1.
Presagi
Era
Bluand, Anno Conosciuto 665
Imperatore
Christopher, Anno di Regno X°
Ultimi
giorni del mese VIII
Il
buio era denso, quasi soffocante.
Eppure
tutto attorno a lei era vuoto e freddo.
Inspirò
profondamente, con uno sforzo, sentì bruciarle i polmoni.
Ancora
non riusciva a vedere niente.
Allungò
le mani, tastando l’aria per cercare qualcosa di solido, un appiglio,
un sostegno.
Cercò
nella mente un incantesimo, ma non riuscì a ricordarlo, come se il suo
istinto fosse più forte della memoria. Si sbagliava.
Ad
un tratto trovò qualcosa di solido, di incredibilmente freddo; sembrava
ghiaccio, le ustionò le mani fin quasi a farla gridare, ma non riusciva
a staccarsi... Si allontanò con un movimento violento e ci fu un lampo
di luce, e allora iniziò a vedere.
Quella
che aveva toccato era una specie di lastra di marmo, nera e liscia, con
incisi dei caratteri d’argento, caratteri che non riuscì a capire,
né minimamente a interpretare.
Sentì
solo che si trattava di qualcosa di arcano, sepolto nel tempo, che
nessuno poteva conoscere... Ma dov’era finita?
Si
guardò attorno: non c’era niente, e quando si voltò di nuovo, anche
la lastra di marmo era scomparsa, come soffocata da un nuovo strato di
tenebre.
Una
voce lontana e profonda la chiamò: -Sheila.-
Lei
non riuscì a capire da dove provenisse, ma era un luogo molto più
vicino di quanto avesse creduto in un primo momento.
-Sheila.-
Ci
fu una lunga pausa.
-Sheila,
vieni da me. Ti sto aspettando. È da tanto tempo che ti aspetto.-
Sheila
si svegliò di soprassalto, respirando affannosamente.
Era
seduta sul letto, nella sua stanza, alla Corte Imperiale, fuori la notte
era nera.
Fece
un sospiro accarezzando le lenzuola, morbide, leggere.
Era
stato solo un sogno. Ma per una persona dotata delle sue facoltà, era
sempre meglio non sottovalutare i sogni.
Di
solito portavano notizie, buone o cattive. Nel suo caso avrebbero potuto
anche essere spiacevoli.
Prese
il sacchetto che portava sempre legato alla vita, quello in cui erano
contenute le sette pietre che formavano il Fiore
di Luce. Le era stato dato il compito di conservarle finché gli
altri Custodi non fossero rientrati al castello per completare il
rituale di unione del Fiore, riportando ogni pietra nel rispettivo
tempio.
Su
ordine dell’Imperatore, Christopher Bluand, infatti, i Custodi erano
stati costretti a partire in fretta e furia e la cerimonia era stata
rimandata.
Le
cose stavano procedendo comunque piuttosto bene, almeno nell’Isola
Imperiale. I soldati del Giglio se n’erano ormai andati grazie all’intervento
dell’esercito, rinforzato da nuovi arruolamenti.
Al
castello la situazione si andava normalizzando grazie all’efficienza
della principessa Raggio di Luna Myelle del Regno del Fuoco, che
sostituiva l’Imperatore durante la sua assenza, assistita da Misha
Bluand, la zia di Christopher, che aveva lasciato il Regno del Deserto
con alcuni suoi discepoli per ricostruire il Tempio del Sole nella
capitale dell’Impero.
Sheila
aveva dato una mano a Raggio di Luna e Misha durante i mesi trascorsi,
mentre la ninfa Sahama, che a causa della sua maledizione non poteva
restare nello stesso posto per molto tempo, si spostava da una parte all’altra
del Mondo di Luce, per poi tornare a riposare nel suo bosco.
Per
loro si era trattato di un grande lavoro burocratico per eliminare leggi
assurde o ripristinarne altre. A Sheila erano toccati i trattati di
magia, quelli che negli ultimi dieci anni avevano abolito qualsiasi
forma di stregoneria, magia bianca o nera e sortilegi vari.
-Mi
chiedo il perché di tutti questi trattati.- Aveva detto Sheila pensando
ad alta voce, Misha le aveva spiegato: -Senza i poteri del Fiore, negli
ultimi dieci anni, l’unico modo per proteggere il mondo dalla magia,
che avrebbe potuto forse addirittura distruggerlo, era bandirla per
sempre.-
-Sì,
ma perché anche la magia bianca?-
-Non
esiste nessun tipo di magia che sia completamente pura e completamente
innocua. Nemmeno quella del Fiore di Luce: perciò per ogni pietra c’è
la sua opposta, in modo che vi sia sempre equilibrio. Senza contare che
la magia bianca avrebbe potuto rovinare i piani di Romar. In fondo non
è mai stato uno stupido.-
Sheila
non l’aveva ascoltata, come se non avesse più voluto sentir parlare
del passato, si era ritrovata a ripensare a ciò che diceva Eterna: -Finché
il bene non sovrasterà il male e finché il male non sovrasterà il
bene, la vita continuerà ad esistere.-
Questa
era l’unica cosa che doveva tenere in considerazione ora che Eterna
era tornata nella sua casa tra le montagne, per osservare in disparte
nel suo silenzio perenne. Forse aveva già detto loro più di quanto non
fosse in suo potere.
*
* *
Sheila
si alzò dal letto, andò alla finestra ad osservare il cielo, la luna
nuova, lontana, era solo un’ombra scura inesistente e malinconica
proprio come si sentiva lei. Rabbrividì.
Iniziava
a fare più freddo, la faticosa e calda estate sembrava solo un debole
ricordo davanti all’autunno che stava per iniziare.
Erano
già passati quattro mesi da quando aveva visto per l’ultima volta suo
fratello Atres, Yuri e gli altri. Ma finalmente le notizie erano buone.
Christopher
e sua sorella Isabelle stavano tornando.
Strinse
ancora il sacchetto con le pietre.
Ultimamente
lo faceva sempre più spesso, ma quel gesto la rassicurava.
Lei
si sentiva, ogni giorno che passava, sempre più vuota, assalita e
disorientata da quel senso di mancanza che aveva avvertito dalla
partenza dei Custodi.
Non
volle pensare a niente. Doveva solo tornare a dormire.
Se
la notte fosse stata clemente con lei.
* * *
-Non
vedo l’ora di tornare sull’Isola.- Disse Isabelle mentre strigliava
il cavallo.
Suo
fratello la guardò: -Lo so, è stata dura, e purtroppo non è ancora
finita, dopo quest’ultima visita nel Regno della Cascata potremo
tornare al castello, da lì potrò gestire la situazione nel modo
migliore. Non abbiamo più avuto molte notizie dagli altri.-
Lei
si incupì. -Già, e sono un po’ preoccupata...-
-Non
devi, lo sai che tra noi c’è un legame speciale. Se fosse successo
qualcosa l’avremmo sentito.-
Christopher
si avvicinò e le mise un braccio attorno alle spalle: -E poi cos’è
questo atteggiamento? Sei una principessa, tira fuori la grinta!-
-Non
ho mai perso la mia grinta!- Ribatté lei impugnando la spada, -E prima
di tutto sono un guerriero! Ci riprenderemo il nostro Impero, non ho
dubbi!-
Lui
le sorrise, ma sapeva che in fondo al suo cuore Isabelle era
infinitamente triste e non poteva darle torto.
Raccolsero
in fretta le loro cose e Christopher lasciò le ultime disposizioni ai
suoi ufficiali: dopo essersi accertati che la zona fosse sicura,
avrebbero dovuto organizzare i rinforzi da mandare negli altri regni
assediati.
L’Imperatore
e sua sorella lasciarono l’accampamento e partirono soli, senza
scorta, (non potevano permettersi di sottrarre uomini all’esercito),
ma il viaggio per loro sarebbe stato sicuro, perché i poteri del Fiore
di Luce li proteggevano sempre.
-Credo
di capire quello che hai provato in questi mesi, sempre in guerra,
lontana da quelli a cui vuoi bene.-
Isabelle
fece un sorriso: -Ancora con questa storia? Ricordati che sono una
principessa! E poi non sono mai stata sola,- lo abbracciò, -ho sempre
avuto il mio angelo custode!-
L’occhio
le cadde sul suo polso nudo. E smise di colpo di ridere.
Liberarsi
della polsiera che lui le aveva dato era stato inutile.
E
soprattutto adesso che stava per vedere la sua casa, non poteva fare
altro che pensare a Jonathan, non era passato giorno senza che pensasse
a lui.
Si
sforzò di ridere ancora, poi si voltò verso il sole del mattino.
Salì
a cavallo con un balzo: -Avanti, andiamo!-
Dopo
poco più di mezza giornata, attraverso il bellissimo paesaggio dei
grandi laghi, arrivarono nei pressi dell’immensa cascata accanto alla
quale sorgeva la capitale del regno, la magnificente città di
Silverfalls.
Il
regno negli ultimi mesi era stato seriamente minacciato, ma la
resistenza dei Cavalieri addestrati dall’Ordine dei Silverfight era
stata strenua, e, una volta giunti i rinforzi degli altri eserciti, i
soldati del Giglio erano stati costretti a ritirarsi dalle piazzeforti
conquistate e nel regno era tornata una relativa quiete. Restava
comunque aperto il problema dinastico, dovuto all’assassinio di re
Roland all’Alto Consiglio.
Isabelle
e Christopher vennero ricevuti con tutti gli onori, e accolti
calorosamente dal Generale dell’esercito, discendente diretto della
dinastia Silverfight. Prima di partire (a Isabelle sembrò che fosse
passata una vita) Jonathan aveva accennato al fatto che il Generale
fosse un suo vecchio zio e che tra i Cavalieri vi fossero diversi suoi
cugini.
“È
così, questa è casa tua”,
pensò Isabelle, non capiva perché Christopher non l’avesse destinato
in quella zona per dargli la possibilità di riabbracciare i suoi
familiari.
Il
Generale si fece loro incontro con un grande sorriso, aveva barba e
capelli striati di grigio e due penetranti occhi castani. Giunto al loro
cospetto, fece un breve inchino: -È un immenso piacere incontrarvi
Vostre Altezze, non ce l’avremmo fatta senza di voi.-
-Non
dovete ringraziarci,- rispose Christopher, -abbiamo fatto solo il nostro
dovere.-
-Venite,
la principessa Irene è ansiosa di conoscervi.-
Attraversarono
la grande stanza dell’ingresso e si ritrovarono nel meraviglioso
giardino interno, ricco di vegetazione e con al centro una grande
fontana che riproduceva la cascata a ovest della città.
Furono
accompagnati in un sontuoso padiglione delimitato da colonne di marmo
bianco e arredato con tavoli e panche finemente decorate. In un angolo
sedeva la principessa che guardava con aria vagamente triste qualcosa al
di là della sua elegante prigione.
Quando
si accorse di loro, si alzò sfoggiando un cordiale sorriso.
Il
Generale si congedò con un inchino.
-Prego
accomodatevi.- Disse la principessa Irene. Indossava un elegante abito
di seta grigia ricamato d’argento, i lunghi capelli castani erano
raccolti in una elaborata acconciatura, aveva un aspetto veramente
regale e due occhi di un blu intenso, ed era molto giovane: aveva l’età
di Jonathan, ventun’anni dunque.
Isabelle
si sentì in imbarazzo a causa dei suoi abiti da uomo, con la cotta di
maglia e la spada al fianco e i capelli disordinatamente raccolti in una
coda di cavallo, l’ultima volta che aveva indossato abiti da
principessa era la notte in cui aveva… Scosse la testa, cercando di
dimenticare.
-Perdonateci
per il nostro aspetto,- cominciò Christopher, -purtroppo abbiamo
passato gli ultimi mesi in mezzo all’esercito. Innanzitutto vorrei
personalmente farvi le nostre condoglianze per quanto è successo a
vostro padre.-
Lei
si rattristò, ma con compostezza, senza perdere il suo sorriso di
cortesia e rispose: -Vi ringrazio.-
-Inoltre,
uno dei colpevoli è già stato individuato e giustiziato, e stiamo
facendo il possibile…-
-Ne
sono certa.- Lo interruppe lei, -Ma ora non parliamo di cose tristi.
Questi sono giorni di festa per il nostro regno che è stato liberato,
grazie al vostro aiuto.- Fece una pausa, guardò verso il basso, poi
riprese: -Ci sono alcune questioni di cui vorrei discutere con voi.
Quella che più mi preme è il governo del regno. Mio padre è morto e
io sono la sua unica figlia, perciò sono stata nominata reggente
provvisoria, ma secondo la legge della Cascata, una donna non può
salire al trono se non ha un uomo al suo fianco…-
-Ma
questa è un’ingiustizia!- Esclamò Isabelle.
La
principessa la guardò sorpresa, Christopher la zittì con un’occhiata.
-Chiedo
scusa…- Bisbigliò lei, ricomponendosi, Christopher proseguì: -Se non
sbaglio, in questi casi, è il re a designare il suo successore.-
-Purtroppo
non ha fatto in tempo a renderlo pubblico. Tempo fa ne avevamo parlato,
in privato, e c’era una persona in particolare che possedeva i
requisiti di lignaggio, si tratta di Sir Jonathan Silverfight.-
Isabelle
sgranò gli occhi, poi si voltò verso un suo fratello come a chiedere
spiegazione di qualcosa che lui di certo non poteva spiegare.
Irene,
notando quella reazione chiese: -C’è qualche problema? Lo so, ho
ricevuto la comunicazione che è stato arruolato dall’esercito
Imperiale, ma non mi spiego il motivo di questo procedimento, è vero
che è molto giovane, ma era un Cavaliere di rango elevato e non capisco
perché sia stato degradato. Ha forse fatto qualcosa…?-
-No,
perdonatemi, non c’è niente di cui preoccuparsi. Mi dispiace di non
avere avuto il tempo di spiegare la situazione nel breve messaggio che
vi ho mandato. Purtroppo è successo tutto molto in fretta. Il fatto è
che in questo momento abbiamo bisogno di Silverfight e non so quando
sarà possibile farlo tornare a casa. Inoltre… lui è destinato a
qualcosa di più grande…-
-Senza
offesa, Altezza, ma cosa potete offrirgli di più grande che diventare
re del suo regno?-
-L’Impero.-
Rispose Isabelle, freddandola. Irene rimane in silenzio senza capire,
Christopher cercò di spiegarsi e di giustificare la sua avventata
sorella: -Sir Silverfight è destinato a diventare un membro del
Consiglio dei Sette, i miei più stretti collaboratori.-
Irene
abbassò gli occhi: -Beh, certo non è in mio potere oppormi alle
decisioni dell’Imperatore… ma cosa gli impedisce di ricoprire
entrambe le cariche? Per il regno sarebbe un grande onore.-
Isabelle
stava per dire: “Io. Io gli impedisco di tornare qui per sposare un’altra perché
non potrei sopportare…”, ma si trattenne. L’unica cosa che
potesse fare era sperare che suo fratello avesse capito la situazione e
che avrebbe fatto qualcosa.
E
lui fece una domanda che mai si sarebbe aspettata di sentire: -Voi lo
amate?-
La
principessa lo fissò esterrefatta: -Come, prego?-
-Legalmente
le due cariche sarebbero compatibili, e di sicuro Silverfight non
potrebbe disubbidire a un mio ordine…-
Isabelle
fece un risolino, conosceva Jonathan e di sicuro non c’era verso di
fargli fare qualcosa che non volesse.
-…
ma vi chiedo, voi lo amate?-
-Non
capisco come questo debba influire sulle sorti del regno.-
-La
questione è questa: come Consigliere, Silverfight dovrà trascorrere
molto tempo alla mia Corte e di fatto sarete voi a portare avanti il
regno, da sola, esattamente come ora. Quello che voglio sapere è se
veramente desiderate sposarlo o se lui vi serve solo per ratificare il
vostro potere.-
-Sarò
sincera con voi. Ciò che mi preme più di ogni altra cosa è continuare
quello che mio padre ha portato avanti. Il mio cuore è sepolto sotto
metri di terra.- E in quel momento il pensiero di Irene andò al suo
solo e unico amore, Julian Silverfight, il fratello maggiore di Jonathan,
che era morto in battaglia sei anni prima. Cercò di mascherare la sua
tristezza.
Christopher
proseguì: -Secondo le ordinanze sottoscritte da tutti i regni, l’Imperatore
ha facoltà di intervenire in caso di questioni gravi e non chiare,
anche contro la legge ufficiale del regno. Dunque, se per voi va bene,
stasera stessa vi farò incoronare regina senza il vincolo del
matrimonio. Se vorrete sposarvi, potrete farlo quando e con chi
vorrete.-
Gli
occhi di Irene si riempirono di lacrime, si inginocchiò a terra e prese
le mani di Christopher: -Vi ringrazio, mio saggio e grande Imperatore,
avete fatto la felicità del mio caro padre.-
Si
alzò, aggiustandosi l’abito e asciugandosi gli occhi, -Venite, vi
farò alloggiare nelle stanze più sontuose del palazzo, riposatevi
mentre allestirò i preparativi per la cerimonia.-
Prese
anche le mani di Isabelle, con un sorriso molto più spontaneo di quello
che aveva sfoggiato per semplice cortesia e disse ancora: -Grazie.-
Quando
furono soli nelle loro lussuose stanze, Isabelle trasse un profondo
sospiro, poi si rivolse al fratello: -Per un attimo ho creduto che le
avresti dato il permesso di sposarlo…-
-Quella
testa calda di Jonathan? Non so quanto ci avrebbe guadagnato la povera
principessa…- Fece un sorriso divertito.
-E
tu che ne sai? In fondo lo conosci così poco…-
-Ho
parlato con lui, prima che partisse. Ricordi il giorno in cui ho
ricevuto tutti i Custodi per regolare le loro posizioni?-
Lei
annuì.
-Con
Jonathan abbiamo parlato anche del suo regno, del fatto che la
principessa fosse promessa al suo defunto fratello e del fatto che il re
prima di morire avesse designato lui come suo successore. Gli dissi che
avrei potuto mandarlo ad ovest per rivedere la sua casa e gli avrei
concesso di sposare la principessa. E sai cosa mi ha risposto?-
Isabelle
scosse la testa.
-Che
avrebbe preferito essere gettato in una fossa piena di mutanti che
sposarsi con un’altra. Così gli ho chiesto chi fosse la donna per la
quale avrebbe fatto una tale sciocchezza e queste furono le sue esatte
parole: “Altezza, io amo vostra sorella, e se a voi non sta bene,
indicatemi la fossa perché ci salterò dentro spontaneamente”.-
Isabelle
arrossì, rise, ma poi tornò subito seria, quasi preoccupata: -È per
quello che l’hai spedito dall’altra parte dell’Impero?-
-Volevo
solo che si schiarisse un po’ le idee. Quando sarà tutto finito,
forse se ne potrà riparlare.- Fece per uscire, ma lei lo trattenne:
-Christopher?-
-Sì?-
-A
me non chiedi cosa provo per lui?-
-Mi
sembra superfluo chiederti qualcosa quando posso benissimo leggertelo in
faccia.- Si passò una mano tra i capelli, -So già che tu sarai la mia
disperazione…-
* * *
Raggio
di Luna si svegliò quella mattina e per prima cosa fece mente locale
sulla data del giorno: era il trentesimo dell’ottavo mese dell’anno
665.
Si
sistemò e si vestì per avviarsi verso il suo studio e sistemare le
ultime carte prima del ritorno dell’Imperatore. Ormai era questione di
giorni.
Fuori
dalle sue stanze era già sull’attenti il soldato semplice Wej Qanash,
la sua nuova guardia personale. Erano tempi difficili, non si poteva
restare tranquilli neppure entro le mura dal castello. Durante l’estate
erano state catturate alcune spie dell’esercito del Giglio e c’erano
anche stati un paio di attentati. Il primo, ai danni di Misha, era stato
più che altro il gesto folle di un soldato che era uscito di senno e si
era messo in testa di sterminare tutti i Bluand; ma era stato un atto
talmente plateale e disorganizzato che il pazzo era stato catturato
ancora prima di aver salito le scale che portavano agli alloggi della
zia dell’Imperatore. Il secondo invece, era stato molto più preciso,
organizzato fin nei minimi dettagli. Il bersaglio era senza ombra di
dubbio soltanto Raggio di Luna, e l’attentatore era un professionista:
era riuscito ad introdursi fin nelle stanze della principessa, si era
nascosto ed aveva atteso che lei fosse rientrata per colpirla di
sorpresa.
Raggio
di Luna non avrebbe avuto possibilità di salvarsi, sarebbe morta
sicuramente se non fosse intervenuto il soldato Wej Qanash.
Ancora
adesso la principessa non riusciva a capacitarsi di cosa fosse successo
e lo stesso Wej non se lo spiegava: era con i suoi compagni negli
alloggi dei soldati quando a un certo punto aveva preso la spada, si era
alzato, aveva salito le scale e si era diretto a colpo sicuro verso le
stanze di Raggio di Luna. Aveva sfondato la porta proprio nel preciso
istante in cui l’assassino stava per aggredire la principessa. Si era
fiondato su di lui con la spada sguainata e l’aveva eliminato. Dopo di
che c’era stato solo un pesante silenzio.
Wej
e Raggio di Luna si erano guardati negli occhi ed era passato qualcosa
tra di loro. Qualcosa di molto forte e inspiegabile, proprio come quello
che era successo. Da allora Raggio di Luna l’aveva assunto come
guardia personale.
Wej
aveva appena diciannove anni, era piuttosto alto e slanciato, con
capelli e occhi castani e un’espressione troppo seria per la sua età;
era silenzioso e poco socievole, ma con la spada era uno dei migliori.
Era originario del Regno del Drago Rosso ed era stato da poco
trasferito, come molti degli altri giovani che dovevano fare la gavetta
nell’esercito.
Così
Wej, dopo aver militato per un paio di anni nel distaccamento dell’esercito
Imperiale del suo regno, ora si ritrovava a far pratica nella capitale
dell’Impero.
Raggio
di Luna era rimasta colpita dalla grande freddezza di Wej nel salvarle
la vita e aveva capito
subito di potersi fidare di lui.
