Associazione Servizi Culturali promuove l'iniziativa "Un aiuto a colpi di penna"

Altre letture online Il Giralibro Il Gruppo di Lettura Elite Pubblica un libro Eventi Iscriviti alla newsletter Scrivici

.
"I Leoni del Medebai vol. 2.1
Antiche memorie"
di Giuseppe Antoni

Titolo: I LEONI DEL MEDEBAI 2.1: Antiche memorie
Autore: Giuseppe Antoni 
Genere: Avventura
Editore: Edizioni Il Melograno
Collana: Senza Cielo
Pagine: circa 350
Prezzo: 16,60 euro

Leggi online (integrale)
SCRIVI UN COMMENTO

Leggi tutti i commenti su questo libro

Le recensioni del Gruppo di Lettura

Il libro è disponibile:
V su Il Giralibro V in libreria V su Unilibro V su IBS

PRODOTTO COPERTO DA COPYRIGHT


DESCRIZIONE

Continuano le avventure africane di Umberto Vallesi e Miriam Azmet, la strana coppia composta da un giovane ufficiale dei Carabinieri Reali e una guerriera eritrea di straordinaria bellezza.

Questa volta, invece di godersi il meritato riposo al loro rientro dal viaggio di nozze in Italia, dovranno impegnarsi in una specie di caccia al tesoro per contrastare le mire di un pericoloso e ricchissimo collezionista di antichità.

L’ambiente in cui vivono e agiscono i protagonisti non è quello che noi conosciamo dai libri di Storia: nel loro passato recente vi è stata una divergenza che lo rende un’ucronia, ovvero un periodo storico mai esistito per noi. Non per questo però cambiano le regole della vita e le avventure che li coinvolgono non sono differenti da quelle che potrebbero succedere nel nostro tempo.

Leggi online (integrale)


I LEONI  DEL  MEDEBAI

 

Parte Quarta

 

 

 

 

- ANTICHE MEMORIE -

 

Romanzo ucronico

di avventura

 

Copyright © 2007 Giuseppe Antoni

ISBN 978-88-6111-228-5


 

In questo libro quasi tutti i personaggi sono di fantasia, altri invece pur vivendo in una linea temporale divergente dalla nostra, esistono o sono esistiti anche per noi e, per necessità narrative, sono stati lasciati col loro nome reale, confidando che loro o i loro eredi non se ne abbiano a male. Altri ancora, pur avendo nomi di fantasia, sono ricalcati su persone realmente esistite.

Sta al lettore provare a indovinare quali.

                                                                                                                             L’autore.



4.1 – Un antico prologo

 

Alessandria d’Egitto, estate del 1184 ab Urbe condita, 431 dopo Cristo.

 

 

 

            I portici e i peristili della grande Biblioteca voluta e finanziata dalla dinastia dei Tolomei non vedevano più la folla di frequentatori di un tempo ormai lontano. Le ferite dell’incendio subìto quasi cinquecento anni prima, durante le lotte fra Cesare e Pompeo si erano ormai rimarginate, ma altri tempi ancora più gravi si stavano avvicinando e gli ultimi studiosi che la frequentavano se ne rendevano conto senza farsi illusioni. In quei giorni poi, si vedevano solo alcuni dei pochi inservienti che ancora vi lavoravano: molti evitavano quegli ambienti per non rischiare la vita con gli esaltati che giravano per le strade.

            Per ironia della sorte, l’attuale curatore della Biblioteca si chiamava anche lui Tolomeo, ma non aveva alcuna parentela né con l’antica dinastia scomparsa con Cleopatra VII, la regina amante di Cesare e di Antonio, né con l’altrettanto famoso astronomo di due secoli prima, che pure aveva lavorato in quegli stessi ambienti. Soprannominato Archeografo per la sua passione verso le lingue più antiche, era di origine greca, ma andava orgoglioso del suo quarto di sangue egiziano, il suo aspetto fisico inoltre poteva facilmente trarre in inganno, non sembrava certo uno studioso abituato a trascorrere i suoi giorni chino su vecchi papiri, non ancora trentenne, aveva un fisico possente coltivato fin da bambino nella palestra delle terme e per qualche anno perfino sui campi di battaglia delle eterne scaramucce di confine fra l’Impero Romano d’Oriente e i barbari persiani che gli contendevano il dominio della Mesopotamia. Un’altra cosa lo poneva in contrasto con quei luoghi deputati alla conservazione dell’antica sapienza: contrariamente ai suoi predecessori, Tolomeo non credeva agli antichi dei, fossero quelli greco-romani, quelli ancora più arcaici degli egizi o a uno dei tanti giunto in tempi più recenti con i culti misterici provenienti dall’Asia e che si erano diffusi all’interno del grande Impero Romano; lui era cristiano, credente devoto e chierico diacono ordinato dallo stesso Patriarca dell’importante città portuale del delta del Nilo.

            Dopo un secolo dall’Editto di Milano, col quale l’Imperatore Costantino il Grande concedeva libertà di culto ai cristiani, il cristianesimo era ormai divenuto la religione principale in entrambi gli Imperi, d’Occidente e d’Oriente, ma non per questo le dispute erano terminate, se mai possibile esse si erano fatte ancora più gravi: sette ed eresie si diffondevano in lotta le une con l’altre e non bastavano i concili indetti da imperatori e patriarchi per far tornare la pace nel gregge del Signore.

            Ciò nonostante, Tolomeo poteva vantare una cultura formidabile e una mente aperta a tutti gli insegnamenti, coltivata fin dalla prima infanzia trascorsa proprio all’interno di quell’ambiente. Figlio di un semplice custode, aveva sempre seguito con attenzione le discussioni degli studiosi che ancora frequentavano la Biblioteca, era riuscito a farseli amici e da loro aveva imparato la matematica, le lettere, l’astronomia e tutti gli aspetti delle tante scuole filosofiche, tanto che ormai era uno dei pochi ancora in grado di leggere i geroglifici e il demotico usati nell’antico Egitto, oltre a scrivere e parlare correttamente in Latino, Greco, Aramaico e varie altre lingue dell’Asia e della Libia, molte imparate durante il suo servizio militare o frequentando i mercanti del porto e i capitani delle tante navi che vi facevano scalo, che venivano a chiedere il permesso di copiare gli antichi portolani conservati in una apposita sezione della Biblioteca.

            Proprio per questo, ormai cinque anni prima, il Legato dell’Imperatore di Costantinopoli e il vecchio Patriarca di Alessandria si erano trovati d’accordo nel nominarlo responsabile dell’antica Biblioteca, tenendo soprattutto conto del fatto che era un cristiano di provata fede e quindi non incline a rimanere vittima dell’influenza delle antiche religioni che ancora aleggiavano in quell’ambiente; un pericolo sempre presente insieme con le tante eresie pronte a minare la ancora recente egemonia della Chiesa. Avrebbe quindi potuto tenere sotto controllo gli eventuali frequentatori spinti da uno spirito di rivalsa verso il nuovo potere religioso e allo stesso tempo non dare spunto a quelli, ed erano sempre più numerosi, che avrebbero volentieri chiuso quell’istituto ritenendolo un pericoloso covo di nemici per la fede che era ormai divenuta religione di stato in tutto l’Impero.

            Adesso la situazione si faceva sempre più seria: il clero anche ad Alessandria si dimostrava sempre più apertamente ostile a tutto ciò che poteva rappresentare un collegamento con la cultura pagana, alcuni predicatori esagitati, guidati da un monaco esaltato, un certo Teofilo, che aspirava alla carica di Patriarca, fomentavano continuamente gli animi del popolino e si erano già registrate aggressioni verso gli inservienti e i frequentatori dell’istituto. Lui finora non aveva mai corso rischi, aveva la fortuna di abitare all’interno del complesso museale e anche quando, come suo solito, ogni mattina all’alba si recava a messa nella vicina basilica accompagnato dai suoi servi, nessuno aveva mai osato nemmeno insultarlo, anche perché la sua prestanza fisica e la daga armena – un pesante yatagan a un solo filo dalla lama a forma di fiamma, tagliente più d’un rasoio – che portava al fianco erano un ottimo deterrente verso tutti i malintenzionati, fossero briganti da strada o fanatici religiosi; e delle eventuali occhiatacce che gli lanciavano non gliene importava niente.

            Le dispute teologiche si stavano trasformando in guerra per bande, coi sostenitori delle varie dottrine che non esitavano ad affrontarsi in scontri cruenti, e meno male che, almeno per ora, si segnalavano solo contusi e i pugnali restavano nei foderi. A Costantinopoli la situazione era ancora più grave: il patriarca Nestorio era stato deposto e proprio per questo l’Imperatore aveva indetto il III Concilio Ecumenico in corso ad Efeso per cercare di rimettere pace fra i vari gruppi. Anche Cirillo, il patriarca di Alessandria, vi si era recato e per fortuna non aveva chiesto a Tolomeo di accompagnarlo. In questo modo aveva potuto rimanere in sede alla Biblioteca e continuare nel lavoro che tanto lo appassionava.

            Solo che adesso, con i continui scontri fra nestoriani, monofisiti e ortodossi, quelli come lui che cercavano di rimanerne fuori, rischiavano di fare la fine del proverbiale vaso di coccio fra i vasi di ferro. Oltre tutto c’era un secondo e più grave motivo: quegli esagitati non andavano d’accordo su nulla, tranne che per una cosa, dare addosso a chi ancora tentava di preservare l’antica cultura, accusato di voler conservare gli antichi dei e di essere nemico del Cristianesimo. Perciò tutti quelli che lavoravano nella Biblioteca correvano sempre il rischio di essere aggrediti, indipendentemente dalla dottrina seguita da chi si trovavano di fronte e dalla fede più o meno sincera che praticavano, e col patriarca lontano, impegnato nel Concilio, Tolomeo e gli altri non potevano nemmeno fare troppo affidamento sulla protezione delle autorità ecclesiastiche.

            Comunque il pericoloso mutamento della situazione lo preoccupava e non poco già da tempo, tanto da spingerlo a cercare una soluzione che fino a pochi anni prima non gli sarebbe mai passata per la mente quando si raffigurava il suo stesso futuro come una tranquilla maturità e vecchiaia passata a catalogare e restaurare antichi manoscritti e, chissà, raccoglierne di nuovi o scriverne altri lui stesso; il tutto con la speranza di dimostrare come l’antica sapienza non fosse in contrasto con la verità rivelata dalla Bibbia e dai Vangeli.

            Con questo pensiero fisso, in quella mattina d’estate, con una temperatura ancora accettabile, si recò al laboratorio del ceramista che sorgeva in un angolo appartato dell’ultimo cortile ad est. Trovò l’anziano artigiano intento a lavorare intorno al forno per la cottura dei vasi.

            “Buon giorno, Aristodemo. A che punto siamo coi tuoi esperimenti?”

            “Buon giorno, Tolomeo.” Il vasaio si pulì le mani sul grembiule di tela grezza che gli proteggeva la tunica di foggia greca, la familiarità tradiva l’antica conoscenza fra i due, ma nella voce era comunque presente una nota di rispetto verso il curatore. “Credo proprio che ci siamo, sono riuscito a fare un’anfora come mi hai richiesto, anche se ne ignoro il motivo. Mi sono fatto aiutare da uno degli artigiani del laboratorio dei metalli. Vieni con me, ti farò vedere cosa siamo riusciti a realizzare.”

            Fece strada verso un cortile più piccolo dove venivano allineati gli oggetti che uscivano dal suo laboratorio. Su un lato erano appoggiate al muro cinque comunissime anfore onerarie del tipo usato su tutte le navi per trasportare vino, granaglie e altre mercanzie sfuse.

            “Come vedi, esternamente sono assolutamente identiche a tutte le solite anfore; il colore ricorda quello delle anfore prodotte a Cipro, perciò le ho marcate con un sigillo che ho copiato da quello di un vasaio di Famagosta. La cosa difficile è stata trovare la giusta porosità una volta cotte, poi per l’esterno ho inventato una vernice che le rende impermeabili e identiche agli originali.” Si capiva subito quanto l’artigiano fosse orgoglioso del suo lavoro. “Ma prima di verniciarle, internamente abbiamo versato del piombo fuso un poco alla volta e, girandole in continuazione nel forno, siamo riusciti a far penetrare il metallo nei pori della terracotta per uno spessore sufficiente. Puoi fare una prova, anche se ne rompi una ormai non abbiamo più problemi per farne quante ne vuoi. Anche se non capisco a cosa ti possano servire.” Pur non comprendendo lo scopo di quel lavoro, Aristodemo lo aveva fatto; abituato a soddisfare le richieste degli studiosi che volevano sempre le cose più strane.

            “Vorrei potertelo dire, ma per la tua stessa sicurezza è preferibile che tu ne resti all’oscuro. Ciò che non conosci non ti può nuocere.”

            Tolomeo sollevò senza sforzo apparente la più vicina delle anfore e la osservò a lungo all’interno e all’esterno. La foderatura di piombo era appena visibile e, una volta chiusa la giara col suo tappo, nessuno avrebbe potuto sospettarne la presenza. L’esterno era perfettamente uguale a quello di qualsiasi anfora oneraria usata nel Mediterraneo.

            Con un movimento brusco la scagliò per terra come in un gesto d’ira inconsulta. Il rumore fu quello tipico di una terraglia che va in pezzi, ma i frammenti non si sparpagliarono da per tutto come ci si sarebbe potuti aspettare; l’anfora si spezzò e si deformò, ma i cocci non si separarono fra loro e rimasero uniti dalla fodera di tenero piombo. Per aprirla in due sarebbe stato necessario ricorrere a un attrezzo in grado di sfondare lo strato duttile e lacerarlo. L’idea gli era venuta un giorno che, passando dalla fonderia, aveva trovato un piccolo crogiolo di terracotta rotto per essere caduto a terra, l’oggetto si era spezzato in vari frammenti, ma questi erano rimasti insieme, incollati dalla sottile guaina metallica che si era depositata con l’uso all’interno.

            Tolomeo osservò ancora per qualche minuto il risultato degli sforzi di inventiva del vasaio e finalmente sorrise.

            “Hai fatto veramente un ottimo lavoro, Aristodemo! Mi congratulo per come sei riuscito in breve tempo a risolvere tanti problemi. Adesso dovrai trovare il modo di costruirne al più presto qualche centinaio! E mi raccomando, scheggia e graffia l’esterno, come se fossero vecchie e usate.”

            Il vasaio lo osservò stupito per la richiesta. Come suo solito era avvezzo a soddisfare le pretese più strane, ma normalmente gli chiedevano di fare degli esemplari unici, per quanto strampalati gli potessero sembrare.

            “Ci vorranno un mucchio di soldi! Comunque adesso mi posso far aiutare anche da altri artigiani senza venir meno alla segretezza!”

            “Non ti preoccupare. La Biblioteca può ancora contare su fondi segreti messi da parte con previdenza anche dai miei predecessori. Inoltre potrai usare i materiali presenti nei magazzini.”

            Si riferiva alla quantità incredibile di materie prime accumulate nei secoli dentro ai sotterranei: lingotti dei metalli più vari, essenze profumate, minerali preziosi e non, resine rare e tanto altro che ben pochi avevano una sia pur vaga idea di ciò che vi veniva custodito. La Biblioteca non era un semplice museo destinato a raccogliere manoscritti antichi e recenti, era anche un luogo dove scienziati provenienti da tutto il mondo conosciuto si ritrovavano per conoscersi e far conoscere le loro idee, oltre a compiere i loro esperimenti e perciò avevano bisogno di avere a disposizione tutto il necessario per costruire le loro macchine o provare le loro teorie.

            Tolomeo ringraziò di nuovo il vecchio vasaio e proseguì nel suo giro delle officine; sperava che anche gli altri artigiani gli potessero dare delle buone notizie. Quelli esperti nel lavorare i metalli dovevano mettere a punto dei piccoli contenitori cilindrici in rame, perfettamente stagni, in cui racchiudere i papiri che intendeva preservare; e poi c’erano i carpentieri al lavoro per costruire tutta una serie di macchine di cui lui stesso aveva fornito i disegni, copiati dalle opere di Archimede di Siracusa e di Erone, e altre che lui aveva ideato prendendo spunto da molte altre opere che aveva potuto consultare. Il tempo stringeva, la situazione in città diveniva ogni giorno più grave, ma sperava di avere ancora qualche mese prima che precipitasse, in modo di avere tutto pronto al momento giusto per una partenza che, ne era convinto, sarebbe stata una fuga senza ritorno verso una meta che solo lui, forse, conosceva.

 

            L’altro grosso problema che aveva dovuto risolvere prima ancora di mettersi a studiare come conservare ciò che voleva trasportare, era stato quello di trovare un’imbarcazione adatta e un equipaggio in grado di condurla in quel viaggio periglioso che lo attraeva e lo terrorizzava ad un tempo. In questo la fortuna lo aveva aiutato: circa un mese prima, mentre girava per il porto osservando le navi ormeggiate assorto nei suoi pensieri, si era sentito chiamare da un vocione possente.

            “Tolomeo! Ti credevo ormai vescovo in qualche città dell’Impero o almeno un importante canonico tutto impegnato a spandere incenso in una basilica! L’ultima volta che ci siamo visti, eri deciso ad abbracciare la carriera ecclesiatica. Che cosa ci fa una persona importante come te in giro fra le banchine del porto, in mezzo alla feccia dell’umanità?”

            “Semeon di Tiro! Io invece ti credevo in fondo al mare ormai da un mucchio di anni! Cosa ci fai tu vecchio rottame delle tempeste qui sulla terraferma invece di navigare in giro per il Mediterraneo o ancora più in là.”

            “Ormai sono come un pesce buttato a riva da una tempesta. La mia ultima nave è affondata sulle scogliere di Corfù con tutto il carico per colpa di un nocchiero idiota, incapace di distinguere la destra dalla sinistra; mi sono salvato solo io, forse perché nemmeno Nettuno mi ha più voluto con sé. Mi ritrovo senza più un soldo e senza nemmeno una barchetta. Adesso, se non troverò da imbarcarmi almeno come marinaio, dovrò ridurmi a chiedere l’elemosina fuori da qualche chiesa.”

            Nella voce del vecchio marinaio non c’era tristezza o compatimento per la sua situazione: conosceva la dura legge del mare e ne accettava il buono e il cattivo senza piangersi addosso.

            Per Tolomeo, che conosceva l’abilità e l’esperienza di quel comandante fenicio che aveva conosciuto molti anni prima, quando veniva regolarmente alla Biblioteca per copiare carte geografiche o leggere vecchi resoconti di viaggio alla ricerca di nuove opportunità di guadagno, saperlo in tali difficoltà fu doloroso e quasi si riguardava a proporgli cosa gli stesse passando per la mente con la paura di offenderlo come se volesse fargli la carità o approfittare della sua situazione, ma dopo una tranquilla discussione in un’appartata osteria ricordando le avventure che avevano vissuto insieme, di fronte a un’anfora di vino di palma proveniente dalla lontana oasi di Siwa, trovò il coraggio di esporgli il suo piano disperato e la risposta di Semeon fu entusiasta.

            “Ci sto! Conta su di me per tutto. Ingaggerò dei marinai esperti che già conosco, tutta gente che verrà con noi non per i soldi, ma per spirito di avventura. E quanto alla nave, se non hai troppa fretta, preferirei farla costruire apposta piuttosto che cercarne una in vendita per poi adattarla. Di questi tempi ci sono molti più marinai a spasso che barche in grado di navigare.”

            “Il nostro di oggi è stato veramente un incontro fortunato, benedetto dal Signore. In te nutro la più completa fiducia, come se fossi mio padre. Rivediamoci nel pomeriggio, ti darò una somma di denaro per affrontare le prime spese e spero di poterti dare in breve tempo i disegni di come voglio questa nave e soprattutto a cosa deve assomigliare per non dare troppo nell’occhio.”

            Si salutarono con rinnovata amicizia e presero per vie differenti. Semeon diretto verso i cantieri dove venivano ancora fabbricate navi onerarie e qualche rara trireme da guerra per cercare le persone giuste a cui affidare l’incarico di costruire quella che già considerava la sua nuova nave. Tolomeo tornò invece alla Biblioteca, deciso a cercare fra i testi di Archimede il famoso trattato di idrostatica dove, se ricordava esattamente, avrebbe trovato tutti i dati e i disegni che gli sarebbero serviti a progettarla.

 


4.2 - Vecchi e nuovi impegni di lavoro

 

L’Asmara, agosto 1951.

 

 

 

            Mentre quella mattina facevano colazione, Umberto e Miriam quasi non si erano rivolti la parola, la dolce negretta stava ancora tenendo il broncio al maritino italiano: la sera prima avevano bisticciato – per carità, niente di serio, un piccolo battibecco come ne succedono sempre fra moglie e marito e senza nemmeno alzare la voce – tutto era successo a causa della solita indole sparagnina della giovane eritrea, che si spaventava di fronte a qualsiasi spesa comportante somme che dovessero essere scritte con tre cifre, come diceva sempre l’ufficiale dei Regi Carabinieri; mentre lei ultimamente si era convinta di aver sposato uno spendaccione con le mani bucate, che stava sperperando un patrimonio per costruire la loro nuova casa e per di più adesso voleva imporle di assumere una donna di servizio che la aiutasse nelle faccende di casa, con la scusa del pancione!

            La fiera guerriera del Tigrai aveva avuto un bel dire che le donne della sua gente erano abituate a lavorare sodo fino a poche ore prima del parto e che la sua stessa madre l’aveva allattata mentre accompagnava il marito ascaro nell’avanzata dell’Esercito Italiano verso Addis Abeba. Ma Umberto era stato irremovibile, se non ci avesse pensato lei a trovare una brava ragazza che le facesse tutti i lavori pesanti in casa, l’avrebbe cercata lui, in fin dei conti ormai conosceva abbastanza persone locali alle quali rivolgersi per farsi consigliare una persona affidabile. Alla fine le tirò un colpo basso: la cameriera che avrebbero assunto avrebbe contribuito a ridurre seppur di poco la percentuale di disoccupazione delle donne eritree, e questo finì per convincere Miriam ad arrendersi, anche se vedeva di cattivo occhio qualsiasi intromissione fra lei e suo marito: ci teneva in modo particolare a prendersi cura di lui per tutte le piccole cose della vita in comune, dal fargli da mangiare in casa loro fino a lavargli camicie e biancheria, come aveva sempre fatto fin dal primo momento che aveva deciso di vivere con quel giovane ufficialetto appena arrivato dall’Italia e completamente spaesato.

