maggiore, volete comunicare gli ultimi rapporti?-

Questi annuì e cominciò: -Le basi dell’esercito nemico nel Regno del Sole Rosso sono state localizzate in tre città. Attaccandole contemporaneamente si paralizzerebbe la loro possibilità di chiedere rinforzi. Il loro Generale si trova nel palazzo reale della capitale, finalmente siamo riusciti a individuare la sua identità: si chiama Arthur Norkam.-

Aska si irrigidì e fu sul punto di balzare in piedi. Atres la trattene per un braccio, stringendo tanto forte da farle male. Lei cercò di tornare padrona di se stessa.

Atres non aveva mai visto Norkam di persona, ma sapeva chi era e soprattutto sapeva cosa significasse per Aska.

Prima che il Maggiore potesse continuare la sua esposizione lo interruppe: -Vi chiedo scusa.- Si alzò in piedi tenendo ancora la ragazza per il braccio, mentre lei cercava di trattenere, oltre alla collera, una smorfia di dolore, -Noi dobbiamo ritirarci, continuate pure a organizzare l’attacco.- Quindi la trascinò fuori.

Gli ufficiali li osservarono quasi indignati: disinteressarsi così di una questione tanto delicata! Non avevano mai riposto grande fiducia in loro e soprattutto non vedevano l’utilità della loro presenza, erano solo due giovani totalmente fuori dall’ordine militare.

Attraversarono l’accampamento in silenzio, Atres trascinò Aska fin nella tenda, continuando a stringerle il braccio, poi la mise a sedere.

Si sedette davanti a lei e la guardò negli occhi: -Adesso puoi sfogarti.-

Sembrava che lei dovesse esplodere in urla o chissà cos’altro e invece si limitò a bisbigliare: -Arthur Norkam deve pagare per quello che ha fatto a me e alla mia gente. Una morte senza onore per mano mia è tutto quello che merita.-

-Devi renderti conto che non hai speranze di compiere la tua vendetta. La guerra si fa in tanti, non in due. Norkam verrà catturato e probabilmente giustiziato, se non morirà prima sul campo di battaglia.-

-Non è sufficiente un se. Deve morire per mano mia, è questo che dice il nostro codice. Ho giurato sulle anime della mia famiglia, lui pagherà.-

Atres guardò nel vuoto: -E come pensi di riuscirci?-

-Ora che so dov’è, andrò a prenderlo.-

-È una pazzia. Ti uccideranno.-

-Ma Norkam sarà già morto quando mi troveranno.- Abbassò lo sguardo: -Il nostro esercito attaccherà presto marciando di notte, mentre saranno in avanzata potrò raggiungere il castello. Con il mio potere arriverò nelle sue stanze senza che nessuno si accorga di me, e allo stesso modo potrò uscire. Senza Generale saranno spiazzati: aiuterò anche questa guerra, per il bene del mio Regno.-

-E se qualcosa andasse storto?-

-Sarà solo il destino.-

Atres si avvicinò a lei e le tirò su la manica fino a scoprire un livido rosso-violaceo: -Ti ho fatto male.- Non era una domanda e Aska non rispose.

Lui prese una pezza, la bagnò nel secchio d’acqua accanto al tavolo e gliela posò sul livido: -Mi dispiace, avevo paura che dicessi qualcosa davanti a quei tipi… È meglio che loro pensino solo a vincere la guerra.- Tornò a fissare la ragazza: -Hai mai ucciso un uomo?-

-No.-

-Credi di esserne in grado?-

-Ne ho feriti molti.-

-Non è la stessa cosa.-

-Devo farlo.-

Lui scosse la testa: -Non ti lascerò andare da sola, verrò con te. Adesso è il mio turno.-

 

* * *

 

Un fruscio nell’erba, passi veloci immersi nella notte fredda, il respiro che si condensava nell’aria. Un balzo in avanti, una mano sulla bocca e una stretta dura attorno al collo.

Venne trascinato all’interno di una tenda, dove qualcuno accese una candela.

-Chi sei e cosa ci fai qui?- Lo interrogò Yuri, scaraventandolo a terra.

Era un ragazzo dai capelli scuri, sui vent’anni, forse meno. Gli occhi azzurri tradivano la sua provenienza: era uno straniero.

