1. L’Ultima Luna d’Inverno
Nel
rosso del tramonto il battito del suo cuore sembrava amplificarsi.
Kyra
era con le spalle al muro.
Il
vicolo era troppo stretto e due mutanti le sbarravano il passaggio da
entrambi i lati. Il terzo si avvicinò con un ghigno disgustoso stampato
in faccia: -Bambolina dove va tutta sola? Tu diverte con noi!- Questo
era il suo picco massimo di familiarità con la lingua dell’Impero.
Anche
gli altri due avanzarono. Al buio era difficile distinguere il loro
aspetto mostruoso, gli occhi porcini, completamente neri, e le zanne da
cinghiale che sporgevano dal muso, al contrario il loro tanfo era fin
troppo nitido nell’aria gelida di fine inverno.
-Vi
consiglio di starmi lontani!- Gridò Kyra, cercando di mantenere la voce
ferma. Mise la mano sull’elsa della spada.
Il
cuore le martellava sempre più forte in testa, il sangue le ribolliva
nelle vene annebbiandole la vista, sapeva che se non si fosse
controllata sarebbe successo, e non era ancora il momento di scoprirsi,
ora che si trovava lontana dalla protezione delle ninfe e così vicina
alla Corte Imperiale.
Doveva
andarsene da lì.
Iniziò
a correre verso uno dei mutanti, illudendosi che se fosse stata
abbastanza veloce sarebbe riuscita a sfuggirgli e uscire sulla strada
principale, dove i soldati di ronda stavano accendendo le torce per
illuminare la via nel buio della notte. Ma il vicolo era veramente
troppo stretto e il mutante le sbarrò la strada. La afferrò per un
braccio e la spinse contro la parete.
Kyra
gridò.
*
* *
Jonathan
era arrivato sull’Isola Imperiale solo quella mattina con la scorta
reale del Regno della Cascata, ed ora, finalmente, si trovava a
camminare per le vie della Città Imperiale. Sinceramente non sapeva
perché all’improvviso gli fosse venuta voglia di farsi un giro anziché
restare a riposarsi a Corte negli appartamenti che erano stati allestiti
per i Consiglieri e per le loro guardie, ma in fondo gli piaceva
ostentare la sua uniforme con lo stemma della casata Silverfight sul
petto, l’immagine stilizzata di una cascata: il suo ordine era tanto
prestigioso da essere riconosciuto in tutto il Mondo di Luce, era una
specie di insegna provocatoria per gli attaccabrighe.
Le
botteghe stavano chiudendo, i mercanti raccoglievano le loro mercanzie,
le locande iniziavano a riempirsi di viaggiatori, o soldati, o strane
figure.
Anche
se l’Isola avrebbe dovuto essere un posto sicuro, data la stretta
vigilanza dell’esercito Imperiale, dalla riapertura delle rotte che
attraversavano il Mare di Luce, ad ovest, in occasione dell’Alto
Consiglio, tenere sotto controllo chi arrivava nei porti principali era
diventato più difficile, c’era il rischio che qualcuno di poco
raccomandabile sbarcasse per combinare qualche guaio. Vista la
situazione di tensione tra i vari regni non ci sarebbe stato da stupirsi
se tra i rappresentanti giunti a Palazzo qualcuno non avesse più fatto
ritorno a casa…
Addirittura
gli era sembrato di vedere alcuni mutanti al porto e ormai era
risaputo che dove c’erano quei bestioni succedeva sempre qualcosa di
spiacevole. Come in risposta ai suoi pensieri, all’improvviso sentì
dei rumori provenire da un piccolo vicolo laterale.
-Lasciami
andare brutto bestione!- Era la voce di una ragazza.
Uno
dei mutanti la stava spingendo contro il muro sgretolato, mentre gli
altri se la ridevano. Jonathan si avvicinò silenzioso.
La
ragazza fece un movimento brusco che le scostò il mantello nero dal
fianco e la luce rossa del tramonto si rifletté su qualcosa di
metallico.
L’elsa
di una spada.
Mai
vista una donna con una spada, almeno, non dalle sue parti.
Decise
che era ora di intervenire: -Ehi, ragazzi, posso unirmi alla festa?-
I
tre si voltarono con un grugnito sincronizzato.
Lei
approfittò della distrazione per sferrare un calcio nelle parti basse a
quello che la tratteneva. Questi si piegò in due e di riflesso allentò
la presa, così che lei poté sfuggirgli, ma solo per poco, infatti
l’altro l’afferrò subito al volo.
Il
terzo, assicuratosi che la loro preda fosse ancora lì, si rivolse a
Jonathan: -Sparire moccioso, tu vole noi diverte
anche con te?- Fece qualche passo avanti, -Tu è proprio carino,
bel biondino, sa?-
Jonathan
estrasse la spada provocandolo: -Allora vieni a giocare con me.-
Il
mutante, con un ghigno, mise mano alla sua arma e si avventò contro di
lui. Ma non fece neppure in tempo a vederlo: Jonathan con due rapidi
movimenti aveva già parato il suo attacco e gli aveva infilato nello
stomaco la lama d’acciaio temprato, forgiata dai migliori fabbri
dell’Impero, la spada che era stata di suo padre e suo fratello prima
di lui.
Estrasse
l’arma dal corpo del bestione facendo leva con una gamba e
scaraventandolo a terra.
Il
secondo mutante emise un urlo furioso e fece per attaccare Jonathan
quando ad un tratto si bloccò, emise un rantolo e franò al suolo di
faccia.
Il
ragazzo lo guardò stupito, ma poi vide la freccia che gli spuntava come
un ornamento grottesco da dietro la schiena, allora levò lo sguardo e
seguì la traiettoria: di fronte a lui c’era un tipo piuttosto alto e
robusto, con la pelle scura come l’ebano, che teneva ancora saldamente
l’arco nella mano sinistra.
“E’
piuttosto affollato qui, stasera.” Pensò
Jonathan tra sé e sé.
Mentre
il terzo mutante, quello che tratteneva la ragazza, osservava la scena
con un’espressione, più che stupita, completamente stupida, la
ragazza si ritrovò con un braccio libero. Senza esitare afferrò
l’elsa e con il movimento di estrazione della spada gli squarciò la
gola.
Il
mutante sgranò gli occhi ed emise un gorgoglio. Mentre lei stava per
colpirlo di nuovo, Jonathan la afferrò per un braccio: -Ci siamo
divertiti abbastanza per stasera, meglio non attirare troppo
l’attenzione. Sei tutta intera?- Le chiese, poi si rivolse al tipo che
l’aveva aiutato: -Grazie, amico, anche se non era necessario.-
Lo
straniero si avvicinò: -Comunque adesso è meglio andarcene da qui, o
avremo dei guai.-
Jonathan
si rivolse di nuovo alla ragazza: -Dove sei diretta, ti possiamo
scortare?- Le stava ancora tenendo il braccio, questa reagì di scatto
spingendolo contro il muro di una vecchia casa e premendogli la lama
della spada, ancora insanguinata, sulla gola. -Come ti permetti!- Poi
rivolse lo sguardo al tipo dalla pelle scura e gli intimò: -Non
muoverti o gli faccio fare la fine del mutante!-
Lei
era così vicina che Jonathan poteva sentire il suo respiro, persino i
battiti del suo cuore, e, anche se la luce era poca e distingueva a
malapena i tratti del suo volto, si accorse che non era solo carina, era
terribilmente bella.
Deglutì:
-Ehi, ti faccio presente che ti abbiamo appena salvato la pelle!-
-Figuriamoci!
Me la sarei cavata benissimo anche senza che voi vi impicciaste! Ora me
ne vado e non azzardatevi a seguirmi!-
-D’accordo,
come vuoi, però adesso che ne dici di togliermi questa lama dal collo?-
Lei
allentò la presa con cautela e fece per allontanarsi, indietreggiando
con la spada sguainata e tenendo d’occhio entrambi.
Jonathan
ristette qualche istante, c’era qualcosa dentro di lui che gli
impediva di lasciarla andare via così. La seguì per un tratto.
Uscì
sulla strada principale, i fuochi accesi dalle guardie segnavano il
percorso. -Aspetta,- la fermò, -non pretendiamo un grazie, ma non so
neppure il tuo nome, e poi non te ne vorrai andare in giro da sola di
notte? E’ pericoloso, cioè, desteresti sospetto…-
Lei
si voltò spazientita: -Non sono affari che vi riguard…- poi si bloccò,
come paralizzata.
Lui
era fermo sotto un braciere e la fiamma lo illuminava quasi interamente.
Sì, era un bel ragazzo, ma non era quello che aveva attirato la sua
attenzione: era lo stemma sul suo petto.
-La
cascata…- Alzò lo sguardo sul suo volto, nei suoi occhi; la
luce era quella che era, ma probabilmente erano dello stesso colore dei
suoi, il colore del cielo in piena estate. -Ma tu chi sei?-
Jonathan
esitò un attimo, forse per il tono della domanda, forse per la sua
espressione quasi sconcertata, per non dire spaventata, poi rispose: -Mi
chiamo Jonathan Silverfight, vengo dal Regno della Cascata. E tu? Posso
sapere almeno il tuo nome?-
-Kyra.-
Rispose, e poi iniziò a correre nella notte, si infilò in un vicolo e
Jonathan perse le sue tracce.
Si
voltò verso lo straniero dalla pelle scura: -Strana serata...-
Questi
sorrise e gli tese la mano:
-Krisantha
Wasa.-
-Come?-
Jonathan era soprappensiero.
-Krisantha
Wasa, è il mio nome. Vengo dal Regno delle Foreste. Puoi chiamarmi
Kris.-
Jonathan
gliela strinse con energia: -Piacere di conoscerti Kris. Sono Jonathan...
il resto penso tu l’abbia sentito. Cosa ti porta da queste parti?-
-Sono
qui per il Consiglio, rappresento il mio regno.-
-Che
coincidenza! Anch’io sono qui per lo stesso motivo. Suppongo che anche
tu alloggi a Corte.-
Kris
annuì.
-Se
non hai altro da fare allora possiamo rientrare insieme, credo che per
stasera ci siamo sgranchiti abbastanza.-
Kris
gli sorrise: -Sicuro. Mi fa piacere avere finalmente qualcuno con cui
conversare dopo tanti giorni di solitudine.-
Jonathan
gli diede una pacca sulla spalla: -Non so perché, ma credo che noi due
diventeremo buoni amici.-
*
* *
Nella
penombra del laboratorio brillava una spettrale luce verde
(probabilmente stava preparando un incantesimo), dei passi distolsero il
mago dalla sua formula.
La
luce si spense e per interminabili secondi vi fu un’opprimente cappa
di oscurità, poi si accese una torcia che sembrò infiammare due occhi
verdi e gelidi, celati da neri capelli, color delle tenebre. Come una
luce improvvisa nella notte, apparve un freddo sorriso sul volto del
giovane: -Di nuovo con i tuoi giochetti, Romar?-
Il
mago lanciò una rossa occhiata irritata da sotto il cappuccio:
-Shaysjh’yar, lo sai che non è permesso a nessuno entrare qui mentre
sto sperimentando!-
Atres
quasi non lo ascoltò mentre si guardava attorno giocherellando con
tutti gli oggetti strani che incontrava.
Romar
proseguì: -Tieni le mani a posto se non vuoi che ti polverizzi con uno
dei miei “giochetti”. E ricordati che per te sono Lord Romar Venine!
Dimmi piuttosto cosa vuoi!-
Atres
alzò verso di lui lo sguardo con noncuranza: -E’ Zarkon in persona
che mi manda. Dice che hai un lavoro per me.-
Gli
occhi del mago avvamparono: -Ma certo, certo. E’ già arrivato il
momento! Ma della tua testa di legno da mercenario non so che farmene,
istruirò tua sorella sul da farsi.-
Si
voltò verso una porta secondaria strillando: -Sheila! dove ti sei
cacciata?- e allo stesso tempo fece segno ad Atres di uscire con un
gesto di stizza, dandogli appena il tempo di scorgere la sagoma della
ragazza nel suo abito nero, i capelli castani tirati indietro e fermati
con uno spillone da maledizioni, i profondi occhi nocciola con la solita
strana espressione triste, che voleva sembrare dura, i movimenti
calibrati, ma allo stesso tempo morbidi e delicati, come i passi di una
danza, studiati e ristudiati fino alla rigida perfezione.
Atres
non volle sapere cosa accadeva nella stanza e non sopportava che sua
sorella fosse sfruttata a quel modo dal mago. Ma in fondo Sheila non era
il tipo da farsi mettere i piedi in testa e non aveva bisogno di un
fratello maggiore, l’unica cosa importante per lei era la magia nera.
Una voce nel buio profondo, la voce di una donna.
Chi era? Lunghissimi capelli candidi, un viso senza età, la carnagione
pallida, ma al contrario i suoi occhi erano di un azzurro carico e
trasmettevano una forza e un potere che non appartenevano ad un corpo
materiale. Una ninfa, non c’era dubbio.
Le sue parole le risuonavano nella testa come un eco, una cantilena
sepolta sotto le sabbie dei secoli…
“Guardati dall’ultima luna d’inverno
Che vedrà cadere della cascata
Quando due cavalieri senza corona sosterranno la luce
Il giorno e la notte si incontreranno sui territori del Mondo
Segui la strada e troverai l’ombra nella stella
Chiudi il triangolo e a te verrà il fuoco disperso
Raggiungi il luogo in cui la foresta muore
Là dove la luce di verità è rinchiusa
Giungerai a un nuovo cammino nebbioso
Non desistere e persegui il tuo destino.”
Sheila si svegliò di soprassalto, disorientata.
Aveva fatto di nuovo quel sogno, era diventata una specie di ossessione
da quando aveva iniziato a studiare il Fiore
di Luce.
Si preparò in fretta, raccolse il quaderno con i suoi appunti e si
diresse verso la biblioteca del centro, dove si rifugiava ogni volta che
aveva la possibilità di sfuggire a quel disgustoso mago a cui faceva da
apprendista.
La sala era gelida nella penombra, per quel giorno non aveva impegni,
così poteva dedicarsi allo studio: anche se non c’erano testi di
magia, che erano da tempo banditi, avrebbe trovato comunque qualcosa di
interessante.
Per ora tutto quello che aveva era la traduzione approssimativa di un
antico testo che era andato disperso da tempo, che aveva trascritto da
un vecchio libro, uno dei pochi che parlasse del Fiore. La rilesse di
nuovo cercando un possibile nesso con i suoi sogni.
“Nel Triangolo Aureo conserva le gemme
Stelle della notte piante dal destino
Sulla fredda terra del traballante mondo
Protette dai guardiani del niente e del vero.
Dovere e Tradimento nel Tempio della Legge
Lì dove ogni cosa si incontra,
Dove il sotto è sopra, nel bosco del sonno nordico.
Amore e Odio nel Tempio del Cuore
Che è il centro della stella d’oro
Dove è la nera sorella.
Fato e Libertà nel Tempio dell’Arbitrio
Nascosto tra le anse del fiume immenso
Dove giacciono gli spiriti dell’oscura foresta.
Nel luogo in cui il Grande veglia
Unica è la vita come unica è la morte
Luce
di riflesso dissolve le sue nebbie
E
solo allora perfetta sarà l’unione
Dell’unico
e immutato fulcro
Del
mondo di sopra il fondo.”
Guardando con attenzione avrebbe potuto trovare qualche punto in comune
con quello che aveva sentito dire dalla donna dai capelli bianchi.
Riprese la pagina su cui aveva scritto la profezia del suo sogno
cercando di fare un confronto. La cascata, la stella, la foresta…
sembravano quasi riferimenti geografici... Balzò in piedi: erano chiari
riferimenti a nomi di regni! Ed era dopo l’ultima luna d’inverno
che veniva convocato l’Alto Consiglio, proprio l’indomani… doveva
riuscire a mettere le mani sulla lista dei partecipanti, il che non
sarebbe stato facile… però consultando una carta avrebbe avuto
l’elenco esatto dei regni. Si diresse verso uno scaffale suddiviso in
scomparti quadrati ciascuno contenente dei rotoli: erano le carte del
Mondo di Luce; in prevalenza raffiguravano singole regioni, ma ricordava
di averne vista una generale che rappresentava tutto l’Impero, era una
carta molto rara perciò le era stato riservato un posto d’onore,
proprio al centro dello scaffale principale che ora era… vuoto?
Che fosse stata portata fuori dalla biblioteca era quasi impossibile,
era piuttosto ingombrante e le guardie all’ingresso controllavano chi
entrava e usciva ed erano autorizzati alle perquisizioni, quindi
qualcuno la stava consultando in quel momento?
Si
guardò attorno. Il salone sembrava immerso nel nulla. Sentì un fruscio
di carta provenire dall’angolo opposto, era una zona ben illuminata
proprio sotto un grande lucernario, la pergamena era srotolata sul
tavolo e le mani di un uomo stavano misurando le distanze con un
compasso. La testa chinata sulla carta, i suoi capelli rosso-castani
scendevano quasi a sfiorarla.
Sheila
si avvicinò, i tacchi degli stivali rimbombarono nel silenzio con un
suono quasi spettrale nel fruscio della sua tunica nera.
Lui
alzò la testa e la fissò. Il colore dei suoi occhi era tanto chiaro da
riflettere la luce, il suo sguardo la fece rabbrividire come solo il
ghiaccio sa fare. Rimase ferma un istante, lui si alzò in piedi, era
molto alto e di corporatura abbastanza robusta, insomma la sua non era
esattamente la figura di uno studioso, e di sicuro era uno straniero,
come aveva avuto l’autorizzazione ad entrare?
Senza
dire una parola arrotolò la pergamena e la porse a Sheila, che la prese
senza capire esattamente cosa stesse succedendo. -Io ho finito.- Fu
l’unica cosa che disse lui, poi si voltò e fece per andarsene.
Gli
occhi della ragazza scesero per un attimo sulla carta che rappresentava
i territori del Mondo di Luce…
“il
giorno e la notte si incontreranno sui territori del Mondo…”
-Aspetta!-
Lui
si voltò. Sheila non era in grado di spiegarsi da dove le fosse uscita
la voce, ma ormai era tardi e proseguì: -Come sei entrato qui?-
Lui
senza parlare le mostrò il sigillo che portava al collo: appeso a una
catena d’oro un medaglione con un simbolo che da quella distanza non
le era possibile distinguere.
-Mi
chiamo Yuri Wudestav, vengo dal Regno dei Ghiacci con la scorta reale.-
-E
cosa ci fa un soldato in una biblioteca?-
-Quello
che hai visto.- Rispose con freddezza. Il suo tono era privo di
espressione, rigido come il clima del suo regno.
-Ti
intendi di cartografia?-
-Può
darsi.-
-E
se cercassi un cartografo dove ti troverei?-
Lui
voltò le spalle di nuovo e si diresse verso la porta: -Alla Caserma
Nord, finché non chiuderanno il Consiglio.- Disse, poi uscì alla luce
del giorno.
* * *
Mese
IV, giorno 2
L’Alto
Consiglio si teneva ogni cinque anni, dopo la fine dell’ultima luna
d’inverno, e riuniva alla Corte Imperiale i rappresentati di tutti e
venticinque i regni ufficiali che costituivano l’Impero dei Bluand.
La
data era ormai fissata, e le sedute si sarebbero aperte con o senza
tutti i Consiglieri. L’incontro era iniziato a metà mattina, verso la
quarta ora dal sorgere del sole, nel salone delle udienze entro le mura
del Palazzo.
Per
i rappresentanti dei regni erano state preparate comode poltrone
intagliate nel legno dai più abili
falegnami dell’Impero e rivestite di pregiate stoffe, sistemate
davanti a grandi tavoli rettangolari messi a ferro di cavallo; la
disposizione dei posti a sedere rispecchiava in qualche modo la
disposizione geografica dei regni, nei cinque raggruppamenti: nord-est,
est, centro-sud, ovest, nord-ovest.
Alle
spalle di ciascun membro del Consiglio, in piedi e appoggiato alla
parete adornata di arazzi, poteva prendere posto l’ufficiale o la
guardia del corpo che li accompagnava.