            Ripensando a questa sua caratteristica, Umberto non poteva trattenersi dal sorridere ricordando come la sua giovane moglie fosse rimasta imbarazzata quando, durante il loro soggiorno in Italia nella casa di famiglia vicino a Parma, le era capitato continuamente di essere salutata col titolo di “Padroncina” dalla servitù che, ovviamente, era composta tutta da gente del posto: italiana e bianca. Per fortuna la Rica, l’anziana cuoca che era anche la comandante indiscussa di tutti i domestici, l’aveva subito presa in simpatia minacciandola col mestolo la prima volta che aveva messo il naso in cucina e finendo con l’insegnarle a preparare i cappelletti di magro e la torta di zucca.

            In ogni caso, prima che Umberto uscisse per recarsi in ufficio, avevano già fatto la pace. Lui la abbracciò e la baciò appassionatamente, stringendola a sé avvertì la pancia rigonfia che premeva contro la sua e si sentì commuovere come qualsiasi marito di questo mondo quando la moglie aspetta il primo figlio.

            “Senti come scalcia! Sarà anche lui un grande guerriero. Renderà onore a entrambe le sue famiglie!”

            “Toccherà a lui scegliere il suo destino. Noi avremo solo il dovere di allevarlo nel senso dell’onore e nell’amore per la Patria. Avrà la fortuna di crescere come rappresentante di due grandi razze che si rispettano e si stimano vivendo negli stessi ideali.”

            “Così sarà! Potrà sempre contare sul nostro amore.”

            “Ora devo andare. Ma tu ricordati sempre che ti amo ogni istante di più e bada a non affaticarti troppo!”

            Ormai la gravidanza era ben visibile soprattutto in una donna dalla linea magra e slanciata come Miriam, ma incredibilmente si sentiva ancora più attratto da quell’affascinante creatura che negli ultimi tempi aveva ripreso a vestirsi con gli sciamma tipici della sua gente, che le consentivano di sentirsi meno impacciata nei movimenti rispetto agli abiti all’europea.

 

            Con la sua Kübelwagen ci mise meno di cinque minuti per arrivare di fronte alla palazzina che ospitava il Comando territoriale dei Carabinieri Reali dove aveva il suo ufficio, normalmente ci sarebbe andato a piedi tanto per sgranchirsi le gambe, ma in quei giorni preferiva sfruttare ogni minuto per restare il più possibile con Miriam e non voleva rischiare di arrivare in ritardo. Il dubat di sentinella all’ingresso scattò sugli attenti e gli fece un perfetto presentat-arm col moschetto ’91-38 da cavalleria, preferito al MAB 38 A Beretta per i compiti di rappresentanza; il giovane ufficiale rispose al saluto portando la mano destra alla visiera del copricapo e con un sorriso – stentava ancora ad abituarsi al saluto formale, ma doveva rassegnarsi, ormai era un ufficiale superiore – ed entrò dirigendosi verso le scale con passo spedito.

            Da quando era rientrato dalla sua lunga licenza matrimoniale dall’Italia, i suoi impegni di servizio erano diventati ancora più onerosi, se possibile: chi avrebbe dovuto sostituirlo alla direzione dell’ufficio “I” del Comando Territoriale dei Carabinieri Reali di l’Asmara non era ancora arrivato, nonostante i tanti messaggi di sollecito che aveva inviato a Roma, perciò era costretto a svolgere contemporaneamente il lavoro di almeno tre persone, continuando ad occuparsi dell’analisi delle informazioni, teneva i continui contatti con i vari servizi segreti e in più doveva anche mandare avanti una gran parte del lavoro che prima era svolto dal colonnello del Comando delle Truppe Coloniali nel controllo del territorio.

            Il suo amico e mentore Giorgio Da Pettori, da quando non aveva più potuto rifiutare la promozione a generale di divisione, non poteva occuparsi anche delle missioni di pattugliamento dovendo pure pensare a metter su un’Accademia Militare nuova di zecca destinata alla formazione dei quadri di origine abissina destinati all’Esercito; se a questi nuovi impegni aggiungiamo il fatto che al momento tutti i reparti si trovavano drammaticamente sotto organico e che gran parte dei suoi collaboratori più esperti ed affidabili erano caduti in combattimento durante la furiosa battaglia per la difesa di Axum, era naturale che toccasse ad Umberto – maggiore di freschissima nomina che nonostante appartenesse all’Arma dei Carabinieri e non all’Esercito Coloniale, veniva valutato da tutti un veterano esperto e inoltre era particolarmente rispettato dalle truppe indigene dove ormai era considerato secondo solo all’amatissimo Cummàndar Diabilos, il nome dato dagli ascari al generale fin dall’epoca della conquista dell’Impero, quando si era conquistato sul campo i gradi di tenente – incaricarsi anche dei pattugliamenti più delicati e difficoltosi che il generale non si fidava a mettere in mano agli ufficiali appena arrivati dall’Italia con i primi rincalzi.

            Per il momento, Umberto continuava ad usare il suo vecchio ufficio dove due anni prima aveva iniziato la sua avventura in terra africana. Là dentro poteva contare sull’aiuto dei due validi sottufficiali che gli avevano insegnato il mestiere e ancora si sobbarcavano gran parte delle incombenze burocratiche, rendendogli possibile trovare il tempo necessario per svolgere anche gli altri suoi compiti che diventavano ogni giorno più impegnativi.

            “Buon giorno signor maggiore!”

            Il brigadiere Marini si alzò mettendosi sugli attenti dietro la propria scrivania nello stanzone dell’Ufficio Informazioni, mentre i due carabinieri che stavano riordinando dei faldoni si giravano per salutarlo anche loro.

            “Riposo! Buon giorno a tutti. Per carità, brigadiere, almeno voi smettetela di balzare sugli attenti ogni volta che entro, o finirete col farmi girare di scatto per vedere se per caso sono seguito da qualcuno più importante di me!”

            “Forza dell’abitudine, signore! Quando sulle spalline le stellette sono accompagnate da corone turrite o greche, reagisco d’istinto! Come mi è stato inculcato alla scuola sottufficiali.”

            “D’accordo, ma voi mi avete conosciuto quando di stellette ne avevo una sola e messa da poco. Inoltre credete che non mi renda conto che il vero motore di questo ufficio siete voi? Io mi limito a darvi una mano le poche volte che non ho altro da fare.”

            Il brigadiere Marini quasi arrossiva per il complimento dell’ufficiale che aveva imparato a rispettare ed ammirare nonostante la sua giovane età. Con la sua esperienza di veterano d’Africa aveva immediatamente riconosciuto le qualità che facevano di Umberto Vallesi un ottimo ufficiale capace di sapersi far valere in ogni circostanza.

            “Sarà che oggi sono particolarmente soddisfatto: ci hanno finalmente assegnato dell’altro personale, due dubat anche con esperienza di ufficio, provenienti dal Comando di Addis Abeba. L’appuntato Bruzio è andato a prenderli all’aeroporto, dovrebbero essere qui fra una mezz’ora.”

            “Finalmente una buona notizia! Allora intanto io faccio un salto dal Generale Miceli; sperando di trovarlo prima che debba andare al Governatorato per il suo nuovo incarico. Sembra proprio che tutti noi si debba fare almeno un paio di lavori!”

            “Colpa dell’emergenza in cui ci siamo trovati. Però siamo riusciti a cavarcela e i rincalzi, un poco alla volta, incominciano ad arrivare. Adesso il problema sarà quello di riuscire ad inserirli e vedere come se la cavano.”

            Umberto lasciò la propria borsa porta documenti nel suo stanzino che fungeva da ufficio privato e si diresse lungo il grande corridoio del primo piano verso l’ufficio del generale comandante della Legione dei Carabinieri Reali di l’Asmara.

            Arrivato nell’anticamera, notò la porta dello studio privato del generale Miceli aperta e la scrivania della sua segretaria deserta; incuriosito si affacciò sulla soglia. La Mirella stava finendo di riordinare delle carte sul grande scrittoio in stile ottocentesco piemontese dell’alto ufficiale.

            “Ciao Umberto, come mai sei da queste parti, invece di correre dietro a qualche predone?” La confidenza da amica di vecchia data della bionda miliziana era un segno sicuro che il generale non era ancora arrivato, con lui presente, non si sarebbe mai permessa simili licenze.

            “Cercavo il generale. Ho bisogno di avere indietro la scaletta corretta della prossima visita del Re Imperatore al nostro sperduto avamposto coloniale; ormai mancano meno di due mesi, e dovresti saperlo pure tu che mi è stato appioppato anche il compito di scrivere i discorsi ufficiali!”

            “E per quale motivo pensi che mio zio sia stato trattenuto al Palazzo del Governo? Non gli mancava altro che essere nominato Governatore pro tempore! Sta diventando ancora più intrattabile del solito, è sempre lì che prega che a Addis Abeba si riunisca finalmente la Camera delle Corporazioni e il Consiglio della Colonia nomini al più presto il nuovo pezzo grosso politico per poter tornare a fare il carabiniere a tempo pieno. E intanto sta anche cercando di riorganizzare gli uffici del governo territoriale in modo più efficiente; quel poveretto del vecchio governatore era una gran brava persona, ma come amministratore lasciava a desiderare.”

            “Chissà come saranno contenti gli impiegati!”

            Approfittando del momento che non li vedeva sovraccarichi di lavoro nessuno dei due, Umberto rimase per qualche minuto a chiacchierare dei suoi problemi personali con l’amica – da quando era rientrato dalla licenza matrimoniale in Italia, erano state troppo poche le occasioni che aveva potuto passare insieme al resto della banda come erano soliti fare in tempi normali e non dimenticava l’aiuto che gli avevano dato per districare l’intricata matassa del complotto comunista e le avventure che avevano vissuto insieme – inoltre voleva consigliarsi con una donna su come comportarsi con Miriam.

            “Non essere troppo protettivo con la tua mogliettina! Tanto con lei non la spunti! Dovresti ormai conoscerla. Dietro la sua apparenza di bambolina fragile e delicata, quella ragazza è fatta d’acciaio come tutta la sua gente. Non puoi pretendere che all’improvviso se ne stia con le mani in mano solo perché è incinta! Se sei riuscito a convincerla a prendere un aiuto, accontentati e mettiti l’anima in pace, Miriam continuerà a lavorare come suo solito e se sei furbo, la lascerai fare, è il modo migliore perché non le pesi la sua nuova condizione.”

            “Hai ragione, ma devi pensare che è la prima volta che mi trovo a recitare contemporaneamente la parte del marito e dei futuro padre! È normale che sia preoccupato per lei.”

            “Sarà anche normale, ma le cose vanno così da qualche migliaio di anni: voi uomini vi divertite per cinque minuti e poi lasciate a noi donne la fregatura!” La Mirella aveva avuto sempre il terrore di rimanere in stato interessante prima di essere sposata e anche ora che si era fidanzata ufficialmente con Francesco Rinaldi, l’ufficiale pilota che le aveva fatto una corte serrata per più di un anno, continuava a fare la dura in materia. “Comunque forse ce l’ho io la soluzione. Parliamone stasera andando a cena fuori tutti insieme come facevamo prima, sarà anche l’occasione per ritrovarci con tutta la brigata, ci saranno anche Nicoletta e Giovanni.”

            “Allora, Trattoria Romagna come facevamo di solito, sarà una bella rimpatriata! Guarderò se mi riesce di avvisare anche il sergente Avi, sperando che Serena non sia di turno all’ospedale. Ci troviamo tutti a casa di Giovanni verso le sei e mezza, se sei d’accordo.”

            “Benissimo! Intanto ecco qui la tua scaletta, il generale l’ha approvata ieri sera con solo due o tre correzioni. Ringrazia il cielo che anche a lui non piacciono i discorsi ampollosi e le cerimonie troppo complicate. Tornatene nel tuo ufficio a fare la punta alle matite! Io ho già troppo da fare per stare a perdere tempo con un raccomandato che riesce a fare la bella vita anche in colonia!”

            Dopo quest’ultima battuta che dimostrava la familiarità che correva all’interno di quel piccolo gruppo di amici, cementata anche dalle ancora recenti peripezie che avevano vissuto fianco a fianco, Umberto se ne andò per tornare al suo ufficio controllando strada facendo gli appunti che il generale aveva scritto a margine delle note dattiloscritte nei tre fogli che gli erano stati restituiti.

 

            Rientrato al suo posto di lavoro, il maggiore Vallesi si mise a riordinare gli ultimi rapporti inviati dalle pattuglie che ancora perlustravano il vasto territorio dell’A.O.I. alla ricerca degli ultimi sopravvissuti fra i sabotatori inviati da Mosca quasi un anno prima. Stando a quanto riferivano concordemente, sembrava che avessero ormai fatto piazza pulita, a questo punto era più di un mese che non venivano segnalati nuovi arresti. Quelli catturati dai reparti italiani potevano dirsi i più fortunati: dopo un veloce processo sarebbero finiti nel famigerato penitenziario del Deserto Dancalo, ma passare il resto della vita a cavare lastre di sale con una temperatura di sessanta gradi all’ombra, senza ombra di sorta, era pur sempre una sorte preferibile a quella di chi era stato invece beccato da uno dei tanti gruppi di incavolatissimi guerrieri abissini che avevano preso il tentativo di furto dell’Arca dell’Alleanza come un’offesa personale! Aveva letto qualche rapporto di ufficiali che erano arrivati per secondi in quella caccia all’uomo, e ciò che avevano trovato era raccapricciante anche nell’asettica descrizione di un resoconto scritto.

            Il rientro dell’appuntato Bruzio con i due dubat inviati a l’Asmara come rincalzi rappresentò un diversivo in una mattinata di lavoro altrimenti monotona. Umberto entrò nello stanzone comune contemporaneamente all’arrivo dei nuovi aiutanti e il piccolo appuntato molisano fece le presentazioni.

            “Dubat scelto Ailé Endacciù. Ai vostri ordini, maggiore!”

            Il giovane carabiniere ausiliario indigeno era un amara del Nord, parlava un ottimo Italiano e indossava una divisa impeccabile, sulla quale spiccavano già tre nastrini di missione. A Umberto Vallesi ricordava moltissimo nell’aspetto e nel modo di fare Isaias Zara Dawit, risvegliando nell’ufficiale dei carabinieri alcuni ricordi dolorosi.

            “Dubat scelto Mohamed Siad. Maggiore, onorato di essere a vostri comandi!”

            Il secondo era un somalo purosangue, secco e allampanato come tutta la sua razza, ma non alto quanto i tigrini della stirpe Medebai, alla quale apparteneva Miriam che era appena più bassa del marito ufficiale italiano che da parte sua superava il metro e ottantacinque.

            “Comodi. Riposo!”

            Umberto, dopo aver risposto al saluto, si fece consegnare le cartelline con le note personali e vi diede una rapida scorsa: una volta tanto gli avevano mandato del personale in gamba, entrambi avevano già lavorato nel settore informazioni.

            Ailé Endacciù era il figlio più giovane di un amara che aveva collaborato con gli italiani fin da prima delle conquista dell’Abissinia per avversione al vecchio regime di Ailé Selassié e dopo il corso di istruzione addirittura era stato per ben tre mesi infiltrato in un gruppo di nostalgici del vecchio Negus fino a quando, proprio in seguito alla reazione popolare verso il tentativo sovietico di sovvertire la colonia, quello stesso gruppo era uscito allo scoperto giurando fedeltà alla Corona Italiana, a quel punto il suo lavoro era divenuto inutile e il dubat era rientrato nei ranghi aspettando un nuovo incarico.

            Il somalo non era da meno, pur appartenendo ad una delle kabile più importanti di Mogadiscio, orfano di madre e figlio di uno sciumbashi aiutante di campo di un famoso generale italiano sempre in giro per i territori dell’Impero, era cresciuto presso la missione francescana e dopo l’arruolamento volontario aveva partecipato a varie operazioni di controllo del territorio. Una piccola nota a margine lo segnalava come elemento fidato e intelligente, e la nota era firmata da Giuliano Bastiani governatore del Galla e Sidama; se Ras Iblis si fidava di quel giovane, anche Umberto poteva stare tranquillo.

            Finite le presentazioni ufficiali, l’amara chiese il permesso di parlare a nome di tutti e due:

            “Signor maggiore, possiamo parlare liberamente? In modo informale?”

            “Dite pure. In questo ufficio abbiamo cura unicamente che il lavoro sia svolto con efficienza, non stiamo a badare alle formalità.”

            “Signore. Quando la vostra richiesta di personale esperto è giunta al Comando Centrale di Addis Abeba, c’è stata una vera e propria gara fra tutti i dubat per ottenere questo incarico. Probabilmente è stato proprio per questo che ci hanno messo tanto prima di inviarci, l’ufficiale incaricato di scegliere chi trasferire era sovraccarico di note personali e forse anche qualche raccomandazione.

            Siamo entrambi orgogliosi di essere stati incaricati di prestare servizio con il Cummàndar Debra Micael! Sappiamo quello che voi e la vostra signora avete fatto per la nostra gente, e non solo per averlo letto sui giornali.”

            Cummàndar Debra Micael, Comandante San Michele! Buonanotte! La voce circa il nuovo nome di battaglia che gli indigeni gli avevano appioppato era già arrivata a Umberto Vallesi, ma sentirsi chiamare così da dei militari posti al suo comando e come se fosse la cosa più normale del mondo, mise in imbarazzo l’ufficiale soprattutto tenendo conto di quello che gli altri carabinieri italiani avrebbero potuto pensare. Quasi, quasi avrebbe preferito che avessero continuato a usare il vecchio soprannome di Tenente Occhi Azzurri, che gli avevano dato in occasione della fantasia in suo onore al rientro da una delle sue prime missioni operative. Evidentemente per la sua generazione avevano esaurito i soprannomi infernali ed erano passati agli Arcangeli dalla spada fiammeggiante! Il lato autoironico del suo carattere gli venne in soccorso.

            “Non bisogna credere a tutto quello che viene raccontato intorno ai fuochi dei bivacchi, i narratori tendono a rimpinguare la storia e ci sono sempre molte forzature! Di sicuro c’è un po’ d’esagerazione quando raccontano come abbia ammazzato mille nemici con un solo colpo di spada!” Con questo dimostrava di conoscere anche lui le leggende che ormai circolavano fra i pastori delle tribù più sperdute, aveva le sue fonti di informazione. “Qua dentro chiamatemi semplicemente maggiore, è già fin troppo impegnativo.” Concluse.

            La vera storia di quanto era successo alla confluenza fra l’alto Mareb e i torrenti Sarona e Sechit preferiva tenersela per sé, faceva fatica a crederci anche lui che l’aveva vissuta. Ma la sua mano sinistra corse istintivamente a sfiorare la stellina d’argento che brillava al centro del nastrino tricolore al posto d’onore della sua prima striscia, sopra il taschino della leggera giacca della divisa coloniale.

            Umberto dette ai due dubat il resto della giornata libero perché si sistemassero negli alloggi della caserma e potessero riposarsi dal viaggio, dando loro appuntamento per l’indomani perché si ambientassero nel loro nuovo lavoro; come al solito contava sull’esperienza del suo brigadiere affinché imparassero rapidamente i tanti piccoli trucchi del lavoro d’ufficio, ma gli interessava maggiormente poter contare su persone giovani con esperienza operativa alle quali poter affidare anche compiti esterni invece di dover fare sempre affidamento sulle informazioni che gli arrivavano di seconda mano da altre amministrazioni.

 

            Quando rientrò per l’ora di pranzo alla sua casetta nella traversa F del Viale dell’Artiglieria nel settore ovest del quartiere degli alloggi dei militari, Umberto trovò la sua mogliettina particolarmente eccitata. Come al solito lo stava aspettando sulla veranda, con un balzo scese dalla piccola fuoristrada tedesca senza nemmeno aprire lo sportello e fece i tre scalini che lo separavano dalla sua amata con un unico passo – un vantaggio delle sue gambe lunghe – un attimo dopo erano abbracciati e si baciavano come se fosse stato via per un mese invece che per poche ore. Finalmente ripresero fiato.

            “Ho una cosa importantissima da farti vedere, Tenente Vallesi!” Gli disse Miriam con gli occhi che le luccicavano dall’eccitazione, usando l’appellativo del loro primo incontro, quando lei, già innamorata, non conosceva nemmeno il nome di battesimo del futuro compagno di una vita.

            “Alt! Frena un momento i tuoi bollenti istinti, mia piccola selvaggia! Per prima cosa, hai trovato chi ti aiuterà per le faccende di casa?” Umberto non intendeva dare spago alla focosa fanciulla, temendo che intendesse cercare di rimandare l’impegno che aveva preso.

            “Non ti preoccupare per quelle sciocchezze! Mi sono già messa d’accordo tramite mio nonno con una prima cugina della cognata di una mia zia acquisita, da domani mattina la sua figlia maggiore verrà a darmi una mano. Proprio come il guitana bianco ha comandato.”

            Miriam era tutta contenta, ma a Umberto veniva sempre il mal di testa quando cercava di districarsi nella complicata rete di parentele della sua dolce negretta.

            “Adesso devo mostrarti cosa mi ha portato il postino stamani: un grosso pacco dagli Stati Uniti d’America! Ho resistito alla tentazione di aprirlo subito perché volevo che ci fossi anche tu! Però è indirizzato proprio a me personalmente.”

            “D’accordo. Allora non ci resta che decidere se aprire subito questo misterioso pacchetto o aspettare dopo di aver pranzato. Io personalmente preferirei la seconda soluzione, ho un discreto appetito!”

            “Come il signore e padrone desidera!” Continuò a prenderlo in giro Miriam, facendogli un piccolo inchino. “Ma non ti aspettare grandi cose, sapendo che stasera andremo a cena tutti insieme dalla Leonilde, ho preferito tenermi sul leggero.”