-Buon
giorno principessa Myelle.- Disse il soldato facendo il saluto militare.
Raggio di Luna fece un cenno col capo e si incamminò verso il suo
studio seguita da Wej stesso.
Una
volta a destinazione, il soldato si sistemò davanti all’entrata.
La
principessa, gli disse, noncurante: -Credo che presto ci sarà bisogno
di te.- Poi entrò nello studio, dimenticandosi immediatamente di quello
che aveva detto e concentrandosi sul suo lavoro.
Passò
forse un’ora quando bussarono alla porta.
-Avanti.-
Disse Raggio di Luna raccogliendo le carte sparse per il tavolo.
Wej
entrò e fece un inchino: -Altezza, la principessa Misha desidera
parlarvi.-
-Falla
accomodare.-
Il
soldato si ritirò lasciando da sole le due donne.
-Cosa
volevate dirmi, Altezza?- Chiese Raggio di Luna.
Misha
si avvicinò e le sorrise: -Dopo tanto tempo, ancora con questi
formalismi?-
La
ragazza ricambiò il sorriso: -È più forte di me! Dimmi, che c’è?-
-Qui,
il mio lavoro al Tempio è ormai terminato e posso affidare ogni cosa
alla mia prima allieva.-
-Cosa
stai cercando di dire?-
-Ho
intenzione di partire con Sahama e alcuni monaci. Andremo ad ovest. C’è
bisogno di aiuto per ricostituire i Templi del Sole. La gente deve poter
credere di nuovo nella magia bianca.-
Raggio
di Luna apparve sorpresa: -Ma come, proprio adesso che i tuoi nipoti
stanno per tornare?-
-Non
preoccuparti, li aspetterò per salutarli, ma non è giusto che io resti
qua mentre altrove c’è bisogno di me: tutti si stanno dando da fare
per ricostruire il nostro Impero, non vedo perché io non dovrei.-
Raggio
di Luna si fece seria, e i suoi pensieri corsero al suo regno, che era
ancora sotto assedio, anche dopo tutti quei mesi di battaglia, e lei non
poteva farci proprio niente. Poteva solo sperare che il distaccamento di
Zack e Jonathan fosse abbastanza forte da sconfiggere l’esercito
nemico.
* * *
L’aria
era già fresca, gli alberi sarebbero presto ingialliti per poi morire e
l’autunno avrebbe riempito di tristezza ogni angolo del Mondo di Luce.
Sheila
camminava silenziosa per le vie della Città Imperiale sulla strada per
il Tempio del Sole da poco ripristinato.
Si
recava lì sempre più spesso per avere i primi approcci con la magia
bianca. Essendo uno dei Custodi del Fiore di Luce veniva trattata con il
massimo rispetto e addirittura con reverenza al pari di una regina.
Venne
accolta da uno dei novizi in tunica rossa, che subito mandò a chiamare
il Primo Monaco del Tempio, finora l’unico di quell’ordine, a cui
Misha aveva affidato la gestione e la direzione degli studi.
Era
la migliore allieva di Misha, estremamente giovane, aveva infatti solo
ventidue anni, ma molto dotata e virtuosa; si chiamava Lisa Kyorakasa ed
era originaria di uno dei regni del nord.
La
ragazza si presentò a Sheila, impeccabile come al solito, i lunghi
capelli castano scuro raccolti in un’acconciatura semplice e con
indosso la tunica bianca da Primo Monaco: con la sua luminosità, i modi
garbati e un’espressione di perenne umiltà negli occhi azzurro-verdi
riusciva a mettere in soggezione la stessa Sheila da sempre abituata a
vivere nell’ombra.
La
accolse con un profondo inchino. -È sempre un onore ricevervi nel
nostro tempio, Sheila.- Le prese la mano per il rituale gesto di saluto,
che consisteva nel poggiare il dorso contro la fronte.
Ma
non appena ci fu il contatto tra le due, Lisa si bloccò sbarrando gli
occhi.
-Qualcosa
non va?- Chiese Sheila.
-No,
no, tutto a posto, mia Signora. Prego, accomodatevi, cosa vi porta qui?-
-Volevo
solo dare un’occhiata alla biblioteca.-
Lisa
le fece strada.
Aveva
avuto una sensazione molto sgradevole quando aveva toccato Sheila, una
specie di presagio oscuro, qualcosa che non le era piaciuto.
Entrarono
nel silenzio della biblioteca.
Alcuni
monaci in tunica azzurra erano intenti a trascrivere ed archiviare
testi.
Sheila
ne consultò alcuni, ma era piuttosto assente e pensierosa.
Lisa
si chiese perché quel giorno non avesse voluto visitare i laboratori di
magia bianca.
-Spero
tu sia pronta per il ritorno dell’Imperatore.- Disse Sheila tutto ad
un tratto.
-Certo,-
Confermò Lisa, -verrò al castello ad accoglierlo.-
* * *
Mese
IX, giorno 1
Un
timido sole si attardava a sorgere, la città era ancora deserta e
addormentata.
Le
guardie Imperiali erano appostate nelle torrette angolari delle mura.
Dal basso si potevano scorgere i riflessi dei fuochi delle loro torce.
Le
due figure avvolte nei mantelli scuri si accostarono alla guardiola e
bussarono.
Un
soldato aprì uno sportellino all’altezza del viso e apparve piuttosto
seccato: il suo turno stava per finire ed era parecchio stanco. -Spero
abbiate un buon motivo per venire a quest’ora!- Disse.
Uno
dei due mostrò la catenella dorata che portava al collo con infilato un
anello d’oro recante un simbolo bianco e blu. -Ti basta questo?-
La
guardia si strofinò gli occhi, credendo di non aver visto giusto,
tornò a guardare l’anello: non c’era dubbio che quello fosse il
sigillo Imperiale!
Spostò
lo sguardo sul volto dell’uomo e poi sul suo compagno, o meglio,
compagna. Impallidì.
Si
affrettò a togliere la spranga e il catenaccio dalla porta e aprì
profondendosi in inchini e scuse: -Perdonatemi, Vostre Altezze! Non mi
ero accorto che foste voi! Chiedo umilmente…-
-Non
importa.- Lo interruppe Christopher, -Basta che tu ci faccia entrare.-
-Certo,
mio Imperatore, è solo che non vi aspettavamo così presto, non c’è
nessuno a ricevervi…-
-Per
adesso vogliamo solo riposarci, penseremo più tardi alle formalità.-
La
guardia, sempre più agitata, proseguì: -Ma certo, chiamo un sostituto
e vi accompagno direttamente nelle vostre stanze…-
-Non
c’è bisogno, conosciamo la strada.- Disse Isabelle.
Mentre
si immettevano sul sentiero che attraversava il parco, Christopher
aggiunse: -Guardia.-
L’uomo
si mise sull’attenti: -Agli ordini!-
-Ricordati
che sei un soldato, non un monaco, cerca di controllarti e tieni a freno
le tue premure.-
-Sì,
mio Signore.- Rispose questi imbarazzato e non aggiunse altro.
Sheila
si svegliò e vide che era quasi l’alba.
Era
stata una specie di presentimento a toglierla al sonno.
Si
vestì in fretta e uscì dalla sua stanza; era come se avesse avvertito
una grande energia.
Un
leggero trambusto le arrivò alle orecchie dal piano terra, le guardie
sembravano in agitazione e quando fu scesa, capì il perché.
-Sheila!-
Esclamò Isabelle correndole incontro. Le due donne si abbracciarono con
calore.
-Come
mai siete arrivati così presto? Vi aspettavamo come minimo per questa
sera!-
-Già,
siamo andati un po’ di fretta, ma adesso siamo stanchi morti!-
Sheila
le sorrise: -Venite, abbiamo già preparato le vostre stanze, così
potrete riposare.-
Isabelle
e Christopher la seguirono per parecchi e piuttosto faticosi scalini.
La
principessa si mise a letto e si addormentò quasi immediatamente.
Christopher,
prima di congedare Sheila, volle avere informazioni sulla situazione
generale e notizie più precise sugli altri regni.
-Non
credi sia meglio riposare un po’, prima?- Gli disse lei, -Avremo tutto
il tempo per parlare di queste cose più tardi.-
Christopher
le prese una mano e la fece sedere sul letto accanto a lui:
-Dimmi
almeno come stanno gli altri...-
Sheila
cedette: -Stanno tutti bene, secondo le ultime notizie che abbiamo
ricevuto la situazione è favorevole, quindi non c’è niente di cui
preoccuparsi.-
Ma
allora perché lei era così agitata?
-Ne
riparleremo più tardi.- Ribadì e si alzò.
-Grazie.-
Le disse Christopher.
Sheila
fece un timido sorriso e uscì.
* * *
-E
così siete voi, Isabelle e Christopher!- Disse Misha con una punta di
commozione nella voce. Si avvicinò: -Non credevo che vi avrei mai
rivisto… Assomigliate così tanto ai vostri genitori...- Prese le loro
mani come per sentire se fossero reali o solo il frutto della sua
immaginazione.
Poi
li abbracciò, i due ricambiarono con timidezza. Forse tra loro era
Christopher a ricordarla meglio, dato che quando lei aveva lasciato il
castello aveva all’incirca tredici anni. -Davvero hai intenzione di
partire, Misha?- Le chiese.
La
donna si voltò verso di lui, erano passati i tempi in cui si doveva
chinare per guardarlo negli occhi, ormai era diventato un uomo: -Come ho
già detto a Raggio di Luna, il Mondo di Luce ha bisogno di ritrovare la
sua fiducia nel Fiore: è questo il mio compito. Porterò con me alcuni
dei monaci e ho intenzione di partire al più presto. Il tempio della
Città Imperiale è in buone mani. Il Primo Monaco ti attende nella sala
delle udienze per ottenere il tuo consenso: Lisa è una brava allieva,
puoi fidarti di lei.-
Christopher
non riuscì ad opporsi alla decisone, nonostante la poca differenza di
età, per lui Misha era quanto di più vicino a una madre lui e Isabelle
avrebbero mai potuto avere: -D’accordo.- Concluse, -Ma non ti
permetterò di partire senza una scorta.-
Misha
acconsentì.
* * *
Non
restava che quell’ultimo incontro e poi le formalità si sarebbero
esaurite e avrebbe potuto dedicarsi alla situazione dei regni.
Entrò
nella sala delle udienze riflettendo sul fatto di aver già sentito il
nome del Primo Monaco.
Lei
era seduta con compostezza su una poltrona di velluto immersa nella luce
del giorno.
Ma
tutto il castello era molto più luminoso, meno opaco rispetto a sei
mesi prima.
La
donna si alzò e avanzò verso di lui con grazia; anche il suo aspetto
gli era vagamente familiare.
Lei
fece il rituale gesto di saluto e disse: -È un onore rivedervi Vostra
Altezza.-
“Rivedervi...”
E finalmente realizzò: Lisa era una giovane novizia al Tempio del Sole
della Città Imperiale quando lui era poco più che un ragazzino, non
sapeva bene per quale motivo, ma il suo era un viso che vedeva spesso
nei suoi ricordi.
In
quel momento anche Isabelle entrò, e Lisa ripeté il saluto.
-Dite
pure ciò che dovete, Lisa.- Incalzò Christopher.
Lisa
fece un nuovo inchino: -Vostra Altezza, vi prego di non darmi del voi,
non ne sono degna. Sono qui per illustrarvi la situazione al Tempio. I
Monaci e i Monaci Superiori provengono tutti dal Tempio nel Regno del
Deserto e perciò non sono molti, ma in compenso, negli ultimi mesi
abbiamo accolto numerosi novizi. Le nostre occupazioni procedono
serenamente e ci stiamo adoperando per ricostituire una grande
biblioteca. Spero che abbiate fiducia nelle nostre capacità.-
-Avete
la mia approvazione.- Tagliò corto Christopher, -Mi fido del giudizio
di Misha. Ora, se vuoi scusarmi, devo tornare ai miei doveri.- Quindi se
ne andò.
Isabelle
lo giustificò: -Mi dispiace che ti abbia dedicato poco tempo, ma è
preoccupato per la guerra, come tutti del resto.-
-Comprendo
perfettamente il vostro turbamento, ma noi monaci confidiamo nel Fiore
di Luce.-
Isabelle
le sorrise: -Vedrò di visitare il Tempio un giorno di questi.-
-La
nostra conoscenza e la nostra magia sono al vostro servizio.-
* * *
Isabelle
raggiunse Christopher, Sheila e Raggio di Luna in una grande stanza
molto elegante con al centro un tavolo di legno intagliato e numerose
sedie pregiate. Quasi tutte le pareti erano occupate da scaffalature
traboccanti libri e carte. Su un lato si apriva una grande finestra che
dava sul cortile da cui si vedeva parte dell’ala nord.
Sul
tavolo erano sparse decine di fogli.
-Allora,
com’è la situazione?- Chiese Isabelle con impazienza.
-L’esercito
è avanzato parecchio,- le rispose Raggio di Luna, -ma ci sono alcuni
problemi con i regni esterni.-
-Vuoi
dire il Regno del Fuoco?-
-Vuol
dire Zack e Jonathan.- Esordì Sheila.
Isabelle
impallidì.
Subito
Sheila si chiese perché avesse detto una cosa del genere.
Isabelle
deglutì silenziosamente e poi chiese di nuovo: -Quali sarebbero questi
problemi?-
Raggio
di Luna riprese il controllo della conversazione: -Non è solo in quella
zona: l’esercito si è asserragliato in alcuni regni strategicamente
potenti. Sembra che faccia capo ad alcuni Generali...-
-È
come temevo- Disse Christopher: -Anche se il loro accordo con Zarkon è
saltato, stanno continuando strenuamente a resistere. È possibile che
alcuni settori dell’esercito del Giglio si siano resi indipendenti e
si governino da soli, ma io continuo a credere che ci sia qualcos’altro
sotto. E finché non arriveremo a capo di tutto non riusciremo a
risolvere la situazione. Dobbiamo tagliare la testa del serpente…-
* * *
Isabelle
non riusciva a prendere sonno quella notte.
Le
notizie che avevano avuto non erano state certo rassicuranti e lei non
sopportava di rimanere al castello mentre gli altri erano esposti a
chissà quali rischi.
Era
certo che Christopher dovesse restare per dare le sue disposizioni, ma
lei? Qual era il suo compito?
È
difficile che fossero scritti da qualche parte i doveri della sorella
dell’Imperatore.
Durante
la loro campagna a ovest, lei aveva aiutato Christopher nell’organizzare
le truppe, a volte aveva addirittura dato ordini, altre volte si era
ritrovata a cucinare, ma per lo meno aveva fatto qualcosa di utile.
Ma
ora che era lì, cosa avrebbe potuto fare? Proprio niente.
Gli
altri erano in guerra e lei non aveva niente da fare.
Avrebbe
voluto combattere, ma suo fratello non glielo aveva mai permesso e tanto
meno glielo avrebbe permesso ora.
Se
non si fosse trattato dei suoi amici, forse avrebbe ubbidito. Ma in
questa situazione non poteva.
Il
suo cuore le diceva di fare qualcosa.
Si
alzò dal letto e andò a sedersi sulla finestra per vedere le stelle.
Cercò
di concentrarsi facendo scorrere il potere dentro di lei per sapere
quale fosse la cosa migliore, e improvvisamente, come un’ondata, un
presentimento la pervase.
Riaprì
gli occhi disorientata cercando di capire cosa potesse essere quella
sensazione, ma un’immagine si sovrappose ai suoi dubbi facendole
perdere in modo irrimediabile la concentrazione.
Era
l’immagine di Jonathan.
Forse
il presagio aveva a che fare con lui?
Jonathan
era con Zack nella zona a sud-ovest.
Secondo
le carte, si stavano avvicinando al Regno del Fuoco, il regno di Raggio
di Luna.
Rimase
in silenzio per alcuni minuti cercando di nuovo di pensare, ma l’unica
cosa che le veniva in mente era che desiderava rivedere Jonathan più di
ogni altra cosa al mondo.
Tutt’a
un tratto imboccò la porta di corsa e si diresse verso la stanza di
Raggio di Luna. Di notte i soldati erano di guardia solo all’imbocco
di ogni piano e Wej stava riposando, gli era stata assegnata una stanza
nello stesso corridoio, per precauzione.
-Che
ci fai qui a quest’ora?- Chiese la principessa, ma non era per niente
assonnata, ed era venuta ad aprire quasi subito, segno che non stava
dormendo.
-Eri
sveglia.-
-È
successo qualcosa?-
-No,-
si affrettò a tranquillizzarla Isabelle, -non è successo niente, solo
che avevo fretta di parlarti.-
Raggio
di Luna stava per replicare che, a notte fonda, non era il momento
migliore per fare conversazione, ma poi lasciò perdere, in fondo,
ultimamente non dormiva un granché bene.
-Parlarmi
di cosa?-
-Del
tuo regno.-
Raggio
di Luna inarcò le sopracciglia, Isabelle proseguì: -Non vorresti
essere là adesso, insieme all’esercito? Tu conosci la zona, potresti
essere utile...-
-Non
capisco dove tu voglia arrivare.-
Isabelle
la guardò, non era tranquilla, le chiese: -Ma non ti manca Zack?-
Per
Raggio di Luna fu come ricevere uno schiaffo, ma lei non aveva nessun
diritto di provare un qualsiasi sentimento verso una ex guardia del
corpo.
Aggredì
la ragazza quasi senza accorgersene: -Zack è un soldato. Solo e
unicamente un soldato, e non lavora più per me!... Aspetta, ho capito:
non sarai così pazza da voler raggiungere il tuo bel biondino, dall’altra
parte del mondo?- Per quell’istante, Raggio di Luna era tornata la
principessa autoritaria e aggressiva che Isabelle aveva conosciuto solo
pochi mesi prima, quando ancora si faceva chiamare Kyra. Ma quella era
solo una maschera che nascondeva il suo turbamento.
-Sono
tanto pazza da chiederti di venire con me!-
Raggio
di Luna sbarrò gli occhi: -Sì, allora devi essere davvero pazza!-
-D’accordo.
Non ti sto obbligando a venire, ho solo bisogno di aiuto per uscire dal
castello.-
-Scordatelo.
Tuo fratello mi ucciderebbe.-
-Non
è necessario che lo sappia.- Si inginocchiò davanti a lei, -Ti prego.
Non ce la faccio a stare qui, ad aspettare ancora. Voglio stare con lui
qualunque cosa gli succeda. E se dovesse essere qualcosa di brutto, non
voglio essere lontana. Voglio essere là e tenergli la mano.-
Raggio
di Luna fece un sorriso amaro, una volta anche lei aveva avuto il
coraggio di sentirsi così: -E va bene. La pazzia dev’essere
contagiosa. Ma io vengo con te, almeno Christopher prima di uccidermi mi
dovrà cercare.-
Poi
fece un’altra domanda, una domanda che sembrò del tutto normale:
-Perché
l’hai chiesto a me e non a Sheila?-
Isabelle
esitò qualche istante: -Non lo so. In fondo il Regno del Fuoco è casa
tua, ma non avevo proprio pensato a lei.-
-Comunque,
per sicurezza, porteremo con noi la mia guardia personale. Va bene?-
-Va
bene, va bene, tutto quello che vuoi. L’importante è partire.
* * *
Due
giorni dopo, quando Christopher si svegliò, trovò un foglio di carta
sul tavolo, nella sua stanza: “Caro Christopher, sono partita con Raggio di Luna, non preoccuparti
per noi, torneremo insieme ai soldati, quando la guerra sarà finita.
Con infinito affetto, tua Isabelle.”
1.
Eterna fedeltà
Mese
IX, giorno 2
Il
villaggio era semi distrutto, molte capanne erano state date alle
fiamme.
Visto
da lontano non era tanto dissimile dagli altri villaggi del Regno delle
Foreste, ma non per Kris: quello era il suo villaggio, la sua casa.
L’esercito
Imperiale aveva liberato il regno dall’occupazione senza troppe
complicazioni dato che il territorio era stato preso solo di recente. La
gran parte delle truppe era già ripartita per il prossimo obiettivo, il
più importante e forse il più pericoloso: il Regno del Grande Fiume.
Kris
e Yuri si erano invece trattenuti insieme ai volontari per la
ricostruzione dei villaggi, per l’assistenza dei feriti.
Ma
Kris soprattutto era lì per sua madre.
Attraversarono
le macerie di legno carbonizzato, le tende montate provvisoriamente, la
gente afflitta raccolta attorno ai fuochi, come se avessero freddo
quando in realtà l’aria era calda, quasi soffocante per uno come Yuri,
abituato a quella rarefatta di alta montagna.
Kris
si fermò di fronte a un’abitazione semi bruciata, tenuta in piedi a
stento; era più grande di tutte le altre, davanti alla porta erano
appesi dei talismani, ma la magia bianca era ancora poca e lontana.
Quella
era stata la dimora del Capo Villaggio, la casa in cui era cresciuto.
Una
donna dalla pelle scura si fece sulla porta; aveva i capelli pettinati
all’indietro che le accarezzavano le spalle e un vestito leggero,
proprio come Kris la ricordava, ma aveva un’espressione dolorosa negli
occhi.
Gli
andò incontro e lo abbracciò bisbigliando: -Credo che stia aspettando
solo te...-
Kris
entrò nella casa che conosceva meglio del palmo della sua mano e si
avvicinò al letto in cui giaceva sua madre.
Zhala
lo seguì spiegando: -Ha subito una brutta ferita quando sono arrivati
quei soldati... e da allora è sempre peggiorata. Se è sopravvissuta
finora è solo per rivederti...-
La
donna era stesa tra coperte e cuscini, i suoi capelli erano stati
tagliati cortissimi, com’era usanza fare nel suo regno quando una
persona si ammalava gravemente, ma per il resto era sempre la stessa,
con i suoi occhi scuri, pazienti e risoluti, sempre più tristi.