Nonostante
i suoi ventun’anni, Jonathan era il Cavaliere più alto in grado del
seguito reale, in quanto discendente diretto della dinastia Silverfight
e, come era accaduto a suo padre prima di lui, ora per la prima volta
era suo compito assistere il re del Regno della Cascata durante le
sedute.
Il
suo sovrano, re Roland, era ormai parecchio avanti con gli anni, il
viaggio gli era stato molto faticoso eppure non aveva voluto rinunciare
a quell’incontro, che forse per lui sarebbe stato anche l’ultimo.
Per
un attimo i suoi pensieri furono messi da parte dall’entrata di Kris
che gli fece un cenno di saluto e si mise a sedere al tavolo centrale.
Dopo
qualche minuto i segretari annunciarono l’ingresso dell’Imperatore.
Christopher
Bluand era piuttosto alto e magro, i sottili capelli biondo scuro,
leggermente mossi, che gli toccavano appena le spalle, il viso scavato
con un leggero accenno di barba, portava una corona semplice, simbolo di
pace. Quelli di loro che avevano avuto occasione di vedere suo padre da
giovane, avrebbero certo notato una grande somiglianza.
Lo
sguardo dei suoi occhi celesti sembrava vacuo, come se la sua mente
fosse da tutt’altra parte (e d’altronde girava voce che non fosse
del tutto in sé), ma in fondo governare un Impero doveva dare non poche
preoccupazioni.
Avanzò
indifferente, con passo rigido, andò a sedersi come se non ci fosse
nessuno attorno, dietro di lui entrarono ben sei guardie, che si
posizionarono alle spalle del trono stagliandosi come pilastri neri
dietro la luce bianca che veniva dai lucernari nella parte alta delle
pareti.
E
infine entrò il Generale dell’esercito Imperiale, con passo deciso e
portamento fiero, i suoi tratti erano duri, i capelli castani un po’
sfuggenti gli scoprivano a malapena gli occhi, occhi scuri, freddi, che
incutevano un certo timore per qualcosa di indefinito che racchiudevano
in sé, era stato una sorta di tutore dell’Imperatore che alla morte
del padre non aveva ancora l’età per salire al trono; di sicuro era
da tutti considerato una figura fondamentale nella politica
dell’Impero.
Quando
furono tutti al loro posto, il primo segretario cominciò: -Al cospetto
di sua maestà Christopher Bluand, Quarantanovesimo Imperatore del Mondo
di Luce, nel suo decimo anno di regno, si riunisce il qui presente Alto
Consiglio. Le Loro Maestà sono pregate di porgere il saluto al Sole.-
“Il
Sole”, era così che veniva anche chiamato
l’Imperatore, c’era un motivo ben preciso, ma a molti restava
impressa solo l’immagine poetica di colui che illumina l’Impero.
Ora,
secondo il protocollo tutti si sarebbero alzati in piedi, sedendosi solo
nel momento in cui fosse stato chiamato il proprio nome e rispondendo
con una formula di saluto solenne.
Alla
fine uno dei segretari si alzò comunicando il resoconto: -Regni
rappresentati quattordici. Si può dare inizio alla seduta.-
Il
primo a prendere la parola fu il Generale (di cui Jonathan aveva già
scordato il nome), blaterando frasi solenni sull’unità dell’Impero,
ma in fin dei conti parlando tanto senza dire niente. Jonathan trovò
molto più interessante guardarsi intorno, non riusciva a spiegarsi
perché ad un Consiglio tanto importante e che per di più si riuniva
così raramente mancassero così tanti rappresentanti. Cercò di
richiamare le sue nozioni sulla geografia del continente per farsi
un’idea sulla posizione regni assenti, non conosceva molto il sud-est,
ma sull’ovest non poteva sbagliarsi: avevano tutti uno sbocco
sull’Oceano Perduto, la grande distesa d’acqua che circondava il
mondo conosciuto, oltre il quale nessuno aveva ormai osato spingersi, si
poteva dire che incorniciavano l’Impero, lo abbracciavano, lo
accerchiavano… Era solo una coincidenza?
I sovrani in seduta erano quasi tutti al di sopra della
cinquantina, soprattutto quelli dell’est dovevano essere piuttosto
vecchi, l’unica eccezione, escluso l’Imperatore, era Kris, che era
poco più grande di Jonathan, ma anche lo strano tipo che stava accanto
al suo re era piuttosto giovane, forse sui trenta-trentacinque, alto e
asciutto, il volto leggermente bronzeo, i capelli castani e lisci
tagliati corti, aveva un che di sinistro e un’espressione vagamente
altezzosa. La sua guardia del corpo era altrettanto strana, il colorito
grigiastro, i capelli lunghi, sottili e neri, la corporatura era fin
troppo ossuta per essere un soldato, in effetti non aveva una spada ma
solo uno stiletto ricurvo infilato nella cintura, se ne stava lì in
penombra e con lo sguardo basso, come una serpe nell’erba. Ora che ci
pensava quel tipo lì seduto non era neppure il re ma un suo sostituto,
infatti sulla lista non c’era il suo nome, aveva detto di chiamarsi
Rutherkann, Lothar Rutherkann. Mentre gli altri reali esponevano i loro
problemi, chi per le tasse, chi per i raccolti, lui se ne stava in
silenzio ad ascoltare con il suo ghigno sprezzante stampato in faccia.
L’Imperatore
sembrava su un altro mondo, parlava pochissimo dicendo cose
incredibilmente banali, in generale la riunione era una noia, finché
non prese la parola Kris: -Se posso permettermi, Altezza, c’è
un’altra cosa che preoccupa me e gli altri membri anziani del
Consiglio dei Saggi che regola il Regno delle Foreste. Ci è giunta voce
di alcuni disordini nei regni a noi confinanti e di cui sono assenti i
rappresentanti, dovuti ad un esercito straniero…-
Ad
un tratto re Roland, che era rimasto in silenzio fino ad allora in
attesa del momento giusto, scattò facendo quasi un balzo sulla sedia:
-L’esercito del Giglio! E’ dunque arrivato fino al sud?!-
Nella
stanza si levò un brusio sommesso, il Generale si impose: -Vostre Maestà,
Vi prego, anche a noi è giunta notizia di questo fantomatico esercito
in avanzata, ma non allarmatevi, l’Impero sta già provvedendo a
sistemare i disordini, non c’è nulla da temere.-
Stava
mentendo, Jonathan ne era sicuro, la situazione era più grave di quanto
sembrasse.
Ma
in quel momento il segretario suonò
la campanella che indicava il mezzogiorno. La prima parte della seduta
era conclusa e tutto era rimandato al tardo pomeriggio: i membri
avrebbero avuto il tempo per riflettere su quanto discusso e avanzare
nuove proposte.
-Bene,
miei Signori, concluse il Generale, la seduta è terminata e spero che
il soggiorno nella Capitale sia di vostro gradimento, i nostri servitori
hanno già allestito un sontuoso banchetto nel salone delle feste
dell’ala ovest.-
Detto
questo lui e l’Imperatore, scortati dalle guardie, si ritirarono
dall’uscita riservata.
I
Consiglieri si alzarono nel brusio generale e si apprestarono a lasciare
il salone, re Roland aveva preso a parlare con il suo vicino di sedia,
chiedendogli notizie del sovrano del Regno del Tramonto che era un
vecchio amico.
Jonathan
ne approfittò per andare a salutare Kris, ma la loro conversazione
venne interrotta bruscamente da un lamento soffocato.
Jonathan
si voltò di scatto verso re Roland e d’istinto mise mano alla spada:
ci fu una specie di scoppio, come un lampo e poi non vide più nulla, la
stanza si stava riempiendo di nebbia.
-Maestà!-
Gridò, avanzando in mezzo al niente, iniziò a tossire, gli mancava il
respiro, era tutto appannato e confuso.
Kris
sentì qualcosa passargli accanto velocemente e andare verso
l’esterno, cercò di seguirlo, ma invano.
Anche
le guardie che erano sulla porta si allarmarono e corsero a vedere.
Dopo
qualche istante la nebbia si disperse e Jonathan vide il re steso a
terra, il sangue sul pavimento. Kris rientrò di corsa seguito da due
guardie.
-Maestà!-
Jonathan si chinò su re Roland che respirava affannosamente, sul suo
petto si stava allargando una macchia rosso scuro. Era stato
accoltellato.
Con
le ultime forze si aggrappò al ragazzo: -Il regno del Tramonto… sono
loro, i soldati del Giglio… il nostro regno sta cadendo… qualcuno
deve fermarli… Il mio successore…- ma esalò l’ultimo respiro
prima di riuscire a finire la frase, e poi si abbandonò alla
misericordiosa morte.
-Maestà!-
ripeté Jonathan per la terza volta, ma ormai non poteva più essere
sentito.
Ma
la guardia si intromise tra loro: -Che è successo?-
-Non
lo sappiamo.- disse Kris.
-Hanno accoltellato il re. I rappresentanti del regno del Tramonto!-
Rispose Jonathan. In quel momento non pensava che una cosa simile
avrebbe potuto scatenare una guerra, o forse non gli importava.
-Manda
qualcuno a prendere il corpo.- disse una delle guardie al suo compagno,
poi si rivolse ai ragazzi: -E voi mi seguirete per l’interrogatorio.-
Kris e Jonathan furono accompagnati in un’altra ala del palazzo, in
una stanza piccola e male illuminata, con due guardie alla porta.
Jonathan si sentiva sempre più nervoso: il suo re era appena stato
assassinato davanti ai suoi occhi e lui non era stato in grado di fare
niente.
Kris gli sedeva accanto senza parlare, con un’espressione seria.
Dopo
un’attesa che sembrò interminabile, finalmente entrarono gli
incaricati dell’interrogatorio: una donna elegante, avanzò con passo
deciso tra il fruscio del suo abito di seta purpureo, i capelli
pettinati all’indietro con un fermaglio d’oro, lunghissimi e lisci
che però s’increspavano dolcemente in piccole onde ordinate
nell’ultimo tratto. Il loro colore, biondo-cenere, rendeva minimo il
contrasto con la carnagione chiara, facendo risaltare gli occhi nocciola
ben disegnati e le sottili e pallide labbra. Dal portamento e
dall’aspetto era evidente che si trattasse di una nobile. Dietro di
lei un uomo con indosso una cappa scura il cui cappuccio gli adombrava
completamente il viso, quest’ultimo si mise seduto in disparte mentre
la donna si presentò senza troppe cerimonie: -Mi chiamo Arjanna
Blankette e sono uno dei Consiglieri dell’Imperatore. E voi se non
sbaglio siete...- Iniziò a scorrere una delle pergamene che aveva
portato con sé, poi posò lo sguardo su Kris: -Il vostro nome è
Krisantha Wasa?- disse pronunciando "Vasa"
con uno strano accento.
-"Uasa."- Corresse lui, -Sì, sono io,
Mia Signora.-
-Membro
del Consiglio dei Saggi del Regno delle Foreste? –
-Sì.-
Spostò
lo sguardo su Jonathan: -E voi siete la guardia personale di Re Roland?-
-Sir Jonathan Silverfight.-
-Molto bene.- Concluse la
donna come se non gli importasse quale fosse il suo nome dal momento che
si trattava solo di un soldato, poi rimase in silenzio qualche istante a
scrutare pensierosa un’altra pergamena.
-Non
vorrei essere scortese,- proseguì Jonathan coi nervi a fior di pelle,
-ma se non sbaglio il motivo per cui siamo qui…-
-Sappiamo già chi è il colpevole dell’omicidio di re Roland.-
Rispose la donna, -Quello che importa ora è che voi vi foste trovati lì
proprio in quel momento. Sapevamo che qualcuno sarebbe stato assassinato
durante il Consiglio.-
Jonathan scattò in piedi sbattendo le mani sul tavolo: -Che state
dicendo? Lo sapevate?! E perché nessuno ha fatto niente per impedirlo?-
Lo sguardo di Arjanna si fece duro: -Non si può nulla contro un destino
tanto forte.-
-Destino? Cosa c’entra il destino!?-
-E’ ora che cominciate a crederci anche voi, perché è lui che vi ha
portati qui. Comunque abbiamo fatto quanto in nostro potere per impedire
l’uccisione del re, purtroppo non potevamo sapere che l’assassino si
sarebbe infiltrato tra i Consiglieri. E poi ha fatto ricorso alla magia,
quindi…-
-Magia? Come lo sapete?- Chiese Kris.
-Riconosciamo lo stile dei nostri nemici. Ma ora basta divagare. Se
siete qui è perché ho una missione da affidarvi.-
Jonathan si mise a sedere quasi rassegnato: -Questo è assurdo, io devo
rientrare con la mia compagnia: il re è morto, nel mio regno scoppierà
il caos!-
-Non è di questo che vi dovete preoccupare ora, ma dell’origine di
tutto questo. Penseremo noi della Corte a informare i vostri superiori
che non rientrerete perché avete un lavoro da fare per l’Imperatore.-
Tagliò corto Arjanna come se quella fosse la situazione più normale
del mondo.
-E cosa dovremmo fare?- Chiese Jonathan.
-Recuperare il Fiore di Luce.-
-Il che?-
-Il Fiore di Luce. Si tratta di sei pietre preziose...-
-Cosa? Dovremmo metterci a cercare sassi?- Jonathan si rialzò
-Io me ne vado…-
-Naturalmente,- proseguì Arjanna, -il resto delle autorità non conosce
questa storia, sanno solo che voi due vi trovavate lì al momento del
delitto, ma se collaborerete faremo cadere i sospetti: un’accusa di
omicidio può costare cara alla carriera di un Cavaliere o di un
diplomatico.-
-Cos’è, un ricatto?- Chiese Kris.
-Oh, no, voi sarete pagati per il vostro lavoro, liberarvi dalle accuse
è un piccolo dono in cambio del vostro silenzio.-
-E se ci rifiutassimo e ce ne andassimo?- Chiese Jonathan.
-Non vi conviene rifiutare, perché in tal caso non riuscireste ad
andarvene.-
I due si guardarono.
-Questa è follia.- Disse Jonathan.
-Può darsi,- rispose Kris, -ma da quanto ho capito non abbiamo altra
scelta.-
Poi Arjanna indicò l’uomo che fino a quel momento era rimasto in
silenzio ad osservarli: -Il Grande Saggio, vi spiegherà meglio la
situazione.-
Questo, senza mai mostrare il suo volto, iniziò a parlare con una voce
roca e stentata: -Il Fiore di Luce, grazie ai suoi poteri, da secoli
regola l’equilibrio del nostro mondo. Le
pietre magiche che lo compongono sono disperse già da molti
anni. Erroneamente pensavamo che questa mancanza non fosse un grave
problema, ma durante i miei studi ho scoperto che al contrario potrebbe
pregiudicare le sorti del Mondo di Luce, un infausto evento previsto già
dall’alba dei tempi.-
Da una piega della veste
estrasse un pezzo di pergamena spiegazzato. -Nel corso di
varie ricerche sono riuscito a ricostruire da un testo antico una specie
di leggenda da cui è possibile ricavare le informazioni necessarie per
ritrovare sia le pietre disperse, sia le persone predestinate a
custodirle, per così dire i salvatori del nostro Impero: persone dotate
di grandi poteri che nell’antichità venivano chiamate “Custodi
della Luce”. Coloro che portano sulla guancia destra il sacro
simbolo della stella. Perché così fu scritto: “Quando le Stelle
videro la Luce vacillare, piansero le loro lacrime sulla fredda terra.
Allora i Custodi le raccolsero facendole proprie e ristabilirono
l’equilibrio del mondo.”-
-Ma
ancora non capisco cosa c’entriamo noi con questa storia.- Disse
Jonathan.
-Il
destino. C’era bisogno di qualcuno che trovasse le pietre e voi siete
capitati su questa strada, perciò sta a voi cercarle. L’avremmo fatto
noi stessi se ci fosse stato possibile.- Sembrava quasi irritato, anche
se non era possibile capire quale fosse la sua espressione dato che
faceva bene attenzione a non mostrare il suo aspetto.
-E
dove le troviamo queste pietre?- Continuò Jonathan.
Il
Saggio consegnò loro il foglio.
I
due lo esaminarono, un testo in versi, praticamente incomprensibile.
“Nel Triangolo Aureo conserva le gemme …”
-Che
significa?- Commentò Jonathan ormai spazientito. Non aveva mai amato
particolarmente gli indovinelli.
-Le
pietre hanno sede in tre importanti templi, nascosti in punti di grande
concentrazione magica nel territorio dell’Impero. Questo dovrebbe
aiutarvi a localizzarli. Comunque non preoccupatevi, presto le cose si
faranno più chiare. Per ora quello che dovete fare è andare nel Regno
della Stella. Avete un appuntamento nella biblioteca della capitale per
l’otto del mese, lì troverete una giovane donna di nome Sheila
Shaysjh’yar, lei vi potrà essere d’aiuto.-
Detto
questo fece rotolare fuori dalla manica, con la destrezza di un
prestigiatore, due pesanti medaglioni che caddero sul tavolo con due
colpi secchi. -Questi vi apriranno qualsiasi porta e saranno il vostro
mezzo di riconoscimento.-
Jonathan
ne sollevò uno all’altezza degli occhi osservandolo incuriosito: era
di forma circolare, smaltato di blu e contornato d’oro, al centro era
impresso un iris bianco con una stella dorata a cinque punte nel mezzo,
il simbolo dell’Impero.
Di
nuovo, con i suoi movimenti lesti, il saggio fece apparire due sacchetti
di cuoio colmi di monete d’oro e aggiunse: -Prendete questi come
anticipo, per le vostre spese. Ci rivedremo di nuovo qui quando avrete
compiuto la vostra missione. E ora potete andare.- Concluse e poi lasciò
la stanza.
* * *
Lord
Zarkon si avviò con passo spedito verso la stanza in cui era stato
accolto il suo inatteso visitatore.
Entrò
a testa alta e gonfiando il petto com’era sua abitudine, non era sua
intenzione farsi mettere in soggezione da quell’individuo spregevole.
Iniziò scandendo il suo nome: -Lothar Rutherkann. Hai una bella faccia
di bronzo a farti vedere da queste parti dopo quello che hai combinato
al Consiglio!-
Lothar
se ne stava comodamente seduto con la sua tipica espressione arrogante
impressa a fuoco nei lineamenti del volto. -Non so di cosa parlate,
Lord, o se preferite Altezza...- Poi con un gesto innocente mostrò i
palmi delle mani aperte, -Le mie mani sono pulite...-
-Già,-
ribatté Zarkon, -il lavoro sporco lo lasci fare agli altri... A
proposito, come mai il tuo piacevole accompagnatore non è qui con noi?-
-Heimlich?
Oh, lui è già in viaggio per affari... e fra poco partirò anch’io,
ma prima volevo passare a farvi un saluto e a lasciare questi, Altezza.-
Il suo tono era alquanto ironico. Con sfacciataggine sbatté sul tavolo
un pacco di fogli stropicciati e di pessima qualità. -Sono i nostri
ultimi rapporti, per dimostrarvi che noi giochiamo a carte scoperte.-
Zarkon
si innervosì: -Non fare il furbo con me, non mi piacciono certi
giochetti e non erano questi i patti con il tuo Signore!-
-Non
so di cosa parlate, io sto solo eseguendo gli ordini, e poi, come
dicevo, sto per lasciare l’Isola, quindi non vi infastidirò
ulteriormente...-
-Attento
a quello che fai Lothar! Non permetto a nessuno di mettermi i bastoni
tra le ruote. L’accordo è chiaro: le pietre sono la mia merce di
scambio e farò il possibile perché nessuno si intrometta nella
ricerca. Tu occupati solo dei tuoi soldati e dannazione! Non coinvolgere
più la Corte con i nostri giochetti di potere! Quando la notizia della
morte di re Roland sarà arrivata nel suo Regno mi ritroverò la
delegazione della Cascata tra i piedi! E il tuo Signore sa bene come
detesto certe seccature!-
-Mi
dispiace, ma era necessario liberarsi del vecchio. Comunque non
preoccupatevi Lord Zarkon, il Regno della Cascata sarà nostro prima
ancora che la principessa inizi a versare lacrime per il suo amato
padre.-
*
* *
-Questa
situazione non mi piace.- Disse Zarkon camminando nervosamente per la
stanza.