            Per fortuna dell’affamato Umberto, il concetto di pranzetto leggero della giovane eritrea non era proprio quaresimale: una monumentale insalata mista che oltre alla solita verdura comprendeva anche cipolline dolci, fettine di papaia e pezzetti di formaggio fresco fatto con latte di capra, sei uova sode a tocchetti e almeno due etti di filetti di tonno sott’olio comperato sfuso dal pizzicagnolo siciliano che riusciva ad avere sempre i prodotti migliori in arrivo dalla lontana Italia, il tutto condito con l’onnipresente, micidiale peperoncino in pasta, il fiammeggiante zighinì, al quale anche il giovane ufficiale italiano si era ormai abituato. Gli eritrei, come gran parte delle popolazioni africane, non nutrono una grande passione per le verdure crude, considerate un cibo da capre, ma Miriam era stata allevata ed era cresciuta in bilico fra la sua gente e le case di tanti militari italiani che avevano rappresentato la sua vera famiglia e ne aveva assorbito una parte dei gusti per il cibo, come la passione per la pastasciutta con qualsiasi tipo di condimento, ad esclusione degli alcolici e della carne di maiale per le limitazioni imposte dalla sua religione Copta Ortodossa.

            “Una volta o l’altra dovrai spiegarmi come riesci sempre a sapere le cose prima ancora che io faccia in tempo a dirtele; chi ti ha avvertito che stasera saremmo andati a cena fuori?”

            Miriam, per tutta risposta, si limitò a strizzare un occhio, facendogli capire che quello era un suo piccolo segreto.

            Umberto si sedette alla tavola già apparecchiata facendo finta di non notare il pacco postale che troneggiava sulla credenza.

 


4.3 - Una famosa fotografa

 

 

 

            Prima ancora di servire il caffè, Miriam mise al centro della tavola il grosso pacchetto confezionato con cura, avvolto in pesante carta cerata e legato con tanto di spago e piombini di sicurezza; sull’involucro, oltre ai francobolli, erano visibili le etichette e i timbri dell’ispezione doganale americana e italiana, il mittente risultava essere la famosa casa editrice Scribner & Sons di New York.

            “Deve essere l’ultimo romanzo di Ernest Hemingway! Se ti ricordi, ce lo aveva promesso che ce ne avrebbe mandata una copia autografata con dedica, appena fosse stato pronto.”

            “Troppo grosso! A meno che non vi abbia aggiunto un paio di bottiglie di Whisky! Da lui ci sarebbe da aspettarselo.”

            “Che cosa aspetti? Dai aprilo, sono curioso anch’io. A te l’onore, sei tu la destinataria.”

            Miriam non attendeva altro, con noncuranza sfoderò il suo affilato billao dall’impugnatura d’argento sbalzato per tagliare lo spago e rompere i sigilli che fermavano l’involto. Con la sua tipica mentalità di persona contraria a qualsiasi spreco, recuperò la pesante carta da imballaggio ripiegandola per metterla da parte, avrebbe sempre potuto tornare utile.

            Dal pacco saltarono fuori quattro grossi volumi e una busta postale rigonfia sulla quale era riportato nuovamente il nome della signora Vallesi. Ancor più impaziente, la giovane donna aprì allo stesso modo la busta mentre Umberto prendeva un libro per esaminarlo.

            “Ti ricordi quel fotografo californiano che abbiamo conosciuto in quel safari al confine col Kenia? Quello che poi mi mandò in regalo una macchina fotografica Asselblad con tutti gli accessori?”

            “Come no! Durante il nostro viaggio di nozze in giro per l’Italia mi facevi fermare ogni cinque minuti per scendere di macchina e scattare fotografie!”

            “Beh. Prima di tornare a casa, d’accordo con tua zia Lucilla, gli ho spedito i negativi delle foto che avevo scattato. E questo è il risultato: ne ha fatto un libro fotografico e ce ne ha spedito delle copie!”

            “L’autrice sei tu! Guarda: VIAGGIO IN ITALIA – L’Italia vista attraverso le foto scattate dalla contessa Miriam Vallesi Medebai; con testi di commento in Inglese e Italiano e presentazione di Ernest Hemingway. E in copertina c’è la fotografia che quel fotografo ti fece la prima sera al safari! Quel simpatico alcolizzato, per le didascalie deve aver usato i ricordi del suo ultimo viaggio in Italia. Riconosco il suo stile!”

            “Urca!” L’affascinante fanciulla lanciò un grido di emozione. “Guarda qui tu! Un assegno internazionale di tredicimilacinquecento dollari!” Miriam agitava con la mano destra una strisciolina di carta dal tenue colore rosa, mentre nella sinistra continuava a reggere la lettera per leggerla. “Il libro è un successone in America e questi sono solo il primo anticipo su i diritti di autore! Mi chiedono anche se sono disposta a farne un altro simile sull’Etiopia e l’Eritrea!”

            “Adesso sei diventata ricca e famosa! Solo quell’assegno, al cambio, fanno quasi diecimila Lire Imperiali. Cosa hai intenzione di farne?”

            “Ancora non riesco a pensarci lucidamente, ma non c’è fretta per decidere. Sono talmente emozionata che ho paura di sentirmi male. Stasera voglio portarne una copia ai nostri amici e un’altra la regalerò al nonno! Poi vedremo cosa fare dei soldi. Certamente non voglio buttarli al vento!

            Intanto oggi pomeriggio vado subito alla Posta a versare l’assegno sul mio libretto di risparmio. Ho quasi paura a tenermelo in casa; te l’immagini se dovessi perderlo!”

            “Vuoi per caso una scorta di una decina di dubat armati?” Fu il turno di Umberto a prenderla in giro. “Comunque ti consiglio di passare prima dalla Banca d’Italia, loro sono più adatti per negoziare un assegno internazionale in valuta estera. Giovanni ti potrà aiutare.”

            Per una donna sempre attenta al centesimo, come era lei, si prospettava una sfida interessante. Da parte sua, Umberto era felice perché la sua dolce sposa avrebbe finalmente trovato qualcosa che la impegnasse e forse avrebbe smesso di preoccuparsi di finire in miseria per le grosse spese che lui stava facendo nella costruzione della loro nuova casa: nonostante i materiali e la manodopera costassero molto meno che in Italia, le sue idee e quelle di un suo amico architetto che aveva accettato di seguirne la realizzazione non erano propriamente economiche anche se poteva permettersele.

 

            Si ritrovarono tutti alle sei e mezza in punto alla villa di Giovanni Cremona, a meno di mezzo chilometro da l’Asmara lungo la strada verso Massaua, dove abitavano anche Nicoletta e la Mirella. Ormai da qualche mese era rientrata anche la signora Sara, la madre di Giovanni, che era andata in Israele ospite della sorella proprio mentre i giovani si erano trovati impegnati nelle loro avventure; nonostante lo choc patito quando aveva scoperto i rischi corsi da Giovanni e dai suoi amici, l’anziana signora aveva preso abbastanza bene la rivelazione della doppia vita e delle strane frequentazioni del suo unico figlio, conquistata dalla simpatia di Nicoletta che ormai era diventata per lei più una figlia che una futura nuora. Dopo il suo rientro a l’Asmara non aveva fatto scenate, sollevata per averli ritrovati tutti in buona salute, e aveva anzi insistito perché le due ragazze continuassero ad abitare presso di loro, con l’unica restrizione “che certe licenze, d’ora in poi, se le prendessero pure, ma non in casa sua!” Prima che la brigata ripartisse verso il ristorante, si limitò a lanciare la classica raccomandazione di tutte le madri di questo mondo:

            “Mi raccomando, non fate tardi e soprattutto non fate scemenze!”

            “Stai tranquilla mamma! Di altri psicopatici non se ne ha notizia e quanto ai comunisti dello Zio Baffone, credo proprio che ci penseranno due volte prima di tornare a darci fastidio!”

            Giovanni salutò con la mano sua madre e tenne lo sportello aperto per aiutare galantemente la sua fidanzata Nicoletta ad accomodarsi sui sedili posteriori della Kübelwagen di Umberto, la Mirella invece si sedeva sportivamente all’amazzone sul secondo sellino della Guzzi Alce rosso fiammante di Francesco.

            “Ci vediamo di fronte alla trattoria, lumaconi!” Li salutò il giovane capitano pilota girando la manopola del gas.

            La motocicletta scattò sotto la spinta del suo generoso motore monocilindrico, mentre la Mirella passava il braccio sinistro intorno alla vita del suo fidanzato per mantenere l’equilibrio. Umberto invece preferì partire più tranquillamente; anche se la sua vetturetta recuperata dal deposito dei veicoli radiati dall’esercito montava un motore nuovo, con quattro persone a bordo non poteva certo competere in ripresa con una motocicletta. E poi al suo fianco aveva Miriam in stato interessante, non avrebbe mai osato sottoporla volontariamente a degli scossoni.

            “Quando ti deciderai a cambiare questa vecchia carriola? Un conte e la sua consorte, soprattutto adesso che è diventata una famosa e ricca scrittrice, dovrebbero spostarsi solo su una berlina con autista!” Giovanni continuava a martellarlo con tutte le varianti possibili di questa storiella da quando erano rientrati in Eritrea, forse con la segreta speranza di riuscire ad accaparrarsi la Volkswagen di Umberto – le autovetture erano ancora una merce rara e contesa nella colonia – ma il carabiniere non cedeva.

            “Dovrai aspettare che mi arrivi finalmente l’Alfa Romeo che ci ha regalato mio padre! E anche allora non è detto che molli questa robusta camionetta! Ormai mi ci sono affezionato.”

            Comunque riuscì a non farsi distanziare di troppo dall’amico centauro e, arrivati di fronte alla Trattoria Romagna, parcheggiò prima che Francesco spegnesse il motore della rombante Guzzi.

            Il sergente maggiore Avraham Rabinowiz, Avi per tutti indistintamente, era da poco rientrato in servizio al Comando dell’Esercito Coloniale dopo la lunga licenza di convalescenza che aveva trascorso nella grande fattoria dei suoi genitori nel Tigrai Heretz e ora con la sua Serena li stavano aspettando sul marciapiedi, erano venuti a piedi direttamente dall’ospedale Regina Elena dove la figlia mulatta del brigadiere Marini lavorava come infermiera.

            L’ingresso nel locale gestito dalla strana coppia costituita da una gigantesca ostessa marchigiana che aveva già doppiato la boa dei due quintali e dal suo filiforme marito somalo che di chili a stento ne sommava quaranta vestito, fu salutato dall’urlo della Leonilde che li aveva visti arrivare dalla finestra della cucina che era il suo regno.

            “Finalmente vi si rivede! Credevo che non vi degnaste più di frequentare il mio modesto locale! Signor maggiore, signora contessa…”

            “Non ti ci mettere anche te, Leonilde! La verità è che da quando siamo tornati non ho avuto un solo momento libero. E poi come potremmo mai rinunciare ai tuoi manicaretti?”

            “Venite, vi faccio inaugurare la nuova veranda che abbiamo costruito in giardino. Vedrete che bellezza in questa stagione con tutte le piante in fiore.”

            Iusuf, il marito che si occupava del servizio ai tavoli, li condusse orgoglioso verso il retro. Superata la tendina di tintinnanti catenelle colorate, si trovarono sotto una splendida pergola coperta di bougainvillea fiorita, delimitata da una serie di fioriere in terracotta dalle quali spuntavano una decina di cespugli pieni di fiori dai colori più incredibili; verso l’esterno una fitta zanzariera quasi invisibile impediva l’ingresso ai ronzanti ospiti indesiderati che fossero attirati dal profumo dei fiori o da quello delle pietanze, ma lasciava passare la brezza della sera.

            “Assaggiate questi crostini col sugo di ricci di mare!” Arrivò subito l’ostessa con un vassoio colmo di minuscole focaccine ricoperte con una crema fatta con le uova di riccio mantecate con qualche goccia di succo di limone, olio d’oliva e guarnite con una sottilissima mezza fettina di cedro fresco. “Vi apriranno lo stomaco meglio di qualsiasi aperitivo! Ora poi, la signora Miriam deve mangiare per due!”

            “Non ti preoccupare, Leonilde! La mia mogliettina ha sempre mangiato quanto una legione di Camicie Nere!”

            “Allora bisogna che mi spieghi come fa a mantenere la sua linea! A me basta assaggiare uno stuzzichino per ingrassare.”

            “Li conosciamo i tuoi stuzzichini! Come minimo ti fai fuori un intero abbacchio solo per la merenda! Prova a prendere esempio da tuo marito.” Era la solita sceneggiata di tutti i clienti affezionati della trattoria.

            I favolosi cannelloni ripieni di un trito di mollica di pane e frutti di mare, gratinati ricoperti con crema allo zafferano, gli sgombri in savor cucinati in forno con la cipolla bianca tagliata finissima e l’aceto dopo averli spolverati con una spruzzatina di zucchero grezzo granellato a formare una crosticina di caramello – tutto il pesce arrivava freschissimo, insieme a tantissime altre mercanzie, da Massaua trasportato dall’efficiente teleferica costruita nel 1935 e ammodernata dopo la Seconda Guerra Mondiale – accompagnati da semplicissime patatine novelle cotte al vapore che contribuivano a stemperare l’aroma acuto del pesce e soprattutto la torta di pastafrolla ripiena di crema di ricotta con i pezzettini di cioccolato e i canditi, dettero il colpo di grazia all’idea di fare una passeggiata per il centro della città e magari un salto al circolo della Casa del Fascio dove di solito si poteva anche ballare. Di comune accordo preferirono restare tutti a prendere il fresco sulla terrazza del ristorantino e smaltire così la solenne mangiata con un buon caffè e delle bibite analcoliche chiacchierando fra loro.

            Ovviamente il discorso cadde subito sul loro viaggio in Italia, le impressioni della giovane eritrea in quella sua nuova avventura che aveva ben sintetizzato nel libro fotografico che tanto successo stava riscuotendo negli Stati Uniti e sulla nuova fama di Miriam come fotografa. La copia che si erano portata dietro fu doverosamente guardata e commentata positivamente, comunque se mai la giovane autrice si fosse aspettata lodi sperticate da parte degli amici, sarebbe rimasta delusa, furono molte di più le battute e le prese in giro; ma lei li conosceva bene e da un simile comportamento ne trasse la giusta indicazione: approvavano il suo lavoro ed erano contenti come lei per il successo raggiunto.

            “Insomma, abbiamo capito! Dell’Italia ti è piaciuto proprio tutto!” Nicoletta non era certo invidiosa dell’amica, ma conoscendola c’era da aspettarsi una delle sue battute provocatorie. “Ma non mi venire a raccontare che in tre mesi non hai trovato qualcosa, nelle abitudini della gente o in quello che hai visto o hai fatto, che ti abbia dato fastidio o che tu abbia trovato scomodo. E con questo non mi riferisco all’eventuale incontro con qualche cretino, quelli ci sono da per tutto e non fanno testo!”

            Miriam ci pensò un poco, capiva a cosa si stava riferendo l’integerrima maestrina. Poi, ricordandosi qual’era la precedente professione della spregiudicata Micol, le tornò in mente un particolare che era stata la sua dannazione in Italia.

            “Sì, è vero! C’è qualcosa che mi dava fastidio, una vera tortura! Ancora non capisco come facciate voi altre.” A Miriam veniva ancora da ridere ripensando alla sua prima volta. “Il reggicalze! Maledizione, prude, si muove sempre tirando da tutte le parti, segna la pelle e mi dava l’impressione che fosse visibile anche sotto i vestiti più pesanti!”

            Solo Serena, la sua amica d’infanzia, non scoppiò subito a ridere, essendo molto giovane anche lei e sempre vissuta a l’Asmara non aveva avuto ancora occasione di indossare simili strumenti di tortura. Ma le altre due si trovarono d’accordo con l’opinione della guerriera etiope.

            “Hai ragione! Forse non ci ho mai pensato coscientemente, ma ci deve essere stata anche la possibilità di fare a meno di certi cilici a farmi preferire di vivere in Abissinia. Qui è sempre estate e le calze è tanto se le metto una volta al mese per qualche occasione speciale. Ringrazia il cielo che con la tua linea non hai avuto mai bisogno di metterti il busto; altrimenti sapresti cosa significa veramente la parola supplizio.”

            “Ne ho visto uno nella sartoria delle sorelle Fontana, a Roma, ma non ho avuto nemmeno il coraggio di provarlo!

            Però adesso c’è un’altra cosa: vorrei trovare qualcosa da fare per tenermi impegnata, visto che Umberto mi costringerà ad avere un’aiutante per i lavori di casa e io non ci riesco a stare senza far niente.”

            La Mirella le propose, se proprio voleva rendersi utile con un lavoro leggero che avrebbe potuto svolgere anche nelle sue attuali condizioni, di aiutarla come ufficiale della Milizia nella riorganizzazione degli uffici del Governatorato, dove suo zio si trovava a corto di persone affidabili e Miriam rispose che ci avrebbe pensato, lasciando capire che la cosa la interessava, attirata dalla possibilità di fare qualcosa di valido anche per la sua gente. Non erano ancora molti gli eritrei inseriti nell’organizzazione statale civile.

            Per il resto tutti ritenevano molto più importante sapere che la gravidanza procedeva per il meglio e che lei stava bene; specialmente le ragazze della compagnia la coccolavano quasi che il bambino che attendeva fosse anche un po’ loro. Umberto cercò di immaginarsi quanto lo avrebbero viziato una volta che fosse venuto alla luce. Del resto Miriam aveva ancora una linea splendida, al quarto mese la sua condizione era facilmente visibile solo guardando bene e da chi la conosceva e sapeva quanto fosse di corporatura slanciata. Soprattutto Serena, nella sua qualità di infermiera e di amica d’infanzia si sentiva particolarmente coinvolta dal punto di vista emotivo nella condizione della sposina in dolce attesa.

            “A proposito di gravidanze. Se mi permettete di parlar chiaro, visto che penso che nessuno di noi creda più alla storia della cicogna che porta i bambini…”

            “Veramente, io ho sempre saputo che i bebé si trovano sotto i cavoli!”

            La interruppe Giovanni, incorreggibile, beccandosi uno scappellotto da Nicoletta fra le risate di tutti.

            “Cerca di essere serio almeno una volta!”

            “Ne parlavo proprio questa mattina col nuovo primario di ostetricia e pediatria, è appena arrivato dall’Italia e deve ancora ambientarsi, mi hanno incaricato di fargli da assistente e interprete con la gente del posto. Mi ha detto che avrebbe piacere di incontrarvi, quando vi sarà possibile.” Riprese Serena senza dare soddisfazione al giovane bancario.

            “Se tuo padre è disposto a sobbarcarsi come al solito tutto il lavoro dell’Ufficio Informazioni, potremmo fare un salto all’ospedale già domani verso le dieci. Così ne approfitterò per far fare una buona visita medica a Miriam.” Si disse subito d’accordo Umberto.

            “Sciocchezze! Le donne della mia gente hanno sempre messo al mondo bambini senza tanti problemi!” Miriam cercò di opporsi.

            “Lo so anch’io, ma visto che possiamo usufruire di queste comodità moderne, sfruttiamole! Se non altro mi farai stare più tranquillo.”

            Tanto bastò per rendere più docile la giovane eritrea, probabilmente la sua nuova condizione contribuiva a spingere il suo carattere maggiormente verso il lato della dolcezza, smussando gli spigoli del suo naturale spirito combattivo. E poi era abbastanza intelligente da sapere che, almeno su questo punto, suo marito aveva completamente ragione: non era il caso di rischiare al propria vita e quella del bambino che doveva nascere, solo per restare fedele alle tradizioni.

 


4.4 - Vita in famiglia

 

 

 

            Il giorno successivo si dimostrò campale per Umberto, almeno dal punto di vista degli impegni familiari.

            Nelle sue intenzioni, avrebbe voluto addormentarsi presto per svegliarsi prima del solito e fare a Miriam la sorpresa di preparare lui la colazione. Ma i suoi piani furono mandati all’aria dalla dolce negretta fin dal primo momento che rimisero piede in casa. Giusto il tempo di chiudere la porta, che lei gli si poneva di fronte a meno di trenta centimetri, le labbra socchiuse a mostrare il bianco candido dei denti e gli occhi lucidi di desiderio, gli mise le sue braccia sulle spalle, in un gesto che Umberto conosceva fin troppo bene, foriero di maggiori intimità.

            “Caro il mio Tenente Vallesi! Nei prossimi mesi sarai costretto a fare dell’astinenza una virtù. Finché possiamo ancora farlo, voglio rammentarti il motivo che ti ha convinto a sposarmi!”

            Senza nemmeno accendere la luce, lo guidò verso la camera da letto, vincendo le sempre più flebili sue proteste. Nella debole penombra della luce lunare che filtrava dalle persiane della finestra, senza dire una parola, lei si spogliò e si adagiò sul letto completamente nuda e attraente come non mai agli occhi di Umberto, aveva tenuto solo la sua catenina d’oro col rametto di corallo rosso: il primo regalo che le aveva fatto e che tanto significava per lei. Mentre anche lui si spogliava in silenzio per non rompere la magia del momento, l’affascinante creatura tese le lunghe braccia verso di lui.

            Ripetendo gli stessi gesti di quella loro prima notte di due anni avanti, Umberto le si sdraiò al fianco e iniziò a carezzarla con delicatezza ancor maggiore, temendo di farle del male per la sua nuova condizione, ma Miriam lo guidò nei movimenti e condusse il gioco. Fecero l’amore a lungo, con prudenza, ma intensamente come non capitava loro da molto tempo e finalmente si addormentarono l’uno accanto all’altra dopo essersi rinnovati vicendevolmente la loro promessa di amore eterno:

            Ubi tu Gaio, ego Gaia. Amore.”

            “Sì! Ubi tu Gaia, ego Gaio. Vita mia!”

 

            Alle sei e dieci i due sposini vennero svegliati dal campanello della porta. Umberto, ancora nudo, balzò a sedere sul letto disfatto pensando a un qualche possibile allarme. Per fortuna si ricordò di infilarsi l’accappatoio mentre andava ad aprire pensando di trovarsi di fronte a un dubat del comando. Grande fu la sua meraviglia quando, aperta la porta, invece che trovarsi di fronte a un robusto ascaro, si sentì salutare in Tigrignà da un’imbarazzata ragazzina che non aveva più di quindici anni, a piedi scalzi, vestita con un semplice sciamma bianco e che non gli arrivava al mento. In quel momento venne raggiunto anche da Miriam che si era avvolta in una vestaglia rosa che si era comperata in Italia.

            “Oh! Sei arrivata presto! Entra.” E poi passando all’Italiano verso Umberto. “Questa è la ragazza che ho assunto per aiutarmi nelle faccende di casa.”

            “Ma è poco più che una bambina!”