Kris poggiò la candela sul tavolo e si sedette davanti a lui: -Allora?-

Il ragazzo esitò, ma poi rispose: -Mi chiamo Erin Lamar, io stavo solo cercando una mia amica…-

-Erin!- Esclamò la ragazza entrando nella tenda. Era stata svegliata dalle loro voci.

-Adeline!-

Lei gli si gettò tra le braccia, sotto gli sguardi sorpresi di Kris e Yuri.

-Che ci fai qui Erin?-

-Ti ho cercata quando ho saputo che eri sparita. Ti ho vista quando ti hanno tirata fuori dal fiume e allora vi ho seguiti. Sei un’incosciente! Perché te ne sei andata da sola?-

-Non per farmi gli affari vostri,- Si intromise Yuri, -Ma se non sbaglio, il ragazzo è un soldato del Giglio. Se lo trovano qui lo faranno fuori.-

Adeline rabbrividì. -Vi prego, lasciateci andare via.-

-Andare dove?- Chiese Kris.

-La riporterò a casa.- Rispose Erin.

Yuri si avvicinò a lui: -Casa sua, la capitale, se non sbaglio è ancora sotto l’assedio dei tuoi compagni.-

-Noi non stiamo più in città, ma in un villaggio di rifugiati.- Intervenne Adeline, -Ve l’ho detto, lui ha aiutato me e mia madre a lasciare la città.-

Yuri non staccò lo sguardo dal ragazzo: -Perché l’hai aiutata?-

Lui esitò, leggermente imbarazzato: -Perché… perché la amo!-

-Un soldato non dovrebbe disertare per una donna. Potrebbero giustiziarti per tradimento.- Ribatté Yuri.

-Non mi importa.- Rispose Erin con sicurezza.

-Davvero? Allora facciamo un accordo: vi aiuteremo, ma ci dovrai qualcosa in cambio.-

-Sarebbe?-

-Indicarci le basi del tuo esercito.-

-Ma questo è assurdo!-

-Cosa ci trovi di tanto assurdo? L’hai già tradito una volta.-

Kris intervenne: -Sei davvero d’accordo con ciò che ha fatto il tuo esercito? Hanno ucciso tanti innocenti e fatto soffrire molte persone. Sei anche tu come loro? Adeline dice che tu sei diverso. Dimostralo.-

 

* * *

 

La notte era scura e senza luna.

La marcia dei soldati sarebbe durata fino all’alba, perciò Atres e Aska erano partiti in anticipo, in modo da arrivare al castello un attimo prima dell’attacco.

La struttura del palazzo, al buio, appariva quasi grottesca, quando invece di giorno brillava per la sua armoniosità ed eleganza in un gioco di linee ricurve e sculture raffinate. Era circondato da una cinta di mura non eccessivamente alta. I soldati la vigilavano immobili come statue nella luce incerta delle torce.

Aska si concentrò: oltre quelle mura c’era un usurpatore che aveva sterminato e soggiogato la sua gente, assassinato la sua famiglia e abusato di lei. Questo pensiero bastò a darle la rabbia necessaria, l’odio necessario.

Sibilò: -Ombra.- Mentre Atres lì accanto avvertiva tutto il suo potere che sembrava sempre più forte, che sembrava allontanarla da lui con maggiore insistenza…

Le torce si spensero, i soldati esitarono, disorientati, prima di riaccenderle.

Aska e Atres lanciarono le corde con i rampini e si arrampicarono sulle mura per poi calarsi dalla parte opposta.

Proprio come aveva detto lei, sarebbe stato facile entrare.

Percorsero il grande parco che, attraverso la difesa del potere di Aska, appariva come un ammasso irregolare di figure più buie su figure meno buie. Si avvicinarono a una delle guardie del portone d’ingresso e gli sfilarono la chiave, entrando senza che nessuno si accorgesse minimamente di ciò che succedeva, tutti avvolti da uno stato di torpore e confusione, quasi soffocamento.

Quando furono all’interno, Aska si fermò un istante, per riprendersi, e la stella nera scomparve dalla sua guancia. Non aveva mai dovuto mantenere attivo il suo potere per un lasso di tempo tanto lungo, eppure non si sentiva eccessivamente stanca. Ma si era resa conto di quanto quel potere fosse cresciuto negli ultimi mesi.

-Adesso come troviamo Nokam?- Chiese Atres.