La
donna seduta in una comoda poltrona accanto al caminetto stava
esaminando le carte che Lothar aveva lasciato. Era Arjanna Blankette, la
stessa donna che aveva interrogato Kris e Jonathan alla sospensione del
Consiglio. -Che c’è che non va? Tutta la zona sud-ovest è presa, così
come i regni esterni nelle altre zone. Proprio in questi giorni stanno
rinforzando i confini del Regno del Sole Rosso, quindi non vedo qual è
il problema. Non era forse questo l’accordo? L’Impero a qualunque
costo.-
Zarkon
continuò a camminare come se non l’avesse sentita. -Quel Rutherkann
ha una bella faccia tosta a ripresentarsi qui dopo quello che è
successo. Non mi sono mai fidato di quel tipo, mi dà come
l’impressione di essere capace di pugnalarmi alle spalle mentre mi
stringe la mano.-
Arjanna
fece una risatina: -Credo tu abbia colto in pieno il punto.-
-Quello
che più mi dà fastidio è il dover parlare unicamente con quell’ufficiale
di basso rango e non avere più nessun contatto con il suo Signore...
Temo che stiano facendo il doppio gioco. Shaysjh’yar e sua sorella non
sono sufficienti, devo tutelare meglio la mia merce di scambio... Dovrò
mandare qualcun altro, qualcuno in gamba e che non dia nell’occhio,
che sappia come muoversi se l’esercito del Giglio crea problemi...-
-Penso
di sapere a chi ti riferisci, Farquhar, una tua parola e vado a
convocarli.-
-Sì...
ma non ora, ti dirò io quando. Per il momento devo parlare a Romar, sai
se è qua intorno?-
-Sì,
credo che sua spiacevolezza sia come al solito rinchiuso in quel
laboratorio maleodorante...- Disse Arjanna con un filo di disprezzo, non
aveva mai sopportato il mago. -Lo faccio convocare e mi ritiro nei miei
appartamenti.- Detto questo si alzò, ma prima di lasciare la stanza si
voltò verso Zarkon.
-Non
hai altro da dirmi, Farquhar?-
Zarkon
era sul punto di annuire, ma si trattenne. Non voleva un’altra inutile
discussione sulla questione delle pietre: -No, nient’altro. Puoi
andare, mia cara.-
La
donna annuì, anche se con poca convinzione poi prese la via della porta
allontanandosi con il suo passo elegante.
Mese IV, giorno 3
Kris
e Jonathan, dopo aver passato l’ultima notte a Corte, finalmente erano
pronti per partire. Era stata fornita loro una cartina che indicava a
grandi linee l’itinerario, ed ora avevano appena lasciato la Città
Imperiale in direzione est.
Imboccarono
un sentiero che attraversava una zona boscosa, costeggiando un piccolo
corso d’acqua, ma subito si resero conto che c’era qualcosa che non
andava, una strana sensazione, come se si sentissero spiati.
All’improvviso,
un mutante uscì dalla boscaglia di corsa e con un balzo si avventò su
Jonathan scaraventandolo a terra e annusandolo avidamente.
-Ehi!
Lasciami!- Protestò questo.
Dietro
di lui giunsero anche un altro mutante e un gruppetto di soldati:
portavano una strana uniforme dal mantello nero e con il simbolo di un
giglio bianco sul petto.
Il
mutante, a cavalcioni su di Jonathan, lo teneva con la schiena a terra
premendogli le mani sul petto, si voltò verso il caposquadra
farfugliando:
-Odore fratelli!-
Kris
nel frattempo aveva incoccato una freccia e la puntava verso il bestione
intimandogli di scendere.
Il
caposquadra fece un cenno e il mutante si spostò.
Kris
lo seguì con la punta della freccia: -Cosa volete da noi?-
Jonathan
fece per alzarsi, ma si trovò una spada puntata alla gola.
-Dov’è
lei?- Chiese il soldato, ignorando la domanda di Kris.
Jonathan
si appoggiò sui gomiti: -Non so di cosa parli.-
-Il
nostro amico, dice che hai addosso odore di sangue, sangue di mutante.-
-Ho
solo salvato una ragazza da dei bestioni che volevano farle la festa.-
-Molto
nobile da parte tua, ragazzino, ma purtroppo ti sei immischiato in
affari che non ti riguardano. Dov’è lei adesso?- Incalzò il soldato.
-Non
ne ho idea, neanche la conoscevo!-
Kris,
sempre con l’arco teso, si rivolse al caposquadra: -Noi non abbiamo
niente a che fare con questa storia, è stato il caso che ci ha fatto
incrociare la vostra strada, quindi, se lasciate il mio amico noi ce ne
andremo e dimenticheremo l’accaduto.-
Il
caposquadra fece un ghigno e ritirò la spada. Mentre Jonathan si
alzava, si rivolse ai suoi uomini: -Catturateli.-
Poi
accadde tutto molto velocemente. Uno dei due mutanti si fiondò su Kris
togliendogli l’arco. Jonathan fece appena in tempo a estrarre la spada
per parare l’attacco di due soldati, ma altri due già si stavano
avvicinando e presto l’avrebbero sopraffatto.
-Lasciateli!-
Gridò, una voce di donna.
Avanzò
verso di loro con la spada sguainata, i lunghi capelli biondi raccolti
in una coda, gli occhi color cielo, sembrava molto giovane, poco più di
una ragazzina. La riconobbero subito: era la ragazza di quella notte.
-Cercavate me, lasciateli andare, loro non c’entrano!-
Jonathan
era stato afferrato da dietro, disarmato e immobilizzato, Kris era a
terra sotto il peso del mutante.
Il
caposquadra sorrise, sorpreso e soddisfatto, quello sì che era un colpo
di fortuna. -Prendetela.- Ordinò.
Uno
dei soldati si fece avanti con la spada, ma era solo un diversivo per
dare il tempo all’altro mutante di afferrarla da dietro.
Jonathan
con un violento slancio, riuscì a stendere con un calcio in faccia il
soldato che stava davanti a lui e che gli aveva tolto la spada, ma non
poté fare molto contro gli altri due che lo trattenevano.
Kris
schiacciato dal mutante non riusciva a muoversi, nonostante la sua
notevole forza fisica, e cercava inutilmente di raggiungere la spada
corta che portava legata alla cintura.
Il
caposquadra si avvicinò a Kyra. Il mutante le teneva un braccio attorno
alla vita e uno attorno al collo soffocandola. La sua stretta era una
morsa, il suo puzzo nauseante. -Così finalmente ti abbiamo trovata...-
Jonathan
riprese ad agitarsi, fuori di sé: -Stai lontano da lei!- Lo intimò,
non che nella sua posizione la minaccia fosse credibile, il soldato lo
ignorò completamente, mentre quello che poco prima era stato steso a
terra si rialzò e lo colpì alla bocca dello stomaco per farlo stare
zitto.
Kyra
cercava con le mani e con le unghie di liberarsi dalla stretta attorno
al collo, alla disperata ricerca di un soffio d’aria in più, ma la
sua resistenza era pressoché inesistente.
Si
sentiva impotente e indifesa. Come aveva potuto farsi prendere in quel
modo così stupido? E per di più aveva messo in pericolo la vita di
altre persone. Le mancava il respiro, tutto stava diventando confuso.
-Non
azzardarti a toccarla!- Era la voce di Jonathan, era riuscito a gridarlo
poco prima che un altro colpo allo stomaco gli troncasse il fiato. Lui
che le aveva salvato la vita senza neppure sapere il suo nome, anche ora
era in pena per lei e questo per lei era un peso insopportabile...
Decise di non lasciarsi andare, tanto valeva rischiare tutto. Ora.
Strinse
i denti. La rabbia di Jonathan diventò la sua rabbia, il sangue iniziò
a ribollirle nelle vene e sentì crescere dentro di lei un incredibile
forza.
Ora
era il punto di non ritorno, non c’era più tempo per i ripensamenti,
che scoprissero il suo segreto in quel momento non aveva più
importanza, doveva farlo e basta.
Sulla
sua guancia apparve un segno, un simbolo, era una stella. Rossa come il
sangue e come il fuoco e brillava di luce.
Quando
il mutante avvertì la sferzata di energia che percorse il corpo della
ragazza, ormai era troppo tardi per scappare. Lei tenne le mani sul suo
braccio, mentre con tutta la voce che riuscì a trovare pronunciava la
formula:
-Una
ferita nel mio cuore
piange
lacrime di sangue
il
dolore è la mia forza
e
l’Amore diventa fuoco!-
L’energia
si sprigionò dal suo corpo, e attraversò le sue mani, e divenne fuoco
vivo, in un attimo le fiamme avvolsero il corpo del mutante che si staccò
da lei urlando di terrore e di dolore e corse in direzione dell’acqua
del fiume, ma il calore intenso lo stordì e lo fece stramazzare a
terra, facendolo atterrare con la testa nell’acqua, mentre il resto
del suo corpo continuava a bruciare sulla riva.
L’altro
mutante, spaventato dalla magia e dall’orrenda fine fatta dal suo
compagno, scattò in piedi e si diede alla fuga grugnendo come un maiale
selvatico e sparendo tra gli alberi.
Così
Kris fu libero. Senza fermarsi a pensare a quello che era successo,
corse ad aiutare Jonathan, colpendo a mani nude i due soldati che lo
tenevano, mentre il ragazzo si occupava del terzo.
Il
caposquadra, vedendo i suoi uomini a terra, decise che era il caso di
chiamare la ritirata.
Jonathan
e Kris ne approfittarono per afferrare Kyra e correre via, intanto che
avevano ancora un po’ di vantaggio, per far perdere le loro tracce.
Procedettero
per un lungo tratto, finché non furono sicuri di non essere più
seguiti e riuscirono a fermarsi per riprendere fiato.
-Mi
dispiace che siate rimasti coinvolti.- Disse Kyra, ansimante.
-Noi...-
fece per dire Jonathan, ma si rese conto che non aveva la minima idea di
cosa dire, la situazione era surreale. Nessuno dei due aveva mai
assistito a qualcosa di simile nella sua vita. -Ma tu come diavolo hai
fatto? E’ stato incredibile… cosa sei una specie di maga?-
-Be’…
una specie.-
-Aspetta
un attimo.- Disse Kris, -Tu ci stavi seguendo? E cos’era quel simbolo
che è apparso sul tuo volto?-
Kyra
esitò un attimo, tornò a guardare tra gli alberi per vedere se per
caso i soldati avessero cambiato idea e la stessero seguendo, ma era più
che altro una scusa per prendere tempo: -Ho sentito delle notizie in
città, sulla chiusura dell’Alto Consiglio.- Guardò Jonathan, -Quello
che è stato ucciso era il tuo re?-
Questo
annuì, grave.
Kyra
si rivolse a Kris: -Tu da dove vieni? Chi governa il tuo regno?-
Lui
ristette un attimo perplesso: -Io… vengo dal Regno delle Foreste, è
il Consiglio dei Saggi che ci governa, ma…-
-Due
cavalieri senza corona sosterranno la luce…- Bisbigliò lei,
-Allora è vero…-
-Ma
di che stai parlando?- Insistette Jonathan, -Si può sapere chi sei tu?-
-E’
una profezia e si sta avverando. Io sono… una vostra compagna di
viaggio.-
*
* *
-Pensavo
vi servisse solo un cartografo.- Disse Yuri Wudestav posando i suoi
occhi gelidi su Sheila.
Lei
trattenne un brivido, quando la fissava si sentiva strana, a disagio,
come dopo una premonizione, ma forse era per via del suo sogno e del
fatto che fra loro due esistesse un qualche collegamento...
Erano
partiti alle prime luci dell’alba, diretti verso la costa: avrebbero
dovuto attraversare lo stretto lembo di mare, chiamato erroneamente
“Fiume Imperiale”, che separava l’Isola dalla parte orientale del
continente, per sbarcare nel Regno della Pianura, e viaggiando in
direzione nord, raggiungere il Regno dei Ghiacci.
Dopo
qualche secondo Sheila riuscì a formulare una risposta abbastanza
esauriente: -Visto che le sedute del Consiglio sono state chiuse per
lutto, il tuo lavoro al seguito reale può dirsi finito, abbiamo
un’autorizzazione firmata dal tuo Capitano e poi, dato che andiamo nel
Regno dei Ghiacci, che è la tua terra, una guida ci farà più che
comodo.-
Yuri
continuò a camminare senza aggiungere altro, anche se in fondo sapeva
che quella non era la risposta più sincera.
Atres
li seguiva silenzioso e, come spesso faceva, osservava sua sorella.
Guardarle le spalle era stata una delle sue attività principali da una
decina d’anni a questa parte, da quando, cioè, avevano perso i
genitori e si erano ritrovati in mezzo a una strada. Conosceva Sheila
come le sue tasche, eppure il suo comportamento con quello straniero era
insolito, anche se quasi impercettibilmente, lo avrebbe capito solo un
orecchio allenato. Sheila non amava parlare agli estranei, e anche
quando lo faceva le sue risposte erano brevi, secche, efficaci, non
sprecava mai una parola in più del necessario. Quando Romar le aveva
chiesto perché voleva portare con sé quel cartografo, la sua risposta
era stata classica: “E’ in congedo e conosce la strada.”
Sette parole, chiara, diretta, concisa. Con quel tipo, Yuri, aveva
tirato fuori una delle spiegazioni più lunghe che avesse sentito. E
questo era strano, perché a lui non aveva detto niente di più, a lui
che sapeva sempre tutto quello che faceva e pensava. Perché Atres
sapeva che quella che aveva detto a Romar era una bugia, anzi, una mezza
verità, dato che alla stessa domanda postale dal fratello, la risposta
era stata: “Lui ci serve.” E quello che intendeva non si
riferiva al fatto che potesse indicar loro la strada. Ormai Yuri era lì
e, nel bene o nel male, Atres ebbe l’impressione che ci sarebbe
rimasto per molto tempo.
5. Destino
-E così questa è una delle pietre?-
Chiese Kris osservando il gioiello che Kyra portava al collo. Era una
strana pietra, rossa e trasparente come un rubino, ma di un rosso più
simile al fuoco che al sangue, e aveva la forma di una goccia ricurva.
-Questa
è la pietra rossa dell’Amore e ha il potere del fuoco.-
Rispose Kyra.
-Cos’era
quel simbolo che è comparso sulla tua guancia?- Le domandò Kris.
-La
stella? E’ il segno che sono predestinata.-
-Vuoi
dire che sei uno dei Custodi di cui ci ha parlato il Saggio?-
Kyra
annuì.
-Allora
ci puoi aiutare? Tu sai dove si trovano le pietre?- Si intromise
Jonathan.
-Purtroppo
non so molto, vi posso aiutare, ma non so fino a che punto.-
-Potresti
cominciare dicendoci quello che sai.- Suggerì Kris, -Come hai avuto la
tua pietra?-
La
ragazza ristette un attimo, come se la domanda l’avesse colta
impreparata, non sapeva come rispondere, poi le venne
un’illuminazione:
-Le
ninfe. Quelle che vivono sulle montagne a sud dell’Isola. Loro
proteggevano la pietra, loro hanno riconosciuto che io ero uno dei
Custodi. Sono loro che mi hanno cresciuta.-
-E
la storia dei templi?- Disse Jonathan chiedendo a Kris di tirar fuori la
pergamena che gli aveva consegnato il Saggio. La mostrò a Kyra che la
lesse con attenzione.
-Le
ninfe proteggevano la pietra, ma questa non era al suo vero posto, il
Tempio del Cuore.- Spiegò, -Ogni tempio conserva due pietre opposte: la
mia è opposta alla pietra dell’Odio, proprio come dice questa
pergamena, e credo che il tempio si trovi proprio dove stiamo andando
ora, nella capitale del Regno della Stella.-
-Allora
se troviamo questo tempio, troveremo anche la seconda pietra?-
-E’
probabile, ma può darsi che non sia lì.-
-Forse
ci potrà dare chiarimenti la persona che incontreremo.- Concluse Kris.
-C’è altro che possa esserci d’aiuto?-
Kyra
rifletté un istante: le pietre, i Custodi, i templi, i poteri... per
ora aveva detto tutto quello che era necessario sapere, non che lei ne
sapesse molto di più, ma per il momento c’erano cose che era
meglio non fossero svelate.
Jonathan
si appoggiò allo schienale della sedia e incominciò a pensare ad alta
voce: -E’ una storia assurda, ma se questo vuol dire poter tornare a
casa e fare qualcosa per il mio re, allora ritroveremo queste cinque
pietre il prima possibile.-
-Sei.-
Lo corresse Kyra.
-Sì,
intendevo la tua esclusa. E’ chiaro che cinque più una fa sei.-
-Sei
più la mia fa sette.-
I
due la fissarono senza capire. -Come scusa?-
-Le
pietre, sono sette.-
*
* *
La
notte era placida, ma solo in apparenza, perché ogni angolo si andava
colmando di inquietudine.
Una
lacrima.
Una
sola sperduta e indifesa lacrima, scivolò sulla guancia di Eterna; e
quelli che dormivano si svegliarono, e l’oscuro presagio si insinuò
nelle loro viscere, e da allora nessuna notte sarebbe stata più serena,
e anche quelli che non sapevano furono per un istante consci, per il
tempo che impiegò la lacrima a scorrere sulla pelle di Eterna per poi
precipitare al suolo e morire.
E
Zarkon si svegliò, l’impulso di andare da lei fu irresistibile e così,
quasi senza accorgersene si ritrovò nei sotterranei, con lo sguardo
fisso sulla donna, che parlò con la sua imperturbabile mitezza:
-Farquhar, mi dispiace di averti svegliato.-
-Cos’è
successo Eterna?- Chiese questi inquieto.
-Una
grande esplosione di energia, che mi ha scosso il cuore. Il primo potere
si è risvegliato.-
Zarkon
si colmò di rabbia: -Non è possibile! Non così presto!-
Tornò
a guardare la calma della donna. -Ma non illuderti, non basterà questo
a fermarmi. Ricordati che ho i miei assi nella manica: non riusciranno
mai a riunire il Fiore.- Così dicendo se ne andò sbattendo la porta
con forza.
-Non
posso avere illusioni, per me tutto è e sarà come è sempre dovuto
essere.- Sussurrò Eterna, poi si adagiò lentamente contro la
fredda parete umida della sua sperduta prigione.
*
* *
Mese
IV, giorno 4
Nella
terra di Yuri era ancora inverno e la neve avrebbe tardato a
sciogliersi. Faceva molto freddo nel Regno dei Ghiacci, e quel freddo
Yuri lo portava nel cuore. Freddo e solitudine. -Allora qual è di
preciso la destinazione?- Chiese voltandosi verso Sheila.
-Dobbiamo
trovare il Bosco del Sonno, a nord del villaggio...- Iniziò lei,
ma dovette interrompersi, le sue carte riportavano l’indicazione di un
centro abitato, ma non c’era il nome.
-Mai
sentito un bosco con questo nome.- Disse Yuri fissando l’orizzonte,
l’aria era fredda e pulita, le vicine montagne erano bianche e gelide,
di ghiaccio. Estrasse una delle sue carte del regno, l’aveva redatta
lui stesso qualche anno prima, anche se le informazioni che aveva sulla
regione sud erano piuttosto sommarie. In quanto soldato non aveva molte
possibilità di spostarsi per il regno a suo piacimento e quella zona
era poco battuta dalle truppe, il suo distaccamento era più a nord.
-Sicura
che la regione sia questa?-
Atres
si sedette su un masso, le cose avrebbero potuto farsi lunghe.
Sheila
mostrò a Yuri la sua mappa, certo molto preziosa ed elegante, ricca di
ornamenti e simboli strani, ma non molto accurata; a Yuri parve che
l’estensione del territorio fosse troppo esigua, i confini imprecisi,
perfino le coordinate della capitale erano decentrate verso sud-ovest.
Cercò di fare un confronto per capire se fossero sulla strada giusta.