Prese
la mano del figlio, sforzando un sorriso: -Krisantha. Sono felice di
rivederti. Per me ormai è giunta l’ora di dirti addio.-
-Non
dire così, madre, ci sarà un modo...-
-È
troppo tardi, ma è giusto così, finalmente potrò raggiungere tuo
padre. Voglio solo una cosa: assistere alla tua unione con Zhala. Solo
così potrò stare in pace.-
Kris
la baciò sulla fronte bruciante di febbre, -Se è questo ciò che
desideri, prepareremo la cerimonia. Ora riposati.-
Yuri
vide Kris uscire a testa bassa. Gli posò una mano sulla spalla, questi
lo ringraziò con un sorriso. -Scusami se ti ho trascurato.-
-Non
è necessario...-
-Niente
discussioni. Io sono il Capo Villaggio e devo essere ospitale con gli
amici.-
Guardò
il cielo dominato da uno sconfinato tramonto rosso e arancio.
-Ti
farò preparare una sistemazione per la notte e qualcosa da mangiare.
Purtroppo non potrò tenerti compagnia perché ho delle cose da fare:
domani mi sposo.-
* * *
La
notte era scesa rapida rubando un po’ di luce al cielo. Kris aveva
attraversato la fitta vegetazione attorno al villaggio per raggiungere
la grande roccia, per pensare. Le stelle brillavano distanti sparse come
gemme luccicanti su velluto blu.
Qualcuno
si fece annunciare da un fruscio di foglie.
La
mezzaluna dava abbastanza luce da permettergli di distinguere la sagoma
di Zhala.
-Dev’esserci
gioia sul tuo viso domattina, devi dare a tua madre la sua ultima
felicità.- Disse la donna.
-Mi
sforzerò perché veda in me la gioia, anche se così non sarà nel mio
cuore.-
-Perché,
Krisantha, cos’altro ti preoccupa oltre a questa guerra? Non sei
felice di sposarmi?-
-Certo
che lo sono, ma è per questo che sono triste, perché non potrò
restare con te. Sono successe tante cose ed io ho scoperto di avere un
grande dovere a cui adempiere.-
-So
a cosa ti riferisci, mi hai già parlato del Fiore di Luce, ed io sono
fiera che un tale onore sia capitato a te. Non ti chiedo di restare, non
voglio niente da te, è giusto che tu segua la tua strada.-
-Ma
non puoi, non è giusto...-
Lei
lo zittì: -Andrai e farai quello che devi e quando la guerra sarà
finita tornerai a prendermi e io verrò a vivere con te, ovunque tu
vorrai. Ricordati Krisantha, io ti aspetterò sempre.-
Lui
la strinse a sé e pregò le stelle perché il tempo che li avrebbe
tenuti lontani fosse il più breve possibile.
* * *
Mese
IX, giorno 3
Christopher
teneva in mano il pezzo di carta come se non volesse credere a quello
che c’era scritto. Sheila era in piedi accanto a lui.
-Credo
di sapere dove sono dirette.-
Christopher
posò su di lei uno sguardo ansioso: -E dove?-
-Verso
sud-ovest, da Zack e Jonathan, verso il Regno del Fuoco.-
Lui
si passò una mano tra i capelli: -Ma perché sono partite così, senza
una scorta, non si rendono conto dei rischi che corrono?-
Sheila
gli posò una mano sulla spalla: -Sapevano che tu non l’avresti mai
permesso, può sembrare una follia, ma sai che Isabelle è impulsiva e
saprai anche che è innamorata...-
Christopher
si alzò di scatto: -È un’incosciente! Siamo in guerra! Non possono
andarsene in giro da sole! Potrebbero incontrare l’esercito del
Giglio, e allora cosa farebbero in due? Lo so che lei ha i suoi poteri,
ma...- Emise un lungo sospiro, come per calmarsi, poi poggiò le mani
sul davanzale della finestra, -... Manderò qualcuno a cercarle...-
-Fidati
di loro,- lo tranquillizzò Sheila, -Raggio di Luna non è un’imprudente
e ha portato con sé la sua guardia personale, possono affrontare
benissimo questo viaggio.-
Lui
la guardò stupito, lei proseguì: -Ne hanno la forza e hanno tutte le
ragioni per restare vive.-
* * *
Scese
la sera, la luce dei fuochi danzava facendosi strada tra le ombre.
Tutto
il villaggio si riunì per la cerimonia nuziale.
Zhala
fu vestita con vaporosi strati di stoffe multicolori, indossava al
collo, alle braccia e intorno alla testa dei bellissimi gioielli
lavorati con rame e oro e incastonati di pietre bianche, mentre i suoi
capelli erano acconciati in sottilissime trecce. Quando Kris la vide
restò senza fiato per tanta bellezza. Anche lui indossava un abito
multicolore, con pelli, stoffe e gioielli.
Insieme
si sedettero davanti al fuoco che rappresentava il tempo che avrebbe
consumato insieme le loro vite.
La
madre di Kris celebrava il rito, sostenuta da altre due donne. Faticava
a reggersi in piedi, ma non aveva voluto rinunciare a quel compito.
Iniziò
a pronunciare formule, parole nell’antica lingua del regno, che Yuri
non poté capire, alle quali Kris e Zhala rispondevano nella stessa
lingua.
Uno
degli uomini, seduto accanto a Yuri, spiegò che gli sposi promettevano
da quel momento di diventare una cosa sola e si giuravano eterna
fedeltà.
A
conclusione della cerimonia, entrambi bevvero da una ciotola scavata nel
legno della foresta e decorata con intagli e pitture, un sorso di latte
del bestiame allevato nel villaggio.
La
madre di Kris, con gli occhi bagnati di lacrime, concluse con una nuova
formula, poi iniziarono a suonare i tamburi.
La
gente sedeva in cerchio attorno al fuoco, mentre i più giovani al
centro eseguivano le estenuanti danze rituali.
La
madre di Kris fu riportata in casa, gli sposi la seguirono.
Yuri
rimase per quasi un’ora in silenzio a osservare gli infaticabili
ballerini che si muovevano al ritmo di quella terra così misteriosa e
lontana.
Finalmente
Kris uscì. Yuri gli andò incontro.
-È
morta.- Disse il guerriero dalla pelle scura, -Domattina presto potremo
partire.-
Yuri
si stupì: -Ma come, così presto? Non dovrebbe esserci una cerimonia
funebre, e tu non dovresti restare con tua moglie?-
-È
così poco il nostro tempo... Ci sono i tre giorni di attesa prima del
rogo. Mia madre mi ha dispensato dall’assistere. Resterò con Zhala
stanotte, ma domani partiremo. Non mi sentirei tranquillo a rimanere
qui.-
Era
triste che Kris dovesse abbandonare sua moglie, ma Yuri sapeva che la
guerra non era ancora finita. Lui avrebbe fatto lo stesso.
Si
ritrovò a pensare al matrimonio, una cosa che non avrebbe mai
considerato nella sua vita. Fra pochi giorni avrebbe compiuto
ventiquattro anni, e finora non aveva mai pensato di potersi innamorare
di una donna, eppure adesso...
Negli
ultimi mesi si era ritrovato spesso a desiderare di tornare al castello,
ma non aveva mai concretizzato quel pensiero, come se credesse in questo
modo di poterlo sopprimere. Lui era un guerriero e ora aveva il grande
dovere di custodire il Fiore di Luce. Non poteva perdere tempo a
preoccuparsi di una donna.
* * *
Lisa
guardò Sheila con una certa apprensione, dopo quello spiacevole
presagio era sempre più preoccupata, senza contare che Sheila era
sempre più assente, sempre pensierosa, trascorreva molto tempo nella
biblioteca del Tempio e sembrava insoddisfatta da quello che leggeva.
Anche quella mattina era lì, sfogliava la copia di un libro antico, uno
di quelli appena arrivati dal Regno del Deserto.
Scosse
la testa, neppure quel testo poteva aiutarla. Aveva esaminato tutti i
dialetti, tutte le lingue più arcaiche e non aveva trovato niente che
somigliasse minimamente a quello che vedeva nei suoi sogni, nessun tipo
di incisione era uguale a quella impressa sulla lastra nera.
Le
sembrava tutto così assurdo.
Se
davvero l’aveva sognato, allora doveva essere per forza qualcosa che
aveva già visto e già conosciuto.
Avrebbe
dovuto ricercarlo nel suo passato.
E
lei sapeva bene che il suo passato era la magia nera.
* * *
Lungo
i corridoi, i suoi passi riecheggiavano in modo quasi sinistro, più
saliva e più i rumori si riducevano a quello e allo sferragliare della
spada contro la cintura.
Il
piano più alto del castello era quasi totalmente vuoto.
La
guardia che era andata a chiamarlo aveva avuto l’ordine preciso di non
accompagnarlo, di farlo salire da solo e di non parlare a nessuno di
quella convocazione.
Yanthe
Hartfall aveva ormai passato i trent’anni, un’esperienza decennale
come soldato, aveva sempre vissuto nel Regno del Fuoco, ma era fuggito
dopo l’arrivo delle truppe del Giglio e da poco si era arruolato nell’esercito
Imperiale; i suoi superiori dicevano grandi cose di lui.
Portava
i capelli castani piuttosto corti e aveva due occhi azzurri penetranti e
a volte un po’ taglienti. Era fermo, determinato ed era abituato ad
essere pronto a tutto.
Bussò
ed entrò facendo il saluto militare con gesti rapidi e decisi.
Christopher
gli diede una veloce occhiata, poi decise di arrivare subito al dunque:
-Quella che ho intenzione di affidarti è una missione piuttosto
delicata e innanzi tutto voglio che giuri sul tuo onore di non farne
parola con anima viva.-
-Sul
mio onore.- Rispose Yanthe prontamente.
Christopher
proseguì: -Mia sorella, la principessa Isabelle è...- Stava per dire
“scappata”, ma si trattenne, -... ha lasciato il castello senza un’adeguata
scorta, e sembra sia diretta a sud-ovest, verso il Regno del Fuoco. Ho
chiamato te perché sei l’unico che conosca approfonditamente quei
territori.-
Yanthe
annuì con fermezza.
-Isabelle
è partita con la principessa Myelle: il tuo compito è ritrovarle e
riportarle indietro sane e salve.-
Yanthe,
sentendo nominare Raggio di Luna, trasalì impercettibilmente;
Christopher non poteva sapere che durante il lungo servizio prestato
alla Corte del Regno del Fuoco era stato il maestro d’armi della
principessa. Che ironia della sorte rincontrarla in quelle circostanze!
Soppresse
le sue riflessioni e rispose: -Farò ogni cosa in mio potere per
esaudire la vostra richiesta. Partirò immediatamente.-
-Molto
bene, porta con te tutto ciò di cui avrai bisogno. Puoi andare. Uno dei
cavalli migliori è già pronto nelle stalle.-
Yanthe
fece un inchino secco e uscì.
Christopher
avrebbe voluto andare personalmente a cercarle, ma non poteva
abbandonare i suoi doveri.
Sheila
bussò dolcemente entrando con passo leggero nel suo abito scuro.
La
prima cosa che aveva fatto, una volta tornata dal tempio, era stata
andare da lui.
Era
come se sapesse sempre quale fosse il momento giusto per apparire,
quando lui aveva bisogno di parlare con qualcuno.
Christopher
appoggiò i gomiti sul tavolo di legno che aveva davanti e si lasciò
andare chinando la testa e passandosi le mani fra i capelli biondi.
-Hai
mandato un soldato a cercarle?- Chiese lei. -Non preoccuparti, stanno
bene, lo sento.-
Lui
le sorrise: -Ora va meglio, non so come, ma tu hai il potere di
calmarmi, e allo stesso tempo conosci un lato di me che nessuno dovrebbe
mai vedere in un Imperatore. A volte penso di non essere abbastanza
forte per questo impegno.-
-Il
fatto che tu non sia assetato di potere e che non ti culli nella tua
ambizione, non significa affatto che tu non sia forte. E poi sei un
essere umano, è normale che tu abbia dei sentimenti.-
Lui
guardò in alto. -Già, ero così abituato ad Isabelle, sempre viva e
rumorosa... Senza di lei questo castello sembra così vuoto...-
-È
vuoto. Ci siamo soltanto noi due.-
Silenzio.
Solo
il ritmico e monotono sciacquio della corrente.
Isabelle
osservava l’Isola Imperiale allontanarsi lentamente, ancora una volta.
Ultimamente non faceva altro che essere sballottata di qua e di là, da
una parte all’altra dell’Impero, come una bambola, una pregiata
bambola che non serve a niente, solo bella da guardare. Ma lei era uno
dei Custodi del Fiore di Luce: aveva fatto cose importanti, aveva delle
responsabilità serie.
-Sai,-
disse a Raggio di Luna, -Hai ragione. È stata davvero un’idea
stupida.-
Raggio
di Luna guardò le stelle che quella notte sembravano meno brillanti del
solito: -Ormai siamo qui. Non possiamo tornare indietro. E poi in fondo
ti capisco, anch’io mi sarei sentita inutile rimanendo al castello,
non è quella la mia casa.-
Isabelle
annuì, non poteva darle torto, poi sorrise: -Jonathan mi ucciderà
quando saprà che sono scappata.- Ma la sua allegria scomparve di colpo:
-Non
sarà per niente contento di quello che ho fatto.-
-Hai
paura che ti rimandi a casa?-
-Non
lo so, ma… credo che mi basterebbe vederlo anche una sola volta… Ma
quattro mesi sono lunghi, potrebbe non volermi più…-
-Che
sciocchezze! Qualcuno che fino a pochi mesi fa ha rischiato la sua vita
per te…- Il suo sguardo arrogante si rattristò.
Isabelle
fece un sorriso amaro: -In fondo le nostre situazioni si assomigliano un
po’…-
-Non
farmi dire quello che non voglio.-
-…
so qual è il vero motivo che ti ha spinta a seguirmi…-
-Non
farmi dire quello che non voglio.- Ripeté.
-Non
è a me che devi dirlo.-
Raggio
di Luna distolse lo sguardo senza rispondere.
Ad
un tratto un senso di vertigine e di nausea la colse di sorpresa, una
specie di crampo allo stomaco. Si inginocchiò a terra portandosi una
mano al ventre.
Per
un attimo i suoi occhi erano diventati opachi, la vista le si era
oscurata.
-Che
succede?- Isabelle si chinò su di lei preoccupata, Raggio di Luna si
sedette sul ponte mentre il respiro le tornava regolare, mentre si
riavviava verso la normalità. -Non è niente, solo un mancamento.- Si
sforzò di sorridere, -Forse soffro di mal di mare.- Ma non era per
niente convinta di quel che diceva: era stato qualcosa di diverso da un
semplice malessere, per un attimo era stato come se dentro di lei ci
fosse qualcosa di troppo, qualcosa di invisibile che aveva cercato di
dilatarsi, di farsi spazio.
-Forse
è meglio che tu vada a stenderti.- Continuò Isabelle. Lei accettò il
consiglio. Wej la accompagnò sotto coperta.
* * *
Per
Sheila fu di nuovo una notte agitata. Il sogno non era cambiato di
molto: c’era la solita lastra nera incisa d’argento, il solito
silenzio, ma questa volta al sogno si sovrappose un’immagine, l’immagine
di un libro rilegato in nero, con scritte argentate, che le parve
familiare. Ma quando stava per metterlo a fuoco, l’immagine svanì e
di nuovo quella voce la chiamò, facendola svegliare.
Era
terribilmente buio, le nuvole nere coprivano la luna. Accese una candela
e iniziò a rovistare nei suoi cassetti, in cerca di carta e inchiostro.
Trascrisse
su un foglio tutta l’inscrizione, intanto che il ricordo era ancora
fresco. L’aveva vista un numero di volte sufficiente per memorizzare
ogni carattere. E ancora non riusciva a ricordare di che tipo di
scrittura si trattasse.
Ripiegò
il foglio, quando ad un tratto le tornò alla mente l’immagine del
libro. L’aveva già visto, ne era certa. Non al tempio, lì no c’erano
libri neri… Poi la consapevolezza la colse fulminea, tanto da farle
cadere il foglio di mano. Era uno dei libri di Romar.
Dopo
la battaglia al castello, il laboratorio del mago non era più stato
toccato perché troppo pericoloso, sarebbero serviti degli esperti di
magia bianca per distruggerlo, quindi era stato semplicemente chiuso a
chiave e sigillato dall’incantesimo di un Monaco Superiore. Sheila non
avrebbe mai pensato di tornarci, non fino a quell’istante.
Non
ora che tutte le risposte al suo sogno si trovavano lì dentro.
Non
aspettò di parlarne con Christopher, lui non le avrebbe permesso di
correre un simile rischio. Decise di andare subito, mentre era ancora
notte. Era vero che il Fiore di Luce aveva allontanato da lei la magia
nera e le influenze negative, ma era anche vero che ora era dotata di un
nuovo grande potere.
Raccolse
il foglio e la candela, poi uscì nel corridoio.
Scese
nei sotterranei, nessuno era più di guardia in quella zona.
Il
silenzio era completo e totale. Si avvicinò alla porta: la magia era
forte, ma non abbastanza. Protese la mano verso la serratura.
La
stella viola brillò sulla sua guancia. Bisbigliò: -Fulmine.- E una
piccola scarica elettrica colpì la serratura, facendola saltare. La
porta era aperta.
* * *
Yuri
si svegliò di colpo, come assalito da uno strano presentimento, ebbe
come l’impressione di aver sognato Sheila, ma non riusciva a
ricordare, tuttavia per il resto della notte non fu più in grado di
prendere sonno.
* * *
Sheila
accese una torcia, illuminando il laboratorio coperto di polvere e
ragnatele, c’erano ancora i segni dell’ultima battaglia, ampolle e
sacchetti di spezie erano sparsi sul pavimento. Non c’era sangue,
naturalmente, il demone l’aveva assorbito tutto. Quel pensiero la fece
rabbrividire.
Aggirò
la zona in cui Romar aveva pronunciato il suo ultimo incantesimo e si
diresse verso la libreria, in cerca di quel libro che spesso il mago
consultava.
Non
appena toccò gli scaffali, una voce le penetrò nella testa, oscura e
suadente, come acqua gelida che si insinuava nelle sue viscere: -Sheila.-
Lei
non riuscì a muoversi, non riuscì a opporsi.
-Sheila,
ti aspettavo, vieni da me.-
Sheila
sapeva che la libreria celava il passaggio per una stanza
segreta, dove Romar conservava i libri e i componenti più
preziosi, e dove faceva gli esperimenti più pericolosi.
Istintivamente,
quasi senza pensare, azionò il meccanismo, si immerse nel buio
profondo. L’aria era soffocante.
-Sheila,
sapevo che non avresti resistito. Io so cosa desideri…-
Sheila
ebbe un momento di lucidità: -No, non voglio…-
-Tu
rivuoi la magia nera, il suo richiamo è irresistibile. Una volta che l’hai
provata non puoi più farne a meno, lei scorre densa come il sangue, ti
avvolge, ti appartiene…-
-No!
Io voglio solo capire il mio sogno…- Si sentiva stordita e annebbiata.
Si
accese una sinistra luce argentea accanto a lei: -Eccolo,
è questo che cercavi.-
Lei
riconobbe immediatamente il libro del suo sogno.
-Sarà
lui a riportarti da me.-
Sheila
lo toccò e sentì di stare perdendo ancora di più il controllo di se
stessa: -Non tornerò al male…-
-Non
puoi farci niente, è la tua maledizione, sei in mio potere ormai.-
Lei
ebbe l’impressione di svenire, di cadere sempre più a fondo, lontana
dalla coscienza e forse era troppo tardi, “Dove
sei… Yuri…”
Si
svegliò, si ritrovò nel suo letto. Possibile che avesse sognato anche
quello?
No.
Il libro nero era lì accanto a lei.
Nel
laboratorio di Romar c’era una presenza malvagia, ma ora lei era nella
sua stanza, quindi poteva significare solo che era stata forte, che
aveva resistito.
Di
una cosa era sicura, non sarebbe mai più tornata laggiù.
* * *
Mese
IX, giorno 6
La
giornata era piuttosto fredda. Lisa dovette indossare un mantello anche
restando all’interno del Tempio, il laboratorio poi, era
particolarmente gelido.
Era
lì perché aveva bisogno di pensare, dopo tanto tempo era davvero
preoccupata per il Fiore di Luce e quello era l’unico luogo in cui non
sarebbe stata disturbata.
Aveva
addirittura sigillato la porta con un incantesimo.
Lei
sapeva praticamente ogni cosa si potesse conoscere attraverso i libri
riguardo al Fiore e spesso aveva avuto notizie preziose da Misha,
purtroppo sapeva ben poco dei nuovi predestinati ed era turbata dal
fatto che una maledizione pesasse su di loro.
Ne
aveva parlato una volta con Misha stessa, ma non aveva capito molto, di
una cosa sola era sicura: finché il Fiore non fosse stato riunito
sarebbe stata in pericolo la sua stabilità.
Per
questo doveva andare al castello e parlare con i diretti interessati.
La
guardia la fece passare senza problemi e la fece accomodare nella sala d’aspetto.
Dopo
qualche minuto la condussero in una delle stanze d’udienza dove Sheila
l’attendeva.
-Chiedo
perdono,- Si scusò Lisa, -ma è da tempo che desideravo parlarvi di una
questione che mi preoccupa.-
-Parla
pure liberamente, di cosa si tratta?-
-Della
maledizione che grava sui nuovi predestinati.-
Sheila
fu percorsa da un involontario brivido di freddo: -Come scusa?-
Lisa
insisté: -Il Fiore di Luce non è ancora riunito e io ho spesso presagi
negativi. Finora non ho trovato nessun altro che abbia saputo dirmi di
cosa si tratti.-
-Non
hai nulla da temere.- La rassicurò Sheila, -Comunque se ti può far
sentire meglio, te ne parlerò. È vero, dieci anni fa, quando il Fiore
è stato rotto, le pietre sono state contaminate da un demone.-
Lisa
spalancò gli occhi, stupita soprattutto dalla tranquillità con cui
Sheila ne parlava.
-Non
si tratta di una vera e propria maledizione, ma solo una debolezza che
tutti noi abbiamo affrontato per acquisire i poteri, è solo un ostacolo
legato alle caratteristiche delle nostre pietre. Ma come ti ho detto, l’abbiamo
superato.-
Lisa
sapeva che sarebbe stato sfacciato procedere oltre, ma non poté
trattenersi dal chiedere: -Posso sapere qual era il vostro ostacolo,
Sheila?-
Lei
rispose candidamente: -La magia nera.-
Lisa
fece quasi un salto sulla sedia, era sconvolta: davvero uno dei Custodi
aveva avuto a che fare con la magia nera? Ma com’era possibile?