-Potrebbe essere nelle stanze reali, ma il castello è grande, dovremo… chiedere a qualcuno.-

 

* * *

 

“Lo sento. Il suo battito di cuore che si avvicina. Lo sento e aspetto. Aspetto che venga il momento, quell’attimo fatale in cui la sua vita si intreccerà con la mia. La morte e il sangue sono il mio nutrimento. Basterà solo il suo errore. Io so, conosco i suoi pensieri. So già che lo commetterà. Ha deciso ormai, non perché sia una cosa giusta, ma lo farà perché è il destino che ha deciso il mio ritorno. E niente mi potrà fermare.”

-Niente ti potrà fermare.- Rispose Eterna.

 

* * *

 

Atres, con movimenti furtivi si acquattò alla parete in attesa che passasse la guardia. Aveva sentito i suoi passi avvicinarsi. Quando fu abbastanza vicina, balzò fuori e l’afferrò alle spalle stringendogli un braccio attorno al collo. Il soldato cercò istintivamente di divincolarsi, ma Atres gli mostrò la lama della spada invitandolo a desistere.

Aska lo interrogò: -Dov’è Arthur Norkam?-

La guardia non rispose.

-Ti conviene parlare. Non credo che il Generale piangerà la tua morte.- Lo minacciò Atres.

Il soldato si ostinò nel suo silenzio. Allora Aska gli poggiò una mano sulla fronte. Atres vide riapparire la stella nera, la ragazza parlò con estrema tranquillità, ma lui sapeva quanto questo fosse in contrasto con i suoi moti interiori. -Forse non hai capito la mia domanda: dov’è il Generale Arthur Norkam?-

Atres sentì il corpo del soldato contrarsi e rilassarsi, a ondate successive quando Aska faceva maggiori pressioni, ma poi l’uomo inspiegabilmente parlò, indicando loro la strada, quindi si accasciò tramortito.

-Sta dormendo. Non si ricorderà neppure di noi.- Spiegò Aska.

Atres lo lasciò cadere a terra.

 

* * *

 

“Siamo sempre più vicini. Non può immaginare che la sua vita è a un punto cruciale, eppure in qualche modo lo sa, lo sa ma non gli importa, è per questo che ha deciso di commettere l’errore. Anche se sotto c’è qualcosa di più grande che neppure io mi so spiegare.”

-Non puoi spiegarti ciò che non conosci.- Rispose Eterna.

“Di cosa stai parlando?”

-Sto parlando della Luce e di ciò che racchiude in sé.-

“Non c’è luce in loro, sono nella metà oscura del Fiore.”

-La Luce è nella vita.-

“Non c’è vita in lui, il destino l’ha scritto.”

-In tutti c’è vita, in tutti quelli che stanno da questa parte.-

“Sarà ancora per poco. Adesso è il mio turno.”

 


3. Il Primo Errore

 

 

 

Atres ebbe quasi l’impressione di aver scorto una figura negli angoli bui dei corridoi, qualcosa di decisamente fuori posto… Poteva essere solo uno scherzo dell’immaginazione?

Si scrollò di dosso quel pensiero e continuò a seguire Aska che era più che mai determinata nel portare a termine il suo intento.

Il soldato aveva riferito che il Generale alloggiava nelle stanze all’ultimo piano, nella parte più alta del castello, da dove poteva dominare tutta la città.

Aska ricorse di nuovo al suo potere e i due riuscirono a passare inosservati davanti alle guardie lasciando, come unico segno della loro presenza, gli uomini scossi da brividi di gelo e inquietudine.

Provarono nella stanza da letto, ma Arthur non c’era. Era quasi l’alba, non era difficile credere che fosse già in piedi. Lasciarono gli appartamenti privati e presero uno stretto corridoio: lungo le pareti erano accese delle torce, segno che qualcuno era passato di lì, non c’era altro motivo per tenerlo illuminato altrimenti.

Alla fine del corridoio si trovarono di fronte una porta socchiusa.

Aska ebbe la certezza che lui fosse lì dentro e Atres ebbe l’impressione che non fosse solo. Ma era solo.

La ragazza mise la mano sull’impugnatura della spada che aveva appesa al fianco, una di quelle che facevano parte dell’arsenale dell’esercito Imperiale, gliel’aveva consegnata Christopher stesso prima di partire.