Nonostante tutto, il riferimento alla regione era inequivocabile,
indicava un punto alla base dei massicci del sud, una zona particolare,
un altopiano boscoso. Scorse il dito sulla carta e lo fermò in un
punto: -Soth. E’ un piccolo villaggio, ma sopra di esso c’è una
grande selva. Potrebbe essere questo?-
-Soth.-
Ripeté Sheila riflettendo, -Ha qualche significato nel tuo dialetto?-
-Credo
che significhi semplicemente “a sud”-
-Il
Tempio della Legge dove ogni cosa si incontra, dove il sotto è sopra,
nel bosco del sonno nordico...-
-Come?-
Chiese Yuri.
-Il
Bosco del Sonno... non è il significato letterale, è
l’assonanza... ma certo, probabilmente il termine è stato stravolto
nella lingua dell’Impero... in realtà è il bosco del sud che è a
nord... Sì, credo sia quella la nostra destinazione.-
Atres
balzò in piedi. - Bene, in marcia! Ci fermeremo al villaggio stanotte.-
1.
Il Bosco del Sonno
Mese
IV, giorno 5
La
notte fu silenziosa e tranquilla e l’alba arrivò presto.
I
tre si prepararono e partirono, uscendo dal villaggio e dirigendosi a
nord verso le montagne. Il bosco si scorgeva già da lontano, una
macchia scura contro la parete di roccia bianca. Non ci volle molto
prima che si trovassero di fronte all’ingresso della selva. C’era un
piccolo sentiero, non molto battuto dato che si presentava ricoperto
d’erba, che si snodava fino a sparire all’interno, tra gli alti
abeti. La cosa strana era che, dopo i primi alberi, non si vedeva più
niente, e tutto era immerso nella nebbia.
Silenziosamente
si inoltrarono. Ad ogni passo la nebbia si faceva più fitta e li
avvolgeva, tanto da impedir loro di vedersi l’un l’altro, e ben
presto, senza che avessero neppure il tempo di rendersene conto, si
separarono e si ritrovarono isolati.
Sheila
si guardò attorno, chiamò il fratello, ma quando si accorse di essere
rimasta sola decise che fosse meglio proseguire. Non sapeva molto su
quel luogo, era una specie di campo magico protettivo, lo sentiva
vibrare e se lo sentiva nel sangue, sapeva che c’era qualcosa, una
forza che impregnava il bosco, che serviva a spaventare e tenere lontani
gli intrusi, ma forse c’era anche di più...
Continuava
ad aggirarsi fra gli alberi, mentre attorno tutto aveva preso una forma
buia e indistinta, la luce era pallida e debole, faceva freddo, molto più
freddo rispetto all’esterno, dove ormai il sole si era alzato. Si
strinse nel mantello e rabbrividì... E se si fosse sbagliata? Se fosse
stato troppo presto? Se loro non fossero stati ancora pronti, o se non
fossero degni, per quel luogo, cosa sarebbe successo? Sarebbero rimasti
a vagare persi in quell’oscuro labirinto finché la morte per fame non
fosse sopraggiunta? Pensò alla magia, che era sempre la sua via di
fuga: se fosse riuscita con un incantesimo a fare un po’ di luce,
forse avrebbe ritrovato gli altri, forse erano ancora in tempo per
ritrovare l’uscita...
Ad
un tratto fu il buio totale.
Si
fermò disorientata, cercò con la mente un incantesimo, ma non ebbe il
coraggio di pronunciarlo. Cosa sarebbe successo se avesse usato la magia
nera lì dentro?
Allungò
le mani in avanti cercando di procedere a tentoni. Ad un tratto toccò
qualcosa, era liscio e freddo, era come ghiaccio, le bruciò le mani e
dovette ritrarle di scatto, fece un balzo all’indietro e
d’improvviso ricominciò a vedere. Un’enorme lastra di ghiaccio
grande quanto la facciata di una casa, si stagliava di fronte a lei e le
confondeva la visuale, sì perché dietro di essa c’era
qualcos’altro, aveva più o meno le dimensioni di una porta, ed era
scuro, sembrava marmo nero, e sopra vi erano incisi caratteri argentati,
parole che non riuscì a distinguere, e c’era qualcos’altro che si
muoveva li attorno, qualcosa di opprimente come tenebra. Sentì una
voce, chiamava il suo nome: -Sheila...- Era una voce bassa e cupa
che apparteneva ad un altro mondo, -Sheila... Finalmente sei giunta
vicino al vero potere, vicino al giorno in cui farai la scelta. E fino a
quel giorno ti aspetterò, assaporando il dolce profumo della tua
magia...-
Sheila
rabbrividì e ristette come paralizzata, mentre la voce spariva.
Intravide solo una sagoma, un’ombra nera che scivolando si perdeva
nelle tenebre del bosco, mentre il buio ricopriva tutto quanto. E ogni
cosa era scomparsa.
Dopo
un attimo, una luce, una piccola luce azzurrina, che poi esplose in una
visione e diede forma a un corpo di donna. Era lei, la dama dai lunghi
capelli bianchi che Sheila aveva visto nei suoi sogni. -Voi...- Mormorò.
La
donna sorrise con dolcezza: -Dunque alla fine siete giunti fino a qui.-
-Voi
conoscete il luogo, sapete dov’è il tempio?-
-Ne
sono la Custode. Qui si trova il Tempio della Legge in cui hanno
sede il Dovere e il Tradimento, in cui le colpe vengono
giudicate. Ma è ancora presto per voi, per te. Attendi e fra poco
ritroverai i tuoi compagni.-
-Ma
voi...- Insistette Sheila, -Voi siete uno dei Custodi del Fiore di
Luce, è così?-
-Lo
ero un tempo. Oggi non più, il mio successore è ormai giunto.- La sua
figura eterea andò pian piano dissolvendosi, come fosse stata solo
un’illusione, ma prima di scomparire del tutto aggiunse un’ultima
cosa: -Curati di lui, di tutti loro, poiché sei tu quella che più
conosce cosa c’è nel loro destino e fai attenzione, la magia nera è
pericolosa per chi non ha in sé la luce...- Ma la sua ultima frase si
spense nel nulla con la sua immagine, e Sheila non fu sicura di aver
capito esattamente le sue parole.
*
* *
Atres
scrutò incredulo l’inconsistente spazio che lo circondava, chiamò la
sorella. Com’era possibile? Avevano fatto sì e no tre passi e si
erano persi di vista. E li attorno era tutto silenzioso e sempre più
scuro, vedeva solo pochi alberi, quelli a lui più vicini, e una parte
del terreno ricoperto di cespugli secchi. Faceva più freddo, e tra le
fronde spirava un vento sinistro. Continuava a girovagare fra gli abeti,
chiamando Sheila, quando intravide con al coda dell’occhio un
movimento. Si voltò di corsa verso quella direzione, c’era qualcuno
che si nascondeva tra gli alberi. Chiamò di nuovo, ma non ebbe
risposta. Allora estrasse la spada.
Dietro
ad un tronco intravide il profilo di una sagoma, a prima vista una
donna, ma non era sua sorella, ne era certo, questa era più alta e i
suoi capelli, lunghi, più lunghi, e lisci, e neri come la notte.
Intravide un braccio e un viso pallidi, e due occhi gelidi, verdi, come
i suoi. Se ne stava seminascosta dietro un albero, immobile, stagliata
nel nero come uno spettro.
-Chi
è là?- Gridò Atres cercando lentamente di avvicinarsi.
-Fra
poco ci incontreremo...- Bisbigliò lei, -Quando scoprirai chi
sei. Ma non ora...-
-Non
capisco, chi siete? Avete visto per caso una ragazza e un tipo alto con
un’ascia? Temo di essermi perso e...- Mentre parlava si era fatto più
vicino, ormai era a un passo da lei, ma quando raggiunse l’albero non
trovò nessuno, la donna era sparita senza nessuna traccia, come fosse
stata un’allucinazione.
Non
fece in tempo a voltarsi, che qualcosa l’afferrò al braccio, una mano
bianca e gelida, e la strana donna ora era vicinissima, con gli occhi
verdi e senza fondo fissi nei suoi, e bisbigliò di nuovo, con una voce
strisciante e innaturale: -Non ora, ma presto...-
Atres
arretrò per lo spavento e fece cadere la spada, ma in una frazione
impercettibile la donna scomparve così, nel nulla, nel silenzio.
Lui,
continuando a guardarsi attorno con circospezione, si chinò a
raccogliere l’arma. Sentì bruciargli il polso, lì dov’era stato
toccato, lo esaminò e vide dei segni di dita, ma era come una
bruciatura, una bruciatura da ghiaccio...
Si
accorse di una luce che non aveva notato prima, una luce tenue, azzurra.
Pensò che fosse Sheila che stava facendo un incantesimo e decise di
seguirla, e infatti, di lì a pochi passi, ritrovò la rassicurante
figura della sorella.
*
* *
Yuri
respirava silenzioso quella strana aria. Ad un tratto era stato come se
lo spazio attorno a lui si fosse annullato e aveva perso di vista gli
altri.
Si
guardò intorno cercando un segno, un qualche punto di riferimento.
Guardò
in alto, ma il cielo era come scomparso. Non c’era modo di capire dove
fosse e neppure quando. Ma, fatti pochi passi si trovò di fronte
a un grande specchio, alto più di lui.
Lo
toccò, sentì il contatto con la superficie lucida e fredda. Non era
un’illusione. Era solo un semplice specchio che rifletteva la sua
immagine. E tutto attorno era il nero assoluto (ma allora come poteva
vedere?).
Una
luce azzurrina si accese alle sue spalle. Si voltò e si trovò di
fronte una donna, bella e giovane, ma con i capelli candidi e profondi
occhi azzurri, sembrava emanare luce dal suo esile corpo.
-Chi
siete?- Chiese Yuri.
-Il
mio nome è Sahama, sono una ninfa d’acqua e sono la Custode di questo
luogo sacro.-
-Ma
cos’è questo luogo, esiste davvero?-
-Cavaliere,
se sei giunto fino a qui, significa che la tua strada è dritta e priva
di ombre, ed è giusto che io ti mostri il tuo destino.-
-Quale
destino?-
-Quello
per cui sei stato scelto, quello per cui sei giunto in questo luogo.
Guarda davanti a te lo specchio del giudizio, ti mostra ciò che
sei. I tuoi compagni non sono ancora pronti per vedere il suo riflesso.-
Yuri
guardò di nuovo lo specchio e quello che vide fu solo la sua immagine,
però... qualcosa di diverso, sulla sua guancia destra. C’era un
simbolo, era una stella e brillava di luce azzurra.
La
ninfa si fece accanto a lui e Yuri vide che anche lei aveva lo stesso
simbolo sul viso.
-Che
significa?- Chiese.
-Sono
qui per spiegartelo.-
-Stavamo
cercando un tempio in questo bosco,- disse Yuri, -voi sapete dove si
trova?-
-Te
lo mostrerò.- Rispose Sahama avvicinandosi allo specchio. Gli passò
sopra la mano: -In ognuno dei templi che custodiscono le gemme del Fiore
di Luce c’è uno specchio. Lo specchio è la porta. Lo specchio
riflette il simbolo dei Custodi e la loro vera immagine, solo chi vede
riflesso sé stesso può accedere al tempio.- Prese la mano di Yuri
trascinandolo con sé, -Vieni con me ora.-
Yuri
si guardò intorno per cercare di vedere se dietro lo specchio ci fosse
una costruzione, qualcosa di solido, ma non vide nient’altro, solo
quella lastra riflettente piazzata lì nel bel mezzo del nulla.
Sahama
stese la mano in avanti fino a toccarne la superficie, solo che le sue
dita, invece di incontrare la resistenza del vetro, lo penetrarono, come
se il suo corpo non esistesse, come se fosse uno spirito. E continuò ad
avanzare portando Yuri, sempre più incredulo, con sé attraverso lo
specchio, e mentre l’attraversava, percorso da un brivido di gelo,
Yuri si rese conto che non era Sahama, ma lo specchio ad essere solo
un’illusione. Eppure poco prima l’aveva toccato...
Si
ritrovarono in quello che sembrava l’interno di un tempio. Era
un’unica stanza di forma pentagonale, per ogni angolo una colonna
portante che saliva fino a sparire nel nero, verso un soffitto
invisibile, o forse inesistente, non c’erano finestre e l’unico
ingresso, la porta da cui erano entrati aveva l’aspetto dello specchio
così com’era visto dall’esterno, l’illuminazione sembrava
provenire dalle pareti, lisce pareti nere con incise strane iscrizioni
d’argento che non riuscì a decifrare. Sul pavimento era disegnata una
stella a cinque punte che univa tutti gli angoli, al cui centro si
ergeva una balaustra di marmo chiaro con venature grigie, lo stesso
delle colonne e del pavimento, che sorreggeva un piano quadrilobato, a
forma di fiore, la cui superficie era scavata con un piccolo cerchio
centrale e quattro petali ovali che si adattavano alle curve del piano.
La conca circolare al centro era a sua volta divisa in due parti da una
linea a forma di S rovesciata. Nella metà di sinistra era incastonata
una pietra azzurra a forma di goccia ricurva, che riempiva perfettamente
la cavità, mentre l’altra metà era vuota.
Yuri
alzò lo sguardo su Sahama, in attesa di una spiegazione.
-Questo
è il Tempio della Legge, che regola e veglia sulle azioni degli
uomini e custodisce le pietre del Dovere e del Tradimento.-
Allungò la sua esile e bianca mano sulla balaustra ed estrasse la
pietra azzurra.
Prese
di nuovo la mano di Yuri e posò la pietra sul suo palmo.
-Questa
è la pietra azzurra del Dovere che porta in sé i poteri
dell’acqua, e tu ne sei il Custode.-
-Io?
E perché dovrei essere io?- Chiese Yuri stupito.
-Perché
il destino ti ha scelto.-
-Ma
come potete essere sicura che io ne sia degno?-
-Lo
specchio ne è la prova, ha mostrato il simbolo sulla tua guancia, la
stella azzurra è il segno che sei il Custode del Dovere, e solo ai
Custodi è concesso di accedere ai templi sacri, se non lo fossi lo
specchio non ti avrebbe lasciato entrare.-
-Ma
allora io cosa dovrei fare? E poi se è vero ciò che dite, la pietra
non sarebbe più al sicuro qui?-
-Devi
portarla con te perché ora ne hai bisogno, lei ti aiuterà a
risvegliare il tuo potere sopito, non separartene mai, ora dovrete
cercare la sua metà, la pietra del Tradimento e il suo Custode, dovrete
cercare gli altri Custodi perché i poteri si risveglino, e solo allora,
quando il Fiore sarà riunito potrete tornare e rimettere le pietre al
loro posto.-
-E
come li troviamo?-
-I
tuoi compagni di viaggio ti sapranno indicare la strada, seguite la
profezia. E ora vai, torna da loro prima che si perdano nel bosco.-
Yuri
annuì, ancora un po’ smarrito, ma aveva già fatto troppe domande e
si sentiva confuso e soffocato da quell’oscurità che sembrava calare
inesorabilmente da quando Sahama aveva estratto la pietra. Era come se
quel soffitto inesistente si stesse facendo più basso.
Si
diresse verso lo specchio, ma all’ultimo si voltò verso quella figura
pallida che sembrava fatta di vana luce: -Ma voi...-
-Io
sono una di quelli sospesi tra la luce e il buio, questo è il mio
posto, sono qui per proteggere questo luogo, sarò qui in eterno e
nessuno potrà distogliermi dal mio compito. Dunque vai, e un giorno ci
incontreremo di nuovo.-
Yuri,
senza dire una parola, strinse la pietra nel pungo e sparì,
oltrepassando lo specchio con un balzo.
Dopo
pochi passi ritrovò i fratelli Shaysjh’yar.
Sheila
gli si fece incontro. Yuri guardò alle sue spalle, ma lo specchio era
svanito, come inghiottito dal nulla.
-Ho
trovato il tempio e ho la pietra.- Disse, -Torniamo al villaggio e vi
spiegherò ogni cosa.-
-Ma...-
Fece per dire Sheila, ma poi si bloccò. D’improvviso c’era più
luce, i raggi del sole filtravano tra i rami illuminando le verdi
fronde.
-Là,
l’uscita!- Esclamò Atres, afferrò la sorella per un braccio e la
trascinò fuori.
*
* *
Dopo
aver pranzato alla locanda solitaria del villaggio di Soth, si riunirono
in una stanza privata, al piano di sopra, per decidere il da farsi.
Yuri
tolse la pietra azzurra dalla tasca e la posò sul tavolo. Sheila si
chinò ad osservarla quasi con timore.
-Era
questa che volevate, no? Quindi il mio lavoro per voi è finito.-
Concluse Yuri.
Sheila
sollevò un sopracciglio e successivamente lo sguardo su di lui.
-Finito? Tu sei entrato nel tempio, dove noi non siamo potuti accedere.-
Disse, -Questo significa che tue sei uno dei Custodi. Ora dobbiamo
cercare gli altri.-
-Io
ho solo incontrato una donna che mi ha dato questa pietra. Io non so
niente di magia né del Fiore di Luce, e non so dove potrei mai cercare
altre pietre o altri, come li chiamate, “Custodi”. Siete voi quelli
che hanno le informazioni. Io sono solo un cartografo. E un soldato. E
ho il dovere di tornare alla mia base per la metà del mese. Quindi, se
non vi dispiace...- Fece per alzarsi, ma Sheila lo interruppe: -Tu hai
il Dovere, tu ne sei il Custode e il tuo compito ora è proteggere,
non solo questa, ma tutte le altre pietre. Non importa quello che sei,
ora hai un destino da compiere.-
Atres
stava in piedi accanto alla finestra e guardava fuori deciso a non
intromettersi nella discussione, la magia era il campo di sua sorella,
sarebbe intervenuto solo in caso di rifiuto da parte di Yuri e il suo
mezzo di persuasione sarebbe stata una lama affilata.
Vide
che il cielo era coperto di nuvole grigie, forse avrebbero portato
pioggia, ma, se tutto andava bene, non prima della notte, e la loro idea
era di ripartire il più presto possibile.
Yuri
tolse dalla sua borsa la carta con il permesso firmato dal suo Capitano
e la sbatté sul tavolo poggiandoci sopra una mano aperta. -Il mio
permesso scade alla metà del mese. Vi posso concedere altri dieci
giorni, dopo di che me ne tornerò al mio vero dovere.- La prima
reazione di Yuri era stata di rifiuto totale a quello che era successo
poche ore prima, come se si fosse svegliato da un sogno che non era
niente più che un sogno.
-Il
tempo si sta mettendo al brutto.- Si intromise Atres, -E’ meglio
raccogliere le nostre cose e partire in fretta o non arriveremo in tempo
alla Città d’Oro.-
-La
Città d’Oro?- Chiese Yuri.
-La
capitale del Regno della Stella. Abbiamo un appuntamento lì per
l’otto del mese.- Sheila girò intorno al tavolo e si avvicinò a
dov’era seduto Yuri,
-E tu verrai con noi.-
Yuri
si alzò in piedi, si guardarono negli occhi. Lui la superava in altezza
di più di una spanna, ma lei non si lasciò minimamente intimidire.
-Non
prendo ordini da una donna.- Disse lui secco.
Sheila
si tolse il laccio di cuoio con cui teneva legati i capelli,
sciogliendoli lungo le spalle.
Yuri
la osservò senza capire. Lei prese la pietra azzurra che stava sul
tavolo e le legò attorno il laccio, assicurandola con diversi nodi, poi
gliela porse: -Mettila al collo e non separartene mai. Che ti sia cara
più della vita. Presto dovrai fare una scelta, se stare con noi o
chiamarti fuori, ma in entrambi i casi, la tua vita sarà in pericolo.-
Si
fissarono per lunghi istanti con sguardi duri e intensi, poi Yuri allungò
la mano, prese la pietra e se la mise al collo.
-Bene.-
Sentenziò Atres, -Si va a sud-est. Per caso sai anche quale strada...-
Ma la sua frase fu spezzata da uno schianto che provenne dal piano di
sotto, rumore di legno che andava in frantumi, tonfi, come se qualcuno
stesse mettendo a soqquadro la locanda.