            “Non avevi specificato che dovessi prendere per forza una vecchia! Stai tranquillo che se la saprà cavare. È arrivata da poco dal villaggio di Missadà, nella valle del Tacazzè, e conosce sì e no cinque parole di Italiano, ma è una ragazzina volenterosa. Ci penserò io a insegnarle tutto. Per adesso starà a casa di mio nonno per dormire, il resto della giornata lo passerà con me.”

            “E meno male che doveva alleggerirti le fatiche di casa! Dovrai farle da maestra e da sorella maggiore!”

            “Ma questi non sono impegni gravosi. Ti prometto che tutti i lavori pesanti di casa li lascerò fare a lei.”

            La ragazzina portava l’impegnativo nome di Taitù, come la famosa regina etiope moglie del Negus Menelik, e dopo i primi momenti di timidezza, aiutò subito Miriam ad apparecchiare per la colazione e accettò di bere una tazza di latte caldo e mangiare qualche biscotto insieme a loro. Data la situazione Umberto non se la sentiva di trattarla come una qualsiasi domestica, gli venne il dubbio di essersi messo in casa una cuginetta, sperava solo che ne valesse la pena e che risultasse veramente di aiuto per Miriam e non un altro impaccio.

 

            Pochi minuti dopo le nove e mezza, Umberto rientrò a casa dall’ufficio per accompagnare Miriam fino all’Ospedale Regina Elena per la visita di controllo che avevano stabilito. Come entrò in casa si trovò di fronte a uno spettacolo che non aveva previsto, Taitù stava pulendo il pavimento con impegno e buona volontà mentre Miriam finiva le ultime faccende in cucina, solo che la ragazzina, per non sporcarsi lo sciamma e non sudare, se lo era tolto riponendolo ordinatamente ripiegato sul davanzale della finestra aperta e adesso in perizoma e tettine al vento si dava da fare con spazzolone, cencio e secchio pieno d’acqua! Il giovane ufficiale dei carabinieri non poté fare a meno di notare il fisico ancora acerbo, ma che mostrava già le prime aggraziate curve femminili e la carnagione leggermente più scura di quella di Miriam, dovuta più alla vita di campagna sempre all’aria aperta che a un’effettiva differenza razziale.

            Dopo un attimo di sconcerto, ad Umberto venne da ridere trovandosi per casa una ragazzina quasi completamente nuda, facendo accorrere in salotto Miriam che capì immediatamente le ragioni di tutto quel trambusto e si mise a ridere anche lei.

            “Sarà meglio che tu le comperi qualche cosa da mettersi per quando fa le faccende! Non è più in uno sperduto villaggio dell’interno!”

            “Hai ragione! Intanto le darò una delle tue vecchie camicie; le dovrebbe fare da vestito completo!”

            La giovanetta in un primo momento, compreso il motivo di tanto scompiglio, cercò di coprirsi con le mani, poi rendendosi conto di peggiorare la situazione, ci rinunciò e si mise a ridere anche lei, dimostrando se non altro di avere un certo senso dell’umorismo e di non essere una stupida; semplicemente non ci aveva pensato e con naturalezza si era comportata come quando aiutava sua madre nei lavori pesanti al paesello natio, dove la nudità non era motivo di scandalo e i bei vestiti venivano tenuti da conto per le grandi occasioni. Adesso che si era trasferita in una grande città, avrebbe dovuto prestare attenzione a certe cose, come le avrebbe spiegato Miriam nei giorni seguenti.

            Fatte le ultime raccomandazioni a una Taitù che adesso nuotava dentro una vecchia camicia azzurra che le arrivava quasi alle ginocchia perché finisse le faccende che già sapeva fare e poi li aspettasse tranquilla, Umberto e Miriam salirono in auto e si diressero verso il non lontano ospedale.

            Serena Marini, nella sua uniforme bianca e azzurra da infermiera, completa di cuffietta inamidata, li aveva attesi all’ingresso del complesso ospedaliero e adesso li stava accompagnando al non lontano padiglione che accoglieva i reparti di ostetricia e pediatria. Il nuovo primario non si fece aspettare anzi, venne loro incontro con fare cortese.

            “Buon giorno signor maggiore!” il medico era un tipo gioviale, di origine milanese, sulla quarantina, in sovrappeso e con un’incipiente calvizie; sul metro e settanta indossava il camice con disinvolta negligenza lasciandolo sbottonato e teneva lo stetoscopio simbolo della sua professione infilato nel taschino della camicia accanto a una pipa di radica. “Sono il dottor Filippo Guarnieri. Vi ringrazio per essere stati così gentili da venire subito a trovarmi.”

            “Non è stato alcun disturbo. Oltre tutto ne approfitterò per una visita medica a mia moglie che è ormai al quarto mese.” Umberto completò le presentazioni.

            “Se non vi dispiace accompagnarmi mentre faccio il giro dei reparti? Intanto vi spiegherò perché ci tenevo tanto a parlare con voi, e poi potrò visitare la vostra bella moglie senza fretta.”

            Notando che Miriam lo stava squadrando come per prendergli le misure, il dottore non seppe trattenersi dal chiederne il motivo, temendo di aver commesso una gaffe per essersi offerto, lui uomo, di visitare una donna.

            “Dovete scusarmi voi, dottore!” Gli rispose direttamente Miriam che non aveva certo bisogno del supporto del marito per parlare con la gente. “Il problema è che il vostro stimato predecessore, per ben due volte di seguito, ha tentato di farmi squartare dai suoi accoliti!”

            “Già! Conosco la storia! Le assicuro, signora, che con me non correrà certi rischi: il mio passatempo preferito è il gioco delle bocce e, quanto a religione, mi considero un libero pensatore. Se qualcuno pecca, per me sono esclusivamente fatti suoi, basta che non mi danneggi personalmente o rechi danno ai pazienti affidati alle mie cure.”

            Intanto fece loro strada lungo il reparto e le camerate che accoglievano puerpere italiane ed eritree senza distinzioni, ricoverate per i problemi più vari, molte con i loro bambini appena nati; mentre molti altri bambini si trovavano nell’attiguo reparto di pediatria. Finite le visite, il dottore finalmente spiegò loro il motivo che lo aveva spinto a chiedere quell’incontro, rivolgendosi direttamente a Miriam.

            “Non so cosa lei signora abbia deciso di fare quando arriverà il momento. Solo vorrei pregarla di prendere in considerazione la possibilità di venire a partorire in ospedale, le posso garantire il massimo dell’assistenza e ovviamente una camera privata.”

            “Ancora, francamente non ho deciso niente. Così d’istinto pensavo di partorire in casa come hanno fatto tutte le donne della mia famiglia da generazioni, però con l’assistenza anche di una levatrice diplomata. Altrimenti mio marito non me lo perdonerebbe. A meno che non ci siano delle complicazioni, non sono una sprovveduta.”

            “È proprio questo il punto! Speravo di usare lei e l’ascendente che indubbiamente ha sulla sua gente per dare un esempio e convincere il maggior numero possibile di future madri ad affidarsi alle strutture sanitarie. Ha visto quante donne ho qui ricoverate! Quasi tutte sono state portate all’ospedale in seguito a complicazioni e infezioni post parto; tutte cose che si sarebbero potute evitare se solo fossero venute a partorire in ospedale, in un ambiente igienico e col necessario supporto medico. Per non parlare dei bambini che avrei potuto salvare. Troppi ne muoiono nei primi giorni dalla nascita.”

            Il simpatico medico quasi si metteva a piangere di rabbia pensando alle tante vite perdute inutilmente, solo perché non si riusciva ad ottenere un minimo di collaborazione da parte della gente. E non pensava solamente agli indigeni, anche molti immigrati dall’Italia avevano ancora un sacro terrore degli ospedali, considerati posti dove andare solo quando tutto il resto si era rivelato inutile, neanche fossero dei lazzaretti di manzoniana memoria.

            “Oh, adesso capisco! Se veramente pensate che il mio esempio possa esservi utile, non mi tirerò indietro. È vero, sono molto legata alle tradizioni, ma riconosco l’importanza dell’igiene e della medicina moderna. Accetto senz’altro il vostro invito, a patto che al momento decisivo possa avere al mio fianco anche una donna di mia fiducia, vedrete che anche voi medici scientifici avrete qualcosa da imparare da lei.”

            “Se può servire a convincere le donne locali a farsi visitare e a venire in ospedale, sono pronto ad ammettere in corsia anche lo stregone della tribù, purché si lavi bene le mani prima e dopo ogni visita!”

            “Non vi preoccupate, la persona che intendo presentarvi non ha diplomi universitari, ma è una maniaca dell’ordine e dell’igiene e credo proprio che andrete d’accordo!”

            Umberto Vallesi aveva seguito la conversazione con interesse personale, non aveva ancora capito cosa avesse in mente la sua dolce mogliettina, ma se tutto questo serviva per convincerla ad avvalersi dell’assistenza sanitaria, le avrebbe dato tutto il suo appoggio.

            Intanto erano arrivati all’altezza dello studio medico attrezzato per le visite e le medicazioni ambulatoriali.

            “Allora vediamo un po’ come va questa gravidanza! Signor maggiore, se volete potete assistere anche voi, non ci sono problemi.”

            “Per carità! A meno che non me lo chieda Miriam, ne faccio volentieri a meno. Vi aspetterò qua fuori.” Umberto, anche se non lo avrebbe mai ammesso soprattutto di fronte a sua moglie, aveva un sacro terrore dei medici e delle medicine, tanto da ringraziare sempre il Cielo per la propria ottima salute che gli permetteva di stare alla larga da certi posti.

            Il dottor Guarnieri sorrise contento per la prova di fiducia nei suoi confronti e fece entrare nell’ambulatorio Miriam accompagnata da Serena in qualità di amica e infermiera. Ne uscirono dopo una buona mezz’ora, quando Umberto già cominciava a preoccuparsi temendo qualche complicazione.

            “Potete stare tranquillo, maggiore. La signora Miriam è una delle donne più sane e robuste che mi sia mai capitato di visitare e per ora mi sembra proprio che tutto proceda regolarmente. In ogni caso vi aspetto fra un mese per un’altra visita, ho effettuato anche un piccolo prelievo di sangue per le analisi di laboratorio. Voglio poter fare bella figura con tutta la comunità locale!

            Però mi dovete soddisfare una curiosità personale: vostra moglie si porta sempre dietro quel coltellaccio che teneva nascosto fra le pieghe del suo vestito, o era solo un’attenzione personale nei miei riguardi, dopo le vostre recenti esperienze col mio squinternato predecessore?”

            “Non vi preoccupate, non avete avuto un trattamento particolare. È solamente questione di abitudine: mia moglie non uscirebbe mai di casa senza il suo billao! È una tradizione di famiglia, ho sposato una fiera guerriera tigrina, anche se sembra un’innocua fanciulla!”

            “Almeno adesso so cosa devo aspettarmi dalle mie pazienti!”

            “Aspettate a lamentarvi, dottore! Se invece che nella nostra progredita l’Asmara, aveste deciso di andare a prestare la vostra opera in qualche villaggio sperduto dell’interno, ne avreste viste di peggio: ci sono posti dove i guerrieri collezionano ancora i testicoli dei nemici uccisi!” Lo rincuorò Umberto.

            “Brr! Preferisco avere a che fare coi collezionisti di francobolli! Ma non per questo intendo rinunciare a cercare di convincere le donne che è preferibile venire in ospedale prima, per evitare guai, piuttosto che quando è ormai troppo tardi ed è difficile anche tentare di rimediare.”

            “Per quanto può essere in mio potere, cercherò di aiutarvi anch’io, dottore. Mi avete convinto, vedrò di farvi pubblicità fra la mia gente.”

            Anche Miriam, sebbene non volesse ammetterlo, si sentiva sollevata per l’esito della visita; con un batuffolo di cotone intriso di alcool si stava massaggiando l’incavo del gomito sinistro, da dove le era stata prelevata una siringa di sangue, l’unica parte della visita che non aveva affatto gradito. Mentre tornavano verso casa, si rivolse a Umberto.

            “Credo proprio di aver trovato un buon modo per usare i soldi che mi sono arrivati dall’America e gli altri che eventualmente verranno. Se non ci saranno problemi economici in famiglia, ne terrò una piccola parte per levarmi qualche sfizio e il resto lo userò per aiutare la gente meno fortunata.”

            “Apprezzo la tua decisione. Consigliati anche con tuo nonno, credo che il vecchio Destà Gual sia il migliore per indicarti le cause più meritevoli. E non ti preoccupare, la nostra famigliola, anche se crescerà presto di numero, non corre alcun rischio di finire in miseria!”

 


4.5 - K.K.K.

 

 

 

Atlanta, Stati Uniti d’America, un sabato sera d’agosto.

            La grande villa in stile coloniale risplendeva di luci nella tarda serata, era costruita a poche decine di metri dal largo viale nella parte più antica della città, con un grande parco ricco di alberi secolari ed era una delle poche case che si erano salvate dal terribile incendio appiccato dai soldati nordisti quasi cento anni prima. Adesso le molte automobili degli ospiti giunti per partecipare al ricevimento erano ordinatamente allineate nel piazzale sul retro dove i ragazzi addetti al parcheggio le avevano portate man mano che gli invitati giungevano di fronte all’ingresso principale con la facciata ornata da un timpano triangolare sorretto da colonne come un antico tempio greco.

            La democraticità del padrone di casa era dimostrata dal tavolo allestito all’esterno di fronte alle cucine, lì gli autisti di colore e il resto della servitù libera da incombenze all’interno avrebbero trovato rinfreschi e panini tutti per loro e avrebbero persino potuto ascoltare gratis la musica che giungeva dalle finestre aperte della sala dove si stavano divertendo i padroni e i loro ospiti, rinfrescati dalla brezza della sera.

            Walter F. Cunningham III, non ancora sessantenne, era considerato il re dell’acciaio a livello internazionale e nel recente conflitto mondiale aveva moltiplicato almeno per dieci le sue già cospicue ricchezze, facendosi per giunta la fama di patriota. Le sue ferriere erano sparse per tutti i quarantotto stati continentali dell’Unione, ma i suoi interessi si erano estesi a molti altri settori economici; nato a Philadelfia, viveva ormai da molti anni a New York in un immenso attico con vista sul Central Park da dove poteva controllare al meglio il suo impero economico.

            Dal padre, oltre al nome e al cognome, aveva ereditato la spregiudicatezza negli affari e la passione per la collezione di pezzi rari, fossero questi dipinti dei maggiori pittori europei dal Rinascimento all’Impressionismo oppure reperti archeologici provenienti da tutte le antiche civiltà del mondo, senza farsi alcuno scrupolo se essi provenivano da regolari vendite o da furti e scavi clandestini che in alcuni casi aveva addirittura finanziato indirettamente.

            Questa villa di Atlanta era l’unico bene che avesse ricevuto in eredità da sua madre, oltre alla F. del suo secondo nome. Negli ultimi tempi la aveva fatta completamente restaurare riportandola allo splendore di quando apparteneva ad una delle più importanti famiglie di coltivatori di cotone degli Stati del Sud, quelli che nel 1860 avevano costituito un’effimera confederazione separandosi dagli altri dell’Unione, nella speranza di poter così perpetuare il loro sistema latifondista fondato sullo sfruttamento della schiavitù. Nelle sue intenzioni doveva servire ad ospitare le opere d’arte che non poteva mostrare in pubblico nel suo museo privato di Manhattan, a causa della provenienza illecita; inoltre gli permetteva di rinverdire i fasti della famiglia della madre dando feste grandiose nelle rare occasioni in cui lasciava la sua base di operazioni di Manhattan.

            Adesso, mentre l’orchestrina jazz intratteneva gli ospiti e la sua giovane seconda moglie si incaricava di fare gli onori di casa, si era ritirato nel grande studio privato con cinque alti esponenti della buona società non solo di Atlanta per discutere i loro affari personali; soprattutto dovevano parlare al riparo da orecchi indiscreti di alcuni interessi che, se fossero venuti a conoscenza del pubblico avrebbero potuto provocare qualche imbarazzo.

            Tutti loro ricoprivano cariche importanti o avevano grossi interessi politici, lo stesso Cunningham era uno dei maggiori finanziatori a livello nazionale del Partito Democratico e mancava ormai poco più di un anno alle elezioni presidenziali. Ma non sarebbe stata la politica il loro argomento principale di conversazione per quella riunione, o almeno lo sarebbe stato solo marginalmente; altri due interessi legavano quelle persone e tutti e due illegali: il primo era la comune passione per gli oggetti preziosi antichi dalla provenienza, diciamo così, non esattamente legale; il secondo, se fosse stato scoperto, li avrebbe portati direttamente nel carcere federale più vicino e non ci sarebbero stati avvocati abbastanza in gamba e costosi capaci di farli uscire. Quei sei importanti uomini d’affari, tutti rigorosamente WASP – white, anglo-saxon, protestant, ovvero: bianchi, anglosassoni e protestanti – rappresentavano la cupola di una organizzazione che, pur non essendo proibita dal punto di vista strettamente legale nonostante molti membri di essa si fossero resi colpevoli di delitti efferati, veniva considerata un residuo di mentalità medioevale, perciò era invisa alla gran parte della popolazione degli Stati Uniti e nel mirino del Federal Boureau of Investigations, dove J. Edgar Hoover la considerava seconda per pericolosità solo a Cosa Nostra.

            Walter F. Cunningham ne era il capo indiscusso, la sua vera identità non era nota al di fuori di quella ristrettissima cerchia. Gli appartenenti alla stessa base di quella organizzazione probabilmente si sarebbero rifiutati di credere che il loro comandante in capo fosse in realtà uno yankee del New England, ma il suo secondo nome, quella famosa F. della quale normalmente si rifiutava di dare spiegazioni, era l’iniziale di Forrest, il cognome del generale sudista fondatore del Ku Klux Klan! Dal quale discendeva direttamente per linea materna.

            “Sia lode al Supremo Grande Dragone!”

            Il brindisi celebrò l’inizio della riunione.

            “Mio caro Walter, le tue feste sono sempre un’occasione da non perdere, ottima anche la tua scelta per l’orchestra, questi negri per la musica bisogna lasciarli fare, anche se questi ritmi rendono ancor più manifesta la loro condizione bestiale. Nessun negro potrà mai nemmeno lontanamente avvicinarsi alla sublime perfezione di Mozart.” L’Attorney General della contea di Atlanta era il prototipo del gentiluomo del Sud a partire dall’aspetto fisico e nelle sue mire politiche sperava di diventare il prossimo Governatore della Georgia anche con l’appoggio finanziario del padrone di casa.

            “L’importante è che sappiano restare al loro posto! Purtroppo anche i recenti avvenimenti nei territori dell’Impero Italiano stanno risvegliando strane idee in questa gente.”

            “Già! Negri, arabi, ebrei e italiani! Tutti fratelli uniti dallo stesso ideale: rotolarsi nel fango! Da quei papisti non ci potevamo aspettare altro!”

            “Però se non altro hanno rintuzzato le mire dei comunisti. Almeno in quello ci hanno fatto un piacere. Non per niente, anche da noi, la Corte Federale ha finalmente trovato il coraggio di mandare sotto processo i coniugi Rosenberg che spero possano condannare alla meritata pena di morte: quella coppia di spie comuniste potrebbero ancora farla franca, cercando di impietosire l’opinione pubblica per il fatto di essere pure ebrei, oltre che comunisti.”

            “Però la sconfitta bruciante subita dal comunismo in Africa, diventerà controproducente se le idee di fratellanza fra razze e religioni che sembrano diffondersi nell’Impero Italiano prenderanno piede anche da noi. Dovremo stare bene attenti circa i candidati da finanziare per le elezioni del prossimo anno.

            Cambiando argomento, mostraci i tuoi ultimi acquisti. Questa sera non abbiamo voglia di occuparci di problemi politici, tanto più che la pensiamo tutti allo stesso modo e sappiamo già come comportarci.”

            Il banchiere che aveva parlato per ultimo, oltre a una ricchezza di famiglia misurabile anche nel suo caso in centinaia di milioni di dollari, amministrava direttamente una delle più importanti banche d’affari di Wall Street ed era venuto ad Atlanta sullo stesso aereo personale del re dell’acciaio, spinto dalla medesima passione per le antichità.

            Walter Forrest Cunningham si dimostrò d’accordo e fece strada attraverso la porta girevole nascosta che dava accesso alle ampie cantine ristrutturate della villa, accese le luci solo dopo aver richiuso l’entrata, se qualche intruso si fosse introdotto nello studio, non vi avrebbe trovato nessuno e avrebbe pensato che il padrone di casa e i suoi ospiti fossero tornati nella sala affollata.

            Molti degli oggetti conservati in quell’ambiente accuratamente protetto provenivano dalle razzie condotte dalle truppe naziste in tutta Europa, rinvenuti in Germania dagli emissari dello stesso Cunningham, invece di essere restituiti ai legittimi proprietari, avevano preso la via della sua collezione privata. Di alcuni dei più famosi aveva fatto fare addirittura delle copie perfette e poi aveva fatto finta di collaborare al loro ritrovamento, meritandosi addirittura gli elogi dei sovrintendenti del Louvre di Parigi e del Museo Poldi Pezzoli di Milano.

            Tanto per fare un esempio, in quel preciso momento i sei convenuti stavano ammirando, appesi alla stessa parete, gli originali de La Ronda di Notte di Rembrandt e La Dama con l’Ermellino di Leonardo da Vinci, mentre i visitatori dei musei legittimi proprietari si affollavano davanti a dei falsi.

            L’altra grossa novità che Cunningham aveva da mostrare ai suoi amici, grossa in tutti i sensi, occupava un intero vano di quella cantina-museo, i suoi esperti restauratori avevano appena finito di rimontare l’incredibile Camera d’ambra, una saletta realizzata interamente con pannelli intarsiati di ambra del Baltico di tutte le gradazioni di colore, trafugata dal palazzo di Zarskoje’Selo durante l’assedio di Leningrado da un reparto delle SS al diretto comando di Himmler e destinata nelle intenzioni del gerarca nazista a diventare un ornamento del Berghoff il rifugio montano di Hitler a Berchtesgaden, lo Schlossadler.