La estrasse dal fodero con un movimento lento e fluido, se la fece passare davanti agli occhi, e in quel momento Atres scorse il riflesso di tutto il suo odio, il suo sguardo era infiammato ma vuoto, lo sguardo di qualcuno che aveva intenzione di andare fino in fondo a qualunque costo.

Aska riabbassò la spada lungo il fianco, puntandola contro il pavimento, poi con l’altra mano spinse lentamente la porta.

La stanza era illuminata dalle torce e dal braciere centrale che riscaldava l’ambiente, un ambiente piuttosto spoglio, non fosse stato per i mobili bassi lungo le pareti e un grande stendardo con lo stemma dell’esercito del Giglio, appeso dietro alla scrivania dove sedeva il Generale.

Un uomo sulla trentina, con i capelli scuri e un volto impenetrabile, stava esaminando alcune carte.

Era così come Aska lo ricordava, spietato e senza scrupoli, una faccia che non sembrava in grado di produrre nessuna qualsiasi espressione e due occhi scuri che mettevano paura. Teneva sempre la compostezza di una statua di marmo.

Quando sentì la porta aprirsi, Arthur Norkam sollevò lo sguardo: -Chi è la?-

Ma non appena vide la sagoma di Aska con la spada in mano, balzò in piedi incredulo: -Tu? Che ci fai qui? Sei impazzita... o ti sono solo mancato?-

Aska lo interruppe: -Il mio nome è Yoruki Aska, figlia del Gran Maestro Yoruki Zei. Arthur Norkam, io sono qui per la mia vendetta.-

Tagliò l’aria con un gesto secco, poi si mise in posizione, con la spada in orizzontale sopra la testa: -Morirai!-

Arthur fece un sorriso tagliente e si avvicinò: -È solo per questo che sei tornata? Tuo padre era il proprietario di questa splendida arma, vero?- Disse estraendo dal fodero la spada ricurva degli Yoruki, era ancora lucente, perfetta e terribilmente affilata. -Ragazzina, devo ammettere che mi sono divertito con te, ma non ho nessun problema ad uccidere una femmina, se rivuoi la tua spada sarò ben felice di infilartela nelle viscere…- Guardò Atres: -E il tuo amichetto che ci fa qui? È venuto a raccogliere i tuoi resti o vuole farti compagnia?.-

-Mi chiamo Atres Shaysjh’yar, un tempo io e te avevamo un amico in comune, Lord Zarkon, prima che una ragazzina come questa lo arrostisse...- Disse Atres, -Comunque, il motivo per cui sono qui è impedire a questa femmina di farsi ammazzare.-

Aska si voltò verso di lui sorpresa, ma non ebbe il tempo di aprire bocca, perché Atres, con un gesto secco e preciso della mano, la colpì alla base del collo. Lei rimase per un istante senza fiato, poi si abbandonò e svenne tra le sue braccia.

Atres la poggiò in disparte, contro la parete. “Oltre a un forte mal di testa, quando si sveglierà sarà incavolata nera…” Pensò, poi estrasse la spada.

Arthur lo guardò senza capire: -Qual è la tua intenzione? Fare la parte del cavaliere senza macchia o vuoi solo arruolarti nel mio esercito?-

-Hai sentito cos’ha detto lei.- Rispose Atres freddamente. Non faceva il nome di Aska, come se avesse paura di sciuparlo, ma forse era solo perché voleva che lei ne uscisse pulita. -Sono qui per farti fuori. Anche se quello che ti farò io non si avvicina minimamente a quello che tu hai fatto a lei.- Di nuovo ebbe l’impressione che nella stanza ci fosse qualcun altro.

-D’accordo. Vediamo se ci riesci.- Lo sfidò Arthur e puntò la spada verso di lui.

Atres attaccò per primo: -Ho già fatto fuori il tuo ex Capitano, come si chiamava… Rutherkann? Fossi in te non riderei.-

Arthur parò il colpo: -Non posso che ringraziarti, allora, Rutherkann era uno smidollato, l’avrei fatto fuori io stesso se avessi avuto l’opportunità.-

-E perché non glielo racconti quando sarai all’altro mondo?-

Arthur si difese di nuovo, i fendenti di Atres erano velenosi e rapidi, come riflessi istintivi. Ce l’aveva nel sangue.