Sheila
proseguì: -Prima di scoprire i poteri del Fiore ero una praticante di
magia nera. Non c’è motivo per cui tu debba turbarti. Quel tempo è
ormai passato e sepolto.-
Lisa
si alzò ancora frastornata: -Credete sia possibile che io parli con la
principessa Isabelle?-
-Purtroppo…
Isabelle è… partita, e non so quando potrai vederla.-
-Quand’è
così…- Concluse la ragazza, -Vi ringrazio per il tempo che mi avete
dedicato e ritorno al tempio.-
Sheila
l’accompagnò alla porta e quando Lisa le porse il saluto, il
presentimento la colse con violenza e fu sul punto di cadere.
Sheila
la sorresse: -Che ti succede?-
Un
accumulo impressionante di energia negativa l’aveva investita nel giro
di pochi istanti. Si riprese: -Non è niente, sono solo un po’
stanca.-
Tornò
al tempio sempre più convinta che qualcosa non andasse in Sheila, ma
non c’era nessuno a cui potesse esprimere i suoi dubbi, o forse sì?
Il
sole stava tramontando nel Regno della Rosa quando l’uomo con la spada
al fianco entrò nell’ennesima locanda.
Si
avvicinò all’oste senza tergiversare e mostrò un medaglione con lo
stemma Imperiale: -Ho bisogno di un’informazione.-
-Qualunque
cosa…- rispose l’uomo, nonostante fosse piuttosto corpulento, si
sentì intimorito dai suoi occhi gelidi.
-Sto
cercando due donne, una è bionda, l’altra ha i capelli rossi e ricci.
Sono giovani e molto belle e sono accompagnate da un bamboccio che fa
loro da scorta. Tu le hai viste?-
L’oste
esitò qualche istante, poi balbettò: -C-credo di sì… Hanno preso
due stanze per la notte…-
Lo
straniero sorrise, ma fu un sorriso privo di calore, sapeva che le
avrebbe trovate in quella città così come conosceva Raggio di Luna.
Quel percorso…
-…
l’ho sempre fatto quando mi spostavo dal mio regno all’Isola
Imperiale e viceversa: è quello più diretto e lo conosco piuttosto
bene.- Disse Raggio di Luna.
Isabelle
annuì: -E quanto credi ci vorrà per arrivare all’accampamento?-
La
principessa fece due veloci calcoli mentali. -Se non sbaglio circa una
giornata di cammino.-
Isabelle
si lasciò cadere sul letto: -Non vedo l’ora, sono distrutta…-
-Vedrai
che dopo una notte di sonno ti sentirai meglio.-
-Raggio
di Luna.-
-Sì?-
-Grazie
per essere venuta con me. Senza di te credo che a quest’ora mi sarei
persa…-
Bussarono
alla porta. Le due ragazze si guardarono sorprese.
-Sarà
Wej?- Chiese Isabelle.
Raggio
di Luna andò ad aprire.
-Luna,
è bello rivederti.-
La
ragazza rimase sbalordita. No, non poteva sbagliarsi, era davvero lui.
Sentì
che le gambe le erano diventate insensibili e le divenne difficoltoso il
respiro. Poi di nuovo tornò quella sensazione di vertigine e quello
spasmo doloroso allo stomaco, il senso di nausea fu ancora più
violento.
E
poi il mondo divenne buio e Raggio di Luna iniziò a scivolare verso il
suolo.
Yanthe
la sorresse appena in tempo.
Isabelle
corse da lei.
L’ufficiale
la sollevò e la stese sul letto.
Nel
frattempo anche Wej era accorso, come se avesse avvertito qualcosa.
-Di
nuovo! Sapevo che aveva qualcosa di strano.- Commentò la principessa.
-Come
sarebbe di nuovo?-
Isabelle
guardò lo sconosciuto: -Ma voi chi siete?-
Wej
riconobbe l’uniforme: -Un ufficiale dell’esercito?-
Questi
istintivamente si mise sull’attenti: -Caporale Yanthe Hartfall,
esercito Imperiale. Mi ha mandato l’Imperatore in persona a cercarvi.-
Isabelle
non fu poi così stupita, si rivolse a Wej per congedarlo: -È tutto a
posto, puoi tornare nella tua stanza.-
Il
ragazzo fece un cenno del capo e uscì puntando uno sguardo diffidente
verso il nuovo arrivato.
-Non
si usa più salutare i superiori?- Commentò Yanthe, ma Isabelle lo
interruppe: -Mi aspettavo che Christopher ci mandasse dietro qualcuno,
ma come avete fatto a trovarci?-
-Conoscevo
questo percorso, e poi ho chiesto in giro. Se mi permettete, due donne
come voi non passano certo inosservate.-
Raggio
di Luna iniziò a riprendersi e l’attenzione di Isabelle tornò su di
lei: -Come ti senti? Sei svenuta! Mi hai fatto una paura!-
-Sto
bene, davvero, è stata solo un po’ di debolezza. Sono solo stanca.-
Si mise a sedere portandosi una mano alla testa: -Che ci fai qui, Yan?-
-Ero
l’unico soldato che conoscesse la zona.-
Raggio
di Luna lo squadrò notando l’uniforme: -Ti sei riarruolato?-
-esercito
Imperiale.- Rispose lui abbozzando il saluto militare.
Isabelle
li osservava in silenzio, stupita dal fatto che fossero tanto in
confidenza.
-Sei
scappato come un coniglio e adesso pretendi di tornare un soldato?-
-Potrei
dire lo stesso di te.-
Raggio
di Luna si irritò. Isabelle cercò di allentare la tensione: -Suppongo
che voi vi conosceste già.-
-Sì,-
Disse Yanthe, -io ero il suo…-
-Maestro
d’armi.- lo anticipò la ragazza.
A
lui non piacque per niente il suo tono: -È questo che sono adesso? Ma
in fondo è sempre stato così, io ero solo un pezzo di arredamento
dalla tua bella corte. Una delle tante pedine che potevi usare a tuo
piacimento. Certo, tu preferivi Wildfar perché ha sempre fatto tutto
quello che volevi, come un cagnolino fedele.-
-Zitto!-
Strillò Raggio di Luna, -Non ti permetto di parlare così!-
-Ti
dà fastidio che io abbia detto la verità?-
-Sei
sempre lo stesso, Yan! Devi marcare il territorio, tu volevi soltanto
che strisciassi ai tuoi piedi e mi struggessi per te. Scommetto che hai
sfruttato l’occasione per cercare di riprenderti quello che è tuo.-
Isabelle,
per non mettersi in mezzo, si fece piccola piccola e trattenne il
respiro.
-Io
sono un uomo e non mi faccio calpestare da una donna isterica e
smorfiosa come te! Adesso che non sei più una principessa posso
finalmente dirtelo in faccia cosa penso di te: non vali proprio niente,
ne posso trovare a centinaia meglio di te, tu resta pure con il tuo
soldatino smidollato.-
-Zack
ha molto più fegato di quanto tu potrai mai sognare di averne. È stato
lui a tirarmi fuori dal castello quando tu mi avevi voltato le spalle!-
-Ma
non lo vedi! Non ti rendi conto che pensi sempre e solo a te stessa! Mi
fai pena sei solo una…-
-Ti
ricordo che sei di fronte alla sorella dell’Imperatore, soldatino!
Controlla il tuo linguaggio!-
Yanthe
si voltò verso Isabelle, come se niente fosse: -Chiedo scusa
principessa, non volevo mancarvi di rispetto. Ad ogni modo, ora
riposatevi. Domattina vi riporto a Corte, tutte e due.-
-Cosa?!-
Disse Raggio di Luna.
-Non
se ne parla!- Scattò Isabelle, -Non ho intenzione di tornare indietro!
Proprio ora che sono a due passi dalla destinazione! Arriverò all’accampamento
a qualunque costo!-
* * *
Mese
IX, giorno 7
-Avanti.-
Disse Christopher.
Lisa
entrò con passo leggero e fece un inchino.
La
luce era poca, il cielo del pomeriggio grigio e nuvoloso e la ragazza
sembrava ancora più pallida, dal fondo dei suoi occhi traspariva un
velo di inquietudine. Il loro colore, normalmente azzurro-verde, sotto
quella luce innaturale sembrava quasi grigio, facendola somigliare molto
ad Eterna.
-Mi
dispiace disturbavi, Altezza, e vi ringrazio per aver trovato il tempo
di ricevermi.-
Christopher
la osservò con attenzione, era nervosa: -Cosa ti turba?-
-Vedete,
Altezza, vi sembrerà strano, ma sono preoccupata per il Fiore di Luce.
Ho avuto spesso presagi negativi in questo senso, e poi ho saputo della
maledizione. Sheila mi ha parlato di magia nera…-
-Io
non credo che tu debba preoccuparti. Se ognuno di noi ha sviluppato il
suo potere, significa che tutti gli ostacoli sono stati superati. È
solo questa guerra che ci rende tutti inquieti. E l’aria dell’autunno
che si avvicina. Non preoccuparti più di queste cose.-
Lisa
fece un nuovo inchino: -Vi ringrazio e chiedo di nuovo scusa per aver
rubato il vostro tempo.-
* * *
In
effetti le sue giornate erano tutte piuttosto piene, Christopher doveva
ammetterlo, a volte stare a palazzo a fare l’Imperatore era molto più
faticoso che stare sui campi di battaglia.
Solo
quel giorno avrebbe dovuto ricevere una decina di persone tra
ambasciatori e nobili dei regni liberati e dei regni che avevano
prestato i loro uomini all’esercito Imperiale, senza contare tutti gli
impegni burocratici: Raggio di Luna e Sheila avevano fatto un ottimo
lavoro negli ultimi mesi, ma la strada era ancora lunga. Si trattava di
riorganizzare una seduta straordinaria dell’Alto Consiglio e
soprattutto ripristinare e rinnovare il Consiglio dei Giudici, che si
occupava dell’osservanza della legge Imperiale, infatti i membri
precedenti o erano stati corrotti da Zarkon o erano stati da lui
minacciati se non addirittura eliminati e sostituiti da persone di sua
fiducia: avidi approfittatori e traditori dell’Impero, disposti a
coprire le sue malefatte e i suoi folli piani.
Ora
Christopher si chiedeva dove e come trovare le persone giuste in una
corte decimata, piena di funzionari ambigui e inaffidabili, tra persone
che lui stesso non aveva mai avuto modo di conoscere.
Il
governo dell’Impero, da quanto emergeva dalle antiche leggi, non era
eccessivamente complesso: la maggior parte delle decisioni spettavano
all’Imperatore stesso, perciò per Zarkon era stato così facile fare
ciò che più gli aggradava usando lui, o quello che di lui restava,
come prestanome.
Christopher
capì che le cose dovevano cambiare, doveva fare in modo che una cosa
del genere non potesse verificarsi mai più in futuro.
L’Imperatore
aveva sempre avuto dei consiglieri personali, che erano appunto i
Custodi della Luce, che si riunivano in quello che era chiamato il
Consiglio dei Sette, e che naturalmente era stato temporaneamente
sospeso, per la morte o scomparsa dei membri, con l’avvento di Zarkon.
Questo Consiglio faceva inoltre capo al Sacro Collegio, un’assemblea
dei Primi Monaci di tutti i templi dell’Impero, anche questo
smantellato e sciolto per la mancanza dei Sette, con la chiusura dei
monasteri e la messa al bando della magia.
Perciò
Zarkon si era ritrovato a governare solo e indisturbato con l’appoggio
dei giudici corrotti che non si azzardavano a mettere in dubbio la sua
legittimità.
Dunque
un potere religioso da una parte e i giudici dall’altra, che
oltretutto erano supportati dall’esercito.
Anche
l’esercito era un grosso problema. Dopo la liberazione del castello,
avvenuta alla fine del quarto mese di quell’anno, aveva perso la
maggior parte dei suoi ufficiali, che, fedeli a Zarkon e da lui
stipendiati, o erano stati arrestati o avevano fatto in fretta a sparire
nel nulla quando la situazione si era fatta rovente. Così che, a conti
fatti, escluso il nuovo Colonnello Leonard Gendon, promosso
istantaneamente e straordinariamente dal suo grado di Capitano, tutti
gli altri erano sottoufficiali molto giovani, troppo giovani.
Erano
tutti troppo giovani, e il peso da sostenere era tanto e potevano
contare solo sulle loro forze.
Non
avrebbe potuto fare eccessivo affidamento sugli altri regni, sarebbe
stato pericoloso, in una situazione tanto delicata, far credere agli
altri regnanti che l’Impero Centrale era debole e vulnerabile, e
inoltre i regni appena liberati erano depredati e instabili e avevano
bisogno di tutto il sostegno dell’autorità Imperiale.
Forse
c’era una soluzione a tutto questo, per rafforzare il suo potere e per
tenere insieme l’Impero in modo coerente. Era tempo di uscire da
quello stato di isolamento e permettere ai regni di partecipare al
benessere di tutto l’Impero. Quello che poteva fare era cominciare
dall’Alto Consiglio: anziché convocarlo una volta ogni cinque anni,
perché non renderlo permanente? Un contatto diretto e continuo con i
vari regni era la soluzione migliore per tutti, anche se era una grande
innovazione e sapeva che sarebbe stata vista con riluttanza, e poi
avrebbe richiesto una nuova legislazione, o meglio, una nuova assemblea
di legislatori: studiosi, dotti e persone di legge del tutto
indipendenti da ogni altro collegio. Forse avrebbe potuto funzionare…
Doveva
darsi da fare e ricostruire un nuovo Impero più forte e più prospero.
Ma
lui ne era davvero all’altezza?
Per
ora il castello era vuoto e silenzioso, a parte la servitù e qualche
militare, tutti si tenevano molto alla larga dalla Corte per paura di
essere tra i ricercati, accusati di tradimento. In questo momento il suo
unico punto di riferimento era Sheila, l’unica che avesse vissuto al
castello in quegli anni, l’unica che conoscesse le persone che lo
frequentavano. L’unica di cui potesse fidarsi.
* * *
Sheila
accese una candela, il cattivo tempo aveva reso la giornata più buia.
Era
riuscita a sbrigare in fretta i suoi impegni giornalieri, e ora si era
ritirata nella sua stanza.
Distese
sullo scrittoio il foglio su cui aveva ricopiato l’iscrizione del
sogno, la osservò a lungo.
Erano
sedici versi, ma la cosa più importante era cercare di tradurla.
Iniziò
a sfogliare il libro nero, in preda a una strana agitazione.
I
caratteri rappresentati sulle pagine ingiallite erano gli stessi che
aveva visto nel suo sogno.
Ma
lei non era più in grado di leggere quei caratteri: i poteri del Fiore
di Luce avevano allontanato da lei la magia nera.
“Questa
non è la verità. Il Fiore di Luce non può agire sulla tua memoria,
non può cancellare da te nozioni che hai studiato e imparato. Questa
non è magia, è solo apprendimento, è solo lo studio di una lingua
morta e tu conosci questa lingua, puoi leggere questo libro. Fa parte di
te, è la lingua delle tenebre.”
Gli
occhi di Sheila iniziarono a correre sulle righe e le sue labbra si
muovevano in un mormorio di suoni sconosciuti e lontani, ma che pian
piano iniziavano a prendere forma nella sua mente, iniziavano ad
acquistare un significato e a tradursi nella sua voce, nella sua lingua
di bambina, quella del Regno della Mezzaluna, e poi nella lingua dell’Impero.
E
ogni parola era una bestemmia, parole proibite dalla luce, parole che
venivano dal buio più profondo, dalle forze più oscure e che
lentamente la risucchiavano in una spirale di tenebra.
Sheila
sentì che stava di nuovo lasciandosi andare, e di nuovo un’immagine
fu la sua salvezza e il suo appiglio, l’immagine che l’aveva portata
verso la luce. Si alzò di scatto come per allontanarsi dal libro e lo
richiuse con violenza. Aveva letto abbastanza, quanto le serviva, forse
aveva letto troppo. “Davvero
credevi di salvarti pensando a Yuri, solo pensando a lui?” Sheila
aveva pensato a Yuri, ed era tornata cosciente. In fondo era stato il
destino a scegliere per lei quale fosse il suo punto di riferimento. Ma
era un riferimento troppo vago e troppo lontano.
Sheila
pensò a Yuri, ma forse quella fu l’ultima volta.
Rimase
qualche secondo con lo sguardo nel vuoto, come per rendersi conto se
veramente fosse tornata in sé. Poi prese di nuovo in mano il foglio con
l’iscrizione. Ora era in grado di leggerla, era in grado di tradurla:
era una predizione, un ammonimento.
La
trascrisse su di un altro foglio, nella lingua dell’Impero, e poi
bruciò subito l’originale, fu una specie di rito contro la sfortuna,
anche se, da quanto diceva la predizione, ci sarebbe voluto ben altro.
Non
ebbe il coraggio di leggerla ad alta voce, la spaventava, anche se
ancora non l’aveva capita del tutto:
Le
tre lune che incombono sui Custodi della Luce
Presagi
di sventura precedono le tre venute
Il
ritorno dei maledetti e l’ascesa delle tenebre
Alla
ricerca dell’unione e della separazione
Della
rinascita e della distruzione.
La
prima venuta portatrice di sangue
La
seconda venuta portatrice di dolore
La
terza venuta portatrice di tormento.
La
forza delle ombre che soffocano il respiro
Le
pene dell’espiazione che allontanano lo spirito
Il
peso della luce che squarcia il materiale.
I
tre errori fatali
Aprono
il passaggio e portano la scelta
Dove
la notte eterna domina la terra.
Il
tempo è segnato, la ricerca è alla sua fine
Il
vero potere è solo contro le funeste lune.
1.
Legati al Passato
Mese
IX, giorno 6
Una
vena di dolore si diramò dal suo ginocchio fino ad entrargli nel
cervello. Era stato da quando si era ferito, durante la battaglia al
palazzo Imperiale, che camminare non era più la stessa cosa. Si era
trascinato dietro quel dannato dolore per gli ultimi quattro mesi.
Kara
notò la sua smorfia e capì al volo di cosa si trattasse: -Ormai sei
tropo vecchio per questo lavoro “nonno” Ulrich.-
Questi
balzò in piedi, nonostante il ginocchio: -Guarda che neanche tu sei
più una ragazzina, e ce la faccio benissimo!-
Kara
lo spinse per farlo tornare a sedere sulla panca di legno: -Avanti, stai
seduto, gli altri arriveranno a momenti.-
Ma
Ulrich non poté fare a meno di scostare la tenda e guardare fuori. Non
che si vedesse un granché. Non di sera, e non nel Regno delle Nebbie.
L’accampamento
era situato in mezzo a un campo con sporadici alberi già secchi e
morti, una radura fra sterminati boschi altrettanto secchi e morti.
Alcuni
falò rilucevano nella foschia come fuochi fatui. Nelle altre tende che
sembravano galleggiare nel mezzo del niente, stavano riposando gli
squadroni di soldati del Regno dell’Orso, di cui era originario Ulrich,
e del Regno del Drago Bianco che si erano mischiati con quelli del Regno
della Cascata e del Regno del Vento, il regno in cui era nato Itam
Larsen.
-Dannazione!-
Imprecò Ulrich, -Itam ancora non si fa vivo! Ma non potevamo trovare un
posto migliore per incontrarci? Questa umidità mi si infiltra nelle
articolazioni e diavolo, se questo maledetto ginocchio si fa sentire! E
poi non mi piace questa nebbia, non porta niente di buono.-
Kara
quasi non lo ascoltò, ormai si era abituata alle lamentele, e forse
Ulrich non era più lo stesso di qualche anno prima. Lo fissò senza
guardarlo, come se cercasse di vedergli attraverso. Ma lì fuori, a
parte la nebbia, non c’erano altro che soldati che venivano da tutte
le parti dell’Impero, da regni di cui lei neppure conosceva il nome.
Gli
ultimi quattro mesi non erano stati altro che una grande confusione e
lei si era annoiata a morte. Forse il Mondo di Luce non aveva mai visto
tante alleanze e tanti accordi come in quel periodo e la cosa
sorprendente era che le belle parole si erano anche trasformate in
fatti: nella zona Nord-Est era già tornato tutto come prima e i nemici
erano stati scacciati o sterminati. Anche a Nord-Ovest la situazione
sembrava volgere al meglio, una volta assicurato il Regno del Drago
Bianco, i soldati del Giglio si erano asserragliati attorno al Regno del
Tramonto, l’ultimo in cui l’oppressione fosse davvero pesante, ma
non avrebbe retto per molto. L’unico punto dolente era quel
dannatissimo Regno delle Nebbie che nessuno era ancora riuscito a
violare.
Per
questo era stato deciso che il gruppo di Ulrich Xarke si sarebbe riunito
proprio lì. Kara era scocciata perché finora era rimasta a guardare e
non era potuta entrare in battaglia, ma ora le cose cominciavano a farsi
più interessanti.
Se
Ulrich aveva richiamato il gruppo significava che aveva intenzione di
scendere in campo e Kara DeYong non si sarebbe fatta scappare l’occasione
per sfoderare ancora la spada e la balestra. -La nebbia arrugginisce.-
Concluse, assecondando Ulrich.
-Per
la barba dell’orso nero!- Esclamò ad un tratto l’omone, -Itam! Che
il diavolo ti porti!- Gli corse incontro e lo abbracciò.
Kara
andò dalla sorella gemella. Ora i capelli di Inka erano ricresciuti e
le toccavano le spalle: -L’erba cattiva non muore mai!- Esclamò Kara.
-Tutto
per farti dispetto!- Rispose Inka e poi non poterono fare a meno di
abbracciarsi.
* * *
-Generale.-
Il
soldato si mise sull’attenti di fronte all’uomo di mezza età seduto
dietro ad una grossa scrivania, che dava le spalle a una finestra da cui
entrava la luce della mattina. La pelle olivastra, occhi e capelli scuri
e un paio di folti baffi che sottolineavano la severità dello sguardo.