Qualcuno
stava mettendo a soqquadro la locanda!?
*
* *
Due
figure ammantate di nero, si trovarono a scendere la scala di pietra
consumata dagli anni, nell’oscurità di una traballante luce rossa,
che procedendo si faceva più viva, mentre i passi si confondevano e
venivano sopraffatti dal crescente rumore ritmato di due metalli che si
scontravano.
La
donna e entrò ignorando quasi completamente il fabbro che sudato e
affannato batteva energicamente con il suo martello su una spada, e si
diresse verso l’uomo che nella penombra stava osservando con occhio
esperto alcune delle armi sistemate in bella mostra nella grande stanza
sotterranea.
-Che
ci fa da queste parti una nobildonna come voi?- Disse una voce dura, che
non dava alcuna parvenza di divertimento a quella frase che avrebbe
dovuto suonare ironica.
Arjanna
ignorò la domanda e cercò di darsi un tono per non apparire a disagio,
ma provocatoria: -Che ne diresti di fare un lavoro per il Signore in
persona?-
L’uomo
aggrottò la fronte: -E sarebbe?-
-Niente
di particolare, solo tenere d’occhio alcuni ragazzini, naturalmente
insieme alla tua squadra.-
Lui
osservò per un attimo il giovane soldato che l’accompagnava,
ricordava di averlo intravisto un paio di volte, si chiamava Lorenz
Gendon ed era nell’esercito Imperiale. Proseguì: -Se è tanto facile,
perché vuoi me e la mia squadra?-
-Non
ho mai detto che sia una cosa facile, Ulrich.- Senza aggiungere altro,
si fermò ad attendere una risposta, e dopo qualche istante Ulrich
disse:
-Prima voglio sentire gli altri e sapere meglio di cosa si tratta.
Quindi, se non vi dispiace andare a cercare la mia squadra, non voglio
che il fabbro si distragga mentre mi aggiusta la spada. Sarò da voi non
appena sarà pronta.-
Arjanna
non aspettò oltre, e uscì diretta verso gli alloggi dei soldati. Lasciò
Lorenz Gendon sulla porta ed entrò in una delle stanze da letto
nell’ala nord, una zona piuttosto isolata dal resto delle truppe, non
si preoccupò di bussare.
All’interno
c’erano due donne: una si stava allacciando uno stivale, con la gamba
appoggiata al davanzale della finestra, i lunghi capelli castano scuro
le coprivano il volto. Non si scompose di fronte alla nobile, anzi la
ignorò proseguendo nel suo intento; nemmeno l’altra fu sorpresa dalla
visita, stava arrotolando una frusta; quando ebbe terminato se la appese
alla cintura, poi alzò lo sguardo, posando sull’intrusa due gelidi
occhi verdi. Era bella, di una bellezza inquietante, portava i capelli
raccolti in una coda, era abbastanza alta, la muscolatura leggermente
pronunciata, le linee del viso decise, dava l’impressione di una donna
forte e piuttosto pericolosa.
-Fammi
indovinare,- disse Arjanna, -tu sei Kara?-
-Io
sono Inka.- Rispose lei seccamente, mentre l’altra, terminato ciò che
stava facendo prese un laccio e si raccolse i capelli.
Ora
le due donne erano veramente identiche.
Si
affiancò alla sorella gemella e disse: -Sono io Kara.-
-Che
volete “Altezza”?- Chiese l’altra sprezzante.
Lei
ripeté ciò che aveva detto all’uomo nella stanza del fabbro.
Le
gemelle si guardarono per un secondo, poi Kara affermò: -Se Ulrich ci
sta, va bene anche per noi.-
-D’accordo.-
Concluse Arjanna soddisfatta, poi uscì.
Stava
pensando: “Ora devo trovare...”
Ma
si fermò, sentendo qualcuno alle sue spalle: -Sempre silenzioso!-
-Non
abbastanza se vi siete accorta di me.-
Sussurrò una voce sibilante nella penombra.
-Stai
sottovalutando le mie capacità, Natrix Golem.-
L’uomo
uscì dall’ombra e si fece vedere. Era magro, il viso scarno e
sottile, con i pochi capelli castani e tesi, il taglio degli occhi
castano-giallastri e la loro espressione incutevano un certo timore
perché lo assimilavano a un serpente.
-Da
quanto mi segui?- Chiese lei.
-Da
quando siete andata a parlare con Ulrich.-
-Allora
saprai tutto.-
Natrix
Golem annuì.
-Quindi
accetti?-
-Può
darsi...- Rispose sibillino, poi scomparve.
Arjanna
stava per aggiungere qualcosa, ma si rassegnò e ripartì con Gendon
alla ricerca del quinto. Percorsero la Caserma in lungo e in largo,
finché si ritrovarono di nuovo nella stanza dei soldati che si
occupavano degli arruolamenti. -E’ partito l’altro ieri.- Rispose un
uomo anziano, seduto ad uno scrittoio, mentre controllava delle carte
sparse per tutto il ripiano. Poi aggiunse: -Aveva un lavoro urgente e
importante. Ed è partito solo.-
Arjanna
apparve stupita: -Ma non ha mai lavorato solo!- e aggiunse tra sé e sé:
“Perché Zarkon non mi ha detto niente?”
-Ordini
dall’alto.- Tagliò corto l’uomo e poi proseguì a riordinare le
carte.
*
* *
-Come
sarebbe è partito per un lavoro da solo?- Strillò Kara sbattendo un
pugno sul tavolo.
Intorno
a lei stavano seduti la sorella Inka, Ulrich, Natrix Golem e Arjanna,
mentre Lorenz Gendon era in piedi in un angolo.
-Se
per voi è un problema, ho già un candidato pronto a sostituirlo, così
sarete di nuovo in cinque.- Disse quest’ultima.
Tutti
si rivolsero verso Lorenz: -Quel moccioso non è in grado di
sostituirlo.- La freddò Inka.
-Lasciamo
decidere ad Ulrich, se non sbaglio è lui che comanda. Allora,
accettate?-
L’omone
rifletté qualche istante poi concluse: -Anche se nutro gli stessi dubbi
di Inka, non posso permettere che si sappia in giro che abbiamo
rifiutato un incarico a causa della sua assenza, ne va della nostra
reputazione. Senza contare che la storia che ci avete raccontato è
davvero interessante.-
-Perciò...-
Incalzò Arjanna.
-Quando
si parte?- Chiese Natrix Golem.
D’istinto
Yuri mise mano all’ascia e Atres estrasse la spada. Con uno sguardo
d’intesa, lo sguardo di due soldati, si precipitarono per le scale a
vedere cosa fosse successo. Odore di pericolo.
Scesero
nella sala comune e lo spettacolo non fu dei migliori: alcuni tavoli
erano stati rovesciati e un paio di sedie erano spezzate, i pochi
clienti messi in fuga, l’oste era rannicchiato in un angolo tremante,
riparandosi la testa con le mani.
Non
appena videro arrivare Atres e Yuri, i quattro artefici del disastro si
fermarono ad osservarli.
-Mutanti!-
Bisbigliò Atres, poi spostò l’attenzione in un angolo buio accanto
alla porta d’ingresso: se c’erano quei bestioni, doveva anche
esserci chi li comandava. Un tipo sinistro, i radi capelli neri lunghi
fino ai gomiti, l’aspetto emaciato e gli occhi piccoli, ma animati da
qualcosa di poco amichevole.
Sheila,
che era scesa dopo di loro, non si può dire che lo vide subito, più
che altro lo avvertì e per un attimo si fermò, a metà della scala, ma
quando riuscì a distinguere la sua figura, lo riconobbe: “Heimlich”.
Non disse il suo nome, lo pensò soltanto, eppure lui alzò lo sguardo
verso la maga come se lo avesse udito.
-Che
succede qui?- Chiese Atres.
Heimlich
avanzò di qualche passo: -Chiedo scusa per il disordine, ma volevamo
attirare la vostra attenzione, forse i miei animaletti hanno
esagerato un po’.-
-Ora
ce l’avete.- Rispose Atres. -Che volete da noi?-
-Non
amo discutere con le persone armate, forse la giovane praticante
che è con voi, mi risponderà.-
Atres
si mise in allerta: non ricordava di aver mai visto quel tipo, eppure
lui sapeva che sua sorella era una maga, anzi, una “praticante”.
Heimlich
proseguì tornando a fissare Sheila con sguardo indagatore, le sue
piccole pupille nere sembrava potessero guardarle dentro... -Milady,
dov’è la pietra?-
Sheila
si irrigidì. Questo non era decisamente nei piani.
Atres
rispose per lei: -Non so chi siete e neppure di cosa state parlando.-
-Non
è molto onorevole mentire, cavaliere...- Insistette Heimlich,
-Comunque è vero che non ci conosciamo, mi presento immediatamente: il
mio nome è Heimlich, solo questo. Però quello che non è vero è che
voi sapete bene di cosa sto parlando, dal momento che siete appena stati
al Bosco di Soth, o meglio, al Bosco del Sonno. Quindi i casi sono due:
o mi consegnate la pietra di vostra spontanea volontà, oppure saranno i
miei animaletti a prenderla con la forza. A voi la scelta.-
-Noi
non consegniamo un bel niente a nessuno.- Concluse Atres.
-Bene,
a questo punto...- Heimlich fece un segnale ai mutanti che grugnendo si
mossero verso lui e Yuri.
Quattro
mutanti, con le loro pesanti spade, erano troppi per due persone, anche
se dotate di forza e abilità.
Sheila
pensò che fosse meglio usare la magia, magari per prima cosa
spaventarli con un lampo di luce incandescente. Raccolse una manciata di
polvere pirica dalla sua borsa mentre pronunciava la formula sottovoce,
ma in quel momento Heimlich fece uno strano gesto con la mano,
passandosela davanti al volto, dal basso verso l’alto. Sheila sentì
una specie di contraccolpo, come un vuoto d’aria, e la polvere le
cadde di mano.
Aveva
innalzato una barriera contro gli incantesimi: Heimlich era uno
stregone, ed era potente.
Atres
e Yuri, senza accorgersi di cosa fosse successo, iniziarono lo scontro.
Non potendo competere con la forza, dovevano puntare sull’agilità.
Ciascuno di loro aveva due mutanti da tenere a bada.
Yuri,
che portava sempre con sé l’ascia di famiglia, la afferrò con la
mano destra, mentre con la sinistra estrasse la spada che portava al
fianco, l’arma dell’esercito dei Ghiacci, anche se quella non era
decisamente la sua mano migliore. Parò due attacchi in simultanea, ma
quello con la spada non gli riuscì: accompagnò la spinta della lama
del mutante piegando il braccio all’indietro per non slogarsi la
spalla, e dovette lasciar cadere l’arma mentre il fendente del
bestione andava a conficcarsi nelle assi del pavimento, sbilanciandolo e
tenendolo occupato per qualche secondo, il tempo necessario a Yuri per
ruotare l’ascia, con cui aveva agganciato la spada dell’altro
mutante, in modo da disarmarlo per poi colpirlo con un fendente in pieno
petto.
Il
bestione franò a terra con l’ascia conficcata tra le costole, ma
mentre Yuri cercava di disincagliarla, l’avversario alla sua sinistra
era ripartito all’attacco. Schivò il colpo abbassandosi e rotolando a
terra trascinando il manico dell’ascia in modo da spostare il corpo
della sua prima vittima ed usarlo come scudo, poi raccolse l’arma del
mutante per difendersi.
Atres
aveva solo la sua spada contro due avversari. Cercò di mettersi in una
posizione di vantaggio, passando in mezzo ai tavoli e alle sedie in modo
che i mutanti fossero impediti nel percorso e potessero attaccarlo solo
uno per volta. Alle sue spalle sentiva il mormorio della sorella, le
parole di un incantesimo, e non capiva come mai non stesse succedendo
niente.
Sheila
cercava inutilmente di rompere la barriera, l’unica cosa positiva era
che mentre Heimlich era impegnato a trattenerla non avrebbe potuto fare
niente per colpire i ragazzi, però per quello, i mutanti erano già più
che sufficienti. Atres era in difficoltà: quei bestioni ribaltavano i
tavoli e ogni altro ostacolo si ponesse tra loro e la loro preda con una
facilità ridicola, e lui sapeva che di questo passo si sarebbe messo in
trappola da solo. Ormai era all’angolo.
Lo
stregone sibilò una parola, qualcosa che suonava come “Shrank”
e uno dei mutanti che braccavano Atres si voltò, probabilmente era il
suo nome. Con un cenno del capo indicò Yuri che stava per avere la
meglio sul suo avversario, e il bestione si gettò su di lui in un
attimo, senza dargli neppure il tempo di vederlo, e lo afferrò da
dietro immobilizzandolo.
Atres,
che stava riguadagnando il suo vantaggio ora che aveva un solo mutante
da affrontare, dovette fermarsi quando sentì Heimlich gridare lo stop
ai suoi “animaletti”. Yuri era preso.
-Giù
le armi!- Intimò lo stregone. Anche Sheila desistette dai suoi
incantesimi, ormai iniziava ad essere stanca. “Ma come diavolo fa a
parlare mentre tiene la barriera?” Pensò tra sé e sé, in fondo
con una punta d’invidia: gli incantesimi richiedevano una
concentrazione totale, e lui doveva essere ad un livello altissimo.
Sta
di fatto che ora erano nei guai.
Yuri
fu costretto con uno strattone a lasciare la spada che ancora teneva in
mano e anche Atres fece cadere la sua sotto la minaccia del mutante.
-Allora,-
cominciò lo stregone avanzando verso Yuri, mentre ancora teneva la
barriera con la mano alzata, -ora posso avere la pietra?-
Anche
se Yuri aveva la pietra, e anche se non aveva ancora capito quanto
esattamente potesse valere, non aveva nessuna intenzione di consegnarla,
forse perché lo sguardo di Sheila era stato terribilmente serio quando
gliel’aveva affidata o forse perché in fondo cominciava davvero a
credere a quello che gli era accaduto nel bosco e alle parole di Sahama,
e comunque sapeva che in un modo o nell’altro non ne sarebbero usciti
vivi. Era esattamente come aveva detto Sheila: forse il momento della
scelta era arrivato prima del previsto. La sua vita era nelle mani del
nemico e lui era un soldato e un uomo d’onore, era il momento di
decidere per che cosa valeva la pena di morire o di combattere... Ma
ora, bloccato in quella posizione non avrebbe potuto fare niente, e
quindi qual era la scelta? Qual era il vero significato di quelle
parole?
Gli
tornò alla mente Sahama: aveva detto che lui aveva bisogno della pietra
e del suo potere, ma qual era questo potere? La magia? Esisteva davvero?
Doveva davvero crederci?
-Yuri!
Fallo!- Gli gridò Sheila, -E’ la nostra sola possibilità! E’ tua,
hai il suo potere, devi usarlo. Adesso!- Sapeva che era un
rischio rivelare a Heimlich dove fosse la pietra, ma se davvero Yuri era
uno dei Custodi doveva sbloccare il suo potere in quel momento.
Heimlich
estrasse lo stiletto ricurvo dalla cintura. E così quel ragazzo era uno
dei nuovi Custodi... Questa era un’occasione unica, poteva liberarsi
di lui e prendere la pietra mentre era ancora in tempo...
“Ma
quale potere?” Si chiese di nuovo Yuri. “Lo sai. E’ dentro
di te.” Una voce nella sua testa, la riconobbe, era la voce di
Sahama. “Concentrati, pensa alla tua vita e a chi ti accompagna,
pensa a qual è la cosa giusta da fare, riconosci il tuo dovere. Dai
ascolto al tuo cuore.”
Yuri
decise che alla fine valeva la pena di tentare, non era ancora la sua
ora, se lo sentiva nel sangue.
Heimlich
si avvicinava ed era più che certo che avesse intenzione di ucciderlo,
era il momento di giocarsi tutto e fare la scelta giusta. Era il suo dovere.
Yuri ascoltò il suo cuore e il suo cuore rispose con strane parole.
Sulla sua guancia apparve la stella azzurra, la stella che aveva visto
nello specchio al Tempio della Legge.
Heimlich
si diede lo slancio per affondare.
Yuri
pronunciò quelle strane parole:
-Il
sacrificio è la mia forza
il
mio destino è quello dell’acqua
che
controllata dal tempo
per
Dovere diventa ghiaccio!-
All’improvviso
fu come se fosse avvolto da una tormenta gelida, e il ghiaccio nacque
dal suo corpo e si impadronì del corpo del mutante che lo tratteneva,
congelandogli le braccia e ciascuna parte del corpo che fosse a contatto
con Yuri.
La
lama dello stregone si congelò mentre si avvicinava e si spezzò quando
toccò il guerriero. Heimlich si ritrasse immediatamente facendo un
balzo all’indietro.
Sheila
sentì la barriera cadere, forse era lo spavento, o forse non poteva
oltrepassare il potere di Yuri? Stava il fatto che quello era il
momento, l’unica occasione per fermarli. Cercò nervosamente tra le
sue borse e iniziò a recitare la formula del sonno.
Yuri
con uno strattone si liberò dalla stretta mandando in frantumi le
braccia ghiacciate del mutante. Gli altri due, atterriti, lasciarono le
armi e indietreggiarono verso il loro padrone. Lo stregone cercava di
riprendere il controllo e ricorrere di nuovo alla magia ma gli era
impossibile, perché tra lui e Sheila c’era Yuri e il suo potere, e
ormai era troppo tardi, la maga aveva finito di pronunciare la formula.
Con uno sbuffo la stanza fu avvolta da un fumo purpureo e tutti, tranne
Sheila e Yuri, caddero addormentati, rovinando al suolo privi di sensi.
Yuri
pian piano tornò in sé, la stella si spense e lui si accasciò su un
ginocchio, si sentiva stremato.
-Complimenti.-
Sussurrò Sheila avvicinandosi a lui, cercando di mantenere un
atteggiamento serio e distaccato. Yuri la guardò, il suo sguardo di
ghiaccio sembrò avere un sussulto, era evidentemente sfinito e non
riusciva a conservare la sua solita freddezza.
La
maga gli toccò la mano per aiutarlo ad alzarsi, ma subito lui la
ritrasse con un gesto secco e si rimise in piedi da solo.
-E’
fredda,- disse lei, -dovrai imparare a controllare la temperatura se non
vuoi rischiare di farti sopraffare dai tuoi poteri.-
Il
guerriero ritrovò la sua solidità e si guardò attorno per analizzare
la situazione, vide tutti stesi al suolo: -Sei stata tu?- Lei annuì.
-Che hai fatto?-
-Li
ho solo addormentati.-
Yuri
posò i suoi occhi gelidi sulla maga: -Li hai addormentati tutti quanti?
Pensavo potessi fare di meglio.-
Sheila
apparve seccata: -Non avevo intenzione di incenerire per sbaglio mio
fratello!-
Yuri
tagliò corto: -D’accordo, allora sveglialo e andiamocene da qui.-
Sheila
rimase qualche secondo in silenzio: -Non posso. Dobbiamo aspettare che
finisca l’effetto dell’incantesimo.-
Lui
la guardò perplesso: -Vuoi dire che me lo devo portare in spalla?-
La
maga era impassibile, non osava annuire, ma poi si guardarono in faccia
e non riuscirono a trattenere un sorriso divertito. Fatto veramente
insolito.
-Tu
vai su a recuperare le nostre borse,- concluse Yuri, -io intanto li lego
così quando si svegliano non ci seguiranno subito.-
-Non
sarebbe più facile liberarsi di loro definitivamente?- Chiese Sheila.
Yuri
la guardò con durezza: -Sono un soldato, non colpisco chi non è in
condizione di difendersi. Ci penserà l’oste a chiamare le guardie
quando si sveglia, ti assicuro che non sono gentili con i forestieri.-
Sheila
si avvicinò alle scale. Alla luce del sole che penetrava dall’esterno
le loro ombre si toccarono finché lei non si confuse nell’oscurità.