-Devo ammettere che sei in gamba, bamboccio.- Commentò il Generale, e poi rispose all’attacco con una sferzata all’altezza del collo, alla quale Atres sfuggì per un soffio, abbassandosi appena in tempo e respingendo la lama con la sua. Fece un balzo all’indietro per guadagnare più spazio. Scorse con la coda dell’occhio un movimento alla sua sinistra, ma non ebbe il tempo di accertarsi di cosa si trattasse perché Arthur era tornato alla carica.

Per quanto abile potesse essere, Aska non ce l’avrebbe mai fatta contro un avversario come lui, così freddo e preciso.

Durante lo scontro si spostarono lungo la stanza e ruotarono di quel tanto che bastava da far avere ad Atres una visuale completamente aperta sul lato dove aveva scorto il movimento poco prima. Non si era sbagliato, c’era davvero una quarta persona nella stanza, era una donna…

Approfittando della sua distrazione, Arthur riuscì in un affondo. La spada era talmente affilata da trapassare la cotta di maglia di Atres e trafiggergli le carni. Atres strinse i denti, si ritrasse per riguadagnare spazio.

Ma perché non riusciva a concentrarsi nello scontro? È vero, lui non aveva nessun motivo per uccidere Arthur, ma non era mai stato un problema per lui, era abituato ad uccidere per conto di altri. E in questo caso si trattava di Aska. Avrebbe potuto lasciare che risolvesse lei stessa questa situazione, ma sapeva benissimo che non l’avrebbe lasciata andare da sola. Era un mercenario, ma aveva anche una sorella, perciò sapeva cosa significasse proteggere chi gli stava vicino.

Poi c’era qualcos’altro dentro di lui che l’aveva spinto a fare una cosa del genere. Lui doveva uccidere.

Ignorando il dolore e il sangue che iniziava a sgorgare da sopra la cintura, scartò rapidamente sulla sinistra lasciando che un nuovo colpo dell’avversario andasse a vuoto e lo sbilanciasse. La spada di Yoruki era diversa da quelle usate nell’ovest, era curva, affilata solo da un lato e più leggera, e Arthur non era riuscito a padroneggiarla alla perfezione. Atres aveva notato immediatamente che metteva troppa forza nei suoi colpi e approfittò di questo suo punto debole: nella frazione di secondo che Arthur impiegò per rimettersi in equilibrio, Atres lo colpì al braccio facendogli cadere l’arma.

Il Generale non cambiò assolutamente espressione, rimase marmoreo, con il braccio che gli scendeva lungo il fianco e il sangue che gocciolava sul pavimento. Atres vide il ritmico abbassarsi e sollevarsi del suo petto al tempo della respirazione, che si era fatta affannosa, e scorse una goccia di sudore che gli scendeva lungo la tempia.

Arthur sapeva che il duello era finito e sapeva che Atres non avrebbe avuto pietà. Non c’era neppure la possibilità di chiamare rinforzi. In quella parte del castello nessuno poteva sentirli.

La lama di Atres, sporca del suo sangue, era puntata contro il suo petto. Arthur non indossava l’armatura, era senza protezioni e sapeva che non avrebbe potuto spostarsi, non sarebbe mai stato abbastanza veloce.

Atres lo spinse all’indietro finché non fu con le spalle alla scrivania, la spada sempre puntata al centro del petto.

Lo sguardo di Atres si fece più gelido, completamente vuoto, ma anche completamente diverso da quello che aveva avuto Aska entrando.

E per la prima volta nella sua vita, Arthur ebbe paura. Non la paura di essere trafitto, ma una pura e folle paura per l’assenza che lesse nello sguardo di Atres, tutto il vuoto e il gelo della morte, non per mano di un uomo, ma di una forza superiore, la morte per mano della Morte stessa.

Fu sul punto di perdere il senno, fu sul punto di urlare, se solo Atres avesse parlato, se avesse dato un segno di essere un vivente…

Ma Atres rimase immerso nel suo silenzio, come se attorno a lui non ci fosse niente.

Portò l’altra mano all’impugnatura della spada per aiutarsi nella spinta, poi affondò.

 

* * *

 

-È fatta.- Disse Eterna, -Il primo errore è commesso.-

 

* * *

 

Mese IX, giorno 9

 

Le spire della notte la avvolgevano togliendole fiato e coscienza, sprofondandola in un denso abisso di oblio.