Ordinò: -Parla, soldato.-
-Generale
Estez, sono giunte notizie poco rassicuranti. Sembra che l’esercito
Imperiale stia avanzando. Fra non molto circoscriveranno i nostri
confini.-
Il
Generale non parve scomporsi: -Lo immaginavo. Ho deciso di convocare una
riunione straordinaria con i miei ufficiali.- Allungò un foglio verso
il soldato, -Questi sono i nomi delle persone da convocare. Comunica
loro che li aspetto questo pomeriggio all’ora nona nella sala delle
udienze.-
Il
soldato prese il foglio e si rimise sull’attenti: -Agli ordini
Generale.-
-Puoi
andare.-
Il
soldato fece il saluto militare e uscì.
Il
Generale si alzò e andò alla finestra. La aprì per osservare meglio
il panorama e una ventata d’aria tiepida lo investì. Rispetto ai
regni settentrionali, nel Regno del Fuoco faceva ancora piuttosto caldo
e l’estate sembrava più lunga. La capitale del regno, Rikos, si
trovava a nord, in una zona pianeggiante e piuttosto selvaggia.
Nonostante le numerose case e gli edifici imponenti, era stato lasciato
ancora parecchio spazio alla vegetazione che cresceva rigogliosa e
lussureggiante.
La
struttura architettonica del palazzo reale era molto diversa da quella
dei palazzi delle zone fredde, massicci e compatti: a causa dell’elevata
temperatura e del clima che non era mai troppo rigido neppure d’inverno
(la neve non si era mai vista), il castello era molto arioso, arricchito
da portici aperti, colonnati e grandi terrazze; nel complesso una
struttura armoniosa e leggera il cui intonaco bianco spiccava nel verde
del grande parco che la circondava, ricco di piante, alberi e fiori
esotici, abbellito all’interno da una grande ricchezza di tendaggi e
veli ricamati d’oro, arazzi e candelabri preziosi e lavorati.
Ora,
a causa dell’occupazione militare e della battaglia, il suo lusso era
caduto un po’ nella trascuratezza, ma il suo splendore non poteva
essere intaccato. In fondo rispecchiava un po’ la sua principessa:
bellezza e nobiltà al di fuori, confusione e inquietudine all’interno.
Dalla
stanza in cui si trovava il Generale Estez, nell’ala est, si poteva
ammirare gran parte della città, con le sue mille case dal tetto
piatto, con le sue mille terrazze e i suoi mille giardini.
Estez
spostò lo sguardo sul parco, incantato dalla sua vegetazione, e poi
alle mura, distanti e grigie, costruite con grosse e solide pietre,
percorse e sorvegliate dai suoi soldati. Istintivamente si lisciò un
baffo, lo faceva sempre quando si compiaceva di qualcosa.
Il
Generale Carlos Estez aveva precisamente cinquantaquattro anni ed era
originario del Regno del Fuoco. Aveva cominciato la sua carriera
militare nelle truppe dell’ambasciata locale di stanza nell’Isola
Imperiale, anche se il suo grande sogno era sempre stato quello di
arruolarsi nell’esercito Imperiale.
Era
già arrivato al grado di Capitano quanto, nel 657 il Generale Zarkon
gli aveva proposto di entrare nelle schiere dell’Iris bianco con la
promessa di una promozione e di un trasferimento nel suo regno. L’offerta
era talmente allettante che Eztez non aveva saputo rifiutare e non aveva
esitato a sfoderare l’uniforme Imperiale dal mantello blu.
E
quelli come lui erano diventati sempre più numerosi.
Estez
non era mai stato completamente soddisfatto, come molti suoi
compatrioti, del modo di governare del re Sebastien Myelle, che
anteponeva sempre i suoi interessi personali a quelli del popolo. Era un
comportamento disdicevole per un paese così potente economicamente
grazie ai numerosi giacimenti di gemme e minerali.
Verso
il 660, sembrava che qualcosa cominciasse a cambiare, con le prime
apparizioni pubbliche della principessa Raggio di Luna, l’unica figlia
avuta dal re prima della morte della moglie. La principessa aveva già
proposto alcune riforme, forse troppo ambiziose, ma come poter credere
che una ragazza appena ventenne potesse reggere il peso di un regno? E
poi Zarkon stava già mettendo in atto il suo piano. Per lui era una
fortuna che un regno tanto ricco avesse un governo tanto debole. Quindi
organizzò il suo colpo di stato che si concluse con la battaglia di
inizio d’anno del 665 e la relativa destituzione dei reali.
All’epoca
Estez era già arrivato al grado di Colonnello, ed era stata proprio la
perfetta coordinazione di quest’ultimo assalto a garantirgli la
promozione a Generale e, con l’appoggio dell’esercito del Giglio, a
rimettere nelle sue mani il governo del regno. Perché in fondo Carlos
Estez amava la sua terra.
All’ora
nona, tutti gli ufficiali convocati si presentarono puntuali e si
accomodarono attorno al grande tavolo nella sala delle udienze.
Estez
entrò nella stanza con passo deciso, scrutando con attenzione i suoi
sottoposti, tutti con indosso la nuova uniforme del Regno del Fuoco che
aveva da tempo soppiantato quella dell’esercito del Giglio.
Erano
in tutto tredici.
-Dovevamo
aspettarcelo.- Iniziò Estez. -Dalla morte di Zarkon le cose sono
cambiate. L’Imperatore rivuole il suo Impero. Abbiamo tenuto duro
finché è stato possibile, ma sarebbe da sciocchi continuare a
ostinarsi per questa strada. Non facevo che ripetere a Farquhar che il
suo piano era folle, ma adesso non si può più tornare indietro.
Dobbiamo renderci conto della nostra situazione. Ormai il Regno del
Fuoco è completamente sotto il nostro controllo, senza contare che i
reali, possessori legittimi del trono, si sono estinti. Dobbiamo far
capire all’Imperatore che siamo stati noi a far andare avanti la vita
del regno e a governarlo negli ultimi mesi. Senza contare che noi
conosciamo bene il nostro popolo e siamo in grado di comprendere le sue
esigenze.-
-Quindi
state dicendo…- incalzò il Colonnello.
-Dobbiamo
cercare un accordo, una tregua. Se ci rimetteremo ai poteri dell’Impero
è probabile che ci sia permesso di mantenere il governo sul regno.-
-E
se l’Imperatore non accettasse?-
-Dovremo
continuare a combattere. Abbiamo solo questa opportunità. Manderò un
messaggio al campo più vicino chiedendo di parlare con un loro
portavoce.- Concluse, lisciandosi un baffo.
* * *
Un’ora
dopo erano tutti lì nella tenda, alla luce della candela, che
proiettava ombre sinistre e inquiete tutt’attorno.
Ulrich
Xarke, Itam Larsen, Inka DeYong, Kara DeYong, Natrix Golem, il Capitano
Lorenz Gendon e le loro ombre contro le pareti.
-Allora,-
iniziò Ulrich, -sono quattro mesi che restiamo qui in mezzo all’esercito
a fare gli scribacchini e io non ho intenzione di continuare a far
ruggine. È ora di fare qualcosa di concreto.- I suoi compagni
concordarono.
-La
situazione qui nel Regno delle Nebbie è molto strana.- Disse Itam,
-L’esercito
del Giglio era concentrato nella zona attorno alla capitale, la città
di Khor, a un giorno di cammino da qui. L’esercito Imperiale è
intervenuto con successo ed ora la zona è apparentemente deserta. Ma se
i soldati erano asserragliati lì attorno significa che stavano
proteggendo qualcosa. Sono sempre circolate strane voci su quella zona.
I rapporti con l’Impero si erano incrinati da quando il re stesso era
stato sospettato di stregoneria e di esercitare arti magiche proibite.
Inoltre sembra che sia proprio da qui che provenissero le armate del
Giglio, quindi non si trattava di un vero e proprio assedio. Comunque
resta il fatto che ci sono delle presenze maligne molto potenti in quel
castello. Per questo noi dobbiamo intervenire.-
Kara
si intromise: -Volete dire che è stato Itam a convocare la riunione?
Allora è proprio vero, Ulrich, che stai diventando vecchio!-
Ulrich
la ignorò e chiese ad Itam: -Come sai tutte queste cose?-
-Era
impossibile non avvertire una negatività tanto forte.- Rispose una voce
femminile dall’entrata della tenda.
Tutti
balzarono in piedi, esclusi Itam e Inka. Due donne si fecero avanti.
Quella
che aveva parlato aveva lunghissimi capelli completamente bianchi, l’altra
era bionda. Entrambe erano belle e luminose, come una giornata di
primavera, ed era impossibile non riconoscerle: erano le due donne che
avevano incontrato al Tempio del Sole, nel Regno del Deserto, Misha
Bluand e la ninfa Sahama.
Misha
sapeva che non era giusto mentire a Christopher, ma lui aveva già altri
problemi a cui pensare e non aveva il tempo per preoccuparsi anche di
quell’affare. Sahama era stata chiara: c’era qualcosa di pericoloso
e potente nel Regno delle Nebbie e aveva bisogno di lei per vederci
chiaro, non poteva fidarsi di nessun altro. Misha Bluand era la più
grande esperta di magia bianca di tutto il Mondo di Luce, e forse l’unica
che potesse essere degna di quel titolo. Così Misha non aveva esitato a
partire.
Come
Christopher aveva voluto, aveva portato con sé alcuni monaci e una
scorta armata di tre uomini che l’avevano accompagnata fino al Regno
del Tramonto dove si era incontrata con Sahama. Aveva lasciato monaci e
soldati al Tempio del Sole da poco ricostruito e poi con la ninfa stessa
si era diretta verso il Regno delle Nebbie, dove l’attendevano Itam e
Inka.
Quattro
mesi insieme, anche se in mezzo all’esercito, ma comunque da soli a
dividere la stessa tenda, erano tanti e avrebbero significato qualcosa
di più se non si fosse trattato di Itam e Inka. E non era perché i due
fossero abituati a stare insieme, o perché le regole dei mercenari
impedissero rapporti troppo stretti, non era perché Inka sapesse che
sua sorella aveva un debole per Itam, non era perché Itam non provasse
niente per Inka e viceversa, non c’erano preoccupazioni per la guerra
che li inibissero o distraessero. No, non c’era nessun motivo per il
quale loro due non dovessero innamorarsi.
C’era
solo una cosa fra loro: un enorme vuoto abisso di rimpianto che
circondava Itam isolandolo dal presente. Itam che non aveva ancora
smesso di sentirsi in colpa per quello che era successo dieci anni
prima, Itam che aveva ancora un profondo squarcio in mezzo al cuore.
Non
era in grado di perdonarsi per la morte dell’Imperatore e di sua
moglie, per la vita che avevano dovuto vivere i loro figli, e Misha: E
poi perché lui sapeva di amarla disperatamente, eppure non aveva avuto
il coraggio di tornare da lei, non aveva fatto assolutamente niente per
dieci anni e il suo ultimo gesto, quello di dare ad Aska la pietra nera,
e ora di cercare di aiutare Christopher a riconquistare l’Impero non
erano sufficienti. Non bastavano a farlo sentire in pace con se stesso:
avrebbe dovuto pagare col dolore per il resto della vita.
-Lo
sai, sei un bugiardo.- Gli aveva detto Inka prima che si riunisse il
gruppo.
Itam
la guardò: -Di cosa stai parlando?-
-Avevi
detto che volevi soffrire per tutta la vita per Misha e invece non ne
hai nessun motivo: lei è viva, sta bene e sta venendo qui… e tu la
ami ancora.-
Lui
non rispose, distolse lo sguardo da lei, cercava di nuovo di
allontanarsi. Inka proseguì: -Non sopporto di vederti in questo stato!
In tutti questi mesi credi che sia stata bene vedendoti così?
Dannazione! Itam, non hai nessun diritto di farmi sentire così!-
Itam
si voltò verso di lei: stava piangendo. Si conoscevano da quasi dieci
anni, e questa era la prima volta che la vedeva piangere.
-Ma
non capisci?- Le rispose, -Io non ho nessun diritto di smettere di
amarla! Non sarebbe giusto. Lei deve sapere che l’amerò sempre,
almeno questo glielo devo! Perché dovrei darle anche questo dolore? Non
ho già fatto abbastanza? Le devo ancora la vita di suo fratello!-
Inka
gli diede uno schiaffo secco. Lui non reagì.
-Sei
patetico! Itam, sono passati dieci anni! Di questo passo sarà lei a
sentirsi in colpa per quello che stai passando tu!-
Itam
guardò in alto, di nuovo in silenzio.
Lei
fece per colpirlo una seconda volta, ma lui le afferrò il polso.
Inka
si stupì, restando con gli occhi fissi su di lui e Itam finalmente la
vide per quello che era: una donna.
Ma
non riuscì neppure sta volta a lasciarsi andare.
-Ti
prego, Inka, cerca di capire…-
-Lasciami.-
Lui le stringeva ancora il polso, allentò la presa.
lei
ritrasse il braccio con un gesto violento, poi gli voltò le spalle. Si
asciugò le lacrime: -Non posso credere di aver pianto davanti a un
uomo. Non succedeva più da… Sai, credo di non aver mai pianto davanti
a un uomo!-
-Mi
dispiace…-
-Ah,
è così che funziona? Prima fai il danno e poi chiedi scusa. Beh,
potevi dirmelo prima, avremmo evitato questa discussione scema.-
-Che?-
Itam si irritò, -È così che la pensi?- La prese per un braccio e la
fece voltare di nuovo verso di lui, fissandosi nei suoi occhi verdi che
per via delle lacrime erano diventati più luminosi.
-D’accordo!
Vuoi vedere davvero com’è un danno? Eccolo!- Le disse attirandola a
sé e baciandola.
-E
quando vedrò Misha le chiederò scusa, d’accordo?-
Inka
rimase allibita e lo seguì con lo sguardo mentre usciva dalla tenda per
immergersi nella nebbia.
Dopo
qualche secondo gli corse dietro e si fermò all’entrata: -La sai una
cosa?- gli gridò, -Tu sei pazzo! Sei veramente pazzo!-
Ma
di lì a qualche giorno, quando finalmente arrivarono Sahama e Misha,
Inka si rese conto che Itam era solamente un uomo oppresso dai suoi
rimorsi e dal suo destino, e quel bacio, quell’unico gesto d’amore,
gli era costato uno sforzo impensabile. Non l’aveva fatto per rabbia o
per vendetta (o per pazzia), ma solo perché Inka non aveva nessun
diritto di soffrire.
* * *
Mese
IX, giorno 7
“In
nome del nuovo esercito del Regno del Fuoco, di stanza nella capitale
Rikos, chiedo che questo messaggio sia posto all’attenzione di un
ambasciatore Imperiale tra le truppe accampate ai confini del nostro
regno, nonché allo stesso Imperatore.
Sono
il Generale Carlos Estez, in carica dal terzo mese dell’anno 665.
Sono
al corrente dei fatti che stanno interessando l’Impero e desidero
chiarire al più presto la mia posizione.
Il nostro è stato un colpo di stato interno, e
anche se inizialmente ci siamo serviti dell’appoggio dell’esercito
del Giglio, sotto la tutela e il benestare di Lord Zarkon, restiamo
comunque estranei ai suoi piani espansionistici e di conquista.
Per
tutto questo tempo, io e il mio esercito, abbiamo sempre agito per il
bene del nostro popolo e mai e poi mai abbiamo rifiutato o compromesso l’autorità
Imperiale su di noi.
Capirete
anche Voi la delicatezza della situazione degli ultimi mesi, ma ripeto,
noi abbiamo sempre agito solo e unicamente per il bene della nostra
gente.
Dal
momento che, se io venissi destituito, il regno si troverebbe preda del
caos e senza un legittimo governante, chiedo semplicemente, e credo che
converrete con me, il riconoscimento da parte dell’Impero del pieno
dei miei poteri e della mia autorità sul regno, in modo da giungere a
una tregua e ad un accordo pacifico.
Sarei
ben lieto di riceve un ambasciatore qui a palazzo per approfondire la
questione.
Porgo
i miei più distinti saluti.
Generale
Carlos Estez ”
-Non
posso crederci! Che faccia tosta!- Esclamò Zack, -Hanno ucciso i reali,
hanno appoggiato Zarkon e il Giglio e adesso pretendono che l’Imperatore
riconosca la loro autorità!-
Jonathan
rilesse di nuovo la lettera senza rispondere.
Nella
tenda, seduti di fronte a loro, al tavolo, c’erano i tre ufficiali
Maggiori di altrettante guarnigioni di soldati appartenenti ai regni
limitrofi. Erano accampati nel Regno della Rosa, vicino al confine con
il Regno del Fuoco.
-Allora,
cosa possiamo fare?- Si risolse di dire Jonathan.
Uno
dei tre ufficiali, quello del Regno del Deserto, gli rispose: -Innanzi
tutto dobbiamo darne comunicazione all’Imperatore, e poi sarà lui a
dirci se è opportuno acconsentire alla richiesta o lanciare l’assedio,
nel frattempo uno di noi potrebbe presentarsi per negoziare.-
-Ci
andiamo noi.- Disse Jonathan, guardando Zack, che annuì, -In qualità
di ambasciatori Imperiali.
Nessuno
si oppose, piuttosto gli ufficiali parvero sollevati da quella
decisione, dal momento che sapevano che non era un viaggio da cui era
garantito il ritorno.
Chiamarono
uno scriba perché rispondesse ad Estez per fissare la data dell’incontro
e poi preparasse il messaggio da inviare all’Imperatore insieme agli
ultimi rapporti.
La
pace si stava dimostrando ancora una volta sempre più dolorosa della
guerra.
* * *
Mese
IX, giorno 8
Inutile,
Sheila non riusciva a trovare una spiegazione, non riusciva a capire
cosa significasse quella premonizione.
Si
riferiva a qualcosa di negativo che doveva accadere ai Custodi della
Luce, questo era lampante, ma non riusciva a interpretare quei semplici
versi: le funeste lune … i tre
errori… ogni volta che cercava di concentrarsi, era come se la sua
mente venisse portata lontana, come se qualcosa si frapponesse sempre
fra lei e la rivelazione, lo stesso buio che nel suo sogno le nascondeva
l’iscrizione, la stordiva, la confondeva.
Per
questo Sheila era tornata al Tempio del Sole, sperava di potersi aiutare
con i libri antichi e con l’influsso benefico e purificatore che
avevano quelle candide mura.
Stava
cercando informazioni approfondite sul Fiore di Luce, che si rendeva
conto di conoscere così poco, nonostante tutto.
Si
concentrò sui presagi di sventura: tre
lune. Di solito le lune nelle leggende erano il simbolo funesto per
eccellenza, ma potevano rappresentare qualunque cosa.
In
questo caso “i maledetti”
e “dove la notte eterna domina
la terra” potevano anche riferirsi al Mondo di Tenebra. E poi c’era
il continuo ripetersi del numero tre…
No,
inutile, non era in grado di capire.
Iniziò
a venirle un forte mal di testa e la sua mente allontanò ogni pensiero.
Voleva solo tornare al castello. Doveva tornare al castello.
Stava
per scendere le scale quando fu attirata da alcune voci che provenivano
dal piano di sopra, dai laboratori di magia bianca.
Alcuni
monaci con la veste gialla parlottavano tra loro davanti a una porta
chiusa, a quanto pare, il Primo Monaco stava facendo un esperimento
piuttosto impegnativo, forse addirittura pericoloso.
* * *
Lisa
si concentrò, cominciò regolando il respiro: la cosa più importante
era avere il pieno controllo di sé.
Davanti
a lei, sul grande tavolo scolpito nel marmo bianco, era posto un libro
molto antico, rilegato in cuoio color avorio e ricamato d’argento. Era
aperto, e le pagine mostravano degli armoniosi caratteri argentati, una
lunga formula per un incantesimo benefico.
Era
un incantesimo di protezione contro i demoni.
Quello
che aveva spinto Lisa a provare quell’esperimento erano stati i
presentimenti che aveva avvertito in presenza di Sheila, quel qualcosa
di oscuro e malvagio che sentiva di tenebre.
Con
quell’incantesimo sarebbe stata più sicura della natura di quella
minaccia.
Accanto
al libro aveva preparato tutti gli ingredienti necessari, strani liquidi
e strane polveri mescolate con prudenza in un’ampolla.
Aggiunse
un’ultima goccia di un liquido trasparente, tendente all’azzurrino,
e dall’ampolla iniziò a levarsi un filo di fumo che lentamente si
propagò nella stanza fino ad avvolgerla completamente.
I
monaci all’esterno sentirono l’eco del suo salmodiare, senza però
capire quali parole stesse pronunciando, l’eco di una lingua antica e
ormai morta che ritorna alla luce.
La
formula era lunga e difficile e richiedeva molte energie. Lisa sentiva
gocce di sudore gelido percorrerle la fronte e scivolare lungo i
lineamenti del viso, ma il resto era tutto scomparso, come se la stanza
si fosse dilatata, come se si trovasse in un luogo diverso e lontano
nello spazio e nel tempo.
Il
cuore iniziò a pulsarle più forte, si sentiva affannata, come se
avesse fatto una lunga corsa.
“Cosa
ci minaccia?” Pensò con
intensità, “Qual è il
significato del mio presentimento?”
Ad
un tratto vide un’ombra, in mezzo al fumo, che era ormai denso come
nebbia, era una creatura nera, una sagoma che sembrava umana, riusciva a
distinguerne i contorni… Quell’essere era la minaccia? C’era
qualcosa di strano nelle sue sembianze, nella sua figura, qualcosa di
sbagliato…
Poi
la sagoma sembrò sdoppiarsi… O forse no? Forse erano sempre state
due?
Iniziava
a mancarle il respiro, Lisa sapeva che non avrebbe resistito oltre. Il
contenuto ancora liquido dell’ampolla era in ebollizione, lei non
poteva vederlo, ma riusciva a sentirlo… Era come se anche il suo
sangue ribollisse e mantenere la concentrazione era sempre più
difficile, e sempre più doloroso… Si costrinse a tenere duro, almeno
il tempo per scoprire un nuovo particolare… D’improvviso una luce
scaturì tra le due figure, la luce di una stella viola… E poi Lisa
raggiunse il suo limite. L’energia accumulata era troppa, le vene alle
tempie le pulsavano in modo insopportabile, non avrebbe potuto reggere
oltre, quella forza l’avrebbe devastata, doveva indirizzarla all’esterno,
lontano dal suo corpo.