            Era stata fortunosamente ritrovata ancora accuratamente imballata, da un reparto dell’Esercito Americano in un tunnel al confine fra l’Austria e la Germania, ma non era stata restituita ai russi, il comandante di quel battaglione era proprio il figlio dell’industriale, anche lui a caccia di oggetti preziosi per la collezione di famiglia, che aveva pensato bene di farne un regalino al padre, tacitando i suoi uomini con generosità. Purtroppo mancavano dei pezzi, andati perduti nelle traversie della guerra, ma i suoi collaboratori non disperavano di poterli ricostruire; adesso si trattava solamente di decidere quali cimeli fossero degni di esservi esposti all’interno. Per il momento, vi teneva solo le quattro Uova di Pasqua degli Zar realizzate dall’orefice Fabergé che non poteva mostrare insieme a quelle acquistate legalmente alle aste di Sotheby’s, a causa dei sistemi poco ortodossi usati per procurarsele.

            “Dimmi. È vera la voce che ho sentito: che i comunisti hanno combinato tutto quel macello in Africa solo nella speranza di poter impossessarsi dell’Arca dell’Alleanza? Un’assurdità per degli atei come loro!” Anche il banchiere, con la sua ampia rete di conoscenze internazionali, ci teneva ad essere sempre informato su tutto quello che riguardava l’arte classica e le nuove scoperte archeologiche, non solo riguardo ai movimenti finanziari.

            “Sembra proprio di sì. Le notizie che sono riuscito a raccogliere, una volta sfrondate da aspetti magico-religiosi che non hanno senso, paiono confermare l’esistenza di un simile cimelio. Però nella sconfitta dei soldati di Stalin non c’è stato niente di magico, gli italiani devono avere usato una qualche loro arma segreta (non dimentichiamoci che sono la seconda potenza nucleare), forse il famoso Raggio della Morte studiato da Guglielmo Marconi, del quale si vocifera fin da prima della guerra; altrimenti non ci si spiegherebbe la sproporzione delle perdite: non è verosimile che trecento negri siano riusciti ad annientare una brigata di oltre tremila soldati perfettamente addestrati e equipaggiati, per giunta senza fare neppure un prigioniero. Il resto è tutto fumo e propaganda.”

            “Peccato non poterci mettere sopra le mani noi! Sarebbe un oggetto interessante per qualsiasi collezionista!”

            “Niente da fare, troppo pericoloso, almeno per il momento, ma dall’Etiopia mi aspetto altre interessanti curiosità, più semplici da contrabbandare. In questo momento una missione archeologica dell’Università del Massachussetts sta lavorando vicino a Gondar e le prospettive sono eccellenti; io ne sono il finanziatore tramite la Fondazione Cunningham per le ricerche protostoriche e presto manderò sul posto mio figlio per scoprire quali sono gli oggetti più degni di attenzione sui quali potremo mettere le mani, non posso certo fidarmi di quei professori, quelli purtroppo sono tutti persone oneste!”

            Tutti scoppiarono a ridere e continuarono nella visita alle ultime novità di quella collezione clandestina. Anche gli altri ne avevano di simili, ma nessuna poteva stare alla pari di quella del loro capo e anfitrione, la sala seguente, fra gli altri pezzi archeologici, ospitava il cosiddetto Tesoro di Priamo, l’insieme di gioielli e oggetti rituali che Heinrich Schliemann aveva trovato fra le rovine di Troia e poi esposto nel suo museo nel centro di Berlino; tutti credevano che fosse stato trafugato dai soldati dell’Armata Rossa nei giorni caotici della conquista della capitale del Terzo Reich, invece una volta tanto, almeno per quella sparizione, i comunisti erano innocenti.

            L’unica cosa che impediva a tutti di godersi completamente quella parata di rarità artistiche, era il fatto di aver dovuto lasciare nello studio i loro ottimi sigari cubani. Continuare ad assaporare l’aroma di un Montecristo l’avrebbe resa perfetta, ma il padrone di casa non ammetteva il fumo all’interno del suo museo, avrebbe rischiato di creare una patina sui preziosi cimeli lì conservati.

 


4.6 - Cacciatore e preda

L’Asmara, stessa serata.

 

 

 

            Nella balera di periferia che portava il pomposo nome di Giardino della Musica, anche se non era altro che uno spiazzo all’aperto con una struttura realizzata parzialmente in muratura coperta con della lamiera ondulata, in quella parte del Viale Cadorna che corre alle spalle della stazione ferroviaria, vicino ai tanti capannoni della piccola zona industriale, fra un deposito di materiale elettrico e una ditta di impianti idraulici; giovanotti italiani e eritrei si mescolavano allegramente ascoltando l’orchestrina che si arrangiava a suonare i ballabili di moda quell’anno, mentre il bar, che aveva la licenza solamente per le bevande analcoliche, sottobanco serviva anche qualche birra di nascosto ai clienti più affezionati.

            Se per i maschi le percentuali fra colonizzatori e colonizzati si equivalevano, le ragazze erano quasi tutte locali, quell’ambiente non era ritenuto abbastanza serio dalle famiglie italiane della capitale eritrea. I frequentatori abituali erano in gran parte operai dei cantieri e servette nel loro giorno di libertà, più qualche perdigiorno come se ne trovano da tutte le parti e alcune sveglie negrette che avevano scoperto di avere fra le gambe una cosa molto apprezzata anche da chi proveniva dalla lontana Italia. Anche senza farne commercio apertamente, riuscivano a rimediare la serata gratis e magari anche una pizza e una birra.

            Per Giacomo, uno dei tanti italiani che si erano trasferiti in colonia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la balera rappresentava uno dei suoi territori di caccia preferiti, rimorchiare in quell’ambiente era semplicissimo, soprattutto per uno come lui, dalla parlantina sciolta e che aveva sempre a disposizione qualche spicciolo per render lieta la serata anche all’amichetta occasionale: quattro chiacchiere, qualcosa da bere, la promessa di un liquore più forte, ed il gioco era fatto; difficilmente tornava a casa sua da solo.

            Quella sera aveva agganciato una ragazza di circa vent’anni, appena arrivata dall’interno in cerca di un lavoro in città. Belloccia nonostante i denti irregolari e una serie di scarificazioni rituali intorno alle braccia quasi all’altezza delle spalle, aveva subito abboccato all’amo dell’italiano che diceva di poter aiutarla a trovare un lavoro in qualche fabbrica o presso una famiglia benestante. La preda ideale, senza amici o parenti che ne avrebbero notato la sparizione. Era l’occasione giusta per spingersi ancora una volta oltre quei limiti che gli andavano sempre più stretti.

            Passarono ancora una mezz’ora nella balera, con lui che faceva finta di insegnarle a ballare, per poi uscire senza dare nell’occhio e dirigersi lungo le strade ormai deserte verso la sua casa che non era poi molto lontana.

            Nessuno fece caso alla sparizione di una ragazza che a l’Asmara non era rimasta che una manciata di giorni e nessuno si preoccupò, c’era sempre gente che andava e veniva, chissà dove era andata a finire questa in particolare.

            La vita nella piccola capitale dell’Eritrea continuava nel suo solito ritmo, con la gente che pensava più alla prossima visita del Re-Imperatore, il più importante avvenimento dal tempo della Guerra Italo-Etiopica, che ai piccoli drammi di piccole persone.

 


4.7 - I consigli di nonno Destà per una famiglia felice

L’Asmara, fine di settembre 1951.

 

 

 

            Una cena ufficiale presso il tucul del vecchio Destà Gual era sempre un avvenimento. Questa era stata organizzata dai più importanti rappresentanti della Stirpe dei Medebai per stabilire come comportarsi durante la prossima visita ufficiale del Re Imperatore a l’Asmara. Umberto II veniva apposta per decorare gli eroi della battaglia per la difesa di Axum e in quel combattimento molti membri della famiglia si erano coperti di gloria e pochi fra i combattenti erano sopravvissuti; fra i caduti figurava anche un figlio del patriarca: Azmet Destà, sciumbashi anziano e padre di Miriam.

            Umberto e Miriam non avrebbero potuto mancare per nessun motivo: la giovane e bellissima eritrea, nonostante fosse una donna, era stata scelta come erede del gravoso titolo di capo della famiglia allargata, il clan di guerrieri stimato e onorato in tutta l’Etiopia per il valore dei suoi appartenenti. Anche Umberto era ormai considerato un membro del gruppo a tutti gli effetti e la sua opinione veniva reputata indispensabile per qualsiasi decisione importante dovesse venire presa. Proprio per questo motivo, per rendere onore alla casata della moglie, quando il Re aveva offerto loro un titolo nobiliare oltre al conferimento delle medaglie d’argento al valor militare, aveva accettato il titolo di conte del Medebai, il massiccio montuoso che dominava la piana dove si era combattuta la battaglia e terra ancestrale del clan, ottenendo così di poter unire negli atti ufficiali al suo cognome anche il casato della famiglia di Miriam.

 

            Adesso, mentre in auto si dirigevano verso il quartiere indigeno di Gaggiret, gli sposi si preparavano a subire l’assalto dei parenti in occasione del loro primo incontro ufficiale da quando erano rientrati dall’Italia. Umberto non si era messo in alta uniforme solo perché sarebbe stata poco pratica per mangiare stando seduti su dei cuscini, ma aveva dovuto attaccarsi alla giacca la medaglia d’argento e non limitarsi al semplice nastrino, e alla cintura avrebbe esibito anche l’antico pugnale arabo conquistato in duello; accanto a lui Miriam, bellissima anche con la gravidanza ormai visibile, si era messa uno dei suoi sciamma più belli, quello di broccato verde iridescente, ed esibiva anche lei la sua meritata medaglia d’argento oltre alla collana fatta di antiche monete d’oro arabe. Sul sedile posteriore, un’emozionata Taitù, vestita con uno sciamma giallo con disegni geometrici blu regalatole da Miriam, metteva felice in mostra i suoi primi gioielli: dei semplici orecchini di filigrana d’argento e una catenina simile che si era comperata il giorno prima con i risparmi della paga del suo primo mese da domestica, adesso era tutta compresa nel suo ruolo di ancella alla sua prima serata ufficiale.

            Quando Umberto parcheggiò la sua Kübelwagen vicino al tucul principale, Destà Gual era lì fuori ad attenderli in compagnia del figlio maggiore Debré Destà, il soprintendente della casa del generale Da Pettori.

            Il vecchio ascaro unico sopravvissuto al massacro di Passo Uarieu, nonostante l’età e le orrende mutilazioni subite sedici anni prima ad opera dei soldati del Negus, era ancora in gamba e mostrava un’energia insospettabile. Data l’occasione ufficiale, salutò i suoi nipoti in modo estremamente formale e loro si adattarono alle circostanze.

            “Do il benvenuto nella mia modesta dimora al valoroso e nobile Cummàndar Debra Micael! E all’altrettanto valorosa sua sposa, scelta dal destino a succedermi. Essi ci onorano sia come membri della nostra stessa Stirpe che come ospiti. Sia lode a loro!”

            “Il mio onore viene solo dal fatto di essere stato accettato fra voi come un guerriero fra guerrieri. Possano le nostre azioni essere sempre consone al codice d’onore che questa antica Stirpe si è imposta.”

            A Umberto sembrava di interpretare una recita scolastica e dentro di sé non era convinto se tanto cerimoniale dipendesse dalla solennità dell’occasione oppure dal gusto per il melodrammatico del nonno di Miriam che conosceva a memoria tutti i libri di Salgari e tendeva ad immedesimarsi con quei personaggi anche nel modo di parlare.

            Mentre si avviavano verso il piazzale dove già da ore ardevano i falò su cui arrostivano quarti di bue, capretti e polli, le tipiche vittime sacrificali di quelle cerimonie, Miriam seguì il nonno e il marito rispettosamente un passo indietro, in una discreta imitazione della sposa modesta e devota.

            Per la cena, considerato il numero di partecipanti, rischiò di risultare angusta anche l’ampia spianata dietro il tucul di Destà Gual. Il vecchio patriarca fece accomodare ai posti d’onore al suo fianco Umberto e Miriam, non tanto come invitati, ma in qualità di suoi eredi designati.

            Prima che le donne provvedessero a distribuire il cibo a tutti i convenuti: non c’erano solo i membri del clan coi loro familiari, ma anche quasi tutti gli abitanti della zona pronti a far festa a tanta abbondanza – fra manzi, ovini e pollame, il profumo dell’arrosto doveva spandersi per tutto il quartiere – furono affrontati rapidamente i problemi di organizzazione della cerimonia: Umberto spiegò a grandi linee come si sarebbe svolta e i compiti dei vari gruppi, gli uomini in servizio attivo fra gli ascari dell’Esercito Coloniale sarebbero rimasti inquadrati nei loro reparti d’appartenenza, mentre i veterani ormai in congedo avrebbero avuto un settore tra il pubblico tutto per loro e avrebbero potuto tornare a sfoggiare la loro antica divisa per l’occasione; quelli destinati a ricevere la decorazione direttamente dalle mani del Re, avrebbero avuto a loro volta un posto riservato vicino al palco delle autorità – per ovvi motivi, dato il gran numero di decorazioni concesse, sarebbe stata solo una rappresentanza, altre cerimonie di consegna si sarebbero svolte nei giorni seguenti in forma più semplice presso le varie caserme – un ruolo particolare era destinato al giovane Abebé Debré, la sua Croce di Guerra l’avrebbe ricevuta in seguito, ma avrebbe avuto l’onore di portare la bandiera del Reggimento, che sarebbe stata insignita per prima della Medaglia d’Oro.

            La cena si svolse come di consueto in quelle circostanze, solo l’umore della gente era più serio rispetto all’allegria della fantasia in onore di Umberto Vallesi, del resto in questa occasione si commemoravano i caduti più che festeggiare i vincitori. A quello ci avrebbero pensato in un secondo momento e solo allora la gente si sarebbe scatenata nei balli e nelle bevute.

            Uollò Tahifà, il vecchio dabtara che Umberto già conosceva, intonò per primo il canto più antico che veniva tramandato, dedicato a Medebai, il leggendario deggiac fondatore della Stirpe, il più valoroso guerriero di Re Ezana, il primo Negus cristiano dell’Etiopia. Poi ne seguirono molti altri dedicati ai caduti più recenti, uno che l’ufficiale italiano ascoltò con particolare attenzione, non avendo mai avuto occasione di sentirlo prima, fu quello che narrava le gesta di Azmet Destà, lo sciumbashi padre di Miriam; certo ne aveva avute di avventure quell’uomo che varie volte aveva aiutato anche Umberto nei suoi primi pattugliamenti, fra la guerra di conquista dell’Abissinia, le campagne contro il banditismo e il fronte birmano nella Seconda Guerra Mondiale, le ultime strofe erano state aggiunte da poco e narravano la sua eroica fine contro i nemici della Fede nelle gole del fiume Mareb. Adesso capiva bene da chi aveva preso il carattere la sua dolce mogliettina che, emozionata e commossa, le si era stretta al fianco e perché anche lei non si tirasse mai indietro quando le capitava di poterlo aiutare in qualche missione pericolosa.

            Quella gente non spargeva lacrime per gli amici e i parenti caduti in battaglia, ne onorava la memoria nelle occasioni di incontro ed era fiera di loro. Quelle erano le loro tradizioni e quella era la loro vita.

 

            A una certa ora, Destà Gual si ritirò nella sua capanna in compagnia della nipote prediletta e di Umberto, voleva poter parlare con i due giovani degli eventuali loro problemi e anche fare i complimenti a Miriam per il libro fotografico. Per prima cosa, volle sapere se la gravidanza procedeva normalmente e si mostrò soddisfatto quando lo tranquillizzarono al proposito. Poi affrontò un argomento che Umberto non si sarebbe mai immaginato.

            “Come se la cava la piccola Taitù con le faccende di casa?”

            “Direi bene!” Umberto non capiva dove il vecchio volesse andare a parare. “È volenterosa, sta imparando in fretta l’Italiano e Miriam non si è mai lamentata di lei, anzi si diverte a farle da maestra. Si vede che viene da una famiglia all’antica, lavorare non la spaventa ed è sempre allegra. Una brava ragazza senza grilli per la testa.”

            “Mi fa piacere saperlo e sono contento che ti sia simpatica, perché nei prossimi mesi ti sarà ancora più utile, è una ragazza robusta e bella. Quando mia nipote dovrà riguardarsi per la gravidanza e il parto, ti sarà di conforto.”

            All’ufficiale italiano gli ci volle qualche secondo per comprendere il vero significato di quel discorso e anche Miriam sgranò gli occhi, non rispose direttamente lei solo per il grande rispetto che nutriva verso suo nonno che l’aveva allevata come una principessa fin da quando aveva meno di due anni ed era rimasta orfana di madre. Conosceva fin troppo bene come la pensava Umberto ed era talmente sicura dei suoi sentimenti che lasciò solo a lui il compito di ribattere.

            “Mi state dicendo che dovrei usarla come sostituta di mia moglie nel mio letto? Dovrei prenderla come concubina?”

            “Certo! L’ho scelta apposta. Anche se alla lontana, fa parte anche lei della nostra stessa Stirpe. Non voglio che il marito di mia nipote sia costretto a rivolgersi a quelle che lo fanno per mestiere! Anche il sommo padre Abramo giacque con Agar, che era l’ancella di Rachele. E Ismaele, il figlio che ebbe da lei, divenne anche lui il capostipite di un grande popolo!” il vecchio patriarca agitava i moncherini accalorandosi, non comprendeva cosa il valoroso ufficiale italiano ci trovasse di male nella sua proposta. “Un grande guerriero, un Cummàndar, non deve disperdere il seme! Hai il dovere di avere molti figli e non puoi imporre a Miriam la fatica di metterli al mondo tutti lei da sola! Non sarebbe giusto! Credi forse che io non amassi la mia prima moglie, la madre dei miei primogeniti? Eppure ho avuto altre due mogli e la mia attuale compagna è una di queste, che mi è rimasta al fianco anche nella mia vecchiaia di vedovo e invalido. Non aver paura a chiedere un simile impegno alla piccola Taitù, è più giovane di Miriam perciò la rispetterà sempre come prima moglie, l’ho scelta proveniente da un paese dell’interno anche per quello, laggiù le vecchie tradizioni sono ancora rispettate e ti darà anche lei dei figli in gamba, suo padre era un bravo ascaro, caduto in battaglia nelle terre al di là dell’oceano servendo la nostra stessa bandiera! E non ti preoccupare nemmeno per la sua dote e il prezzo da versare alla sua famiglia: ci penserò io! Sarà il mio personale regalo per la prossima nascita del mio primo bis-nipote! Farai bella figura con i suoi parenti e Taitù, anche se sarà una moglie secondaria, avrà anche lei bei gioielli e non dovrai vergognartene.”

            Ci volle del bello e del buono a Umberto per convincere Nonno Destà che lui poteva tranquillamente resistere qualche mese senza fare all’amore, che veniva da un ambiente di rigide tradizioni monogamiche, che l’amore reciproco che l’univa a sua nipote gli avrebbe reso sopportabile anche l’astinenza. E il compito gli fu reso più gravoso dal fatto che Miriam, invece di scandalizzarsi per le proposte di suo nonno e spalleggiarlo, si stava divertendo a vedere come lui si stesse dimenando per rifiutare la profferta senza offendere nessuno.

            Finalmente il vecchio Capo della Gente Medebai si arrese alle idee moderne dei suoi nipoti preferiti; non capiva certe manie di confondere il sesso con la fedeltà e l’amore coniugale, ma promise di adeguarsi e non insistere oltre. Ebbe anche la rassicurazione che Taitù avrebbe potuto serenamente continuare a lavorare nella loro casa, in fin dei conti non le era stato detto ancora nulla dei piani segreti che stavano dietro la sua scelta e quindi non si sarebbe sentita rifiutata.

            Prima di salutarsi per tornare a casa, Destà Gual dette egualmente la sua benedizione agli sposi, ma mentre li salutava sulla soglia, seguitava a scuotere il capo: “Questi giovani non hanno più rispetto per le sane usanze dei miei tempi.” Continuava a pensare che troppa fedeltà da parte dei mariti costituiva un autentico spreco.

            Da soli in macchina, Umberto si sfogò con Miriam:

            “Bell’aiuto mi hai dato! Invece di controbattere anche tu alle idee libertine di tuo nonno, mi hai lasciato da solo ridendotela alle mie spalle!”

            “E chi ti dice che invece non fossi d’accordo con lui? In fin dei conti, lo sai, io sono molto legata alle tradizioni di famiglia.”

            “Me lo dicono le occhiatacce che mi lanci ogni volta che per caso mi capita di guardare una ragazza, anche se lo faccio distrattamente!”

            “Non te la prendere, Amore. Non l’ho fatto per metterti alla prova, semplicemente era troppo divertente vederti così indignato. E poi ti conosco fin troppo bene per essere gelosa. Ti confesso che qualche sospetto mi era già venuto quando mio nonno si mostrò fin troppo impaziente di trovarmi un’aiutante, ma non ci volevo credere finché non gliel’ho sentito dire direttamente stasera.”

            “Altro che aiutante per le fatiche di casa! Lui l’aiutante voleva mettermela addirittura in letto! L’hai sentito? Mi ha paragonato al patriarca Abramo. Vorrà dire che se proprio insistete mi adeguerò agli usi e costumi della mia nuova famiglia!” Umberto non si era offeso, ora che il pericolo era stato scongiurato, trovava anche lui divertente la situazione ed era pronto a scherzarci sopra.

            “Non provarci nemmeno a pensarlo! Primo, non hai ancora centodieci anni. Secondo, nonostante tutto quello che ci è capitato ad Axum, non hai avuto alcuna investitura divina per generare un altro Popolo Eletto!”

            “E terzo, sono troppo innamorato di te per pensare anche lontanamente di poter desiderare un’altra donna! Solo non tirare troppo in lungo per farmi questo primo figlio!”

            “Nove mesi! Non si può premere sull’acceleratore in queste faccende, siamo appena a metà strada. Per fortuna non è ancora giunto il momento di costringerti alla castità.”

 

            Due sere dopo, Umberto e Miriam erano di nuovo a cena ospiti di amici, sembrava quasi che si stessero rifacendo del tempo perduto dopo il primo periodo dal loro rientro quando, fra impegni di lavoro e necessità di riambientarsi, quasi non avevano messo il naso fuori di casa; forse anche per la voglia di riassaporare l’intimità della vita in due che durante il viaggio in Italia era stata per loro impossibile da ottenere.