Era una sensazione forte, quasi opprimente, era così dolce il riposo lontano dalla luce, era un esilio quasi di eterna morte…

Insistentemente delle mani la strapparono dal profondo di quel nero e una voce la riportò al presente e all’essere.

-Svegliati!-

Aska aprì gli occhi e si guardò intorno, subito fu colta da un’intensa e istantanea scarica di dolore alla testa.

A giudicare da un primo sguardo si trovava nella stanza di una casa, circondata da vecchie pareti di legno. Era stesa su di un materasso lacero e altro non c’era se non qualche ragnatela e un piccolo fuoco che ardeva nel braciere rettangolare al centro della stanza.

-Ce ne hai messo di tempo a tornare.- Aggiunse la stessa voce di poco prima, completamente piatta, atona.

Aska spostò lo sguardo sulla persona che stava seduta accanto a lei.

Era una donna piuttosto giovane, dai capelli nerissimi e gli occhi verdi, aveva un che di sinistro nella sua espressione fredda e assente.

-Chi sei tu? E dove sono? Che è successo?-

-Mi chiamo Shen, sono quella che vi ha tirati fuori dal castello.-

Il ricordo della notte precedente le tornò come uno schiaffo: -Dov’è Atres?-

-Sono qui.- Disse lui entrando, leggermente zoppicante, premendosi una mano sul fianco, -Come va la testa?-

-Si può sapere cos’è successo? E tu, sei ferito?-

-È solo un graffio...- cercò di spiegare Atres, -Io ho…-

-Lui ha ucciso Arthur Norkam.- Finì Shen per lui.

Atres le mostrò la spada ricurva che era stata di suo padre.

-Tu mi hai tramortita…- Fece mente locale Aska, poi balzò in piedi, ignorando il mal di testa lancinante, e si mise di fronte ad Atres gridandogli: -Come hai potuto?! Toccava a me far fuori Norkam! Era per l’onore della mia famiglia!-

-E che importanza vuoi che abbia ormai? Lui è morto. È finita.-

Aska non fu in grado di reagire, non aveva previsto una cosa del genere, era preparata solo a due possibili esiti: lei che uccideva Arthur o Arthur che uccideva lei, e invece adesso… Cercò di tornare padrona di sé stessa: -Non ho ancora capito chi è lei.-

-Era una delle schiave di Norkam, ci ha fatti uscire dal castello e ci ha condotti in questa casa abbandonata, fuori città. È iniziata la battaglia, il nostro esercito ha attaccato la capitale.-

-E noi che facciamo qui?-

-Aspettiamo.- Rispose Shen, -Aspettiamo che sia tutto finito.-

Aska rabbrividì e andò alla finestra, guardò la campagna cercando di capire se si trovasse in un luogo conosciuto, ma non vide nulla di familiare. Eppure quello era il suo regno.

Un’ondata di gelo intenso le si propagò nelle vene, era una sensazione sgradevole, ma allo stesso tempo l’affascinava.

-Atres. Vorrei parlarti da solo.-

Shen capì al volo e si spostò in un’altra stanza.

Atres si appoggiò alla parete con una smorfia, era piuttosto pallido, segno che aveva perso molto sangue.

-Adesso vuoi dirmi perché?- Continuò Aska.

-Non sei l’unica ad avercela con l’esercito del Giglio.-

-Non mentire.-

-Eri troppo arrabbiata, non saresti riuscita a batterlo.-

-E a te cosa importa? No, c’è dell’altro.-

Atres fece un sospiro e si arrese: -D’accordo, la verità. Per la prima volta non l’hai capita da sola? Io… Non volevo che ti sporcassi le mani con quel tipo, non saresti stata più la stessa…-

Aska non rispose, si avviò verso la porta: -Torniamo all’accampamento. Non abbiamo più niente da fare qui.-

Un lampo squarciò il cielo e iniziò a piovere. Il clima e il tempo avevano spostato le grandi piogge dal Regno della Stella a quello del Sole Rosso. Avrebbero dovuto aspettare che il temporale passasse, o comunque si calmasse, ma Aska era irremovibile, pioggia o non pioggia sarebbero usciti da quella tana per topi.

L’acqua scrosciava con insistenza lavando via i contorni delle case, le strade erano deserte, il cielo era tormentato e dilaniato da lampi e tuoni, come se qualcuno avesse spalancato le porte degli inferi.