Raccolse
le ultime energie che ancora restavano dentro di lei e spinse con ogni
mezzo l’incantesimo fuori da lei. Via, distante. Via!
Il
campo di energia esplose nella stanza tanto violento da sfondare la
porta. I monaci che stavano nel corridoio furono spinti indietro e
rovinarono al suolo. Anche Sheila venne travolta dallo scoppio e
trascinata a terra tra il dibattersi delle tuniche gialle.
Nessuno
si era fatto troppo male tra quelli investiti dall’energia, ma Lisa
giaceva priva di sensi sul pavimento.
I
monaci si apprestarono a raccoglierla e a portarla nella sua stanza dopo
essersi accertati che stesse bene.
Sheila
osservò la scena stravolta: che genere di incantesimo aveva scatenato
una simile energia? La porta era andata praticamente in pezzi e i
frammenti di legno erano sparsi per tutto il pavimento.
All’interno
della stanza il fumo si andava pian piano dissipando.
L’ampolla
di vetro era andata in frantumi e il suo contenuto era completamente
evaporato. Il libro era ancora aperto, ma era appoggiato sul pavimento…
il tavolo di marmo bianco si era completamente sbriciolato…
No,
non poteva essere tutto merito della magia bianca.
Sheila
si chinò ad osservare i delicati e raffinati caratteri che riempivano
le pagine, ma per lei non avevano alcun significato, non aveva ancora
abbastanza esperienza per essere in grado di leggerli, anche se negli
ultimi mesi aveva studiato molto, anche se fino a poco tempo fa era
convinta di riuscire a decifrarne almeno qualcuno…
Altri
monaci giunsero sul luogo dell’incidente e furono sconcertati quanto
Sheila da quello che videro. Si informarono subito sulle sue condizioni
e poi iniziarono a rimettere in ordine, facendole capire, sempre con
estrema gentilezza, che per quel giorno lo spettacolo era finito e
sarebbe stato meglio per lei tornare al castello.
E
in fondo era quello che voleva…
Kara
distolse lo sguardo dal mattino nebbioso e rientrò nella tenda.
-Si
può sapere cosa stiamo aspettando? Perché non partiamo per Khor?-
-Non
è ancora il momento.- Le rispose Misha, -Dobbiamo aspettare che Sahama
ritorni.-
Lorenz
scostò la tenda tornando a guardar fuori, Misha lo imitò.
Inka,
Itam, Natrix e Ulrich, stavano seduti in silenzio attorno al tavolo su
cui era stesa una piantina della capitale del Regno delle Nebbie.
-Eccola.-
Sussurrò Misha con un contegno dettato dall’autocontrollo.
Quelli
attorno al tavolo levarono la testa mentre Kara e Lorenz si sforzavano
di distinguere la figura che si dirigeva verso di loro ritagliandosi uno
spazio tra la nebbia bianca.
Sahama
entrò nella tenda con passo leggero: -Mi dispiace di avervi fatto
aspettare, purtroppo dovevo ricaricare i miei poteri per potermi di
nuovo proiettare nel mondo esterno.-
-Sono
passati dieci anni, eppure la maledizione è ancora così forte.-
Osservò Misha amareggiata, -E tutto per colpa mia… Se solo non avessi…-
-Non
è colpa tua.- La interruppe Itam. -Sappiamo benissimo tutti di chi è
la colpa.-
-Di
Arjanna.- Intervenne Sahama in tono piatto, mentre si sedeva con
compostezza insieme agli altri, -Tutte le colpe del Fiore ricadono sulla
stella del Tradimento. Ma Arjanna è l’unica che non aveva fatto
proprio niente quella notte. Se ne è semplicemente rimasta in disparte.
E quindi la colpa non è neppure sua. È stato solo il destino.-
Itam
stava per replicare, ma Misha intervenne: -Non è prevista dalla tua
stella l’espiazione delle colpe, Itam. Eravamo tutti troppo deboli,
questa è la verità.-
Sahama
proseguì: -Eravamo assenti e lontani. E tu Itam, avevi il potere più
forte, o forse la volontà più forte. E quando un potere prevale, l’equilibrio
si rompe.-
Ulrich
e i suoi seguivano la discussione senza osare intromettersi, erano
discorsi troppo lontani dalle loro orecchie.
-Ma
è assurdo!- Ribatté Itam, rivolto alla ninfa: -Tu eri molto più
forte! E anche Kaal!-
-Ma
tu eri quello più vicino a Misha.-
-Ma
Misha…-
-Ma
io,- Rispose Misha, -ero una ragazzina fragile, ingenua e avevo paura,
perciò il tuo potere ha prevalso sul mio, e poi io…-
Itam
la interruppe, prima che finisse la frase, perché lei stava per dire
che l’amava. -Ma Lehif e Lilian?- Piuttosto di sentire quella frase da
Misha era disposto a tirare in ballo la sua colpa più pesante: la sua
responsabilità per la morte della coppia Imperiale, -Lilian, l’Amore,
era il mio opposto, perché non mi ha contrastato?-
-Te
l’ho detto.- Ribatté Sahama, -Tu eri più forte.-
-Ma
non è tutto.- Aggiunse Misha, -Lilian stava male, si era indebolita
parecchio dopo la nascita di Isabelle e così anche il suo potere: le
vostre due stelle erano le uniche che non avessero il supporto di un’opposizione
latente. Sahama aveva Rasta e Kaal aveva Arjanna, ma gli equilibri erano
stati alterati: l’abbandono di Arjanna ha fatto sì che Sahama e Kaal
prevalessero. Anche se restava Rasta per equilibrare la metà oscura,
non era sufficiente, il suo potere era troppo legato alla luce. Quindi
rimanevi solo tu a contrastare tutti noi.-
-E
come ho potuto? Eravate cinque contro uno!-
-No,
non eravamo proprio niente. Eravamo troppo sbilanciati verso la luce,
non c’era più equilibrio, le opposizioni si erano spezzate.-
-Appunto!
È questo che non capisco! Se c’era tanta luce, come hanno potuto
prevalere le tenebre? Non ha senso!-
Sahama
cercò di essere più chiara: -È proprio questo il punto: c’era
troppa luce e il destino la doveva compensare. È un concetto che sta
molto al di sopra di noi, ma cerca di seguirmi, Itam. Chi erano i più
forti della metà luminosa, secondo quanto ha detto Misha?-
-Tu
e Kaal.-
-Infatti.
E infatti siamo stati i primi ad essere maledetti. Sono state le
Costellazioni a deciderlo. Eravamo troppo forti e per questo dovevamo “ridimensionarci”.-
-Ma
il Fiore è stato rotto, dunque che senso ha avuto tutto quanto se i
poteri sono andati persi?-
-Hai
mai perso i tuoi poteri in questi anni?- Chiese Misha.
-No.-
-Infatti.
La rottura del Fiore ha solo ridimensionato i miei poteri e quelli di
Lehif.-
Itam
strinse i pugni con una smorfia di dolore, ma doveva assolutamente
dirlo: -Lehif, Lilian e Rasta sono morti. Dov’è questo equilibrio? Se
ha prevalso il mio potere, se gli altri si sono indeboliti, dov’è l’equilibrio!?-
Misha
non si scompose: -Tolti Lehif, Lilian e Rasta,- la sua voce si incrinò
leggermente sui primi due nomi, -ristabilito l’equilibrio tra Sahama,
Kaal e Arjanna, chi rimaneva?-
-Io
e te.-
-Il
tuo potere ha prevalso su di noi solo quella notte, finché Lilian e
Lehif erano ancora vivi, e quindi c’era più luce a mantenere l’equilibrio.
Ma poi tu mi hai salvata dall’influenza del demone, e quando il demone
è tornato nel Mondo di Tenebra, allora siamo rimasti solo noi due. E
sai perché il tuo potere non è prevalso su di me?-
Itam
spostò lo sguardo verso il vuoto: -Perché ti amavo.-
-E
quindi,- Concluse Sahama, -Qualunque cosa sia successa, non è successo
proprio niente. L’equilibrio è rimasto ed esiste ancora.-
Itam
rise: -In poche parole: per quanto ci sforziamo, noi non contiamo
niente. L’equilibrio è inalterabile.-
-Sbagliato.
L’equilibrio è fragilissimo. Le Costellazioni possono intervenire
solo indirettamente, attraverso le azioni degli uomini. Ma gran parte di
ciò che succede dipende da noi. Se Itam non avesse salvato Misha dal
demone, sarebbe potuto succedere di tutto, anche la fine del mondo.-
-Ma
ora non dipende più da noi quattro rimasti. Ci sono nuovi Custodi, sta
a loro proteggere il mondo.-
-Però,
c’è ancora una cosa che noi dobbiamo fare.- Disse Misha, -per questo
ora siamo qui.-
* * *
-Secondo
alcuni rapporti,- Disse Itam, -tutte le spie e gli osservatori mandati a
Khor sono misteriosamente scomparsi nel nulla e l’esercito Imperiale
non riesce a superare il bassopiano nebbioso che circonda la città.-
-Io
credo che sia per via di un incantesimo di protezione. Tutta questa
nebbia, sembra quasi innaturale.- Disse Misha.
Sahama
osservò la pianta della città e disse: -È vero, una grande magia.
Sono cinque le città più importanti per la loro grande concentrazione
magica nel Mondo di Luce. Una è appunto Khor. Un’altra è la Città d’Oro.
In ognuna di queste città c’è un centro energetico molto potente che
risponde ai poteri del Fiore di Luce.-
-Come
il Tempio della Stella Oscura al centro della Città d’Oro. O la
Foresta Nera nei pressi di La-Shar.- Affermò Misha.
Sahama
annuì e riprese: -Il Tempio della Stella Oscura era una specie di
terreno di prova, dove abbiamo avuto un assaggio di ciò che può
provenire dal Mondo di Tenebra.-
Tutti
i vecchi Custodi avevano affrontato una delle prove così come era
successo ai nuovi predestinati. Naturalmente, non tutti nello stesso
periodo. Il loro, come per quelli precedenti, era stato un rinnovo
graduale. Sahama era l’unica che non fosse stata sostituita e forse
sarebbe rimasta in carica ancora adesso, all’età di centovenitsei
anni, se il Fiore non fosse stato rotto.
-Vuoi
dire che anche a Khor c’è un luogo simile a quelli che proteggono le
pietre?- Chiese Itam.
-Non
è proprio la stessa cosa.- Rispose la ninfa, -Ma qualcosa di simile, un
luogo collegato col Mondo Oscuro. È questo che rende pericolosa tutta
la zona. E noi dovremo scoprire di cosa si tratta.-
-Ma
cosa possiamo fare noi contro la magia? Tu e Misha siete le uniche che
hanno conservato dei poteri. Io il mio ormai l’ho perso…-
-Non
basta solo la magia in questa impresa.- Rispose Sahama. -Se quello che
sospetto è vero, avremo soprattutto bisogno di buone lame. È per
questo che c’è bisogno del vostro aiuto.-
-Se
c’è da combattere contro cose che si tagliano, potete contare sui
miei uomini.- Affermò Ulrich, finalmente felice di poter entrare nella
discussione.
-Ma
cosa intendi dire?- Insistette Itam.
Sahama
scostò la tenda e guardò fuori: -Oltre quella nebbia ci sono soldati
in carne e ossa, con le loro spade e la loro sete di sangue. E
soprattutto ci sono mutanti, un gran numero di mutanti. È il loro
regno, non vengono da nessun altro luogo, è qui che sono nati. Loro non
usano la magia.-
La
ninfa spiegò che ciò che dovevano fare loro dieci era aprire la strada
all’esercito. Dovevano scoprire cosa stesse succedendo nel regno e
liberarsi dell’ostacolo che impediva la loro avanzata, in modo che
potessero liberare la capitale com’era nei piani dell’Impero.
Ma
cosa dovessero fare e come potessero riuscirci, restava ancora un
mistero. In fondo erano in una posizione svantaggiosissima in partenza.
Non avevano modo di avere alcuna informazione sulla disposizione delle
forze nella città, le uniche notizie utili risalivano al periodo di
regno dell’Imperatore Lehif, ma erano comunque scarse e vecchie di
dieci anni. Qualunque cosa sapessero Zarkon e i suoi collaboratori, se l’erano
portato nella tomba e tutta la documentazione, se mai era esistita, era
scomparsa nel nulla.
Secondo
gli archivi Imperiali, una pila sconfinata di scartoffie sepolte in uno
scantinato che Misha e Sheila avevano avuto al pazienza di esaminare nei
mesi precedenti, risultava che nel 655 il re era tale Gustav Dankfeld,
salito al trono alla morte del padre quindici anni prima, sposato con
Lady Mirna Chissà-cosa e aveva un figlio di nome Dorian.
Tutte
le altre notizie riguardavano le sue ripetute assenze alle riunioni del
Consiglio e ad altre evenienze, nonché la quasi totale mancanza di
corrispondenza con l’Impero.
Sembrava
che il re facesse di tutto perché l’Imperatore tenesse il più
possibile il naso fuori dal suo regno.
Ma
ora, a distanza di dieci anni, poteva essere ancora vivo e ancora in
carica? E se no, c’era un nuovo re?
* * *
Mese
IX, giorno 9
Il
sole di fine estate sembrava divenire sempre più debole. I venti del
Mare di Luce avevano portato sull’Isola Imperiale pesanti e turgide
nuvole grigie.
Lisa,
alla finestra, sentiva l’aria di pioggia di un imminente temporale.
-Prenderai
freddo, sorella Lisa, ormai l’autunno è alle porte.- Disse un
novizio, entrato nelle sue stanze per controllare la sua situazione.
Anche se l’incantesimo l’aveva molto indebolita, ora si sentiva
meglio e infatti era già in piedi: -Vedo che stai bene stamattina, ma
dovresti mangiare qualcosa, vuoi che ti faccia portare…-
-No
grazie, fra poco scenderò a mangiare con gli altri.-
Il
monaco giocherellò con la tunica rossa, era ancora un ragazzino, da
poco entrato al tempio, con i capelli corti scompigliati e il viso da
bambino, non poteva avere più di tredici anni, era orfano e aveva
vissuto per strada finché i monaci non l’avevano accolto fra le loro
mura. Era un ragazzo sfortunato, ma volenteroso e di buon cuore.
Lisa
gli fece un dolce sorriso, i nuovi arrivi la riempivano sempre di gioia.
Il novizio stava per congedarsi, ma esitò e tornò sui suoi passi:
-Sorella Lisa, ieri, mentre riordinavo con i miei fratelli il
laboratorio, ho trovato una cosa e ho pensato fosse tua…- Estrasse
dalle vesti un foglio ripiegato e si affrettò ad aggiungere: -Ho visto
che c’era scritto qualcosa, ma non l’ho letto, ti assicuro, so di
non essere ancora all’altezza…-
-Sei
stato molto gentile a portarmelo, non credo sia mio, ma cercherò di
capire chi l’ha perso.-
Il
novizio glielo consegnò, fece un inchino e si congedò.
Lisa
aprì il foglio, la grafia sembrava quella di una donna, era elegante,
ma nervosa, come fosse stata scritta in fretta, con ansia.
Quando
iniziò a leggere, le si gelò il sangue: era una profezia.
“Le
tre lune che incombono sui Custodi della Luce
Presagi
di sventura precedono le tre venute
Il
ritorno dei maledetti e l’ascesa delle tenebre
Alla
ricerca dell’unione e della separazione
Della
rinascita e della distruzione.
La
prima venuta portatrice di sangue
La
seconda venuta portatrice di dolore
La
terza venuta portatrice di tormento.
La
forza delle ombre che soffocano il respiro
Le
pene dell’espiazione che allontanano lo spirito
Il
peso della luce che squarcia il materiale.
I
tre errori fatali
Aprono
il passaggio e portano la scelta
Dove
la notte eterna domina la terra.
Il
tempo è segnato, la ricerca è alla sua fine
Il
vero potere è solo contro le funeste lune.”
Ma
chi poteva averla persa?
* * *
Sheila
si accorse di non avere più il foglio su cui aveva trascritto la
predizione, ma subito questo pensiero la abbandonò, scivolando nei
recessi della sua mente.
Non
aveva tempo per pensare a questo, aveva cose più importanti da fare.
Raggiunse
Christopher nella stanza che usava come studio e dove passava la maggior
parte del tempo tra carte, rapporti, messaggi e comunicati. La porta era
socchiusa, la spinse con delicatezza: -Posso?-
Christopher
alzò la testa e sforzò un sorriso: -Vieni pure Sheila.-
Lei
si avvicinò alla scrivania e si appoggiò con i gomiti, protendendosi
per osservare le carte: -C’è qualche novità?-
Lui
le porse un foglio e annuì: -Notizie dal Regno del Sole Rosso. Tuo
fratello e Aska dicono di stare bene. L’esercito si appresta a muovere
l’attacco contro la capitale… Vorrei poter essere lì con loro, ma…-
-Ma
tu non puoi essere dovunque.-
-Potrei
partire…-
-Non
puoi lasciare il castello, lo sai anche tu, ci sono altre questioni da
risolvere, devi delegare anche questa decisione. Gli ufficiali dei
nostri eserciti alleati sapranno senz’altro gestire la situazione.
Notizie dal sud?-
-Ancora
niente, le truppe sono ferme sul confine con il Regno del Fuoco e…-
-Sto
parlando di Isabelle. Ancora nessuna notizia da Hartfall?-
Christopher
abbassò lo sguardo passandosi una mano tra i capelli, -No, niente.
Dovremo aspettare ancora. Non so cosa pensare…-
-Non
devi stare in ansia, non te la prendere con Isabelle, è impulsiva, ma
non è una stupida. La conosco abbastanza da sapere che se la caverà.-
Lui
tornò a guardare Sheila: -Grazie, non so cosa farei se non ci fossi tu,
probabilmente mi sarei già messo a correrle dietro gettando all’aria
tutto l’Impero.- Rise, -Sei davvero una buona amica e…- E lei era
bella, bella sopra ogni cosa, in quell’istante se ne accorse
chiaramente, si rese conto del potere che esercitava su di lui, di come
ogni cosa di lei lo incantasse e lo stordisse, ogni gesto, ogni sguardo,
ogni movimento e… Non finì la frase, non poteva, non ancora, come se
ci fosse qualcosa dentro di lui che lo tratteneva e lo faceva sentire
ancora lontano.
Sheila
si accorse anche troppo di quella pausa eccessivamente lunga, così come
si era accorta del suo sguardo su di lei.
Ma
perché stava facendo una cosa del genere?
Voleva
andare via, eppure non ci riusciva, si sentiva annebbiata, stordita e
ogni volta che la sua mente cercava di correre e trovare un punto di
riferimento si trovava a scontrarsi contro una parete di nero e di
niente.
Mese
IX, giorno 7
L’accampamento
era silenzioso, si udiva solo raramente il camminare di qualche soldato
di guardia. Tutto attorno i boschi erano scuri e addormentati. La zona
era sicura e protetta, a mezza giornata di cammino dal confine del Regno
del Sole Rosso.
L’esercito
era composto principalmente da soldati del Regno della Stella, anche se
era stata dura convincere il re a collaborare, e comunque questi aveva
acconsentito ad inviare delle truppe solo dopo la notizia della
liberazione del Regno delle Piogge.
Erano
appena arrivate informazioni dalle spie inviate nel Regno del Sole
Rosso, dov’era maggiore la concentrazione dei soldati del Giglio.
Nel
buio della notte, l’unica luce era fornita da una candela poggiata su
un tavolino di legno nella tenda di Atres. Questi rilesse di nuovo il
messaggio, poi lo ripassò ad Aska. -Lo immaginavo: sono organizzati
sotto la guida di un Generale e hanno preso il castello principale, non
mi stupirei se reali ed esercito fossero stati sterminati.-
Aska
lo guardò, negli ultimi mesi aveva scoperto di Atres una cosa che non
si aspettava: aveva sempre creduto che i mercenari fossero freddi e
senza scrupoli, invece lui aveva un grande senso dell’onore, non era
un assassino senza cuore.
Avvicinò
il foglio alla fiamma della candela e lo bruciò, per non rischiare che
le informazioni cadessero in mani sbagliate, ormai l’avevano già
memorizzato entrambi.
Il
riverbero del fuoco si rifletté negli occhi di Atres, dandogli un che
di sinistro, ma Aska ormai era abituata a quello sguardo.
-Da
qui in poi procederemo molto più lentamente, ma non possiamo farci
niente.- Disse lui, -Il nostro ruolo è solo quello di rappresentanti
Imperiali, possiamo solo riferire ai messaggeri cosa succede, non
possiamo prendere decisioni, tutto è nelle mani dell’esercito della
Stella.- Si alzò in piedi, -Detesto questa guerra così lenta e
silenziosa!-
Aska
gli si parò davanti: -Preferisci gli scontri aperti, le battaglie, i
morti?!-
-Non
so più nemmeno io cosa preferisco! Ho venticinque anni, la prima cosa
che ho preso in mano è stata una spada per difendere mia sorella. Siamo
cresciuti per strada, l’unica cosa che importava per noi era rimanere
vivi. E nemmeno allora sapevo perché. Vuoi sapere una cosa? Io non ho
mai creduto in niente che non fosse una lama d’acciaio e diventare un
mercenario era l’unico modo che conoscevo per mantenerci tutti e due.
Ho passato la vita ad uccidere la gente e quando fai per tanto tempo la
stessa cosa, o ti disgusta o finisce per piacerti, e se vuoi
sopravvivere, deve piacerti per forza. Per noi è stata una fortuna
lavorare per Zarkon, anche se Sheila veniva maltrattata da quel mago,
almeno era al sicuro. E invece adesso…-
-Adesso
ti ritrovi a combattere contro i tuoi ex alleati, ma è normale per un
mercenario trovarsi in queste situazioni…-
-Non
li ho mai considerati alleati, ho già ucciso alcuni di loro: è questo
che… io sto cominciando a mettere in dubbio me stesso, non credo che
sia questo il mio posto. È questo…- Si interruppe come se avesse
perso le parole.