Salì al piano di sopra e tornò nelle stanze in cui avevano pernottato
raccogliendo le loro borse da viaggio, poi uscì nel corridoio, ma
quando stava per scendere, si bloccò, guardando verso un angolo buio.
Tutto
appariva immobile, eppure nel silenzio si poteva appena percepire il
suono di un respiro.
La
maga si incamminò verso il piano di sotto, ma prima disse: -Chiunque tu
sia, vedi di sparire se non vuoi assaggiare un po’ di magia nera.-
Nessuno
le rispose, ma lei sapeva che qualcuno aveva sentito perfettamente. Tornò
da Yuri.
-Questa
situazione non mi piace, penso che dovrai spiegarmi un po’ di cose. Se
vengo con voi è perché non ho altra scelta, ma ricordati che non mi
fido di te.- Yuri raccolse Atres da terra e uscì alla luce del giorno.
Sheila
lo seguì con lo sguardo, stava per chiedere perché, se non si fidava
di lei, ora le dava le spalle, ma non lo fece. Era una risposta di cui
non aveva bisogno.
*
* *
Buio
e vuoto.
Atres
correva su un terreno cavo nell’eco dei suoi passi. Stava seguendo
qualcuno, una figura indistinta che sembrava scappare nell’oscurità.
Un
indicibile buio, talmente profondo da sembrare luce, tanto forte da
togliere il fiato.
Si
svegliò di scatto, con il respiro affannato.
Era
solo un sogno. Ma era come se...
L’immagine
di sua sorella fece scivolare quel ricordo nei recessi della sua mente.
Il
sole era ancora alto, erano poco fuori dal villaggio, in mezzo ai
boschi. Era il rifugio migliore per chi era braccato, ed era evidente
che ora loro erano delle prede. Prede di qualcuno che non conoscevano e
che era disposto a tutto per prendere quello che anche loro stavano
cercando.
Yuri
si avvicinò ad Atres per vedere se si era ripreso: -Se riesci a
reggerti in piedi è meglio ripartire subito, stanotte ci accamperemo
sul confine, ho idea che i tipi alla locanda non ci metteranno molto a
liberarsi e a tornare sulle nostre tracce.-
Atres
annuì e balzò in piedi: -Andiamo. Ah, stavo dicendo... Sai qual è la
strada migliore da seguire?-
-Partiamo,-
si intromise Sheila, -lo scopriremo lungo il viaggio.-
*
* *
Come
previsto riuscirono a raggiungere il confine con il Regno del Drago
Azzurro prima che facesse buio e si accamparono come meglio poterono,
per loro fortuna la pioggia era scesa solo sulle alte montagne, quindi
si erano almeno risparmiati una dormita nel fango.
La
luna era un piccolo spicchio nel cielo nero.
Tutti
e tre erano seduti attorno al fuoco.
-Chi
erano quei tipi alla locanda?- Chiese Yuri.
-Gente
che ha a che fare con i mutanti non è bella gente.- Sentenziò Atres.
-Il
loro capo è uno stregone ed è molto potente,- spiegò Sheila, -non
sono riuscita a fare niente finché Yuri non ha rotto la barriera.-
-Cosa
avrei fatto esattamente? Insomma, cos’è successo?-
-Hai
usato il potere della pietra azzurra: la pietra del Dovere ha il potere
dell’acqua e del ghiaccio, è un potere difensivo potente e ora ti
appartiene, nessun altro può usarlo, sei tu il legittimo Custode.-
-E
allora perché quel tipo, quell’Heimlich, la voleva se solo io posso
usarla?-
-Questo
non lo sappiamo con esattezza,- proseguì la maga guardando verso il
cielo, il giaciglio che si era preparata sembrava fatto di spine, -ma il
potere delle pietre è in continua transizione, se il Custode morisse...
Il punto è che il Fiore di Luce è in pericolo e d’ora in poi dovremo
essere ancora più prudenti.-
Atres
si alzò in piedi e iniziò a girare in tondo alla ricerca di una
posizione particolarmente strategica: -Forse è meglio dormire qualche
ora, io farò il primo turno di guardia.- Salì su una grande roccia che
apriva lo sguardo verso una radura, più sotto la valle era buia e
silenziosa, da lì in poi sarebbe stato un lungo tratto pianeggiante,
almeno per lo spazio di un giorno di cammino. Decise che quel punto
andava bene e si mise a sedere, era piuttosto lontano dai giacigli,
poteva ancora vedere Sheila e Yuri, ma non poteva sentirli parlare.
Yuri
insistette: -Che succederà se arriveranno alle pietre prima di noi?-
-Non
ne ho idea, ma so che sarà terribile.- Ad un tratto Sheila iniziò a
tremare per il freddo della notte. Per la prima volta era stata colta da
una consapevolezza che non aveva mai provato prima. Per la prima volta
si sentiva dalla parte sbagliata.
Iniziò
a fissare Yuri inquieta, attraverso le ombre della notte. Era lui che le
faceva questo effetto? Erano tanto forti i poteri del Fiore di Luce
sulla sua anima persa nell’oscurità?
Zarkon
si ritrovò di nuovo, in piena notte, nei sotterranei, davanti alla
porta di quella squallida cella.
-Ultimamente
vieni a farmi visita sempre più spesso Farquhar.- Sussurrò una dolce
voce.
Zarkon
illuminò Eterna (o forse avvenne il contrario).
Di
nuovo una lacrima su quel bellissimo volto.
-Non
volevo svegliarti.- Ci fu silenzio tra i due, Lord Zarkon rimase in
attesa.
Non
valeva la pena di porre nessuna domanda.
-Ma
dal momento che sei qui, è giusto che tu sappia. Io non posso mentire.
Un altro grande potere è stato risvegliato. Le cose si avvicinano al
loro compimento. Sei davvero così sicuro di poter interferire col
destino?-
-Io
non voglio interferire con i ritrovamenti, dal momento che le pietre
saranno ugualmente mie. E poi l’hai detto anche tu che il destino è
mutevole.-
Eterna
non rispose, ma continuò a fissarlo con infinita dolcezza.
Zarkon
non resse oltre il suo sguardo. Tornò a dormire.
-Sei
andato ancora da lei?- Disse una voce femminile nel corridoio.
Zarkon
la riconobbe anche nel buio della sua torcia spenta.
-Arjanna,
mia cara, che ci fai in piedi a quest’ora?-
-Rispondi
alla mia domanda.-
-Come
lo sai?-
-L’ho
sentito. Certe facoltà non ci lasciano mai. Neppure dopo un decennio.-
Zarkon
si avvicinò alla donna, fece per abbracciarla, lei si ritrasse.
-Noto
una punta di gelosia nei tuoi atteggiamenti? Perché sei così fredda
con me?-
-Non
potrei essere gelosa di lei, commetterei un sacrilegio. Sono solo
preoccupata per il tuo piano.-
Lui
le accarezzò i capelli, lei si lasciò baciare.
-Sta
semplicemente andando tutto come avevo previsto. E poi non posso perdere
con te al mio fianco.-
Arjanna
non rispose.
Mese
IV, giorno 6
Ulrich
Xarke. In una parola, imponente.
Ma
descriverlo con una parola era troppo poco. Un uomo alto, muscoloso, la
pelle abbronzata che faceva risaltare i capelli lunghi, appena sopra le
spalle, chiari e sottili, biondo-grigi così come la barba, gli occhi
piccoli, indagatori, ma di un castano profondo e intenso, il viso
segnato dal tempo di mille battaglie, ma ancora capace di incutere
timore.
Ma
Ulrich Xarke, a quarantatre anni, venticinque dei quali trascorsi a fare
il mercenario, non era solo questo: un omone spaventoso; era anche
astuto e intelligente, esperto e abile nel maneggiare qualsiasi arma, un
perfetto stratega e un capo autoritario e leale. Ed è per tutte queste
ragioni che degli spiriti infiammati e ribelli come quelli delle due
gemelle Inka e Kara DeYong, oppure sfuggenti e infidi come quello di
Natrix Golem, avevano accettato di farsi comandare e guidare da lui.
Ciascuno
di loro avrebbe dato l’anima per Ulrich, non che l’anima di tre
mercenari valesse poi tanto, ma l’avrebbero fatto.
E
buona parte di questo lo pensava anche Lord Zarkon, tanto da affidare
nelle sue mani una missione tanto delicata.
Gli
restava sempre e comunque quel margine di errore che aveva colmato
inviando con loro un giovane, ma affidabile soldato, il Tenente Gendon,
a sostituire il quinto del gruppo.
Lo
stalliere terminò di sellare i cavalli. Tutti erano pronti per partire.
-Davvero
dobbiamo portarci con noi quel pivello?- Chiese Ulrich con la sua voce
cavernosa indicando Gendon, che con i suoi ventotto anni era il più
giovane del gruppo.
-Così
vuole Zarkon.- Rispose Arjanna.
-D’accordo,
d’accordo, Sua Altezza, ma se poi si fa male io non mi ritengo
responsabile.-
Lorenz
fece finta di non sentire e salì in sella. Per chiunque sarebbe stato
un onore unirsi al gruppo di Ulrich, ma il Tenente sapeva che in fondo
si trattava solo di mercenari. -Non preoccupatevi Milady.- Disse,
rivolto ad Arjanna, -Farò il mio dovere.-
-Ne
sono certa.- Ribatté la donna poi si rivolse agli altri: -Avete tutto
ciò che vi serve?-
Ulrich
fece un ampio sorriso indicando la mazza ferrata che lui chiamava il suo
“portafortuna”, aveva portato con sé anche una grossa spada che
solo uno della sua stazza o un mutante sarebbero stati in grado di
impugnare. Anche le gemelle portavano delle spade, ma più leggere e
maneggevoli, inoltre, Inka aveva con sé l’inseparabile frusta e Kara
la balestra. E a prima vista, questo era l’unico particolare che le
distinguesse; l’unica vera differenza tra loro stava forse nel
carattere: Kara era la più femminile e impulsiva, Inka era fredda e
aggressiva.
Silenzioso
come sempre, li seguiva Natrix Golem, che appariva disarmato, ma sotto
il mantello e gli abiti poteva nascondere qualsiasi cosa. Era famoso per
i suoi aghi avvelenati.
Arjanna
fece un gesto del capo per indicare che tutto era apposto e il gruppo si
avviò verso il porto facendo un cenno di saluto.
*
* *
Atres
stava di nuovo facendo quel sogno: era buio, non riusciva a capire dove
si trovasse, ma era tutto così inspiegabilmente vuoto; qualsiasi suono
si ripeteva come un eco.
Si
accorse di non essere solo, c’era qualcuno che si muoveva velocissimo.
Intravide la sua sagoma e iniziò a inseguirla. Ora sembrava che i suoi
occhi vedessero meglio e quella sagoma... sembrava una ragazza...
La
raggiunse e la prese.
Stava
per vederla in faccia quando si svegliò di soprassalto, era ancora
buio.
Adesso,
da sveglio, non sembrava poi così sconvolgente. Cercò di ricordare,
lottando disperatamente con la sua mente, cercando di riacchiappare le
immagini del sogno, che stava scomparendo e si faceva sempre più
confuso... Ricordò solo un luogo buio, ricordò strane e indefinite
sensazioni, e ricordò quella ragazza di un regno lontano, o forse no?
Non ricordava né il suo volto né le sue parole, era tutto talmente
buio, nero... eppure sembrava non ci fosse niente di malvagio in quel
nero; e il nero del sogno si confuse con il nero della notte, e il sogno
svanì così com’era venuto, nel nulla, nel nero.
Ormai
mancava poco e l’indomani avrebbero raggiunto il Regno della Stella.
Dei loro inseguitori non c’era più stata alcuna traccia, almeno per
il momento. Si alzò per dare il cambio a Yuri e rivolse lo sguardo
verso il cielo stellato. Non sarebbe finita tanto presto. Il viaggio era
ancora lungo.
*
* *
Mese
IV, giorno 7
Dopo
essere sbarcati ad est, sul continente, avevano attraversato senza
intoppi il regno della Mezzaluna ed ora si apprestavano ad attraversare
l’altopiano che portava al confine. La zona era piuttosto arida, ma da
lontano già si iniziava a distinguere la vasta pianura lussureggiante
del Tayon, in cui sorgevano le principali città del Regno della Stella.
Ben presto avrebbero trovato il sentiero che portava alla torretta di
guardia che segnava il limite tra i due regni. Se tutto procedeva
tranquillo, sarebbero arrivati a destinazione in tempo per
l’appuntamento, eppure Kyra era inquieta, come se avvertisse una
pesante presenza incombere su di lei. Aveva il volto tirato, era
esausta.
Jonathan
se ne accorse e richiamò Kris perché facessero una pausa.
La
giornata era calda, ma il guerriero dalla pelle d’ebano era abituato
alle alte temperature; la stessa cosa non si poteva dire degli altri
due, che provenivano da zone temperate.
-Le
bisacce con l’acqua sono pesanti,- disse Jonathan alla ragazza come
per scusarsi, -ma non possiamo farne a meno, non vedremo un ruscello
fino a domani. Se vuoi posso portartele io per un po’.-
Si
fermarono all’ombra di una grande roccia cava, forse scavata
dall’erosione di un antico fiume che ora si era prosciugato.
-No,
ce la faccio.- Disse lei sedendosi sulla terra rossa per riprendere
fiato.
-Non è questo che mi preoccupa.- Aggiunse.
Kris
salì sulla roccia a scrutare l’orizzonte, ergendosi come una grande
statua nera stagliata nel cielo azzurro e senza nuvole, poi,
soddisfatto, scese dagli altri e si mise a sedere con loro.
-Ho
la sensazione che ci stiano ancora cercando.- Proseguì lei.
-Non
credo,- la rassicurò Kris, -mi sono fermato spesso a guardare. Da
questa altezza, se qualcuno ci avesse seguito l’avremmo visto. E
inoltre per starci dietro, avrebbero dovuto conoscere la nostra
destinazione.-
Kyra
ingoiò un sorso d’acqua e si rimise in piedi: -Ripartiamo. Se hanno
capito chi sono, potrebbero anche sapere dove stiamo andando.-
Avanzarono
di alcuni metri e Jonathan si arrampicò su un piccolo picco
frastagliato, dove la roccia formava come dei gradini naturali: -Vediamo
se da qui si può già scorgere la torretta di confine.- Arrivato in
cima si fermò per qualche secondo. -Kris?- Il suo tono si era fatto
serio: -Ricordi quando hai detto di aver guardato e di non aver visto
nessuno? Credo che tu abbia guardato dalla parte sbagliata.-
Kris,
agile come una pantera, si arrampicò dietro di lui. Loro erano venuti
da ovest, ma Jonathan era rivolto a sud-est.
-Sono
loro?-
-Non
lo so, ma se lo sono ci hanno accerchiati.-
Kyra
si avvicinò allarmata: -Che facciamo?-
Jonathan
scese, mentre Kris si acquattò sulla roccia continuando ad osservare.
-Non
è detto che stiano cercando noi.- Disse il primo per tranquillizzare la
ragazza.
-Ma
sono loro?- Incalzò lei, -Hanno l’uniforme col giglio?-
-Non
si vede bene da qui,- le rispose Kris, -ma credo siano loro.-
-Riesci
a vedere quanti sono?- Chiese Jonathan.
-Sette,
otto... nove.-
Kyra
era sempre più terrorizzata: -Torniamo indietro!-
-Calmati.-
Le disse Jonathan, -Non possiamo tornare indietro, non abbiamo provviste
sufficienti e se davvero sono qui per noi, non sarebbe una buona idea
tornare nei centri abitati.-
Kris
scese dalla roccia: -Dobbiamo nasconderci finché non sapremo cosa ci
fanno qui.-
La
torretta era scavata nella roccia rossa dell’altopiano e vegliava su
una stretta stradina che scendeva attraverso un canale di roccia,
delimitato da due alte e ripide pareti, non c’era altra via per il
Regno della Stella, infatti l’altopiano terminava con un brusco
strapiombo, troppo alto per un salto.
-Li
vedi ancora?- Chiese Jonathan a Kris che si era arrampicato per
controllare.
-Sono
vicini, però ora ne vedo soltanto tre, sono fermi, credo si siano
appostati, e vedo anche la torretta, dietro di loro.-
-Non
è che per caso sono le guardie di confine?-
Kris
scosse la testa: -Ora lo vedo bene, lo stemma del giglio. Sono loro.-
-Ma
le guardie di confine dove sono?- Insistette Jonathan, -Dalla torretta
dovrebbero averli visti, sono soldati stranieri.-
Kris
strizzò gli occhi come per vederci meglio: -Non lo so, ma ho come
l’impressione che non ci sia nessuno.- Scese con un balzo, -Non
abbiamo scelta. L’unico passaggio è questo, dovremo affrontarli.
Finché sono in tre possiamo farcela, ma dobbiamo fare in fretta e non
dare il tempo agli altri di raggiungerli, o almeno impedirglielo. Potrei
fare copertura con l’arco, ma così dovresti affrontarli da solo e non
mi sembra una buona idea.-
-Ehi,
ci sono anch’io!- Protestò Kyra estraendo la spada.
Jonathan
la ignorò e salì sulla roccia per valutare la situazione: -Per essere
un diplomatico te ne intendi di tattiche di guerra.- Commentò rivolto a
Kris.
-Ho
iniziato come soldato per difendere i villaggi dalle tribù nomadi del
sud.- Spiegò questi. -Però è Kyra che mi preoccupa, non ha la forza
di un uomo.-
-Ehi!
Anch’io so combattere!- Ribatté la ragazza sentendosi sminuita, -E
poi vi siete dimenticati il mio potere? Meglio in due che da solo!-
Jonathan
osservò la posizione dei soldati e proseguì: -Ce la posso fare, il
passaggio è stretto, se riesco a imboccare il canale di roccia potranno
attaccarmi solo uno per volta.- Scese e si rivolse a Kyra: -Senza
offesa, ragazzina, ma non è il caso di farti infilzare mentre pronunci
la tua bella formula.-
-Non
ti lascio andare laggiù da solo!-
Kris
mise una mano sulla spalla del ragazzo: -Ha ragione, è un suicidio. Che
fai se arrivano gli altri? Andremo tutti e due, avremo più possibilità
di batterli prima che chiamino i rinforzi.-
-D’accordo,-
accettò Jonathan estraendo la spada, e si rivolse a Kyra: -Tu resta
indietro, se le cose si mettono male usa la magia.-
La
ragazza guardò alle spalle di Kris, poi si avvicinò a lui con passo
deciso: -Io ho un’idea migliore, Posso?- Disse indicando l’arco e la
faretra del ragazzo. Lui la guardò stupito: -Sei sicura di saperlo
usare?-
-So
centrare una lepre in corsa, le ninfe non mangiano solo frutta, sai?-
Affermò lei.
-Va
bene, allora mettiti in posizione su quella roccia: quando la via è
libera salta giù e preparati a correre.-
Kyra
annuì: -Che ne dite se gli do fuoco?-
-Come
scusa?-
-Alla
freccia intendo, farà più effetto.-
-D’accordo.-
Concluse Jonathan, -Ehi, bionda, guarda bene,- disse indicandosi il
petto, il simbolo con la cascata: -qui è dove non devi colpire.-
E poi le fece un ampio sorriso.
-Andiamo.-
Disse Kris estraendo la spada a sua volta, il suo volto era serio e
concentrato, non aveva mai visto un soldato sorridere così prima di
andare in battaglia, quel Jonathan, o era terribilmente incosciente o
era terribilmente... no, non gli veniva altro termine che non
significasse incosciente... Si incamminarono.
Kyra
si mise in posizione e iniziò a prepararsi per la formula. Non avrebbe
avuto tempo di ripeterla (e forse non ci sarebbe neppure riuscita),
doveva incendiare le frecce tutte insieme, però le serviva qualcosa che
bruciasse velocemente e facesse una bella fiamma, non aveva molto a
disposizione, così strappò una striscia
di stoffa dalla camiciola che portava sotto la giubba di cuoio e
la legò attorno alla prima freccia, poi iniziò a sperare.