Shen non sembrava curarsi di tutto ciò, si guardava attorno con occhi piatti e distanti.

Aska la ignorava procedendo silenziosa sotto il mantello inzuppato, era evidente la sua collera.

Atres spostò lo sguardo da lei a Shen: era bella in modo inquietante, non aveva l’aspetto di una schiava, non aveva l’atteggiamento di una persona abituata ad essere sottomessa.

Aska notò per un secondo l’intensità con cui lui guardava la nuova venuta e questo servì solo ad acuire la sua rabbia. Era perché Atres l’aveva tradita o solo perché si stava allontanando da lei? Era cambiato qualcosa da quando l’aveva conosciuto, di certo, ma ora più che mai lui sembrava chiudersi in sé stesso. Perché l’aveva tramortita, perché non l’aveva fatta assistere alla morte di Arthur? Lui l’aveva tagliata fuori, e questo la spaventava a morte.

-Ma quello è…- La voce di Atres fu appena udibile tra lo scrosciare.

Aska seguì il suo sguardo e intravide una figura in nero scivolare in mezzo ai vicoli. -È un soldato del Giglio!- Esclamò.

-Non dovrebbe trovarsi qui.- Disse Atres, -Seguiamolo.-

Il soldato voltò in una stradina, si guardò velocemente attorno ed entrò in una capanna diroccata.

-Una base segreta?- Si domandò Aska.

-A quanto pare l’attacco a sorpresa non ha dato il tempo all’esercito di informare tutti i distaccamenti.-

-Quanti saranno?-

-Andiamo, informeremo l’accampamento della loro posizione.-

-Dobbiamo fare un sopralluogo.-

Atres era riluttante: -Non é prudente…-

Aska lo afferrò per il collo della giubba: -Basta con i favoritismi. Questa volta non mi fermerai.- La stella nera iniziò a brillare sulla sua guancia.

Aska era fuori di sé. Cosa aveva intenzione di fare?

Usare il suo potere contro Atres?

Cosa sarebbe successo se lui avesse cercato di dissuaderla, se avesse voluto impedirle di fare di testa sua?

 

 


V - LA FORZA DELLE OMBRE

 

 

 

 

 

 

1. Forze Oscure

 

 

 

Lisa osservò il cielo nuvoloso mentre la luce del giorno iniziava ad affievolirsi. La sua mente era tormentata dal pensiero della sua visione.

Cosa significavano quelle sagome nere che aveva scorto? E quella luce viola, era la stella di Sheila?

E poi adesso c’era la profezia: era chiaro che un pericolo incombesse sui Custodi, i segni erano molto più numerosi del necessario.

La prima domanda a cui rispondere era: a chi apparteneva quel foglio, chi l’aveva scritto? Non poteva trattarsi di uno dei monaci, i monaci non avevano mai avuto a che fare con le profezie, questo era il campo di Eterna, ma non era lei a scriverle. Sapeva chi avesse questa facoltà nel Mondo di Luce, ma non avrebbe potuto essere capitato lì di sicuro, e certamente il foglio non era caduto dal cielo. L’unica persona, oltre a lui, abbastanza potente da ritrovarsi per le mani una profezia, era uno dei Custodi del Fiore. E, considerando che doveva trattarsi di qualcuno che era stato al tempio di recente, questo restringeva il campo dei sospetti unicamente a Sheila.

E per questo Lisa era terribilmente spaventata, perché Sheila aveva a che fare con qualcosa di veramente grande e veramente pericoloso. Ma era stato il destino a far capitare quel foglio proprio sul cammino di Lisa, perché era in suo dovere interpretarlo e mettere in guardia i Custodi sul pericolo che li minacciava.

Lo rilesse un numero infinito di volte, e ogni volta il testo diveniva sempre più inquietante. Ma riuscì comunque ad andare ben oltre le scoperte di Sheila. I sedici versi potevano essere divisi in due parti uguali: causa e effetto, problema e soluzione. Si concentrò innanzitutto sulla prima parte: la causa, il problema, l’evento nefasto: tre lune funeste ricollegate ad altrettante venute, il ritorno dei maledetti, l’ascesa delle tenebre.

Tenebre… il Mondo di Tenebra… i maledetti… i maledetti sono…