            Negli ultimi giorni, molti reparti provenienti da altre città stavano affluendo a l’Asmara in previsione della visita di Umberto II; rinforzi di carabinieri e dell’Esercito, coloniali e nazionali, per aiutare la guarnigione locale e sostituire negli impegni quotidiani tutti gli uomini che sarebbero dovuti sfilare nelle cerimonie, a questi andavano aggiunti tutti gli addetti al cerimoniale che erano arrivati direttamente da Roma; meno male che le caserme erano state costruite con una capienza ben maggiore di quella necessaria ad ospitare la normale guarnigione, ma ormai non c’era più un posto libero in tutte le strutture militari e della Milizia. Non che questo riducesse gli impegni degli uomini del Comando dell’Eritrea, le prove di schieramento e per la parata si susseguivano più volte al giorno sul terreno di manovra all’interno del Presidio, mentre carpentieri e arredatori erano già al lavoro nel centro polisportivo della GIL per preparare le tribune per le autorità e il pubblico e le transenne destinate a delimitare le varie zone del percorso.

            Per tutti questi motivi, Umberto Vallesi non si stupì se, invece di telefonargli in ufficio per chiedergli di passare a trovarlo presso il Comando dell’Esercito Coloniale, il generale Giorgio Da Pettori preferì invitarlo a cena a casa sua: avrebbero potuto finalmente parlare tranquillamente dei loro problemi, che non mancavano di sicuro, e anche fare una bella rimpatriata ricordando le tante occasioni d’incontro e l’ospitalità offerta dall’alto ufficiale nei momenti più difficili.

            La casa del generale Da Pettori era sempre uno spettacolo, anche per quelli che come i due giovani la conoscevano ormai bene: un’autentica fattoria toscana coi muri in pietra a vista, il tetto coperto con i tipici coppi e i pavimenti in cotto dell’Impruneta, se è normale incontrarla nella campagna fra Firenze e Siena sulle colline coperte di vigneti, uliveti e boschi di querce, lascia invece a bocca aperta se ve la trovate di fronte completa di tutti gli accessori al margine di un’ampia tenuta alla periferia di l’Asmara; l’unico aspetto incongruo che vi faceva subito capire di non essere finiti nel Chianti, erano i cinque o sei tucul col tetto di paglia e i muri tirati su con pietre a secco (ma con acqua corrente e luce elettrica) che sorgevano di lato alla costruzione principale e accoglievano le famiglie del numeroso personale indigeno.

            Il generale Giorgio Da Pettori e sua moglie Italia, direttrice didattica delle locali scuole elementari, li attendevano di fronte alla pergola che copriva l’ingresso, a due passi dal carrubo centenario che era il punto di riferimento per chiunque arrivasse dal cancello d’ingresso, il generale veterano d’Africa era un uomo dalla corporatura massiccia, poco meno alto di Umberto, ma con due spalle da uomo avvezzo a condurre tutta la sua vita all’aria aperta (lui diceva: da persona più abituata a usare il piccone che la penna, ma non era vero) mentre la moglie, nata e cresciuta a Venezia in una famiglia di antica nobiltà, rappresentava un elemento di contrasto; piccola e minuta, somigliava al marito solo nel carattere e i terroristi che avevano tentato di trasformare la capitale dell’Eritrea in un campo di battaglia lo avevano scoperto nel modo peggiore, l’eliminazione dei commando di combattenti internazionali era stata diretta e organizzata dalla dolce signora con l’aiuto del Federale Domenico Curtò e del generale Miceli, insieme erano riusciti a realizzare una perfetta operazione di rastrellamento a tenaglia.

            “Signor Generale…”

            “Maggiore…”

            Il saluto e la posizione sugli attenti dei due ufficiali erano da regolamento, ma sia loro che le mogli che assistevano alla scenetta facevano fatica a restare seri in una lotta a chi resisteva di più, colpa anche di Sambo, l’enorme mastino napoletano grigio del padrone di casa, che li guardava dal basso in alto con una faccia da schiaffi. Finalmente il generale sbottò:

            “Facciamola finita con queste bischerate e andiamo a cena!” facendo strada. “Finalmente riusciremo a parlare un po’ fra noi, sono più di due mesi che ci vediamo solo pochi minuti di corsa e per cause di lavoro. Non mi avete ancora raccontato come è andato il vostro primo viaggio in Italia.”

            “Come vuoi che sia andata, Giorgio.” Intervenne la signora Italia. “La parte ufficiale l’abbiamo vista anche noi nei cinegiornali; per il resto, non c’è bisogno di chiedere, basta guardare Miriam! Quanto ti manca ancora, cara?”

            “Poco più di quattro mesi! E per ora va tutto bene.”

            “E voi come vi sentite, generale? Fra una decina di giorni il Re vi decorerà con la Medaglia d’Oro al Valor Militare.”

            “Come vuoi che mi senta? Alle decorazioni non ci si abitua mai, ma non posso fare a meno di pensare che questa di solito la danno alla memoria…” Il generale non era certo un tipo superstizioso e le corna che stava facendo con la mano destra servivano più che altro a sdrammatizzare il discorso.

            “Ora basta. Per chiacchierare avremo tempo dopo cena. Adesso pensiamo a goderci le cose che Chalifa ci ha preparato lavorando tutto il pomeriggio.

            Alla cena partecipavano anche i vari figli adottivi del generale e per la prima volta anche il suo primogenito, il bambino aveva appena quattro anni, ma aveva preteso di mangiare alla tavola grande con gli altri e la maggiore delle due sorelline adottive abissine se lo era messo accanto per aiutarlo; mentre la piccolina era ancora affidata alla tata toscana e probabilmente già dormiva nella sua cameretta. Tutti indistintamente fecero onore alle ricette italiane: risotto coi carciofi, cotolette alla milanese e patatine fritte per far felici i bambini, radicchio rosso gratinato al forno col formaggio grana a scagliette e per finire una bella macedonia di frutta che da quelle parti era sempre varia e abbondante; come d’abitudine mancavano gli alcolici per rispetto alle religioni astemie rappresentate a tavola.

            La discussione riguardò soprattutto le impressioni di Miriam visitando l’Italia per la prima volta e la giovane eritrea si scusò per essersi dimenticata di portare una copia del suo libro, le fotografie che aveva scattato davano la giusta risposta alla domanda, non c’erano solo monumenti e scorci pittoreschi, ma anche le ferite della recente guerra mondiale che non si erano ancora rimarginate, quelle che per essere riparate sarebbero stati sufficienti i restauri in corso e quelle ben più profonde nell’anima della gente.

            Soprattutto i ragazzini erano curiosi di conoscere tutti i particolari di quel paese che per loro era ancora null’altro che qualcosa da studiare sui sussidiari.

            “È vero che avete incontrato anche il Duce?” Il più grande dei figli adottivi andava orgoglioso del suo grado di balilla moschettiere e fra poco sarebbe passato nei ruoli della GIL.

            “Si è trattato di appena venti minuti. Passavamo da Salò nel nostro giro per l’Italia e ci avevano fatto sapere che avrebbe gradito conoscerci, perciò siamo andati a trovarlo nel suo buon ritiro. Non è stato assolutamente un incontro formale, l’abbiamo trovato che stava pescando dal pontile sul lago in maniche di camicia in compagnia di un signore inglese corpulento, sempre con un gran sigaro in bocca che si divertiva a dipingere una veduta, non ci è stato presentato perciò penso che anche lui fosse lì in incognito. È stato un colloquio alla buona senza nessuna ufficialità, giusto il tempo di prendere un caffè; anche se non ho potuto fare a meno di notare il discreto servizio di sicurezza della Milizia, credo che nei dintorni non ci fosse un solo borghese vero: tutti giovanotti atletici e muscolosi quelli che abbiamo incontrato per le strade vicino alla villa.”

            “Credo proprio di sapere chi fosse quel signore!” Intervenne il generale. “Se non vengo tratto in inganno dalla descrizione, l’ho incontrato in India quando Lord Mountbatten mi insignì con la Victoria Cross. Non è un segreto militare che Sir Winston Churchill e Benito Mussolini si conoscono e si stimano reciprocamente da vecchia data e stanno preparando insieme una Storia della Seconda Guerra Mondiale.”

            “Tu Miriam, avrai costretto la cuoca del generale Fausto Vallesi a fare acrobazie in cucina per prepararti i manicaretti migliori. A Parma vanno orgogliosi dei loro piatti tipici, anche se tu non li avrai nemmeno voluti assaggiare perché l’ingrediente preferito è il maiale.”

            La bella negretta, non potendo arrossire con la sua carnagione, abbassò gli occhi imbarazzata e Umberto ebbe la possibilità di vendicarsi dei tanti tiri che lei gli faceva sempre, raccontando la verità agli amici.

            “Diciamo che la nostra simpatica e pia negretta, copta osservante, nell’occasione ha barato alla grande! Già al secondo giorno, ci ha detto chiaro e tondo che per lei bastava non conoscere ufficialmente l’origine degli ingredienti, dopo di che si è lanciata senza ritegno su tortellini, zampone e soprattutto il culatello che prepara un nostro fittavolo!”

            “Non volevo metterli in imbarazzo costringendoli a fare da mangiare apposta per me!” Cercò di giustificarsi senza molta convinzione Miriam. “E poi come si fa a resistere a certi profumini? I cappelletti in brodo sono qualcosa di indimenticabile! Però ora che sono tornata non ho più scuse, non voglio trasgredire ai miei precetti. Almeno fino a quando non mi capiterà di tornare in Italia.” Terminò enigmaticamente, ma non troppo.

            “Ho capito! Vorrà dire che se ti vengono le voglie, ti inviterò di nuovo senza dirti come li ho preparati. Non vorrai mica correre il rischio che tuo figlio nasca con una voglia di tortellino!” Dopo questo invito, la signora Italia preferì pilotare la conversazione verso altri argomenti per evitare che i bambini incominciassero a fare domande imbarazzanti.

 

            Dopo cena si ritirarono nell’accogliente studio dell’ufficiale, che era anche un piccolo museo con i cimeli raccolti nella sua lunga carriera. Su una delle pareti, in mezzo a lance abissine e trofei della campagna di Birmania, adesso c’erano anche una carabina sovietica SKS, una pistola Astra 400 e una grossa navaja basca a lama pieghevole. Comunque non erano là per rammentare le loro recenti avventure in comune. Giusto il tempo di bere il caffè e come sua abitudine, il generale venne subito al sodo.

            “Umberto, vorrei sapere se puoi svolgere una veloce missione di ricognizione esterna per mio conto, dovresti cavartela in quattro o cinque giorni al massimo.”

            “Se la cosa è urgente, posso mettermi in campagna anche domani mattina, giusto il tempo di scegliere gli uomini a seconda di quello che dovrò fare.”

            “Non dovrebbe essere niente di complicato, ma non mi fido di mandare uno dei nuovi arrivati, voglio una persona già pratica del territorio e della gente che dovrà incontrare. Si tratta di andare fino a Gondar, lì vicino c’è una missione archeologica americana che sta scavando alla ricerca dei soliti muri vecchi. Sembra che abbiano qualche problema coi rappresentanti della Chiesa Copta. Siccome anche tu conosci bene l’Abuna Chrisostomos, mi sembri il più adatto per andare a dare un’occhiata e magari metterli d’accordo.

            Non è un problema tanto urgente da richiedere che tu ci vada in aereo. Inoltre vorrei cogliere l’occasione per mostrare la bandiera. Se capisci cosa intendo dire. Ci metterai un po’ di più, ma se lo riterrai opportuno, potresti eventualmente fingere di essere passato di là durante un pattugliamento più complesso. Senza far vedere che ti sei mosso apposta per loro.”

            “Sì, capisco gli aspetti del problema. Allora domattina sul presto passerò dal vostro Comando. Dato che vi conosco bene, sono sicuro che avete già provveduto a scegliere gli uomini e i veicoli adatti; secondo me dovrebbero bastare una decina di nazionali e venti ascari, tanto per andare sul sicuro. Ne approfitterò anche per informarmi direttamente presso la popolazione locale, non abbiamo notizie di guai, ma è sempre meglio tastare accuratamente il terreno. Le lezioni che mi avete dato non sono andate sprecate.”

            “Mi fido completamente della tua capacità di giudizio, guardati intorno e poi decidi tu cosa fare e cosa dire.” Giorgio Da Pettori si sentiva soddisfatto per come Umberto dimostrava di essere della stessa sua pasta: pronto a sfidare il pericolo, ma sempre attento a sfruttare tutte le opportunità per trovarsi in posizione di vantaggio nel momento cruciale. “Mi dispiace solo tenerti lontano dalla tua mogliettina in un momento come questo. Nelle sue condizioni non ti consiglio di portartela dietro anche se a lei piacerebbe.”

            Dentro di sé il generale aveva quasi sperato che Umberto non potesse allontanarsi da l’Asmara, sarebbe stata un’ottima scusa per piantare tutti gli impegni d’ufficio e muoversi lui, come faceva d’abitudine prima di essere promosso.

            “Non la lascio proprio da sola. Intanto per due o tre ore al giorno è impegnata al Governatorato a dare una mano al generale Miceli che aveva bisogno di qualcuno in grado di farsi rispettare da tutto il personale, per rimettere in riga gli uffici che con la buonanima del vecchio governatore stavano andando in malora.

            E poi ora abbiamo una ragazza che viene a fare le faccende di casa. A proposito, non vi ho ancora raccontato il tiro che ha tentato di farmi il vecchio Destà Gual!”

            Umberto raccontò della proposta indecente fattagli dal nonno di Miriam fra i commenti divertiti della signora Italia e del generale, con Miriam che contribuì riferendo l’imbarazzo del marito per trovare il verso di rifiutare l’offerta senza offendere il patriarca.

            “Non credere di essere il solo italiano ad aver dovuto affrontare certe situazioni. Quando coi miei ascari davo la caccia ai ribelli, in molti paesi dove arrivavo, la prima cosa che il capotribù mi offriva era qualche bella fanciulla in fiore! Ma allora non ero sposato e nemmeno fidanzato; anzi, non sapevo neppure che la mia futura moglie esistesse!”

            “Ho paura che mio marito continui a nascondermi qualcosa!” La signora Italia non faceva nemmeno finta di scandalizzarsi, divertita dalla quasi confessione del marito. “E ora che mi ci fate pensare, trovo che c’è una strana rassomiglianza fra Giorgio e Degbe Issane, il maggiore dei nostri figli adottivi. Mi ha sempre raccontato di averlo raccolto in un piccolo villaggio del Caffa che era stato distrutto in uno scontro fra tribù rivali! Ora mi viene qualche dubbio, stai a vedere che invece si tratta di un figlio della colpa!”

            “Lo vedi?” Fece Miriam. “Non si scandalizza nemmeno la signora Italia! Che bisogno c’era di fare tante scene con mio nonno?”

            “Guarda che faccio sempre in tempo a ripensarci e accettare il suo gentile regalo! Dopo tutto non è mica da buttar via la piccola Taitù!”

            L’unica risposta a quella minaccia fu una risata generale, dopo di che, Umberto e il generale si misero alla scrivania per prendere gli ultimi accordi relativi alla missione del giorno dopo. Miriam invece ne approfittò per chiedere qualche consiglio alla signora Italia: uno di carattere professionale, per sapere come comportarsi con certi impiegati statali lavativi che trovavano tutti i sistemi per boicottarla nei suoi tentativi di rendersi utile, lei li avrebbe presi volentieri a calci nel sedere e voleva sapere dalla direttrice didattica cosa avrebbe fatto lei al suo posto.

            “Non credere di essere la sola ad avere certe tentazioni! Io ho a che fare con certe maestre più asine del babbo di un mulo! Cerca comunque di avere pazienza e soprattutto non ti arrendere mai. Se riesci ad essere più cocciuta di loro l’avrai vinta tu!”

            E invece il secondo era di carattere esclusivamente personale, dato che la moglie del generale di figli ne aveva già messi al mondo due. Voleva sapere la sua opinione circa l’opportunità di partorire in ospedale oppure a casa propria ed ebbe anche da lei il consiglio di farlo in clinica se si fidava della preparazione del personale, soprattutto perché era al suo primo figlio.

            Così la serata si concluse tranquillamente in famiglia.

 


4.8 - Non c’è più tempo

Alessandria d’Egitto, settembre 1184 ab Urbe condita, 431 d.C.

 

 

 

            L’antico orologio ad acqua costruito da Erone funzionava ancora con grande precisione, l’amorino d’argento che si muoveva lungo la scala graduata indicava con la sua bacchetta l’ora sesta della notte, ma Tolomeo nonostante la stanchezza di un’intera giornata passata controllando il lavoro degli artigiani e cercando di tranquillizzare i dipendenti della Biblioteca (cosa questa che, più passava il tempo e più gli riusciva difficile) non si era ancora deciso a ritirarsi nel suo appartamento per dormire, preferiva restarsene da solo nel primo chiostro ristorandosi nel fresco della notte osservando le stelle inquadrate fra gli spioventi dei tetti che riparavano i portici, una sola piccola lucerna ad olio illuminava con la sua debole fiamma il tamburo dell’orologio piazzato al centro della fontana circondata da aiole ormai trascurate, ma che lui ricordava piene di rosai in fiore.

            Improvvisamente percepì la presenza di un’altra persona vicina e si voltò verso destra sorpreso che vi fosse ancora qualcun altro in giro per il grande complesso della Biblioteca deserta; evidentemente non era l’unico a non temere i fantasmi che la gente diceva abitare quei luoghi nelle ore notturne.

            “Mio signore, è già passata metà della notte. Vieni a dormire, devi riposarti se vuoi avere la mente lucida per tutti gli impegni della giornata. Non sei nemmeno rientrato per la cena.”

            L’ancella che gli si era avvicinata silenziosamente per non disturbarlo, vestiva una semplice tunica bianca e portava sotto il braccio destro un cestino di vimini intrecciati; anche se non avesse parlato, Tolomeo l’avrebbe riconosciuta lo stesso senza nemmeno vederla: dei servi che lavoravano nella sua casa quella era l’unica che si preoccupasse a quel modo per lui.

            “Roxane, tu sei la sola persona che si mette in apprensione per me! Non merito tanto, se non riesco nemmeno a salvare il luogo dove sono nato e che mi è stato affidato.”

            “Ti ho portato un po’ di formaggio e dei fichi freschi. So che ti piacciono! Mangia almeno qualcosa, c’è anche una fiasca con del vino di Rodi. Fallo almeno per me, lo sai che ne soffro se ti trascuri.” E così dicendo la schiava porse il cestino al suo padrone.

            Roxane non era il suo nome originario, lo aveva scelto Tolomeo suggestionato dalla propria passione per la storia della vita di Alessandro il Grande dopo che l’aveva acquistata da un mercante di schiavi proveniente dall’Alto Egitto. Allora era una ragazzetta dalla pelle scura, magra e denutrita che ne doveva aver passate di tutti i colori, ma aveva colpito la fantasia del giovane appena rientrato ad Alessandria dopo sei anni passati nell’Esercito Imperiale come legato e medico castrense e nominato con sorpresa di tutti Curatore della Grande Biblioteca; i suoi grandi occhi neri esprimevano insieme dolcezza e spirito indomito, tanto da spingerlo a comperarla anche se non aveva bisogno di altro personale per la sua casa, abituato com’era ad accontentarsi di poco; comunque quel mercante non aveva chiesto una gran cifra, poche monete d’argento, considerava quella schiava un oggetto di poco valore, quasi un residuo invenduto, un fondo di magazzino, di un gruppo ben più numeroso che aveva portato fin sulle rive del Mediterraneo discendendo il Nilo fin dall’isola di Elefantina e aveva già fatto il suo guadagno con i tanti schiavi robusti che aveva piazzato presso i suoi clienti abituali che li avrebbero a loro volta portati via nave verso altri più importanti mercati.

            La giovane schiava conosceva solo poche parole di un dialetto nubiano parlato oltre le cateratte di Siene nel Sud, dove finivano gli ormai labili domini dell’Impero Bizantino e lui con pazienza le insegnò il greco finché riuscì a farsi raccontare la sua vita.

            Diceva di essere stata catturata con altri giovani alcuni anni prima nel suo villaggio natale posto sulle sponde di un lago che sosteneva essere la sorgente del grande Nilo – e già questo appariva impossibile a Tolomeo, Aristotele nelle sue opere dimostrava citando più antichi trattati di geografia che le sorgenti del Nilo erano in India, in comune con l’Indo, il fiume raggiunto da Alessandro il Macedone nel corso della sua spedizione in Asia – era stata trascinata in Nubia e venduta una prima volta a un mercante d’avorio che l’aveva sottoposta a violenze di ogni genere prima di rivenderla ad altri che l’avevano portata con altri compagni di sventura ancora più a nord seguendo il corso del Nilo fino alla sua ultima destinazione nel delta del fiume sul Mediterraneo.

            Adesso trovandosi in un ambiente tranquillo, dove non le veniva chiesto niente di gravoso e veniva trattata con cortesia, oltre a risanarsi nel fisico diventando una bella donna alta e slanciata, aveva ripreso fiducia nel prossimo e si era affezionata al suo nuovo padrone in maniera quasi ossessiva. Il racconto del suo viaggio aveva interessato particolarmente Tolomeo per i tanti dettagli, la giovane aveva prestato la massima attenzione ai luoghi che aveva attraversato, nella speranza di poter fuggire e ritornare alla sua patria. Il chierico l’aveva anche interrogata a lungo circa gli usi e costumi della sua gente ed era rimasto sorpreso quando lei gli aveva detto di essere ebrea anche se non parlava una parola di Aramaico e nemmeno dell’Ebraico antico, ma tutto corrispondeva: dimostrava di conoscere molti dei particolari più semplici delle storie narrate nel libro della Genesi, almeno quelle che venivano di solito raccontate ai bambini piccoli. In ultimo, forse per amore verso il suo nuovo padrone, aveva accettato di essere battezzata ed era stato in quell’occasione che Tolomeo le aveva imposto il suo nuovo nome, più semplice da ricordare rispetto a quello originario che alle sue orecchie suonava solamente come un insieme di suoni gutturali.