-Stavi
per dire che è questo che ti spaventa, vero?-
Atres
si irritò: -Come diavolo fai a sapere sempre quello che penso?-
-Non
so come faccio, ma è così. Ho sentito quando quel demone ti ha quasi
ucciso e adesso sento la tua insicurezza. E lo sai che per te è lo
stesso.-
Atres
non rispose, si passò una mano tra i capelli guardando nel vuoto, ma
Aska era ancora lì davanti.
-C’è
qualcosa in te che non capisco, però. Non so, è qualcosa che hai in
fondo agli occhi che non mi permette mai di sapere cosa farai da un
momento all’altro.-
Atres
tornò a fissarla: -Questi sono davvero dei discorsi assurdi! Vorrei
dirti che non ci credo, che sono solo fantasie, e la cosa che odio di
più è che non posso perché non sarebbe la verità.-
-Credi
di non essere abbastanza forte per questa situazione?-
-No,
non è quello, non ho paura. Vorrei solo avere un motivo per fare quello
che faccio.-
-Per
tutti quelli che sono morti, per il nostro mondo, per la pace, per tua
sorella…-
Lui
la interruppe: -Per te.-
Aska
si sorprese.
-Io
lo farò perché me l’hai chiesto tu, va bene?-
-Devi
farlo perché è giusto, non perché te lo chiedo.-
-Sono
ancora un mercenario, lavoro su commissione. Non distinguo fra giusto e
sbagliato.-
-E
cosa vorresti in cambio per questo lavoro?-
-Mi
basta sapere che Sheila sta bene, per il momento.- Rispose lui. Fece per
voltare le spalle e uscire quando fu investito da un improvviso senso di
vertigine, da un dolore bruciante al petto.
In
un miscuglio di pensieri nebbiosi riuscì solo a rendersi conto di aver
già provato un dolore simile, e che c’entrasse qualcosa un demone…
Si
appoggiò con una mano al tavolo, improvvisamente si sentiva debole, il
dolore lo investiva a ondate. Si sporse in avanti, con un impulso
incontrollato, e vomitò un fiotto di sangue.
Aska
si avvicinò allarmata: -Atres che ti succede?!-
Atres
stramazzò al suolo.
* * *
Kris
osservava il tramonto color porpora che si scioglieva nel fiume proprio
come il sangue delle vittime di quell’assurda guerra.
Davvero
un uomo solo era riuscito a generare tanta follia e tanta morte?
Un
uomo che neppure la metà di quella gente aveva mai visto o ne conosceva
anche solo il nome.
Erano
appena arrivati nel Regno del Grande Fiume ed erano solo lui e Yuri
sulla strada per il più vicino accampamento.
L’esercito
era avanzato parecchio. Ma per ora attorno a loro c’erano solo il
silenzio e il lento scorrere del fiume che dava al regno nome e
sostentamento.
-Non
mi piace.- Disse a un tratto Yuri.
-A
cosa ti riferisci?-
-Non
lo so, ma c’è qualcosa di strano nell’aria e non parlo della
situazione del regno.-
Kris
annuì: -Strani presentimenti, vero? D’improvviso mi è venuta voglia
di tornare a Corte.-
-È
dalla fine del mese scorso che non penso ad altro.- Era come un
richiamo, un ronzio costante nella testa, come una voce in mezzo a una
tormenta, attutita, debole, lontana.
-Prima
dovremo comunque visitare l’accampamento ed esaminare la situazione,
ora che anche il mio regno è sotto controllo, la zona a sud-est è a un
passo dall’essere liberata.-
Il
loro discorso venne interrotto bruscamente da delle grida che
provenivano dal fiume. Entrambi si avvicinarono alla riva: c’era
qualcuno in acqua, trascinato dalla corrente, che rischiava di affogare.
-In
questo punto la corrente è forte.- Disse Kris, -E più avanti ci sono
delle rapide.-
-Dobbiamo
cercare di fermarlo.-
-Ho
una corda. Vado più in là.-
Yuri
annuì. Kris annodò la corda ad una delle sue frecce, fissando l’altra
estremità ad un tronco. Incoccò e puntò ad un albero sulla sponda
opposta.
Nel
frattempo Yuri si liberò dell’ascia, delle borse e di alcuni
indumenti e si tuffò in acqua, appena prima che la persona in
difficoltà venisse trascinata in quel punto.
Riuscì
ad afferrarla appena in tempo. Percorsero insieme alcuni metri fino alla
corda lanciata da Kris.
Yuri
si aggrappò con un braccio, lottando contro la corrente, nel frattempo
anche Kris era sceso in acqua e ora lo aiutava a compiere il
salvataggio.
Quando
furono di nuovo sulla terra ferma, scoprirono che quella che avevano
salvato era una ragazza, dalla pelle olivastra, con capelli e occhi
neri, la caratteristica tipica del regno. Dai vestiti che indossava, si
sarebbe detto appartenesse a una famiglia facoltosa.
-Vi
ringrazio.- Disse tossendo e ansimando, -Credevo davvero che sarei
affogata… Vi devo la vita…- Fece un profondo respiro, un nuovo colpo
di tosse, poi proseguì: -Mi chiamo Adeline Dhikyoph… Come... come
posso sdebitarmi?-
* * *
Quando
Atres riaprì gli occhi, trovò di fronte a lui lo sguardo corrucciato
di una ragazzina. Ricordò vagamente di averla intravista al campo, era
la figlia e assistente del dottore. Era graziosa, forse un po’
pallida, aveva gli occhi di un nero intenso e i capelli, di un castano
molto scuro, raccolti dietro la testa. E poi c’era qualcos’altro che
Atres non riuscì a spiegarsi, non ebbe il tempo di capacitarsene,
distratto dall’avvicinarsi di Aska: -Ti sei svegliato! Come ti senti?-
Atres
si mise a sedere: -Io… sto bene… ma cos’è successo?-
-Neppure
il dottore è riuscito a spiegarselo.- Rispose Aska.
-Comunque,-
Si intromise la ragazzina, -per stanotte è meglio che resti qui.-
-Resterò
anch’io, nel caso ci fosse bisogno…- Propose Aska, ma Atres la
interruppe: -No, torna nella tenda, hai bisogno di dormire.-
-Ma…-
-Io
sto benissimo, non ti preoccupare.-
Aska,
senza altre questioni, uscì.
Rimasti
soli, Atres chiese alla ragazza, mentre gironzolava indaffarata per la
tenda del dottore: -Ehi, tu, come ti chiami?-
-Xandra.
Xandra Fryas.-
-Sembri
giovane per fare il dottore, quanti anni hai?-
-Diciassette,
ma sono solo un’apprendista.-
Atres
scosse la testa: -Per un momento ho avuto l’impressione di conoscerti.
Non sei mai stata nel Regno della Mezzaluna o all’Isola Imperiale?-
-Io
e mio padre veniamo dal Regno della Pianura. Forse mi avete visto qui al
campo…-
La
discussione fu interrotta da quattro uomini che irruppero insieme al
dottore, trasportando un ferito.
Xandra
tirò la tenda davanti al letto di Atres e si precipitò ad aiutare.
Atres
sentì uno degli uomini riferire che si trattava di una delle loro spie
e il dottore rispondere che le ferite erano profonde e in punti vitali e
che non c’era più speranza. Dopo poco gli uomini uscirono,
lasciandoli soli.
Atres
cercò di addormentarsi, ma non riusciva a prendere sonno, era la prima
volta dopo tanto tempo che dormiva senza fare la guardia ad Aska e si
sentiva terribilmente stupido per quella sua inquietudine. Il malore che
l’aveva colto sembrava essere l’ultimo dei suoi pensieri.
Ad
un tratto sentì dei passi furtivi lì accanto. Si alzò e scostò di
poco la tenda per osservare.
La
luce lunare che penetrava da uno spiraglio gli fece distinguere la
figura di Xandra. Era in piedi, accanto al letto del ferito agonizzante.
L’uomo
si stava lentamente dissanguando o comunque presto le ferite sarebbero
andate in cancrena e sarebbe morto tra atroci sofferenze. Sarebbe stato
molto meglio per lui andarsene subito.
Xandra
quasi inconsapevolmente, pose una mano sopra il petto dell’uomo.
Quel
gesto provocò in Atres una strana reazione. Si sentì invadere da una
sensazione di gelo, niente a che vedere con il suo malessere, fu come se
qualcosa attorno a lui e dentro di lui si muovesse verso Xandra.
Bisbigliò
strane parole:
-Il
silenzio è mio compagno
dentro
il buio dell’assenza
la
distruzione è la mia forza
e
dal nulla viene la Morte.-
Il
corpo di Xandra reagì con un violento contraccolpo che si trasmise al
moribondo. Quest’ultimo si tese, ebbe un’ultima convulsione, poi
spirò.
Xandra
perse immediatamente i sensi.
Per
Atres tornò il dolore, sempre più acuto, sputò altro sangue.
Prima
di cadere al suolo, una consapevolezza lo colse: “Io
sarei dovuto morire quattro mesi fa, per mano di quel demone. Questo è
tutto tempo regalatomi. Ma da chi?”
* * *
-Come
sei caduta nel fiume?- Chiese Yuri.
La
ragazza si guardò attorno leggermente spaesata: -Io, non so, credo di
essere scivolata, ma è strano… è come se fossi stata spinta…-
-Ma
cosa ci facevi da queste parti?- Si intromise Kris.
Lei
esitò qualche istante, era fradicia e impaurita, non doveva avere più
di sedici anni: -Beh… la verità è che…- Strinse i pugni come per
darsi forza, -Io volevo lasciare il regno… andare all’Isola
Imperiale…-
-Da
sola?- Kris si sentì una specie di salvatore di ragazzine disperse, all’inizio
c’era stata Kyra… ma forse Kyra, o meglio, Isabelle, era un’altra
storia, loro dovevano incontrarla per forza. Eppure anche questo
incontro sapeva molto di predestinazione…
-Il
fatto è,- Spiegò lei, sempre seduta accanto alla riva, tra l’erba,
-che mia madre non voleva che intraprendessi questo viaggio, perciò…
me ne sono andata di nascosto…-
-Vieni.-
Disse Yuri, -Ti portiamo all’accampamento dei soldati ad asciugarti.
Ci spiegherai tutto dopo.-
-Ma…-
-Niente
ma, ti abbiamo salvato e siamo responsabili della tua vita, quindi
seguici.-
Percorsero
tutto il tratto di strada in silenzio.
Yuri
si comportava come chi sta facendo qualcosa anche se non vorrebbe, ma lo
fa ugualmente perché è il suo dovere.
“È
come essere in trappola,”
Pensò Kris, “ma in fondo tutto
il nostro destino è una trappola.” Ma questo era un pensiero
adatto a chi non ha fiducia, quindi lo scacciò immediatamente. Per il
momento doveva fare ciò che doveva e avere fede nel Fiore. Una grande
fede.
Ora,
davanti al fuoco, Adeline raccontò la sua storia: -Si tratta di mio
padre. Mio padre è un ambasciatore, si chiama Gosek, Gosek Dhikyoph.
Lui è partito cinque mesi fa per partecipare all’Alto Consiglio e
parlare con l’Imperatore riguardo alla situazione del regno, e da
allora non abbiamo più sue notizie… Io volevo solo andare a cercarlo…-
Yuri
non rispose.
Era
Kris quello con più tatto, quello che sapeva parlare alle persone:
-Cinque mesi fa, il castello era in mano al nemico, non c’è modo di
sapere se tuo padre sia arrivato a parlare con qualcuno, ma…- Ma a
quest’ora poteva anche essere morto, conoscendo le abitudini di Zarkon,
eppure questo non poteva dirglielo, cercò di sviare il discorso, -Ma
tu, come sei arrivata qui? Non vivi nella capitale?-
-È
stato Erin ad aiutarmi a lasciare la città. Lui è un soldato del
Giglio, ma lui… è diverso…-
-Non
risolveresti niente andando all’Isola. Delle persone che possono aver
visto tuo padre allora, non c’è più nessuno. Forse qualcuno in
prigione.- Si intromise Yuri. -Ora va a dormire. Troveremo un modo per
riportarti da tua madre.
Mese
IX, giorno 8
L’ufficiale
dell’esercito della Stella, con i gradi di Colonnello sulle spalle,
gli occhi gravi, due fessure orizzontali, diede un rapido sguardo
attorno a sé, osservando di sfuggita i suoi sottoposti, gli ufficiali
degli altri eserciti e in un angolo del tavolo Atres, che si era ripreso
e aveva voluto a tutti i costi lasciare la tenda del dottore, e Aska.
Era
un ordine preciso dell’Imperatore che questi ultimi fossero sempre
presenti alle riunioni in cui venivano prese decisioni importanti.
Era
da poco spuntato il sole, la mattina era fredda e grigia, nell’aria c’era
odore di pioggia.
Tutti
erano silenziosi e seri, e alternativamente si guardavano tra loro per
poi tornare a posare gli occhi sul cumulo di carte che sommergeva il
tavolo.
Finalmente
il Colonnello si decise, era l’ufficiale più alto in grado e spettava
a lui aprire la seduta, quindi cominciò: -L’autunno si sta
avvicinando inesorabilmente e per noi potrebbe essere un grande
svantaggio. L’arrivo del freddo pregiudicherebbe ulteriormente la
nostra posizione e andrebbe tutta a favore dell’esercito del Giglio,
asserragliato nelle città principali. Non possiamo permettere al nemico
di concedersi altri mesi di respiro. Nonostante tutti i nostri
tentativi, non accennano alla resa. Perciò dovremo scendere in campo.
Dovrà essere un attacco massiccio, fulmineo e simultaneo: colpiremo
contemporaneamente tutti i punti di forza nemici senza concedere loro
possibilità di fuga.- Spostò lo sguardo in cerca di approvazione verso
Atres e Aska: dal momento che lo scambio di corrispondenza era lento e
pericoloso, l’Imperatore era stato costretto a delegare ai suoi nuovi
Consiglieri il potere di approvare o contrastare le decisioni prese
dagli eserciti.
-Cosa
si sa di preciso sulla loro organizzazione e sul loro fantomatico
Generale?- Chiese Atres.
Il
Colonnello si rivolse all’uomo seduto accanto a lui: -Maggiore, volete
comunicare gli ultimi rapporti?-
Questi
annuì e cominciò: -Le basi dell’esercito nemico nel Regno del Sole
Rosso sono state localizzate in tre città. Attaccandole
contemporaneamente si paralizzerebbe la loro possibilità di chiedere
rinforzi. Il loro Generale si trova nel palazzo reale della capitale,
finalmente siamo riusciti a individuare la sua identità: si chiama
Arthur Norkam.-
Aska
si irrigidì e fu sul punto di balzare in piedi. Atres la trattene per
un braccio, stringendo tanto forte da farle male. Lei cercò di tornare
padrona di se stessa.
Atres
non aveva mai visto Norkam di persona, ma sapeva chi era e soprattutto
sapeva cosa significasse per Aska.
Prima
che il Maggiore potesse continuare la sua esposizione lo interruppe: -Vi
chiedo scusa.- Si alzò in piedi tenendo ancora la ragazza per il
braccio, mentre lei cercava di trattenere, oltre alla collera, una
smorfia di dolore, -Noi dobbiamo ritirarci, continuate pure a
organizzare l’attacco.- Quindi la trascinò fuori.
Gli
ufficiali li osservarono quasi indignati: disinteressarsi così di una
questione tanto delicata! Non avevano mai riposto grande fiducia in loro
e soprattutto non vedevano l’utilità della loro presenza, erano solo
due giovani totalmente fuori dall’ordine militare.
Attraversarono
l’accampamento in silenzio, Atres trascinò Aska fin nella tenda,
continuando a stringerle il braccio, poi la mise a sedere.
Si
sedette davanti a lei e la guardò negli occhi: -Adesso puoi sfogarti.-
Sembrava
che lei dovesse esplodere in urla o chissà cos’altro e invece si
limitò a bisbigliare: -Arthur Norkam deve pagare per quello che ha
fatto a me e alla mia gente. Una morte senza onore per mano mia è tutto
quello che merita.-
-Devi
renderti conto che non hai speranze di compiere la tua vendetta. La
guerra si fa in tanti, non in due. Norkam verrà catturato e
probabilmente giustiziato, se non morirà prima sul campo di battaglia.-
-Non
è sufficiente un se. Deve morire per mano mia, è questo che dice il
nostro codice. Ho giurato sulle anime della mia famiglia, lui pagherà.-
Atres
guardò nel vuoto: -E come pensi di riuscirci?-
-Ora
che so dov’è, andrò a prenderlo.-
-È
una pazzia. Ti uccideranno.-
-Ma
Norkam sarà già morto quando mi troveranno.- Abbassò lo sguardo: -Il
nostro esercito attaccherà presto marciando di notte, mentre saranno in
avanzata potrò raggiungere il castello. Con il mio potere arriverò
nelle sue stanze senza che nessuno si accorga di me, e allo stesso modo
potrò uscire. Senza Generale saranno spiazzati: aiuterò anche questa
guerra, per il bene del mio Regno.-
-E
se qualcosa andasse storto?-
-Sarà
solo il destino.-
Atres
si avvicinò a lei e le tirò su la manica fino a scoprire un livido
rosso-violaceo: -Ti ho fatto male.- Non era una domanda e Aska non
rispose.
Lui
prese una pezza, la bagnò nel secchio d’acqua accanto al tavolo e
gliela posò sul livido: -Mi dispiace, avevo paura che dicessi qualcosa
davanti a quei tipi… È meglio che loro pensino solo a vincere la
guerra.- Tornò a fissare la ragazza: -Hai mai ucciso un uomo?-
-No.-
-Credi
di esserne in grado?-
-Ne
ho feriti molti.-
-Non
è la stessa cosa.-
-Devo
farlo.-
Lui
scosse la testa: -Non ti lascerò andare da sola, verrò con te. Adesso
è il mio turno.-
* * *
Un
fruscio nell’erba, passi veloci immersi nella notte fredda, il respiro
che si condensava nell’aria. Un balzo in avanti, una mano sulla bocca
e una stretta dura attorno al collo.
Venne
trascinato all’interno di una tenda, dove qualcuno accese una candela.
-Chi
sei e cosa ci fai qui?- Lo interrogò Yuri, scaraventandolo a terra.
Era
un ragazzo dai capelli scuri, sui vent’anni, forse meno. Gli occhi
azzurri tradivano la sua provenienza: era uno straniero.
Kris
poggiò la candela sul tavolo e si sedette davanti a lui: -Allora?-
Il
ragazzo esitò, ma poi rispose: -Mi chiamo Erin Lamar, io stavo solo
cercando una mia amica…-
-Erin!-
Esclamò la ragazza entrando nella tenda. Era stata svegliata dalle loro
voci.
-Adeline!-
Lei
gli si gettò tra le braccia, sotto gli sguardi sorpresi di Kris e Yuri.
-Che
ci fai qui Erin?-
-Ti
ho cercata quando ho saputo che eri sparita. Ti ho vista quando ti hanno
tirata fuori dal fiume e allora vi ho seguiti. Sei un’incosciente!
Perché te ne sei andata da sola?-
-Non
per farmi gli affari vostri,- Si intromise Yuri, -Ma se non sbaglio, il
ragazzo è un soldato del Giglio. Se lo trovano qui lo faranno fuori.-
Adeline
rabbrividì. -Vi prego, lasciateci andare via.-
-Andare
dove?- Chiese Kris.
-La
riporterò a casa.- Rispose Erin.
Yuri
si avvicinò a lui: -Casa sua, la capitale, se non sbaglio è ancora
sotto l’assedio dei tuoi compagni.-
-Noi
non stiamo più in città, ma in un villaggio di rifugiati.- Intervenne
Adeline, -Ve l’ho detto, lui ha aiutato me e mia madre a lasciare la
città.-
Yuri
non staccò lo sguardo dal ragazzo: -Perché l’hai aiutata?-
Lui
esitò, leggermente imbarazzato: -Perché… perché la amo!-
-Un
soldato non dovrebbe disertare per una donna. Potrebbero giustiziarti
per tradimento.- Ribatté Yuri.
-Non
mi importa.- Rispose Erin con sicurezza.
-Davvero?
Allora facciamo un accordo: vi aiuteremo, ma ci dovrai qualcosa in
cambio.-
-Sarebbe?-
-Indicarci
le basi del tuo esercito.-
-Ma
questo è assurdo!-
-Cosa
ci trovi di tanto assurdo? L’hai già tradito una volta.-
Kris
intervenne: -Sei davvero d’accordo con ciò che ha fatto il tuo
esercito? Hanno ucciso tanti innocenti e fatto soffrire molte persone.
Sei anche tu come loro? Adeline dice che tu sei diverso. Dimostralo.-
* * *
La
notte era scura e senza luna.
La
marcia dei soldati sarebbe durata fino all’alba, perciò Atres e Aska
erano partiti in anticipo, in modo da arrivare al castello un attimo
prima dell’attacco.
La
struttura del palazzo, al buio, appariva quasi grottesca, quando invece
di giorno brillava per la sua armoniosità ed eleganza in un gioco di
linee ricurve e sculture raffinate. Era circondato da una cinta di mura
non eccessivamente alta. I soldati la vigilavano immobili come statue
nella luce incerta delle torce.
Aska
si concentrò: oltre quelle mura c’era un usurpatore che aveva
sterminato e soggiogato la sua gente, assassinato la sua famiglia e
abusato di lei. Questo pensiero bastò a darle la rabbia necessaria, l’odio
necessario.
Sibilò:
-Ombra.- Mentre Atres lì
accanto avvertiva tutto il suo potere che sembrava sempre più forte,
che sembrava allontanarla da lui con maggiore insistenza…
Le
torce si spensero, i soldati esitarono, disorientati, prima di
riaccenderle.
Aska
e Atres lanciarono le corde con i rampini e si arrampicarono sulle mura
per poi calarsi dalla parte opposta.
Proprio
come aveva detto lei, sarebbe stato facile entrare.