Jonathan
andò per primo; mettersi a parlare era fuori discussione, dovevano fare
alla svelta: -Vi conviene lasciarci passare.- disse, continuando ad
avanzare con la spada sguainata, nonostante i soldati, vedendo i due
sopraggiungere, si fossero messi sulla loro strada.
Senza
esitare partì all’attacco dando appena il tempo al primo avversario
di estrarre l’arma. Lo stesso fece Kris che, riuscendo ad oltrepassare
Jonathan, attaccò il secondo uomo.
Il
terzo, preso di sorpresa, iniziò a correre verso sud e a chiamare
aiuto, ma dopo pochi passi fu raggiunto alla schiena da una freccia
infuocata e stramazzò a terra con un gemito.
“Bella
mira bionda.” Pensò Jonathan che aveva visto la
scena con la coda dell’occhio, e si sbrigò a finire la sua parte. I
soldati non erano così abili e bastarono poche mosse per metterli fuori
combattimento. Kris finì col suo avversario stendendolo con una
ginocchiata ben assestata nello stomaco, dopo di che Jonathan si voltò:
-Kyra sbrigati!-
Gli
altri, che avevano sentito le grida d’aiuto, stavano sopraggiungendo,
la ragazza scoccò ancora tre frecce, due delle quali andarono a segno,
ma ora la cosa migliore era andarsene. Saltò giù e iniziò a correre
verso gli altri, più veloce che poteva, con il cuore che batteva a
mille. Jonathan la prese per mano, poi tutti scattarono lungo lo stretto
sentiero.
Sentivano
i passi dei soldati dietro di loro. Jonathan si voltò: gli uomini
avevano appena imboccato la strettoia e erano a poche decine di metri,
ma all’improvviso vide qualcosa che lo pietrificò. Si bloccò lì in
mezzo alla strada.
Kyra
prese a strattonarlo: -Jonathan che ti prende? Dobbiamo andarcene!-
-Lui!-
Bisbigliò il ragazzo. Kris seguì il suo sguardo e capì: l’uomo che
era alla testa dei soldati era lo stesso che avevano visto al Consiglio.
Quello che era con re Roland quando era stato assassinato, quello che
probabilmente l’aveva accoltellato. Lothar Rutherkann
Jonathan
strinse la spada e tornò sui suoi passi.
Davanti
a lui stavano sopraggiungendo quattro uomini.
-Dobbiamo
andare!- Disse Kris trattenendolo per un braccio, ma lui sembrò non
sentirlo.
-Sporco
assassino!- Gridò Jonathan correndo verso Rutherkann.
Lothar
rallentò leggermente quando vide chi erano i due che accompagnavano la
ragazza.
Kyra
d’istinto prese una freccia e la scoccò. Questa sibilò accanto
all’orecchio di Rutherkann e colpì alla spalla il soldato dietro di
lui.
Lothar
si bloccò sbigottito, lasciando che i suoi uomini gli passassero
davanti.
Jonathan
si fiondò sul primo soldato con furia. Questi riuscì a difendersi come
meglio poteva finché il cavaliere non gli conficcò la lama nello
stomaco.
Nel
frattempo Lothar si mise a sbraitare: -Ritirata! Ho detto di ritirarsi!-
E iniziò a correre tornando sui suoi passi, seguito dai soldati.
Kris
con un balzo afferrò Jonathan da dietro prima che iniziasse a
inseguirli, il ragazzo si agitava come un animale in gabbia. -Dobbiamo
andare!- Insistette Kris, fortunatamente aveva abbastanza forza per
trattenerlo.
-Vigliacco!-
Gridò Jonathan in direzione di Lothar.
-Potrebbero
essercene altri!- Kris cercava di farlo ragionare, -Andiamocene da
qui!-, ma lui continuava ad agitarsi.
Kyra
gli si parò davanti e gli rifilò uno schiaffo che sembrò rimbombare
nel canale di roccia: -Datti una calmata se non vuoi che ti
incenerisca!-
Improvvisamente
Jonathan tornò in sé, la fissò negli occhi per qualche secondo, poi
abbassò lo sguardo: -Andiamo.- disse.
Kris
lo lasciò, e insieme iniziarono a correre verso il confine.
Passarono
davanti alla torretta e videro che davvero non c’era anima viva,
infatti la porta d’accesso era spalancata e una delle guardie giaceva
riversa sulla soglia con gli occhi sbarrati e la gola squarciata. -Quei
bastardi li hanno fatti fuori!- Sibilò Jonathan, ma continuarono a
correre verso valle. Più giù c’era una macchia di alberi verdi, e
una volta lì avrebbero potuto fermarsi a riprendere fiato.
*
* *
Nel
cuore della notte era ricominciato il sogno. E mentre sognava, Atres si
rese conto di aver già fatto quel sogno, che man mano che il viaggio
proseguiva, diventava sempre più reale.
Quel
luogo buio e vuoto gli era familiare; camminando nel silenzio, sentendo
solo il rimbombare dei suoi passi, se ne rese conto. Quel ricordo che
l’alba porta via con sé, la notte lo faceva riaffiorare, ora ne era
sicuro: ogni notte. Aveva fatto e rifatto quel sogno ogni notte dal
giorno in cui erano partiti, o forse prima...
Ma
com’era possibile che non se ne fosse mai accorto, che non l’avesse
mai ricordato? Forse, una volta rischiarato dalla luce del giorno, quel
buio che lo avvolgeva diventava invisibile, senza importanza; eppure
adesso che era lì, si stava accorgendo che di importanza ne aveva
invece molta, che la sua vita stessa dipendeva da quel sogno: era troppo
importante per essere dimenticato e forse il mattino seguente avrebbe
finalmente scoperto... “Ma chi è quella ragazza? Quella che corre
nel buio, quella che ogni notte cerco di raggiungere? Sta scappando da
qualcosa, o da qualcuno, ma io sono qui per aiutarla... Lei ha bisogno
di me... I nostri destini sono legati. Indissolubilmente legati...”
E mentre pensava tutto questo, Atres si rese conto di averla afferrata,
di tenerla per un braccio.
Ma
questa volta non l’avrebbe lasciata e non si sarebbe svegliato. Questa
volta la voleva guardare, la doveva guardare...
Restarono
immobili per interminabili secondi prima che Atres riuscisse a dire
qualcosa, le chiese: -Chi sei?-
Lei
era ancora voltata di spalle e il ragazzo fissava i suoi lunghi capelli
neri, lisci e leggeri, che si muovevano lievemente... Sentì che si era
alzato il vento.
(Ma
dov’era, dov’era?)
La
voce dolce e irreale della ragazza, finalmente si fece sentire: -Che
importa dirti chi sono se io non sono realmente qui? Lo sai che è solo
un sogno.-
-Voltati.-
Disse Atres.
-A
che scopo?-
-Voglio
vederti.-
-Non
servirà.-
La
voce di Atres si addolcì: -Ti prego.-
Lei
acconsentì. E lo guardò negli occhi, anche lei sorpresa di vederlo per
la prima volta. Dopo tanto tempo.
I
suoi occhi erano forse molto dolci, scuri e leggermente allungati, ma
tristi; il viso delicato, ma con un espressione dura e seria, ed era
veramente di un altro regno. E sul volto, sulla guancia destra, aveva
una brutta cicatrice che aveva la grottesca forma di una A.
-Ti
ho sognato ogni notte, perché?-
Lei
abbassò lo sguardo: -Sappiamo troppo, non dovevamo vederci, non in
sogno. Troppo ci è stato concesso. Devi dimenticare...-
-No!-
-Svegliati.-
Lei
si alzò di soprassalto, il cuore in gola, le batteva fortissimo. -Chi
sei? Perché ti sogno ogni notte?- Sussurrò nell’oscurità. Questa
volta non aveva dimenticato.
Questa
volta Atres non aveva dimenticato.
Ricordava
ogni cosa, ogni parola, ogni tratto del viso di quella ragazza.
Si
guardò attorno sperduto nel buio, poi quando i suoi occhi si furono
adattati si ricordò di dov’era: una locanda, nella zona del mercato,
alla Città d’Oro. Erano arrivati a destinazione nel tardo pomeriggio,
fortunatamente il viaggio era andato liscio e non avevano più
incontrato né quello stregone né i mutanti, e forse era merito
dell’itinerario scelto da Yuri, quel tipo sarebbe stato capace di
trovare la strada di ritorno anche se fosse disperso negli inferi...
Si
alzò e andò alla finestra mentre la sorella dormiva profondamente.
Guardò fuori e vide che la luna era ancora alta, una mezzaluna quasi
perfetta. Forse era meglio tornare a dormire, l’indomani avrebbero
incontrato finalmente quei misteriosi stranieri e allora le cose si
sarebbero fatte serie.
*
* *
Mese
IV, giorno 8
La
base segreta dell’esercito del Giglio si trovava poco fuori dalle mura
della Città d’Oro, anticamente era stato il rifugio di assassini e
contrabbandieri, poche stanze scavate nella roccia e nella terra, il cui
accesso era nascosto tra la boscaglia. Quando Lothar arrivò, Heimlich
lo stava già aspettando, il puzzo dei suoi mutanti appestava i
corridoi. “Quando avremo preso anche questo regno, non dovremo più nasconderci
sotto terra come topi di fogna” pensò, mentre raggiungeva la
stanza in cui lo attendeva lo stregone.
-Novità?-
Chiese Heimlich senza tergiversare.
Lothar
si slacciò il fodero con la spada e lo scaraventò con stizza contro il
tavolo, poi si sedette. -Ho perso due uomini per colpa di quei bambocci
del Consiglio!-
-Quali
bambocci del Consiglio? Tu non dovevi seguire la ragazza?-
-Infatti,
ed è insieme a loro che stava, il cavaliere della Cascata e quel nero
del sud, dovevo immaginare che fossero proprio loro quando i miei uomini
sull’Isola me li hanno descritti.-
-Il
cerchio inizia a chiudersi prima del previsto.- Disse lo stregone tra sé
e sé.
Lothar
lo ignorò e proseguì nel suo sfogo di rabbia: -Se penso che sono mesi
che siamo sulle tracce di quella ragazzina, e loro nel giro di qualche
giorno la trovano e se la portano via! Ce l’hanno soffiata sotto il
naso! Dannazione!-
-Suvvia,
Lothar, non ti preoccupare più del dovuto. Ora finalmente sappiamo con
certezza chi è e dove è diretta. Tutto quello che dobbiamo fare è
prenderla, anzi, prenderli tutti quanti.-
Lothar
gli rivolse un’occhiata obliqua: -Pensavo che la cosa importante fosse
prendere le pietre e non i Custodi.-
-Non
alla luce di quanto è successo.-
-A
proposito,- lo interruppe Lothar, -com’è andato il tuo viaggio al
nord?-
-E’
appunto di questo che stavo parlando: oltre alla pietra, si è rivelato
anche il secondo predestinato. Quella praticante è in gamba per essere
solo una principiante, ma ce l’avevo in pugno, finché non si è
risvegliato il potere di quel Custode, è la prima volta che assisto
direttamente e devo dire che è notevole. Non c’è magia esistente su
questa terra che possa opporvisi. Dovremo combatterli con le armi. Di
sicuro, adesso è fuori questione che le pietre passino per le mani di
Zarkon.-
-E
allora perché non ci liberiamo di lui?- Chiese Lothar accarezzando già
l’idea.
-Perché
lui ci serve ancora, ed esattamente lì dov’è. Piuttosto,
preoccupiamoci del Fiore, ora. Credo di sapere dov’è il prossimo
tempio. Organizza gli uomini. Per ora gli ordini sono di prendere le
pietre e catturare solo i Custodi che si sono già manifestati, gli
altri lasciateli andare, devono portarci dalle altre pietre.- Concluse
Heimlich.
-Sì,
ma poi come faremo con Zarkon? Ha ancora lui il coltello dalla parte del
manico!-
-Te
l’ho detto, per il momento va bene così, ce ne occuperemo a tempo
debito.-
La
Città d’Oro era davvero immensa, dopo aver passato la notte in una
locanda nella zona povera, Kris, Kyra e Jonathan avevano attraversato il
mercato dove avevano fatto provviste, e Kyra si era comprata una nuova
camiciola dato che la sua era andata letteralmente in fumo, e ora si
apprestavano a raggiungere il luogo dell’appuntamento.
Dovettero
chiedere informazioni a più di dieci persone prima di individuare la
biblioteca, nella zona più ricca e sorvegliata: il quartiere reale. Era
fortificato con mura fastose, chiunque poteva accedervi a patto che non
portasse armi.
Si
ritrovarono di fronte a sei guardie in armatura, con il mantello rosso
che portava il simbolo del regno: una stella dorata a cinque punte,
questi indicarono una grande cassa in cui fecero depositare loro le
armi, la chiusero con un lucchetto e consegnarono a Kris la chiave,
assicurandogli che avrebbero riavuto ogni cosa una volta lasciato il
quartiere.
-Qual
è il motivo del vostro accesso, stranieri?- Chiese uno dei soldati.
-Vorremmo
visitare la biblioteca.- Rispose Kris.
Le
guardie fecero spazio agli sconosciuti e indicarono un edificio di marmo
rosso, decorato con greche dorate e un grande portone con incisi
caratteri scritti nell’antica lingua locale; tutt’attorno grandi
palazzi maestosi, abitazioni dei nobili del regno.
Il
palazzo reale non era visibile data l’imponenza delle costruzioni
antistanti e la vastità del quartiere.
I
ragazzi entrarono dalla grande porta e si immersero nel silenzio fresco
e polveroso dell’immensa biblioteca passando davanti a due guardie che
tenevano immobili le proprie lance e sembravano non respirare, quasi due
statue disposte contro le pareti ad ornare l’ambiente spoglio
dell’ingresso.
Dritto
di fronte all’entrata, due cancelli di bronzo lavorato, aperti,
consentivano l’accesso alla prima sala. Avanzarono mentre i loro passi
riecheggiavano per tutta la struttura, facendoli sentire insignificanti
e a disagio. Si trovarono davanti ad altissimi scaffali di legno
contenenti migliaia e migliaia di libri rilegati in cuoio di diversi
colori, alcuni visibilmente consumati dal tempo.
Guardandosi
intorno videro quattro persone in un angolo della sala: uno era un
piccolo ometto canuto, gli occhi ridotti a due fessure orizzontali, che
sorrideva cordialmente nel suo vestito
rosso ricamato d’oro, probabilmente il bibliotecario. Stava
parlando con un uomo seduto a uno dei grandi tavoli, accanto a lui
c’era una donna e un secondo uomo era in piedi, come a fare la
guardia.
-Vorremmo
sapere se è possibile consultare le piante della città.- Chiese il
tipo seduto.
-Ma
certo. Aspettate qui.- Disse il bibliotecario, sempre sorridendo, poi si
avvicinò a uno scaffale, chiuso da un’anta di vetro decorato e
suddiviso in scomparti quadrati contenenti dei fogli di pergamena
pregiata arrotolati.
Afferrò
una scala e, dopo aver aperto l’anta, si arrampicò con l’agilità
di un gatto. Prese uno dei rotoli. -Questa è la più recente.-
-Vorremmo
vedere anche quella più antica.-
Il
vecchietto si corrucciò, salì più in alto ed estrasse un’altra
carta, poi con la stessa agilità con cui era salito, scese e poggiò le
due carte sul tavolo, srotolandole.
Quando
ebbe finito andò incontro ai nuovi arrivati: -Posso fare qualcosa per
voi?- Chiese con il suo buffo accento nella lingua dell’Impero.
Kris
si chinò verso di lui in modo che questi non dovesse farsi venire il
torcicollo e rispose: -Stiamo cercando una persona.-
Atres,
quando li sentì, diede un colpetto sulla spalla di sua sorella. Sheila
si alzò in piedi incrociando i loro sguardi.
Kris
e Jonathan avanzarono con Kyra in mezzo a loro, un po’ arretrata.
Sheila
li osservò attentamente: uno straniero dalla pelle scura di uno dei
regni del sud e un Cavaliere con lo stemma della cascata sul petto: “due
cavalieri senza corona sosterranno la luce...” Pensò. Quella
ragazza, chi era? Possibile che...
-Sheila
Shaysjh’yar, siete voi?- Chiese Kris storpiando leggermente il suo
cognome impronunciabile.
Lei
si voltò verso il bibliotecario congedandolo, poi tornò sui tre
ragazzi e annuì: -Lieta di incontrarvi.
Credo dovremmo fare le presentazioni: questo è mio fratello Atres e lui
è Yuri Wudestav del Regno dei Ghiacci.-
-E’
un piacere incontrare persone amiche dopo questo lungo viaggio.- Disse
Kris, -Io sono Krisantha Wasa, Consigliere del Regno delle Foreste.-
Jonathan
a sua volta fece un inchino: -Sir Jonathan Silverfight, Cavaliere
dell’Ordine Silverfight del Regno della Cascata.-
-Pensavo
sareste stati solo in due.- Disse Sheila posando gli occhi sulla ragazza
che si teneva un po’ in disparte, cercando di nascondersi dietro le
spalle di Jonahtan.
-Lei
è Kyra,- spiegò questi, -possiamo dire che le nostre strade si sono
incrociate per puro caso.-
-Accomodatevi.-
Disse Sheila indicando il tavolo a cui erano seduti poco prima.
Ciascuno
prese una sedia e la maga lanciò un’occhiata di rimprovero al
fratello intimandogli di sedere con gli altri, anziché stare lì
impalato come una guardia del corpo. Atres capì al volo e si sistemò
accanto a lei.
Sul
ripiano del tavolo erano srotolate le carte che Yuri stava consultando.
-Com’è
andato il viaggio?- Iniziò Sheila, non perché amasse i convenevoli
della conversazione; la sua domanda mirava ad una risposta specifica,
ossia se c’era stata una qualche complicazione.
-Sarebbe
andato bene se non avessimo avuto certi incontri spiacevoli.- Rispose
Jonathan.
-Siete
stati seguiti anche voi?-
-Anche?-
Chiese Kris, - Vuol dire che anche voi avete incontrato quei soldati con
lo stemma del giglio?-
-Il
giglio... be’ da noi non si sono presentati in uniforme, ma suppongo
che il problema sia lo stesso: c’è qualcuno che vuole impedirci di
portare a termine la nostra missione.-
-Già,
e a proposito,- Continuò Jonathan, -il Saggio ci ha detto che tu
avresti potuto dirci di più su questa missione.-
Sheila,
prima di parlare, posò lo sguardo su Kyra: -Tu. Come hai detto di
chiamarti?-
-Kyra.-
Rispose lei esitante.
-E
il motivo per cui ti trovi qui?-
-Crediamo
che lei sia una delle persone che stiamo cercando.- Rispose Jonathan per
lei, -Però prima avremmo bisogno di qualche dettaglio in più, se voi
ce lo potete fornire.-
-Penso
che il Saggio vi abbia già spiegato il quadro generale: dobbiamo
trovare sei pietre e i loro rispettivi Custodi. Ora, i Custodi hanno dei
poteri magici e si riconoscono da un simbolo a forma di stella che
compare sulla loro guancia quando li usano. Quanto alle pietre sono di
diversi colori e hanno la forma di una goccia ricurva.- Si voltò verso
Yuri. -Ti dispiace?-
Questo
si tolse la pietra azzurra dal collo e gliela consegnò.
Sheila
la mostrò ai nuovi arrivati tenendola sospesa per il laccio come un
pendolo ipnotico: -Assomigliano a questa.-
Tutti
la osservarono. -E azzurro significa?- Chiese Kris.
-Dovere.-
Rispose la maga riconsegnando la pietra al legittimo proprietario. -Yuri
è il Custode del Dovere. Dunque, alla luce di quanto ho appena
detto, credete ancora che lei sia una delle persone che stiamo
cercando?-
Jonathan
stava per rispondere, ma Kyra lo interruppe: -Sono la Custode dell’Amore.-
Disse, togliendo la sua pietra da sotto la giubba di cuoio. -Dov’è la
pietra dell’Odio?-
Sheila
rimase senza parole per qualche secondo, non si aspettava che quella
pietra le piovesse dal cielo a quel modo. Le vennero in mente centinaia
di domande, una su tutte: -Come l’hai avuta?-
Una
domanda che Kyra aveva già sentito e a cui sapeva già rispondere:
-Me l’hanno data le ninfe.-
-Hai
incontrato le ninfe? Allora saprai molte cose riguardo le pietre.-
Kyra
annuì, poi rimasero a fissarsi per qualche secondo, come se la maga
cercasse di leggerle nel pensiero.