            Mentre Tolomeo si decideva ad accontentarla e sbocconcellava un pezzetto di formaggio accompagnandolo coi fichi e il dolce vino di Rodi, Roxane gli si sedette al fianco e forse lo avrebbe persino accarezzato se non avesse avuto paura di offenderlo nei suoi stessi sentimenti. E quando finalmente lui ebbe finito e si diresse verso il proprio appartamento, lo seguì docile facendo un po’ di chiarore con la lucerna, lo accompagnò fino al semplice cubicolo in cui dormiva e poi finalmente si ritirò verso l’ala dove stavano i pochi altri servi. Grosse lacrime le rigavano le guance, ora che era sola e nessuno poteva vederla, finalmente dava libero sfogo alle sue emozioni: non si faceva illusioni, il suo padrone, per quanto buono, non avrebbe mai accettato di sposare una semplice schiava, lei si sarebbe accontentata di esserne anche l’ultima delle sue amanti, se mai ne avesse avute, pur di potergli restare vicina. Ma vedeva che adesso era tormentato da preoccupazioni che gli impedivano di avere anche un solo attimo di vita privata; sperava solo che questo non durasse a lungo.

 

            La mattina successiva, il giovane Curatore ebbe le prime brutte sensazioni già mentre tornava verso la Biblioteca dopo essere stato a messa all’alba come suo solito accompagnato dai pochi servi che rappresentavano tutta la sua famiglia. Il monaco che aveva tenuto il sermone era stato molto duro contro quelli che chiamava pericolosi residui delle antiche superstizioni, e quel che è peggio, si vedevano in giro capannelli di quelli che ormai riconosceva come esaltati che, stimolati dai discorsi che alcuni caporioni contribuivano a diffondere, lanciavano torve occhiate verso di lui, non avendo ancora il coraggio di attaccarlo apertamente per la sua alta posizione all’interno del governo della città, ma più probabilmente intimoriti dalla daga che portava appesa alla cintura di borchie di bronzo dorato che gli cingeva la tunica di porpora; sapevano bene che pur essendo un diacono aveva anche esperienza di combattimenti e poteva dimostrarsi un avversario pericoloso per gente più usa alle risse del porto che alla guerra.

            Rientrato nei sicuri quartieri della Biblioteca, ebbe un’altra conferma che non c’era più tempo da perdere: trovò gli impiegati riuniti in capannello intorno a due di loro che avevano urgente bisogno, se non di cure mediche, almeno di darsi una ripulita: avevano le vesti sporche di fango e di sterco che qualcuno aveva lanciato loro addosso, erano pallidi di paura e uno si teneva un panno umido sulla fronte.

            Tolomeo si affrettò a visitare il contuso e sospirò di sollievo vedendo che non si trattava che di un semplice bozzo rigonfio, ma non vi era traccia di sangue né tantomeno di fratture. Applicò un unguento a base di timo e chiara d’uovo sulla tumefazione dell’anziano inserviente che da parte sua si mostrava più coraggioso del suo compagno di sventura che non aveva subito altri danni tranne dover fare lavare il proprio vestito. Il Curatore li congedò ordinando che andassero alle vicine terme a darsi una ripulita e fece loro consegnare delle tuniche pulite perché si cambiassero, lasciandoli poi liberi di scegliere se tornare al lavoro o prendersi un giorno di riposo. Dopo di che si diresse risolutamente verso l’ala più interna della Biblioteca; qui in una sala appartata trovò due dei suoi collaboratori più fidati che stavano esaminando alcuni cilindri di rame, accanto a loro c’era una vasca piena d’acqua e in questa altri cilindri se ne stavano immersi da più giorni.

            “Nearco. A che punto siamo con gli esperimenti?”

            Nearco non era un membro del solito personale dell’istituto, originario di Tessalonica e poco più anziano di Tolomeo, era uno dei più brillanti ingegneri militari che ancora servissero nell’Esercito Bizantino, erede delle tradizioni delle legioni romane, conosceva tutti i segreti delle opere di fortificazione e della costruzione di macchine da guerra come baliste, trabocchi e arieti. Tolomeo lo aveva conosciuto durante il suo servizio militare ed avevano fatto subito amicizia, naturale quindi che avesse subito accettato di aiutarlo in quella avventura quando, poco tempo prima, si era trovato a passare da Alessandria e aveva incontrato dopo tanto tempo il suo vecchio compagno d’armi.

            Il secondo uomo era un personaggio ancora più fuori luogo sulla sponda sud del Mare Nostrum; era un giramondo costretto ormai da anni se non proprio a nascondersi, almeno ad adottare comportamenti che non suscitassero attenzioni particolari da parte delle autorità religiose: era una specie di gigante biondo alto almeno cinque cubiti con una gran barba fluente, si faceva passare per un innocuo giocoliere da fiera, sbarcava il lunario intrattenendo la gente sui sagrati delle chiese e nei mercati con giochi di prestigio, ma sosteneva di essere uno degli ultimi druidi della Britannia. Bettws di Llangwyn, o più semplicemente Betto come lo chiamavano gli altri per semplicità latinizzandone il nome, era un mago! Esperto erborista e profondo conoscitore delle forze della natura, non aveva mai voluto saperne di convertirsi al Cristianesimo, ma a parte questo era una brava persona estremamente leale verso i pochi amici fidati, anche se non aveva mai voluto rivelare come mai fosse finito in Egitto, all’estremo opposto delle terre un tempo sottomesse a Roma; a chi glielo chiedeva, rispondeva con un semplice: “Voglia di viaggiare.” E chiudeva lì il discorso. Con questi presupposti, era ovvio che in quella città cosmopolita finisse per frequentare l’unico luogo dove avrebbe potuto parlare liberamente delle sue esperienze e dei suoi studi: la Grande Biblioteca; e diventasse anche lui un buon amico del suo Curatore.

            “Tutto bene, Tolomeo. Tutti i cilindri sono risultati perfettamente stagni, soprattutto da quando abbiamo sostituito la guarnizione di cuoio con un’altra di feltro intriso a caldo con una resina a base di colofonia inventata dal nostro amico iperboreo. Forse qualche problema potrà sorgere il giorno che vorremo di nuovo aprirli, se passerà troppo tempo, potremmo essere costretti a segarli.”

            “Quello sarà l’ultimo dei nostri problemi. Non c’è più tempo da perdere, la nave è ormai pronta, Semeon ha selezionato un equipaggio fidato e anche le attrezzature speciali che ho fatto costruire sono tutte finite e collaudate per quanto possibile. È tempo ormai che mi aiutiate a scegliere quali libri portare con noi. Sarà una scelta dolorosa, ma necessaria, non possiamo portarci dietro tutta la Biblioteca.”

            “Già, sarebbe un po’ ingombrante!”

            “Ci puoi rivelare dove andremo?”

            “Non adesso. Sappiate solamente che sarà un viaggio lungo e pericoloso e non è nemmeno detto che riusciremo a portalo a compimento. Comunque, chi non se la sente è libero di restare ad Alessandria o meglio ancora andarsene da qualche altra parte, non mi offenderò se scopro che i miei amici sono più furbi, prudenti e intelligenti di me!”

            “Un viaggio verso l’ignoto, estremamente pericoloso, contro gli ordini delle autorità, con buonissime probabilità di lasciarci la pelle e senza possibilità di fare ritorno! Ottimo! Cosa aspettiamo? Diamoci da fare! Nessuno ci ha mai proposto un’avventura più esaltante!” Bettws espresse il parere di entrambi.

            “E allora muoviamoci! Ci sono già stati dei disordini e due impiegati sono stati aggrediti poco fa, grazie al Cielo senza conseguenze irreparabili. Se ci sbrighiamo, in un paio di giorni tutti i volumi che ci interessano saranno pronti e racchiusi nelle nuove custodie. Nei magazzini abbiamo già abbondanti provviste di viveri e oggi stesso dirò a Semeon di portare la sua nave al molo sotto le mura occidentali della Biblioteca, ufficialmente per scaricare dei sacchi di calce necessari per dei restauri urgenti.”

            Le cose non andarono come Tolomeo sperava, ci volle più tempo di quanto avesse preventivato per risolvere tutti gli ultimi intoppi e affrontare quei problemi che non era riuscito a prevedere. Per esempio, ogni libro andava staccato dalla sua columella di legno o d’avorio sulla quale era normalmente conservato avvolto, prima di inserirlo nei cilindri di rame e in ogni contenitore andavano messi anche alcuni grani di mirra per difendere i preziosi scritti dall’assalto di muffe o insetti le cui uova potevano essere già presenti sui fogli; inoltre occorreva anche trovare qualcosa per riempire gli spazi vuoti che rimanevano fra i cilindri di rame contenenti i rotoli di papiro, una volta che li avessero riposti in quelle anfore rivestite internamente di piombo; in un primo momento aveva pensato di fasciare ogni cilindro con stracci, ma una tale operazione avrebbe portato via troppo tempo; allora pensò di usare del grano, facilmente reperibile in città e che avrebbe rappresentato anche una ulteriore riserva d’emergenza, ma proprio Betto gli fece notare come le granaglie avessero la pessima caratteristica di poter fermentare anche al chiuso se vi fosse rimasta dell’umidità all’interno, e non era un rischio da correre a cuor leggero; andò a finire che scelsero di riempire gli interstizi con lenticchie secche, quei legumi non fermentavano ed anche loro erano utilizzabili come fonte di cibo in caso di necessità. Comunque il mercante al quale fu costretto a rivolgersi per averle, dato che non erano presenti fra le scorte che aveva già accumulato un poco per volta per non dare nell’occhio, gliele fornì senza fare domande indiscrete su come mai tutti quegli studiosi avessero avuto improvvisamente voglia di minestra di lenticchie, peggio del biblico Esaù.

            I cilindri di rame che ora contenevano i preziosi manoscritti, tutti accuratamente numerati e catalogati, vennero così riposti insieme ad altri oggetti che intendevano portare con loro, coperti con le lenticchie nelle anfore e poi queste ultime, tappate con dischi di terracotta che avevano subìto il medesimo trattamento, vennero sigillate con piombo fuso versato nell’intercapedine fra il tappo e il collo, dopo di che il piombo fu nascosto con un ulteriore strato di ceralacca che portava l’impronta dei sigilli ufficiali dei doganieri imperiali che ispezionavano normalmente tutte le spedizioni di cereali; questi marchi erano delle abili falsificazioni messe in pratica dall’incisore della Biblioteca, che non ebbe alcuna difficoltà per realizzarli, in fin dei conti era lo stesso artista del bulino che aveva fatto a suo tempo quelli veri per conto dell’amministrazione del porto.

            Il giorno fissato per la partenza si avvicinava sempre di più, ma altre prove attendevano Tolomeo e i pochi amici che lo avrebbero accompagnato.

 


4.9 - Gondar

L’Asmara, fine settembre 1951.

 

 

 

            Alle sei e trenta in punto, il maggiore dei Regi Carabinieri Umberto Amedeo Vallesi, conte del Medebai, si presentava nel cortile centrale del Comando dell’Esercito Coloniale. La sua divisa però non era certo in sintonia con tanti titoli altisonanti: rispettando la tradizione e le lezioni che aveva appreso dal generale, Umberto si era messo comodo, in tenuta da scampagnata, come erano abituati a chiamare le ricognizioni da quelle parti. Stivaletti da paracadutista con la suola in Vibram e calzettoni di lana kaki lunghi al ginocchio, pantaloncini coloniali all’inglese, giacca sahariana, occhialoni da carrista e fazzolettone di seta naturale al collo per proteggersi dalla polvere e il suo cappellaccio preferito a larga falda con la fascia rossa di pelle di serpente, quanto restava di un povero cobra sputatore finito arrosto e mangiato di gusto durante la sua prima missione esterna africana; al cinturone aveva agganciato la fondina con la sua Browning HP 9 mm Parabellum non di ordinanza e un pesante billao della P.A.I., sulle spalle oltre allo zaino con tutte le solite dotazioni, la tracolla del fucile d’assalto Sturmgewehr ’44 tedesco, un altro ricordino di quella famosa passeggiata alla ricerca di un gruppo di contrabbandieri sudanesi, lo aveva poi accompagnato in molte altre rivelandosi un fidato compagno di avventure.

            Come si era immaginato, trovò il plotoncino di militari nazionali e ascari già schierato accanto ai veicoli; Purtroppo mancavano quasi tutti gli uomini che tante volte lo avevano accompagnato in quelle missioni: il sergente maggiore Sergio Cecconi col suo accento romanesco anche quando parlava in uno dei tanti dialetti abissini che conosceva e sempre pronto a dare consigli, Azmet Destà lo sciumbashi anziano padre di Miriam, che lo aveva svezzato nel trattare con gli ascari e lo aveva validamente affiancato nella sua prima missione come comandante; e tanti altri nomi e volti che adesso gli tornavano alla memoria. Preferì non continuare a rammentare per non intristirsi: la vita continua e le operazioni militari pure, far bene il proprio lavoro è il modo migliore per onorare i caduti.

            Già dalla prima occhiata si riconoscevano subito i pochi veterani dai nuovi venuti, le uniformi dei primi erano più o meno come la sua, con le inevitabili varianti dovute ai gusti personali dei singoli; gli altri per inesperienza o per paura di trovarsi di fronte a un ufficiale ligio ai regolamenti, indossavano la tenuta tropicale da campagna standard del Regio Esercito. Cercò di fare subito un minimo di conoscenza.

            “At-tenti! Plotone esplorante pronto alla partenza! Maggiore!” Il sergente scattò sugli attenti subito imitato da tutti gli altri e fece il saluto militare.

            “Riposo! Sergente maggiore Avi. Ma il tuo posto non dovrebbe essere dietro la scrivania in fureria a far da filtro agli scocciatori per il generale?”

            “Coi rincalzi dall’Italia sono arrivati un paio di autentici letterati! Perciò in due forse riusciranno a fare la metà del mio lavoro per una settimana. Non mi sarei mai perso l’opportunità di questa scampagnata signore!” Nonostante facessero parte della stessa brigata di amici nel tempo libero, il sergente d’origine polacca quando era in servizio manteneva istintivamente le distanze con l’ufficiale.

            “Attento a non prenderci gusto! Hai visto anche tu cosa può succedere.”

            All’altra estremità della squadra di soldati italiani, la figura del secondo sergente gli era sembrata familiare fin dal primo momento, arrivato di fronte, la vista del “cono gelato con le ali” metallico appuntato sul taschino della sahariana e soprattutto il pesante fucile da tiratore scelto che teneva a tracolla glielo fecero immediatamente riconoscere, il soldato lo salutò per primo:

            “Sergente Elio Bichi ai vostri ordini, signore!”

            “Comodo!” Umberto rispose al saluto.

            “Ma tu non avresti dovuto congedarti al ritorno dalla Corea e cercarti una morosa? Che ci fa un paracadutista della Nembo quaggiù in colonia?”

            “Colpa vostra, signore! Quando siamo rientrati ho incominciato a guardarmi in giro, poi ho visto il cinegiornale del vostro matrimonio e quante belle ragazze ci sono da queste parti. Ho firmato per passare nel ruolo v.f.p. e ho sfruttato qualche aggancio per farmi trasferire!”

            “Ce l’hai ancora la Gertrude?” si riferiva alla grossa balestra da tiro che il cecchino usava quando non voleva fare troppo rumore “Con quei baffoni quasi non ti riconoscevo.”

            “Sì signore! È già a bordo della mia camionetta, non si sa mai. Non speravo di rincontrarvi così presto e di avervi subito come comandante alla mia prima uscita operativa.”

            “Anche se abbiamo passato tutta una notte abbracciati nella stessa buca, questo non vuol dire che ti baci in bocca subito! Preparati a imparare un mucchio di cose nuove.” La battuta servì a sciogliere definitivamente il ghiaccio e Umberto ordinò di salire a bordo dei veicoli con un’ultima raccomandazione. “Mi rivolgo ai pochi veterani, che tengano d’occhio i novellini e gli insegnino i trucchi del mestiere senza fare troppi scherzi.”

            Con gli ascari non aveva bisogno di presentazioni, erano quasi tutti sue vecchie conoscenze a partire dallo sciumbashi che li comandava: Ioannes Destà era un altro degli zii di Miriam, anche lui militare di carriera per vocazione, come tutti in quella famiglia. Al gruppo, per sua espressa richiesta, si era aggregato anche Ailé Endacciù; il dubat era un Amara originario proprio della zona intorno a Gondar, avrebbe potuto essere d’aiuto per la sua conoscenza del territorio e la sua presenza in ufficio non era al momento indispensabile.

            Dato il piccolo numero di militari, il convoglio era costituito solamente da quattro camionette Sahariane SPA AS 43 e quattro Campagnole Fiat AR 45 nuove di fabbrica, tutte con armamento addizionale. Su due delle Sahariane gli specialisti del reparto manutenzione avevano montato, oltre alle solite MG 42 di preda bellica, un cannoncino automatico Bofors 40/56, i pezzi erano stati recuperati da un cacciatorpediniere inglese mandato alla demolizione nel porto di Massaua, mentre sulle altre avevano installato dei mortai da 81 mm più adatti, col loro tiro curvo, dei vecchi cannoncini Breda da 65 mm per un eventuale supporto di fuoco, mentre le Campagnole avevano un cestello rialzato ad anello armato con una delle tante Browning M2 HB calibro 12,7 mm fornite con generosità dall’alleato americano durante la guerra. La piccola autocolonna, anche se usciva per una semplice ricognizione in zona tranquilla, poteva contare su una potenza di fuoco non indifferente, forza dell’abitudine e sana precauzione da parte di gente che si era trovata a volte a dover affrontare grossi guai quando meno se l’aspettava. Decine di taniche per il carburante di riserva e l’acqua potabile, gli zaini dei soldati, teloni arrotolati, cassette di munizioni, attrezzi vari e radio ricetrasmittenti completavano le dotazioni di bordo lasciando agli uomini appena il posto per sedersi.

            Mentre passavano accanto all’officina dell’autoreparto diretti verso il cancello che dava direttamente sulla strada statale per Cheren e Agordat, il maresciallo che la comandava gli gridò dietro:

            “Non me le riempite di fango e stateci attenti! Quelle macchine, fra dieci giorni, devono partecipare alla sfilata!” Tutto fiato sprecato.

            Dieci minuti dopo, stavano già filando alla velocità di crociera di 70 Km orari, diretti verso la zona di Gondar, dove pensavano di arrivare nel tardo pomeriggio contando sulla bella giornata e lo scarso traffico.

            Ad Agordat si fermarono per riempire i serbatoi dei veicoli e data l’ora ne approfittarono anche per mangiare, la piccola guarnigione della città era più che altro un posto di rifornimento gestito da un reparto della sussistenza e un piccolo nucleo di carabinieri al comando di un maresciallo maggiore che Umberto conosceva già da tempo: prima di ottenere quell’incarico, aveva fatto parte della squadra investigativa di l’Asmara agli ordini del capitano Locascio e aveva partecipato alle indagini sulla Rosa di Sangue.

            “Piacere di rivedervi, maggiore. L’ultima volta che ci siamo incontrati, eravate venuto a prendere dei libri di quel pazzoide che si credeva un salvatore di anime! Vi sono poi serviti? Quando vidi i titoli, non mi sembravano romanzi di avventura.”

            “Le avventure le ho vissute direttamente, grazie! Comunque sono risultati validi, ci permisero di capire dove i comunisti intendevano colpire. E voi, come ve la passate in questo avamposto?”

            Vedendo il maresciallo imbarazzato per l’arrivo inatteso di tante persone, fatto che scombussolava l’andamento della caserma soprattutto per la necessità di sfamare tutta quella gente di passaggio, il giovane ufficiale, piuttosto che usare subito le razioni che si erano portati dietro, si dette un’occhiata intorno e l’insegna dipinta su un grosso cartello che vide sulla facciata di una palazzina a un piano lì vicino gli dette l’ispirazione per risolvere brillantemente il problema: Da Gennaro. Pizza verace a tutte le ore. Gli ascari e gli altri soldati fecero la spola fra la pizzeria e il cortile della caserma carichi di pizze calde e bottiglie di birra fresca con grandissima soddisfazione di tutti, la pizza margherita era fatta secondo tutte le regole e croccante al punto giusto.

            “Mi sembra che questa missione stia incominciando nel migliore dei modi. Dev’essere per questo che le chiamate scampagnate!” Fu il solo commento che il sergente Bichi si lasciò sfuggire prima di addentare con gusto la prima fetta della sua pizza.

            “Aspetta e vedrai!” Pensò Umberto. “Se ci capiterà da scarpinare, rimpiangerai i paracadutisti coi loro comodi aeroplani che li portano fino a destinazione.”

 

            Come succede sempre in tutte le operazioni militari: l’uomo prevede e Dio provvede. La speranza di arrivare a Gondar prima di notte sfumò definitivamente quando, dopo una lunga deviazione verso Sud a causa dei lavori per la costruzione di una nuova strada, arrivarono al ponte di Sabera Dildil sul Grande Abbai, il nome locale del Nilo Azzurro; trovarono un battaglione del Genio impegnato proprio a ricostruirlo, due mesi prima, l’alluvione annuale dovuta alle grandi piogge se lo era portato via.

            Il fatto ovviamente era ben noto anche al Comando di l’Asmara, ma sapevano anche che era stato lanciato un ponte provvisorio di barche e su quello avevano contato di passare. Purtroppo, proprio quella mattina, un apripista Caterpillar da venti tonnellate aveva pensato bene di rompersi un cingolo mentre lo attraversava; la grossa ruspa aveva sbandato bruscamente sfondando la leggera spalletta ed era caduta su una delle barche affondandola e strappando tutta una sezione del ponte, il guidatore si era salvato a nuoto per miracolo: trascinato dalla forte corrente del fiume era riuscito a toccare terra solo dopo cinque chilometri, e meno male che quel giorno i coccodrilli dovevano soffrire di disappetenza.

            Al loro arrivo, oltre ad alcuni autocarri civili e militari fermi in attesa, trovarono i genieri che stavano ancora cercando di rimediare al danno, il ponte fisso non era ancora completo e di quello su barche era tanto se erano riusciti ad evitare di perderne tutti i pezzi. Di attraversare a guado, in quella stagione non era assolutamente possibile nemmeno pensarlo, neanche ad avere dei mezzi anfibi, la corrente era troppo impetuosa.

            “Dovrete tornare indietro fino a Motà e poi prendere per Corrè e attraversare l’Abbai a Tisoà Dildil; quel ponte è transitabile normalmente.”