Percorsero
il grande parco che, attraverso la difesa del potere di Aska, appariva
come un ammasso irregolare di figure più buie su figure meno buie. Si
avvicinarono a una delle guardie del portone d’ingresso e gli
sfilarono la chiave, entrando senza che nessuno si accorgesse
minimamente di ciò che succedeva, tutti avvolti da uno stato di torpore
e confusione, quasi soffocamento.
Quando
furono all’interno, Aska si fermò un istante, per riprendersi, e la
stella nera scomparve dalla sua guancia. Non aveva mai dovuto mantenere
attivo il suo potere per un lasso di tempo tanto lungo, eppure non si
sentiva eccessivamente stanca. Ma si era resa conto di quanto quel
potere fosse cresciuto negli ultimi mesi.
-Adesso
come troviamo Nokam?- Chiese Atres.
-Potrebbe
essere nelle stanze reali, ma il castello è grande, dovremo… chiedere
a qualcuno.-
* * *
“Lo
sento. Il suo battito di cuore che si avvicina. Lo sento e aspetto.
Aspetto che venga il momento, quell’attimo fatale in cui la sua vita
si intreccerà con la mia. La morte e il sangue sono il mio nutrimento.
Basterà solo il suo errore. Io so, conosco i suoi pensieri. So già che
lo commetterà. Ha deciso ormai, non perché sia una cosa giusta, ma lo
farà perché è il destino che ha deciso il mio ritorno. E niente mi
potrà fermare.”
-Niente
ti potrà fermare.- Rispose Eterna.
* * *
Atres,
con movimenti furtivi si acquattò alla parete in attesa che passasse la
guardia. Aveva sentito i suoi passi avvicinarsi. Quando fu abbastanza
vicina, balzò fuori e l’afferrò alle spalle stringendogli un braccio
attorno al collo. Il soldato cercò istintivamente di divincolarsi, ma
Atres gli mostrò la lama della spada invitandolo a desistere.
Aska
lo interrogò: -Dov’è Arthur Norkam?-
La
guardia non rispose.
-Ti
conviene parlare. Non credo che il Generale piangerà la tua morte.- Lo
minacciò Atres.
Il
soldato si ostinò nel suo silenzio. Allora Aska gli poggiò una mano
sulla fronte. Atres vide riapparire la stella nera, la ragazza parlò
con estrema tranquillità, ma lui sapeva quanto questo fosse in
contrasto con i suoi moti interiori. -Forse non hai capito la mia
domanda: dov’è il Generale Arthur Norkam?-
Atres
sentì il corpo del soldato contrarsi e rilassarsi, a ondate successive
quando Aska faceva maggiori pressioni, ma poi l’uomo inspiegabilmente
parlò, indicando loro la strada, quindi si accasciò tramortito.
-Sta
dormendo. Non si ricorderà neppure di noi.- Spiegò Aska.
Atres
lo lasciò cadere a terra.
* * *
“Siamo
sempre più vicini. Non può immaginare che la sua vita è a un punto
cruciale, eppure in qualche modo lo sa, lo sa ma non gli importa, è per
questo che ha deciso di commettere l’errore. Anche se sotto c’è
qualcosa di più grande che neppure io mi so spiegare.”
-Non
puoi spiegarti ciò che non conosci.- Rispose Eterna.
“Di
cosa stai parlando?”
-Sto
parlando della Luce e di ciò che racchiude in sé.-
“Non
c’è luce in loro, sono nella metà oscura del Fiore.”
-La
Luce è nella vita.-
“Non
c’è vita in lui, il destino l’ha scritto.”
-In
tutti c’è vita, in tutti quelli che stanno da questa parte.-
“Sarà
ancora per poco. Adesso è il mio turno.”
Atres
ebbe quasi l’impressione di aver scorto una figura negli angoli bui
dei corridoi, qualcosa di decisamente fuori posto… Poteva essere solo
uno scherzo dell’immaginazione?
Si
scrollò di dosso quel pensiero e continuò a seguire Aska che era più
che mai determinata nel portare a termine il suo intento.
Il
soldato aveva riferito che il Generale alloggiava nelle stanze all’ultimo
piano, nella parte più alta del castello, da dove poteva dominare tutta
la città.
Aska
ricorse di nuovo al suo potere e i due riuscirono a passare inosservati
davanti alle guardie lasciando, come unico segno della loro presenza,
gli uomini scossi da brividi di gelo e inquietudine.
Provarono
nella stanza da letto, ma Arthur non c’era. Era quasi l’alba, non
era difficile credere che fosse già in piedi. Lasciarono gli
appartamenti privati e presero uno stretto corridoio: lungo le pareti
erano accese delle torce, segno che qualcuno era passato di lì, non c’era
altro motivo per tenerlo illuminato altrimenti.
Alla
fine del corridoio si trovarono di fronte una porta socchiusa.
Aska
ebbe la certezza che lui fosse lì dentro e Atres ebbe l’impressione
che non fosse solo. Ma era solo.
La
ragazza mise la mano sull’impugnatura della spada che aveva appesa al
fianco, una di quelle che facevano parte dell’arsenale dell’esercito
Imperiale, gliel’aveva consegnata Christopher stesso prima di partire.
La
estrasse dal fodero con un movimento lento e fluido, se la fece passare
davanti agli occhi, e in quel momento Atres scorse il riflesso di tutto
il suo odio, il suo sguardo era infiammato ma vuoto, lo sguardo di
qualcuno che aveva intenzione di andare fino in fondo a qualunque costo.
Aska
riabbassò la spada lungo il fianco, puntandola contro il pavimento, poi
con l’altra mano spinse lentamente la porta.
La
stanza era illuminata dalle torce e dal braciere centrale che riscaldava
l’ambiente, un ambiente piuttosto spoglio, non fosse stato per i
mobili bassi lungo le pareti e un grande stendardo con lo stemma dell’esercito
del Giglio, appeso dietro alla scrivania dove sedeva il Generale.
Un
uomo sulla trentina, con i capelli scuri e un volto impenetrabile, stava
esaminando alcune carte.
Era
così come Aska lo ricordava, spietato e senza scrupoli, una faccia che
non sembrava in grado di produrre nessuna qualsiasi espressione e due
occhi scuri che mettevano paura. Teneva sempre la compostezza di una
statua di marmo.
Quando
sentì la porta aprirsi, Arthur Norkam sollevò lo sguardo: -Chi è la?-
Ma
non appena vide la sagoma di Aska con la spada in mano, balzò in piedi
incredulo: -Tu? Che ci fai qui? Sei impazzita... o ti sono solo
mancato?-
Aska
lo interruppe: -Il mio nome è Yoruki Aska, figlia del Gran Maestro
Yoruki Zei. Arthur Norkam, io sono qui per la mia vendetta.-
Tagliò
l’aria con un gesto secco, poi si mise in posizione, con la spada in
orizzontale sopra la testa: -Morirai!-
Arthur
fece un sorriso tagliente e si avvicinò: -È solo per questo che sei
tornata? Tuo padre era il proprietario di questa splendida arma, vero?-
Disse estraendo dal fodero la spada ricurva degli Yoruki, era ancora
lucente, perfetta e terribilmente affilata. -Ragazzina, devo ammettere
che mi sono divertito con te, ma non ho nessun problema ad uccidere una
femmina, se rivuoi la tua spada sarò ben felice di infilartela nelle
viscere…- Guardò Atres: -E il tuo amichetto che ci fa qui? È venuto
a raccogliere i tuoi resti o vuole farti compagnia?.-
-Mi
chiamo Atres Shaysjh’yar, un tempo io e te avevamo un amico in comune,
Lord Zarkon, prima che una ragazzina come questa lo arrostisse...- Disse
Atres, -Comunque, il motivo per cui sono qui è impedire a questa
femmina di farsi ammazzare.-
Aska
si voltò verso di lui sorpresa, ma non ebbe il tempo di aprire bocca,
perché Atres, con un gesto secco e preciso della mano, la colpì alla
base del collo. Lei rimase per un istante senza fiato, poi si abbandonò
e svenne tra le sue braccia.
Atres
la poggiò in disparte, contro la parete. “Oltre
a un forte mal di testa, quando si sveglierà sarà incavolata nera…”
Pensò, poi estrasse la spada.
Arthur
lo guardò senza capire: -Qual è la tua intenzione? Fare la parte del
cavaliere senza macchia o vuoi solo arruolarti nel mio esercito?-
-Hai
sentito cos’ha detto lei.- Rispose Atres freddamente. Non faceva il
nome di Aska, come se avesse paura di sciuparlo, ma forse era solo
perché voleva che lei ne uscisse pulita. -Sono qui per farti fuori.
Anche se quello che ti farò io non si avvicina minimamente a quello che
tu hai fatto a lei.- Di nuovo ebbe l’impressione che nella stanza ci
fosse qualcun altro.
-D’accordo.
Vediamo se ci riesci.- Lo sfidò Arthur e puntò la spada verso di lui.
Atres
attaccò per primo: -Ho già fatto fuori il tuo ex Capitano, come si
chiamava… Rutherkann? Fossi in te non riderei.-
Arthur
parò il colpo: -Non posso che ringraziarti, allora, Rutherkann era uno
smidollato, l’avrei fatto fuori io stesso se avessi avuto l’opportunità.-
-E
perché non glielo racconti quando sarai all’altro mondo?-
Arthur
si difese di nuovo, i fendenti di Atres erano velenosi e rapidi, come
riflessi istintivi. Ce l’aveva nel sangue.
-Devo
ammettere che sei in gamba, bamboccio.- Commentò il Generale, e poi
rispose all’attacco con una sferzata all’altezza del collo, alla
quale Atres sfuggì per un soffio, abbassandosi appena in tempo e
respingendo la lama con la sua. Fece un balzo all’indietro per
guadagnare più spazio. Scorse con la coda dell’occhio un movimento
alla sua sinistra, ma non ebbe il tempo di accertarsi di cosa si
trattasse perché Arthur era tornato alla carica.
Per
quanto abile potesse essere, Aska non ce l’avrebbe mai fatta contro un
avversario come lui, così freddo e preciso.
Durante
lo scontro si spostarono lungo la stanza e ruotarono di quel tanto che
bastava da far avere ad Atres una visuale completamente aperta sul lato
dove aveva scorto il movimento poco prima. Non si era sbagliato, c’era
davvero una quarta persona nella stanza, era una donna…
Approfittando
della sua distrazione, Arthur riuscì in un affondo. La spada era
talmente affilata da trapassare la cotta di maglia di Atres e
trafiggergli le carni. Atres strinse i denti, si ritrasse per
riguadagnare spazio.
Ma
perché non riusciva a concentrarsi nello scontro? È vero, lui non
aveva nessun motivo per uccidere Arthur, ma non era mai stato un
problema per lui, era abituato ad uccidere per conto di altri. E in
questo caso si trattava di Aska. Avrebbe potuto lasciare che risolvesse
lei stessa questa situazione, ma sapeva benissimo che non l’avrebbe
lasciata andare da sola. Era un mercenario, ma aveva anche una sorella,
perciò sapeva cosa significasse proteggere chi gli stava vicino.
Poi
c’era qualcos’altro dentro di lui che l’aveva spinto a fare una
cosa del genere. Lui doveva uccidere.
Ignorando
il dolore e il sangue che iniziava a sgorgare da sopra la cintura,
scartò rapidamente sulla sinistra lasciando che un nuovo colpo dell’avversario
andasse a vuoto e lo sbilanciasse. La spada di Yoruki era diversa da
quelle usate nell’ovest, era curva, affilata solo da un lato e più
leggera, e Arthur non era riuscito a padroneggiarla alla perfezione.
Atres aveva notato immediatamente che metteva troppa forza nei suoi
colpi e approfittò di questo suo punto debole: nella frazione di
secondo che Arthur impiegò per rimettersi in equilibrio, Atres lo
colpì al braccio facendogli cadere l’arma.
Il
Generale non cambiò assolutamente espressione, rimase marmoreo, con il
braccio che gli scendeva lungo il fianco e il sangue che gocciolava sul
pavimento. Atres vide il ritmico abbassarsi e sollevarsi del suo petto
al tempo della respirazione, che si era fatta affannosa, e scorse una
goccia di sudore che gli scendeva lungo la tempia.
Arthur
sapeva che il duello era finito e sapeva che Atres non avrebbe avuto
pietà. Non c’era neppure la possibilità di chiamare rinforzi. In
quella parte del castello nessuno poteva sentirli.
La
lama di Atres, sporca del suo sangue, era puntata contro il suo petto.
Arthur non indossava l’armatura, era senza protezioni e sapeva che non
avrebbe potuto spostarsi, non sarebbe mai stato abbastanza veloce.
Atres
lo spinse all’indietro finché non fu con le spalle alla scrivania, la
spada sempre puntata al centro del petto.
Lo
sguardo di Atres si fece più gelido, completamente vuoto, ma anche
completamente diverso da quello che aveva avuto Aska entrando.
E
per la prima volta nella sua vita, Arthur ebbe paura. Non la paura di
essere trafitto, ma una pura e folle paura per l’assenza che lesse
nello sguardo di Atres, tutto il vuoto e il gelo della morte, non per
mano di un uomo, ma di una forza superiore, la morte per mano della
Morte stessa.
Fu
sul punto di perdere il senno, fu sul punto di urlare, se solo Atres
avesse parlato, se avesse dato un segno di essere un vivente…
Ma
Atres rimase immerso nel suo silenzio, come se attorno a lui non ci
fosse niente.
Portò
l’altra mano all’impugnatura della spada per aiutarsi nella spinta,
poi affondò.
* * *
-È
fatta.- Disse Eterna, -Il primo errore è commesso.-
* * *
Mese
IX, giorno 9
Le
spire della notte la avvolgevano togliendole fiato e coscienza,
sprofondandola in un denso abisso di oblio.
Era
una sensazione forte, quasi opprimente, era così dolce il riposo
lontano dalla luce, era un esilio quasi di eterna morte…
Insistentemente
delle mani la strapparono dal profondo di quel nero e una voce la
riportò al presente e all’essere.
-Svegliati!-
Aska
aprì gli occhi e si guardò intorno, subito fu colta da un’intensa e
istantanea scarica di dolore alla testa.
A
giudicare da un primo sguardo si trovava nella stanza di una casa,
circondata da vecchie pareti di legno. Era stesa su di un materasso
lacero e altro non c’era se non qualche ragnatela e un piccolo fuoco
che ardeva nel braciere rettangolare al centro della stanza.
-Ce
ne hai messo di tempo a tornare.- Aggiunse la stessa voce di poco prima,
completamente piatta, atona.
Aska
spostò lo sguardo sulla persona che stava seduta accanto a lei.
Era
una donna piuttosto giovane, dai capelli nerissimi e gli occhi verdi,
aveva un che di sinistro nella sua espressione fredda e assente.
-Chi
sei tu? E dove sono? Che è successo?-
-Mi
chiamo Shen, sono quella che vi ha tirati fuori dal castello.-
Il
ricordo della notte precedente le tornò come uno schiaffo: -Dov’è
Atres?-
-Sono
qui.- Disse lui entrando, leggermente zoppicante, premendosi una mano
sul fianco, -Come va la testa?-
-Si
può sapere cos’è successo? E tu, sei ferito?-
-È
solo un graffio...- cercò di spiegare Atres, -Io ho…-
-Lui
ha ucciso Arthur Norkam.- Finì Shen per lui.
Atres
le mostrò la spada ricurva che era stata di suo padre.
-Tu
mi hai tramortita…- Fece mente locale Aska, poi balzò in piedi,
ignorando il mal di testa lancinante, e si mise di fronte ad Atres
gridandogli: -Come hai potuto?! Toccava a me far fuori Norkam! Era per l’onore
della mia famiglia!-
-E
che importanza vuoi che abbia ormai? Lui è morto. È finita.-
Aska
non fu in grado di reagire, non aveva previsto una cosa del genere, era
preparata solo a due possibili esiti: lei che uccideva Arthur o Arthur
che uccideva lei, e invece adesso… Cercò di tornare padrona di sé
stessa: -Non ho ancora capito chi è lei.-
-Era
una delle schiave di Norkam, ci ha fatti uscire dal castello e ci ha
condotti in questa casa abbandonata, fuori città. È iniziata la
battaglia, il nostro esercito ha attaccato la capitale.-
-E
noi che facciamo qui?-
-Aspettiamo.-
Rispose Shen, -Aspettiamo che sia tutto finito.-
Aska
rabbrividì e andò alla finestra, guardò la campagna cercando di
capire se si trovasse in un luogo conosciuto, ma non vide nulla di
familiare. Eppure quello era il suo regno.
Un’ondata
di gelo intenso le si propagò nelle vene, era una sensazione
sgradevole, ma allo stesso tempo l’affascinava.
-Atres.
Vorrei parlarti da solo.-
Shen
capì al volo e si spostò in un’altra stanza.
Atres
si appoggiò alla parete con una smorfia, era piuttosto pallido, segno
che aveva perso molto sangue.
-Adesso
vuoi dirmi perché?- Continuò Aska.
-Non
sei l’unica ad avercela con l’esercito del Giglio.-
-Non
mentire.-
-Eri
troppo arrabbiata, non saresti riuscita a batterlo.-
-E
a te cosa importa? No, c’è dell’altro.-
Atres
fece un sospiro e si arrese: -D’accordo, la verità. Per la prima
volta non l’hai capita da sola? Io… Non volevo che ti sporcassi le
mani con quel tipo, non saresti stata più la stessa…-
Aska
non rispose, si avviò verso la porta: -Torniamo all’accampamento. Non
abbiamo più niente da fare qui.-
Un
lampo squarciò il cielo e iniziò a piovere. Il clima e il tempo
avevano spostato le grandi piogge dal Regno della Stella a quello del
Sole Rosso. Avrebbero dovuto aspettare che il temporale passasse, o
comunque si calmasse, ma Aska era irremovibile, pioggia o non pioggia
sarebbero usciti da quella tana per topi.
L’acqua
scrosciava con insistenza lavando via i contorni delle case, le strade
erano deserte, il cielo era tormentato e dilaniato da lampi e tuoni,
come se qualcuno avesse spalancato le porte degli inferi.
Shen
non sembrava curarsi di tutto ciò, si guardava attorno con occhi piatti
e distanti.
Aska
la ignorava procedendo silenziosa sotto il mantello inzuppato, era
evidente la sua collera.
Atres
spostò lo sguardo da lei a Shen: era bella in modo inquietante, non
aveva l’aspetto di una schiava, non aveva l’atteggiamento di una
persona abituata ad essere sottomessa.
Aska
notò per un secondo l’intensità con cui lui guardava la nuova venuta
e questo servì solo ad acuire la sua rabbia. Era perché Atres l’aveva
tradita o solo perché si stava allontanando da lei? Era cambiato
qualcosa da quando l’aveva conosciuto, di certo, ma ora più che mai
lui sembrava chiudersi in sé stesso. Perché l’aveva tramortita,
perché non l’aveva fatta assistere alla morte di Arthur? Lui l’aveva
tagliata fuori, e questo la spaventava a morte.
-Ma
quello è…- La voce di Atres fu appena udibile tra lo scrosciare.
Aska
seguì il suo sguardo e intravide una figura in nero scivolare in mezzo
ai vicoli. -È un soldato del Giglio!- Esclamò.
-Non
dovrebbe trovarsi qui.- Disse Atres, -Seguiamolo.-
Il
soldato voltò in una stradina, si guardò velocemente attorno ed entrò
in una capanna diroccata.
-Una
base segreta?- Si domandò Aska.
-A
quanto pare l’attacco a sorpresa non ha dato il tempo all’esercito
di informare tutti i distaccamenti.-
-Quanti
saranno?-
-Andiamo,
informeremo l’accampamento della loro posizione.-
-Dobbiamo
fare un sopralluogo.-
Atres
era riluttante: -Non é prudente…-
Aska
lo afferrò per il collo della giubba: -Basta con i favoritismi. Questa
volta non mi fermerai.- La stella nera iniziò a brillare sulla sua
guancia.
Aska
era fuori di sé. Cosa aveva intenzione di fare?
Usare
il suo potere contro Atres?
Cosa
sarebbe successo se lui avesse cercato di dissuaderla, se avesse voluto
impedirle di fare di testa sua?
Lisa
osservò il cielo nuvoloso mentre la luce del giorno iniziava ad
affievolirsi. La sua mente era tormentata dal pensiero della sua
visione.
Cosa
significavano quelle sagome nere che aveva scorto? E quella luce viola,
era la stella di Sheila?
E
poi adesso c’era la profezia: era chiaro che un pericolo incombesse
sui Custodi, i segni erano molto più numerosi del necessario.
La
prima domanda a cui rispondere era: a chi apparteneva quel foglio, chi l’aveva
scritto? Non poteva trattarsi di uno dei monaci, i monaci non avevano
mai avuto a che fare con le profezie, questo era il campo di Eterna, ma
non era lei a scriverle. Sapeva chi avesse questa facoltà nel Mondo di
Luce, ma non avrebbe potuto essere capitato lì di sicuro, e certamente
il foglio non era caduto dal cielo. L’unica persona, oltre a lui,
abbastanza potente da ritrovarsi per le mani una profezia, era uno dei
Custodi del Fiore. E, considerando che doveva trattarsi di qualcuno che
era stato al tempio di recente, questo restringeva il campo dei sospetti
unicamente a Sheila.
E
per questo Lisa era terribilmente spaventata, perché Sheila aveva a che
fare con qualcosa di veramente grande e veramente pericoloso. Ma era
stato il destino a far capitare quel foglio proprio sul cammino di Lisa,
perché era in suo dovere interpretarlo e mettere in guardia i Custodi
sul pericolo che li minacciava.
Lo
rilesse un numero infinito di volte, e ogni volta il testo diveniva
sempre più inquietante. Ma riuscì comunque ad andare ben oltre le
scoperte di Sheila. I sedici versi potevano essere divisi in due parti
uguali: causa e effetto, problema e soluzione. Si concentrò
innanzitutto sulla prima parte: la causa, il problema, l’evento
nefasto: tre lune funeste ricollegate ad altrettante venute, il ritorno
dei maledetti, l’ascesa delle tenebre.
Tenebre…
il Mondo di Tenebra… i maledetti… i maledetti sono…