Jonathan
ruppe il silenzio: -Questa è una buona notizia, no? Due le abbiamo,
quindi ce ne restano ancora...- Si bloccò ripensando a quello che aveva
detto Kyra durante il viaggio: le pietre erano sette. Eppure anche
questa donna, poco fa, aveva detto che dovevano trovarne sei. Prima di
tradirsi, lasciò che fosse Sheila a rispondere. -Quante?-
-Quattro.-
Confermò Sheila.
Jonathan
annuì. Di comune accordo avevano deciso di indagare sul numero delle
pietre solo in seguito, perciò non disse altro.
-Sapete
già come trovare la prossima?- Domandò Kris.
-Dovrebbe
esserci un tempio in questa città, il Tempio del Cuore Umano, che
custodisce le pietre dell’Amore e dell’Odio. Stavamo appunto
cercando di individuarlo.-
-Il
Saggio ci ha dato un testo, diceva che ci avrebbe indicato la strada.-
Kris mostrò a Sheila la pergamena.
-Amore
e Odio nel Tempio del Cuore che è il centro della stella d’oro,
dov’è la nera sorella. E’ questo il verso che ci interessa,
conosco il testo.-
-E
cosa significa?-
-Indica
la Città d’Oro nel Regno della Stella, dove siamo ora, ma la
posizione del tempio la stiamo ancora cercando su queste carte: dovremmo
trovare un luogo il cui nome ha a che fare con una “nera sorella”,
ma qui sembra non esserci niente...-
Anche
Kris prese una delle carte per aiutare nella ricerca.
Atres
si guardava intorno come se avvertisse uno strano presentimento. Vide il
bibliotecario che sbucava da dietro uno scaffale e, passandogli accanto,
si avvicinava a un punto in ombra sorridendo, e sembrava stesse parlando
da solo: -Posso fare qualcosa per voi?- Ma poi si accorse che in realtà
qualcuno c’era, uno strano tipo vestito di nero e a volto
coperto, che ora stava uscendo dall’oscurità.
Disse
qualcosa in una lingua che solo il bibliotecario capì e quello che sentì
lo allarmò.
Iniziò
ad agitare le mani e ripeté: -Kuraiboshi Shinden! No! Il Tempio
della Stella Oscura! Grande pericolo! Io non so niente...! Via! Wasurero!
Dimentica e vai via! Kiken! Grande pericolo!-
Lo
sconosciuto lo prese per il collo: -Doko des’ka? Dov’è?-
Chiese scuotendo il vecchio.
Questi
deglutì e rispose: -Inf... informazione riservata. Non puoi entrare
nella seconda sala. Solo i reali, i nobili, chi ha i sigilli: nessun
altro deve sapere!-
Anche
Sheila lo sentì ed ebbe un’illuminazione: ma certo! Al centro della
stella d’oro la sua nera sorella, ossia la Stella Oscura! Senza
pensarci due volte si alzò e si avvicinò al vecchio, che agitato, si
passava una mano dietro al collo.
-Credo
che anche noi dovremmo visitare quella sala.-
Il
bibliotecario si voltò verso di lei con gli occhi spalancati: -No, no,
proibito! Solo chi ha i sigilli!-
-Un
sigillo come questo?- Chiese Sheila mostrandogli la catenella d’oro
che portava al collo, c’era appeso un anello d’oro con il simbolo
dell’Impero: un iris bianco su fondo blu. Era l’anello dei più
importanti Consiglieri dell’Imperatore, da quanto si sapesse non ne
esistevano più di una decina in tutto il Mondo di Luce.
-Come...
come l’avete avuto questo?-
-E’
autentico non vi preoccupate. E ora fateci strada.-
Il
vecchio bibliotecario assunse un’espressione grave: -Va bene, vi farò
entrare nella stanza dei nobili, ma tu non puoi...- Disse, puntando il
dito verso lo sconosciuto, ma le parole gli morirono sulle labbra nel
vedere che non c’era più nessuno in quel punto. Con una certa
inquietudine si diresse verso un angolo buio, facendo segno agli altri
di seguirlo.
Appesa
a una parete c’era una tenda di velluto, uguale ai mantelli delle
guardie, il vecchio la scostò rivelando un piccolo cancello dorato.
Mise
la mano in una piega della veste e ne estrasse una chiave. La girò con
la mano tremante nella serratura e il cancello si aprì con uno
squittio.
Si
fermò sulla soglia ad aspettare che tutti entrassero.
Atres
fu l’ultimo, dopo di che venne il bibliotecario. Ma proprio in quel
momento, lo stesso Atres notò uno spostamento innaturale della tenda,
come se fosse passato un soffio di vento, insolito in un ambiente
chiuso.
Il
vecchio, sempre nel più totale silenzio, si avvicinò ad uno scaffale,
il più remoto di tutta la sala, chiuso a chiave.
Lo
aprì e da un angolo estrasse una vecchissima pergamena.
Con
movimenti lenti e cauti la srotolò, poggiandola su un tavolo simile a
quello della prima stanza. -Qui è ciò che cercate.- Disse.
Sheila
ringraziò: -Potete lasciarci soli?-
Il
vecchio annuì rassegnato, non aveva molta scelta dopo aver visto quel
sigillo. Quindi tornò nell’altra stanza.
La
luce era piuttosto bassa, illuminata solo da alcuni lucernai disposti
nella parte alta delle pareti.
Yuri
iniziò ad osservare la pianta originale della città: una struttura
perfetta. -E’ un pentagono. E qui, proprio al centro è indicato il
Tempio della Stella Oscura.-
Sheila
precisò: -Non è un pentagono, è una stella, il simbolo della magia.-
-Ora
basterà confrontarla con la pianta attuale e troveremo il luogo.-
Concluse Kris.
*
* *
Atres
era come assalito da una strana sensazione e si aggirava tra gli
scaffali pieni di libri importanti, rilegati in oro e antichi, un
patrimonio riservato solo ai nobili, una delle tante vie per mantenere
il potere attraverso la cultura.
Ad
un tratto si appoggiò ad una delle scaffalature immergendosi nella
penombra. Con un rapido movimento, si spinse in avanti come per
afferrare qualcosa. E qualcosa afferrò.
Una
figura vestita di nero, con il volto coperto, lo stesso sconosciuto di
poco prima. Lo spinse contro al muro, vicino a una torcia per vederlo
meglio e lo guardò dritto negli occhi, occhi allungati tipici dei regni
orientali; e vi lesse qualcosa di insolito: lo stupore, la sorpresa
nell’aver visto il volto di Atres, come se lo conoscesse.
Sentì
lo straniero sussultare e poi tremare leggermente.
-Chi
sei, da dove vieni?- Chiese Atres aumentando la stretta attorno alle
braccia del suo prigioniero.
Questi
si irrigidì, il suo sguardo divenne freddo e tagliente, ma allo stesso
tempo bruciante, tanto da metterlo a disagio.
-Il
mio nome è Yoruki del Regno del Sole Rosso.- Bisbigliò, poi, con un
rapido movimento, ruotando le braccia, si liberò della stretta ed
atterrò Atres; fece per colpirlo, ma fermò il suo pugno a pochi
millimetri dal volto del ragazzo, tanto velocemente da scostagli i
capelli dalla fronte con lo spostamento d’aria. -Voglio solo sapere
dov’è il tempio. Non metterti sulla mia strada.- Si alzò. E Atres a
sua volta. -La mia strada e la tua vanno dalla stessa parte.- Colpito
dalla stranezza di quella frase che gli era uscita tanto naturale,
immediatamente si corresse: -Per il momento.-
Lo
sconosciuto afferrò il braccio di Atres, piegandoglielo dietro alla
schiena e, nonostante fosse più basso di lui, e meno muscoloso, riuscì
a spingerlo dov’erano gli altri.
-Abbiamo
un nuovo amico!- Farfugliò Atres imbarazzato mentre veniva scaraventato
in avanti.
Ma
l’attenzione del gruppo fu attirata da Yuri che annunciava: -Eccolo.-
Tutti
si precipitarono intorno al tavolo.
Questi
cominciò: -Noi siamo nel quartiere reale, al centro della città nella
pianta attuale, ma osservando la struttura originaria, la città risulta
sviluppatasi, nel corso degli anni, verso est, e questa zona è per due
terzi nuova.-
Sheila
si intromise: -E siamo completamente fuori dalla stella. La cosa strana
è che siamo entrati in città passando per una delle punte, e passati
vicinissimi al vero centro.-
Yuri
proseguì: -Quindi, se invece di svoltare a sinistra per il mercato,
avessimo svoltato a destra, saremmo arrivati al centro, che nella pianta
nuova corrisponde esattamente a questo edificio.- Indicò un punto.
Sheila
precisò: -Il Tempio della Stella Oscura.-
-Ehi,
dov’è finito quel tipo?- Chiese d’un tratto Atres.
-Non
è affar nostro.- Sbottò Yuri, -Andiamo.-
*
* *
Raggiunto
il quartiere povero, trovarono uno strano giardino circolare, con alti
alberi vecchi e morti, al cui centro sorgeva il tempio. Era una
costruzione di marmo nero di forma pentagonale, il tetto spiovente,
incurvato verso l’alto, nessuna finestra, solo un ingresso ad arco che
sembrava dare sul vuoto.
-Credi
che dovremmo bussare?- Chiese Jonathan a Kris.
-Non
vedo come, dato che la porta non c’è.-
Avanzarono
cautamente.
L’interno
era illuminato debolmente da un’apertura proprio al centro del tetto,
nella parte più alta dell’edificio.
Sul
pavimento nero erano disegnati in oro i contorni di un pentacolo, le
pareti guardavano al nulla, proprio come l’ingresso: sembravano
semplicemente non esistere.
-Ma
qui non c’è niente.- Commentò di nuovo Jonathan, -Solo quattro
pareti nere.-
Sheila
si avvicinò ad una di esse, ma quando cercò di toccarla, la sua mano
la oltrepassò, finendo inghiottita dall’oscurità. La ritrasse
d’istinto, poi si ricompose e si voltò verso gli altri: -Ci sono
quattro possibili strade, una attraverso ogni parete. Io credo che
dovremo dividerci. Wasa...-
-Chiamami
Kris.-
Sheila
annuì: -Kris da questa parte. disse indicando alla sua sinistra, poi
proseguì in senso orario, -Jonathan, Atres e Yuri.- Questi si misero in
posizione di fronte alle pareti. Ora restavano solo lei e Kyra. -Tu vai
con chi preferisci.- La ragazza annuì e si guardò intorno, Jonathan le
porse una mano e lei la prese con riconoscenza.
Sheila
stava per accodarsi al fratello, ma questi la fermò: -Io me la cavo.-
Disse con un sorriso.
Lei
lo guardò seria, poi si avvicinò a Yuri. Fissò lo sguardo verso il
buio:
-Possiamo andare.- Annunciò.
E
tutti insieme fecero il primo passo.
Varcare
il confine, attraversare le pareti, fu come entrare nel vuoto, e tutto
scomparve.
Kyra
si voltò da ogni lato e non vide assolutamente niente, cercò Jonathan,
lo chiamò.
Con
sollievo sentì il contatto con la sua mano, e la voce calda del ragazzo
che rispose: -Sono qui. Anche se no so esattamente dove sia il qui...
Potremmo andare avanti, se solo sapessi dov’è l’avanti!-
Fecero
qualche passo e pian piano iniziarono a distinguere i propri contorni,
videro che la luce proveniva da una piccola, pallida e lontanissima luna
spaurita in un cielo nero.
Si
accorsero che anche il suolo cambiava: non era più liscio come il
pavimento all’interno del pentagono, ora sembrava di camminare sul
terreno, un terreno umido.
Di
lì a poco si alzò una leggerissima nebbia bianca.
Kyra
rabbrividì. -Questo posto... ma come ci siamo finiti?-
-Non
lo so, ma la cosa che vorrei sapere è come ne usciamo.-
Sul
terreno comparvero gradualmente delle pietre sgretolate, coperte qua e là
di muschio.
-Che
cosa sono?- Chiese Kyra.
-Lapidi.-
Incrinate, spezzate, semi sepolte, erose dal tempo, Jonathan proseguì:
-E’ come se fosse un vecchio cimitero.-
Kyra
si guardò attorno un po’ preoccupata e cercò di scaricare la
tensione parlando: -Non ero mai stata in un posto come questo prima
d’ora.-
-Neppure
io!-
-Volevo
dire, non ho mai visto un cimitero, non che io ricordi, anche se avrei
voluto.-
-Avresti
voluto vedere un cimitero?-
-Avrebbe
voluto dire avere tombe su cui piangere, le mie radici, una vita normale
invece di passare gli ultimi dieci anni con le ninfe in quella specie di
prigione tra le montagne, costantemente sorvegliata e protetta come se
fossi una bambina indifesa, incapace di lottare...-
-Non
credere che avere una tomba su cui piangere ti farebbe sentire meglio,
mio fratello...- Ma si interruppe come se gli fosse venuto in mente
qualcosa, -Aspetta, quanti anni hai?-
-Io...
diciotto, perché?-
-E
allora, i primi otto anni di vita dove li hai passati?-
-Come
scusa?- Ad un tratto si fece nervosa.
-Hai
appena detto di aver passato dieci anni con le ninfe, e prima? Dovresti
avere qualche ricordo dei tuoi genitori.-
-Ho
detto dieci anni? Devo essermi sbagliata.- Si corresse lei, -Insomma, è
da tanto che sto con loro, ero molto piccola, non ricordo niente, solo
che mi hanno trovata che girovagavo nei boschi...-
-Scusa
non volevo rivangare brutti ricordi, ma il tuo nome...-
-Kyra,
me l’hanno dato loro, nella lingua delle ninfe significa “portatrice
di luce”.-
-Sai,
credo ti si addica.- Disse lui sorridendole.
Lei
arrossì, poi cambiò discorso: -Che stavi dicendo di tuo fratello?-
-Lui
era un Cavaliere, il più brillante di tutto l’ordine, finché un
giorno...-
Ma
il discorso di Jonathan venne bruscamente interrotto quando Kyra
improvvisamente si aggrappò a lui.
Mentre
camminava aveva sentito qualcosa attorno alla caviglia, una stretta
gelida che la tirava verso il basso.
Urlò.
Soprattutto
per lo spavento.
Il
dolore venne più tardi, quando con un strattone fece per liberarsi
dalla presa e si ritrovò seduta sul terreno.
Sentì
il battito accelerare, il respiro farsi affannoso, si guardò la
caviglia.
C’era
ancora qualcosa attaccato.
Con
uno sforzo cercò di mettere a fuoco: era una mano?
Sì,
una mano scheletrica staccata dal braccio a cui apparteneva, da quello
che un giorno era stato un corpo mortale.
Cercò
di gridare qualcosa, ma non le riuscì, mentre quelle ossa grigiastre
continuavano a stringere.
Jonathan
cercò di aiutarla, ma appena l’ebbe sfiorata, sentì qualcosa dietro
di lui che si faceva strada tra la terra fangosa.
Si
voltò.
-Ognuno
pensa per sé cavaliere.- Disse una voce proveniente dal nulla.
Il
ragazzo si trovò di fronte ad uno scheletro completo, animato, eretto
davanti a lui, emerso dalle viscere di chissà quale abisso.
Dalle
sue occhiaie cave e buie e dalla sua bocca aperta si poteva sentire il
gelo della morte che aveva fissato su di un volto una volta di carne
quell’espressione raggelante, come raffigurazione delle agonie della
tomba.
Kyra
era ancora a terra e cercava di liberarsi dalla morsa della mano dando
dei colpi con la gamba al suolo.
Ad
un tratto si fermò atterrita. Vide uno scheletro che emergeva dal
terreno e si poneva dritto in piedi di fronte a lei.
La
gola le si serrò del tutto.
Quello
era evidentemente il proprietario dell’arto.
Alzò
il braccio monco in direzione di Kyra e la mano tornò al suo posto,
fluttuando nell’aria.
La
ragazza indietreggiò, Jonathan la aiutò ad alzarsi.
Kyra
cedette sulla caviglia con una smorfia.
“E’
rotta.” Si disse.
Jonathan
ebbe il coraggio, e la voce, per chiedere: -Chi siete?-
Uno
dei due, non si sa quale fosse, rispose con la stessa voce inquietante
di poco prima: -Siamo i demoni della tomba e siamo la vostra prova.
Se volete proseguire dovete sconfiggerci. Siamo qui per combattere,
Cavaliere.- Detto questo fecero un passo in avanti.
Kyra
sentì il brivido di freddo che percorse il corpo del ragazzo.
“Sono
un peso.” Pensò, così gli sussurrò: -Lasciami, ce la faccio.
Combattiamo.-
Entrambi
estrassero la spada dandosi le spalle.
Uno
scheletro si avvicinò a Jonathan, questi, con un colpo secco della
lama, gli staccò di netto un braccio, ma il demone, con l’altra mano
gli afferrò il polso destro. Il dolore gli fece cadere la spada.
Lentamente si inginocchiò a terra, cercò di concentrarsi e di non
pensare alla fitta acuta che si diramava fino al gomito, mentre lo
scheletro ripeteva: -E’ tutto qui quello che vali, Cavaliere?-
Jonathan
strinse i denti, la sua spada era lì accanto, la spada di suo fratello
Julian, simbolo del suo onore, la spada per cui aveva lottato, che era
stata affidata nelle sue mani come decorazione del suo valore, con la
quale aveva vinto tante battaglie.
Fece
uno sforzo e l’afferrò con la mano sinistra.
Quando
la sentì di nuovo sotto le dita, fu come ricevere una sferzata di
energia; con un fendente di ritorno, tranciò entrambe le gambe dello
scheletro che lasciata la presa cadde a terra, infrangendosi come un
vaso di coccio.
Kyra
continuava a colpire, mantenendo il peso sulla gamba sana, cercando di
essere il più precisa possibile, con la testa straziata dallo stridio
della lama della sua spada che andava a cozzare con le ossa.
Riusciva
solo a difendersi dai tentativi di afferrarla di quel demone
sogghignante. -Ho dovuto romperti la caviglia perché il duello fosse
equilibrato, tu hai un’arma in più. Sta a te saper sfruttare il tuo
vantaggio.-
I
suoi poteri erano la prima cosa che le era venuta in mente, ma non
riusciva assolutamente a concentrarsi, quindi puntava tutto sulla sua
spada.
Lo
scheletro a terra sembrava non muoversi più, così Jonathan cercò di
intervenire per aiutare la ragazza in difficoltà, ma venne di nuovo
fermato.
-Non
ancora, Cavaliere, lasciala combattere.- Era un nuovo scheletro che
si avvicinava.
Il
ragazzo strinse forte l’impugnatura della spada con la sinistra,
questa volta lo sfidò: -So usare questa mano bene quasi quanto
l’altra. Non mi fermerai!-
Così
dicendo si lanciò verso il demone con agilità, lo aggirò e quando fu
alle sue spalle, con un colpo vibrante gli staccò di netto la testa,
poi con l’elsa lo spinse, mandandolo a frantumarsi contro il suolo.
Guardò
verso Kyra: lo scheletro che combatteva contro di lei era di nuovo privo
del braccio, ma la ragazza non riusciva a cavarsela.
Aspettò
il momento giusto: un contraccolpo che la fece indietreggiare più del
solito, e lanciò la sua spada; questa, ruotando tagliò l’aria e andò
a colpire il demone proprio in mezzo alle costole, tranciandolo a metà.
Il
mucchio d’ossa franò a terra e la spada cadde parecchi metri più
avanti.
Kyra
trasse un sospiro.
Mentre
Jonathan si avvicinava a lei, notò che il terreno, nel punto in cui era
caduta la spada, la stava lentamente inghiottendo. -La spada di Julian!-