            Il capitano del genio del Comando di Addis Abeba era anche lui un veterano d’Africa, la sua divisa da campo era più o meno come quella di Umberto Vallesi, a parte lo strato di fango che vi si era accumulato e il salvagente americano Mae West verde giallognolo tenuto slacciato, con la barba lunga di parecchi giorni e gli occhi rossi di chi non è riuscito a farsi un’intera notte di sonno da ancora più tempo. Si vedeva subito che non era tipo da accampare scuse o far perdere tempo inutilmente. Umberto prese la mappa della zona dalla cassetta porta documenti della sua camionetta e la stese sull’ampio cofano motore posteriore per studiare con gli altri il nuovo percorso che gli aveva suggerito: la deviazione avrebbe allungato il viaggio di parecchi chilometri e su piste secondarie. La cosa non gli piaceva per niente.

            “Scusate capitano. Se dobbiamo fare tutta questa strada in più, ci metteremo tutta la notte solo per arrivare a Debra Tabor. Voi conoscete senz’altro meglio di me la situazione in questa zona; cosa fareste al mio posto?”

            Il capitano stette qualche momento a grattarsi la guancia pensieroso, poi.

            “Avete ragione, maggiore. Dev’essere colpa della stanchezza che non mi fa ragionare lucidamente. Il guaio è che ogni anno nella stagione delle piogge succede sempre la stessa storia, dovremo deciderci a cercare di risolverla una volta per tutte con delle belle opere di bonifica e canalizzazione. Ma questi sono problemi miei, non vostri. Volete il mio consiglio? Eccovelo: passate anche voi la notte qui al nostro accampamento con gli altri; non dovrete fare nemmeno la fatica di montare le tende, vi presteremo le nostre, tanto noi non ne avremo bisogno, lavoreremo anche tutta la notte, stiamo aspettando degli autocarri con il nuovo battello-ponte per sostituire quello andato distrutto e un altro apripista, dovrebbero essere qua poco dopo mezzanotte. Per domattina avremo finito di sicuro e potrete passare dall’altra parte appena fatta colazione. In questo modo arriverete a Gondar prima che se aveste dovuto fare tutto il giro e senza perdere la nottata.”

            “Vi ringrazio. Vorrei potermi sdebitare in qualche modo.”

            “Non ci sono problemi. Vi ho riconosciuto subito, maggiore Vallesi. Siamo noi ad essere sempre in debito con voi. L’unica cosa che potreste fare per me ora, sarebbe procurarmi un pacchetto di sigarette, ma voi non fumate… L’ultimo che avevo, mi si è infradiciato tutto mentre cercavo di ripescare il mio ruspista.” Il capitano finì la frase con un’alzata di spalle.

            “Avi! Hai sentito? Puoi risolvere il dramma personale di questo capitano?” Umberto sperava di poter fare conto sulla nota capacità del sergente di avere sempre di tutto a disposizione per qualsiasi evenienza.

            “Ci penso io, signore!”

            Il sergente maggiore frugò in uno dei gavoni della sua AS 43 e dopo un attimo porse una stecca di Macedonia Extra al riconoscente ufficiale del Genio.

            “Con i ringraziamenti del Terzo Raggruppamento, signore! Per l’ospitalità che ci avete offerto.”

            “Grazie a voi!” Il capitano si sarebbe accontentato anche di un pacchetto di Nazionali Semplici o forse addirittura delle micidiali Milit. “Vi garantisco che questo maledetto ponte per domattina sarà transitabile, altrimenti mi impegno a portarvi tutti dall’altra parte sulle mie spalle a nuoto!”

            L’ufficiale arraffò la stecca aprendola subito e un minuto dopo tornava verso i genieri al lavoro con una sigaretta accesa fra le labbra mandando voluttuose nuvolette di fumo.

            Stanchi per la lunga giornata di viaggio, dopo la cena al campo offerta anche quella dalle cucine del battaglione del Genio Pontieri, riuscirono tutti a dormire come ghiri nonostante il baccano dei macchinari degli uomini intenti a lavorare al ripristino del ponte di barche alla luce delle fotoelettriche; l’andirivieni di trattori e autocarri fra l’accampamento e la riva del fiume Abbai continuò senza soste fin dopo l’alba, quando finalmente tutti quelli che erano lì in attesa poterono attraversare il ponte di barche rimesso in funzione e proseguire verso le loro destinazioni.

 

            Nonostante le venti ore di ritardo rispetto a quello che avevano calcolato, nel primo pomeriggio arrivarono finalmente a Gondar, l’antica città sede del Patriarcato Copto Ortodosso Etiope li accolse col sole che finalmente bucava le nuvole di uno degli ultimi temporali della stagione. Lo avevano visto in lontananza mentre, tra Ifag e Minzero correvano sulla strada asfaltata che costeggiava la sponda est del lago Tana, ma non avevano avuto bisogno di fermarsi a montare i teloni di copertura dei veicoli. La valle che digradava verso il lago era verde di vegetazione e nei campi i contadini locali erano intenti a sarchiare il terreno per far penetrare in profondità la pioggia appena caduta, in modo da nutrire il secondo raccolto dell’anno, con le piante di ceci già rigogliose e cariche di piccoli baccelli ancora verdi.

            “Rechiamoci subito alla guarnigione. Poi penseremo a come assolvere all’incarico diplomatico.”

            Girarono intorno al castello di Cusquam, posto sulla cima di una collinetta e quasi completamente nascosto dalle impalcature dei lavori di restauro che andavano avanti da alcuni anni fra le diatribe degli archeologi conservazionisti, che avrebbero voluto limitare i lavori alla semplice salvaguardia di quello che era rimasto, e quelli della scuola dei ricostruttori che invece vogliono riportare i monumenti all’antico splendore per quanto possibile; in questo caso avevano vinto i secondi e presto il maniero, costruito da Iyasu I nel XVII secolo con evidenti influenze portoghesi, sarebbe stato di nuovo abitabile ed era destinato a diventare la sede degli uffici coloniali e di un grande museo.

            Il quartiere del presidio italiano era molto più grande delle effettive necessità della piccola guarnigione e occupava il vecchio ex Consolato Italiano con le costruzioni vicine, perciò non ebbero alcuna difficoltà ad ospitare i nuovi venuti. Mentre il sergente Avi si occupava di far alloggiare gli uomini insieme al personale locale, Umberto Vallesi si recò nell’ufficio del comandante, un giovane tenente proveniente dalla Divisione Sassari in avvicendamento per svolgere un periodo di comando in territorio coloniale che gli sarebbe servito d’esperienza nel seguito della sua carriera militare; giunto da poco dall’Italia in sostituzione di un altro ufficiale che adesso lavorava presso il Comando di Addis Abeba.

            L’ufficiale del Comando di l’Asmara sperava di non trovarsi di fronte a qualcuno ancora intriso di regolamenti, che avrebbe potuto frapporgli degli ostacoli. Lo trovò in compagnia del maresciallo dei carabinieri che comandava la locale stazione; se non altro si risparmiava la fatica di doversi presentare due volte.

            “Buona sera, maggiore.” Fu la pronta risposta del comandante del distaccamento, la cui origine sarda era tradita dall’accento e dalla costituzione fisica spigolosa, fatta più di tendini che di muscoli. “Sono il tenente Gavino Marongiu, messo da poco al comando di questa guarnigione e dopo nemmeno un mese dal mio arrivo in Africa! Perciò fate conto che il vero comandante sia il qui presente maresciallo maggiore Campagnano, che sta tentando di insegnarmi il mestiere. Vi aspettavamo, il generale Da Pettori ci ha avvisato del vostro arrivo con un fonogramma.”

            “Ci ho messo un po’ più di quanto avessi previsto: l’Abbai ha pensato bene di danneggiare anche il ponte di barche lanciato dal Genio a Sabera Dildil e abbiamo dovuto aspettare che fosse riparato.”

            “Non occorre che vi scusiate. Conosciamo bene i danni che provoca tutti gli anni la stagione delle piogge.

            Il generale vi ha messo al corrente dei problemi che stiamo avendo con quegli archeologi americani? Ne stavamo appunto discutendo fra noi quando siete arrivato.” Il maresciallo era un veterano dell’Africa e gli era stata affidata la tenenza di Gondar anche per le sue capacità diplomatiche con il clero copto, sempre diffidente verso i colonizzatori.

            “Solo per sommi capi, evidentemente la situazione non è chiara nemmeno per lui, mi ha solamente accennato a dei contrasti fra il Patriarcato e la missione archeologica. Siccome quest’ultima ha avuto i permessi direttamente dal Governatorato Generale del Vicerè di Addis Abeba, toccherà a noi cercare di metterli d’accordo.”

            La cosa buona in tutta la questione, era che anche il tenente era una persona che veniva subito al dunque, senza perdersi in chiacchiere. Aveva all’incirca la stessa età di Umberto Vallesi, ma pur non avendo la stessa sua esperienza dell’ambiente della colonia, dimostrava almeno il buon senso di affidarsi a chi ne sapeva di più.

            “Potete almeno farmi un riassunto? Prima di andare a parlare con l’Abuna vorrei conoscere come minimo com’è la situazione al momento. Oltre tutto mi sembra strano che una persona colta come il Vescovo abbia fatto tante storie con degli archeologi; li ho visti al lavoro anche ad Axum e laggiù non ci sono stati problemi di sorta.”

            “I problemi sono venuti fuori solamente negli ultimi giorni. Questi archeologi americani sono a Gondar ormai da quasi un anno, e non hanno mai dato fastidio. Stanno scavando un sito a Sud-ovest della città, dove credono di aver trovato i resti di un insediamento molto più antico; non chiedetemi di cosa si tratta, se avrete necessità di saperlo, dovrete rivolgervi direttamente a loro, io non ci capisco niente. Poi è arrivato un pezzo grosso direttamente dall’America, credo che sia il loro finanziatore, che sta insistendo perché spostino gli scavi in un’altra zona. È a questo punto che i religiosi si sono opposti.”

            “Insomma si tratta di capire se i permessi che hanno riguardano solo una zona precisa o sono più ampi, come sostengono loro, e capire i motivi di rifiuto da parte della Chiesa Copta. Come al solito dovremo cercare di metterli d’accordo, da una parte abbiamo dei religiosi con i loro terreni sacri e che, nonostante tutto, non ci vedono ancora di buon occhio e cercano tutte le occasioni per ritagliarsi uno scampolo di potere, e dall’altra della gente che si crede autorizzata a scavare dove gli pare e non possiamo trattare troppo male, per non offendere un alleato che oltre tutto sta investendo un mucchio di quattrini sia in Italia che nelle nostre colonie.”

            “Già, il problema, almeno per quanto ci riguarda direttamente, è proprio questo. Nel mio ufficio ho la cartelletta con la copia dei permessi di scavo. Vado a prenderla, così potrete farvi un’idea prima di andare a parlare con l’Abuna che in questi giorni è in sede al Ghebbì Easìl.” Precisò il maresciallo della locale tenenza dei carabinieri alzandosi per andare a prendere l’incartamento nell’ufficio vicino.

            Intanto il tenente Marongiu continuò con quanto era a sua conoscenza illustrando al maggiore Vallesi la situazione. Anche le notizie che poterono verificare sui documenti non erano poi molte e quando finalmente Umberto si sentì pronto per affrontare l’Abuna, si offrì di accompagnarlo.

            “Se non disturbo, vorrei poter venire con voi. So che conoscete bene l’Abuna Chrisostomos che ha addirittura celebrato il vostro matrimonio” Con tutto quello che la propaganda aveva imbastito nell’occasione, Umberto dubitava che in tutto l’Impero esistesse qualcuno che non ne fosse al corrente. “Mi piacerebbe essere presentato, finora l’ho visto solo in un paio di occasioni ufficiali, ma penso sia mio dovere cercare di intrattenere dei rapporti cordiali con la massima autorità religiosa etiope, tenendo anche conto che passa una buona parte dell’anno proprio nella città alla quale sono stato destinato.”

            “Nessuna obiezione da parte mia. Oltre tutto anch’io sono un convinto sostenitore della necessità di mantenere buoni rapporti con le autorità locali, che sono anche un’ottima fonte di informazioni. Vedrete che il vescovo, nonostante quello che si dice in giro, non ha mai morso nessuno ed è una persona intelligente, oltre a parlare un ottimo Italiano, cosa che non guasta per uno come voi che è arrivato da poco dall’Italia, se come credo non conoscete ancora i dialetti di queste parti.”

            “Avete indovinato. Non penso che il sardo mi potrà essere d’aiuto! Finora dell’Amarico conosco solo qualche parolaccia.”

            “Quelle sono sempre le prime che si imparano! Ve lo dice un esperto in materia.” A Umberto venne da ridere, ripensando alle sue prime esperienze coi dialetti africani quando era lui il novellino. “Mostratevi sempre rispettoso verso la sua carica e vedrete che troverete in lui un interlocutore ben disposto, anche se non è certo il tipo che si lascia convincere facilmente.”

 

            L’Abuna Chrisostomos li ricevette nel suo studio privato nell’antico Ghebbì. Come Umberto si era aspettato, l’accoglienza fu cordiale anche da parte del segretario che pure tendeva istintivamente ad essere più rigido del suo superiore.

            Dopo i primi convenevoli, l’informarsi sulla salute e un ricordo delle avventure passate insieme – senza entrare in troppi particolari data la presenza di un estraneo che era preferibile non venisse a sapere tutto quello che era successo veramente – la discussione entrò nell’argomento che era il motivo di quella visita.

            “Eminenza, mi potete spiegare come mai siete entrati in contrasto con la missione archeologica americana? So che fino ad oggi non avevate avuto contrasti; cosa è cambiato? È mio interesse fare in modo di risolvere il problema, se rientra nelle mie possibilità. Mi interessa conoscere le vostre ragioni, se non altro per riuscire a spiegarle a loro.”

            Nonostante il rapporto fra Umberto e l’Abuna Chrisostomos fosse ormai, se non proprio di amicizia, senz’altro di stima e rispetto reciproco, L’ufficiale italiano dimostrava la giusta dosa di deferenza verso l’alto prelato anche per dare l’esempio al collega appena arrivato dall’Italia, che per il suo incarico avrebbe avuto molte più occasioni di incontrarlo e doveva poter contare sull’appoggio della Chiesa Copta.

            “Come tu ben sai, diletto figlio.” L’Abuna tendeva sempre a parlare in modo pomposo e se Umberto Vallesi non ci faceva più caso, per il tenente Marongiu rappresentava una novità, ma preferiva ovviamente non farlo notare. “Io personalmente, e tramite me anche l’intera Chiesa Copta, non abbiamo avuto mai niente in contrario alle ricerche archeologiche, ma pretendiamo il dovuto rispetto per i nostri luoghi sacri. Non intendiamo assistere passivi a saccheggi indiscriminati delle memorie del nostro popolo!”

            “Capisco il vostro punto di vista, e sapete bene come anche l’Amministrazione italiana abbia sempre avuto la stessa preoccupazione. Forse per il fatto che veniamo da un paese ricchissimo di memorie, ne comprendiamo l’importanza meglio di tanti altri. Perciò spiegatemi pure liberamente che cosa hanno combinato per incorrere nelle vostre ire, se fino ad ora era andato tutto bene, quello che vi ha fatto cambiare idea deve essere successo di recente.”

            “Come tuo solito, hai centrato il problema. Fino a meno di un mese fa, quegli americani non ci avevano mai dato problemi: stanno scavando un antico villaggio poco più a sud di Gondar ed erano tutti presi dal loro lavoro. Poi è arrivato un tale che deve essere quello che ha fornito loro i soldi per la spedizione, deve essere molto ricco perché si muove con un aeroplano personale. Questo nuovo venuto li vuole convincere a effettuare delle ricerche in una altra valle poco lontana che però per noi è sacra perché ospita i cenobi di alcuni antichi eremiti, ma soprattutto stanno parlando di portare via delle scoperte che hanno fatto durante gli scavi, quando hanno trovato quello che sembra essere un’antica chiesa; e noi non possiamo ammettere che si profanino delle tombe che potrebbero contenere reliquie di santi uomini, è una cosa inammissibile. Come puoi ben immaginare, ho le mie fonti di informazione fra gli operai che lavorano per loro.”

            “Soprattutto questo ultimo fatto, se corrisponde al vero e non ho motivo di dubitare della vostra parola, sarebbe estremamente grave. Il furto di opere d’arte è una piaga anche in Italia e cerchiamo di combatterlo con tutte le nostre forze. Non ci mancherebbe altro che questi ladri si mettessero a fare danni anche dalle nostre parti.”

            Il colloquio durò ancora a lungo e si concluse con un invito a cena alla mensa del vescovo. I due giovani ufficiali accettarono per dovere di rappresentanza ed ebbero a pentirsene: il vescovo copto seguiva scrupolosamente i precetti della vita conventuale, si ritrovarono a cenare con una specie di insipida minestrina di verdura, delle erbe cotte scondite, qualche cipolla, pane azzimo e purissima acqua di fonte. Mentre nel fresco della sera africana tornavano a piedi verso la guarnigione, il tenente commentava tristemente:

            “Non so voi, maggiore, ma io ho più fame di prima! Mi sembra di essere capitato in una quaresima fuori stagione.”

            “A chi lo dite! Io addirittura sono con un panino da stamattina. Per paura di perdere troppo tempo, non ci siamo fermati per pranzare e ci siamo accontentati di trangugiare in fretta qualcosa strada facendo. Se penso che i nostri uomini, a quest’ora si sono già scofanati la loro razione di pasta al sugo e tutto il resto, rimpiango di aver voluto fare l’ufficiale!”

            “Vi offendete se, tornati ai nostri alloggi, vi invito a fare la punta a un salamino piccante delle mie parti? Mi sembra l’occasione giusta per usare un po’ delle razioni d’emergenza che mi sono portato dalla Sardegna.”

            “Offendetemi pure! Ho lo stomaco che urla per il cibo benedetto che non si è nemmeno accorto di aver ricevuto. Da parte mia ci metterò una buona bottiglia di Chianti della riserva del generale, me ne ha date alcune delle migliori pensando che potessero tornarmi utili per le buone relazioni con gli archeologi americani. Gli yankees dovranno accontentarsi di riceverne una in meno, tanto loro non lo sanno.”

            La serata finì in bellezza con pane e salame apparecchiati alla meglio sulla scrivania dell’ufficio, davanti ai bicchieri pieni di ottimo vino toscano dal color rubino, cementando nel modo migliore una nuova amicizia nata fra gli imprevisti impegni diplomatici e i tanti altri problemi della vita militare. L’indomani Umberto avrebbe dovuto affrontare quei professori universitari e non se la sentiva di farlo dopo aver passato una triste nottata a stomaco vuoto.

 


4.10 - Scavatori di tombe

 

 

 

            Se c’era una cosa che Umberto Vallesi aveva imparato a seguire sempre, era l’intuito che spesso lo aveva aiutato a levarsi dai guai e a trovare la soluzione quando ormai dubitava di riuscirci. Qualcosa gli diceva che, se voleva scoprire cosa si nascondesse veramente sotto l’improvviso desiderio di quel gruppo di archeologi per spostarsi in una nuova zona nonostante l’opposizione della Chiesa Copta, dopo quasi un anno di tranquilla convivenza anche se non proprio di amicizia, avrebbe dovuto cercare di impressionare in qualche modo quei grattaterra.

            Seguendo l’ispirazione del momento, decise di arrivare sul luogo degli scavi facendo un’entrata a effetto, se quel poco che conosceva circa la mentalità degli americani e dei professori universitari corrispondeva alla realtà, forse sarebbe servito a scuoterli un po’. Invece di andarci da solo con una campagnola, magari in compagnia del maresciallo Campagnano, si sarebbe presentato con tutto il suo plotone esplorante al completo; non intendeva “fare la faccia feroce”, ma solo far capire che stavano scomodando gente che aveva cose più importanti da fare che non adoperarsi come paciere in beghe di poco conto sorte fra degli stranieri e la Chiesa locale.

            La colonna motorizzata uscì dalla sede della guarnigione di Gondar alle sette in punto, sulla prima camionetta sahariana, accanto al maggiore Vallesi aveva preso posto anche il tenente Marongiu. Non che la sua presenza fosse indispensabile, ma Umberto capiva bene il desiderio dell’altro ufficiale di partecipare alla missione, se non altro per conoscere meglio il territorio di competenza del suo comando. E ripensando a quando il pivello era lui, trovava che era una decisione intelligente.

            Strada facendo, ne approfittò per chiedere altri particolari sulle persone che dovevano incontrare.

            “Mi potete dare qualche altra informazione circa questo tizio appena arrivato dall’America? Sembra che i problemi siano sorti solo dopo il suo arrivo, quindi ci deve per forza entrare lui.”

            “Purtroppo solo quel poco che figura sui documenti. È arrivato una ventina di giorni fa col suo aereo personale direttamente qui a Gondar (lo tiene parcheggiato vicino agli hangar della LAI), ma se volete saperne di più, dovrete passare direttamente voi dall’aeroporto, io di aeroplani ne so ben poco. Poi si è subito istallato al campo degli archeologi, non è una persona che si faccia vedere in giro in città, nemmeno per visitare i monumenti.”

            “Di quattrini deve averne parecchi, per noleggiare un aereo appena arrivato a Addis Abeba e tenerlo fermo per tanto tempo a sua disposizione.”

            “Forse ne ha ancora di più di quanto possiate pensare, l’aereo è suo ed è anche bello grosso, un bimotore con marche di identificazione inglesi che tiene in Europa per quando ne ha necessità. Non ho avuto bisogno di chiedere informazioni particolari su di lui, mi è bastato sfogliare un rotocalco per sapere che abbiamo a che fare col rampollo di una dinastia di industriali dell’acciaio che farebbe sembrare i Krupp alla stregua di semplici proprietari di un negozio di ferramenta.”

            “Accidenti!”

            Fu l’unico commento ad alta voce. Ma dentro di sé Umberto pensava già alle possibili complicazioni: gente del genere aveva sempre agganci anche a livello politico e poteva essere pericoloso prenderli di punta. In ogni caso il maggiore non era il tipo da lasciarsi impressionare, quanto ad amicizie ne aveva un bel po’ anche lui e per di più nei posti che contano in un Impero che metteva al primo posto la lealtà verso lo Stato.

            Per arrivare al campo degli archeologi americani dovettero tornare indietro verso il Lago Tana per circa cinque chilometri fino ad Azazò e poi girare a destra su una pista sterrata ma in discrete condizioni in direzione di Celgà e della base meridionale dell’Altipiano del Sachelt. Altri venti chilometri e, superato Loza Mariam arrivarono nella valletta del torrente Maghecc, uno dei tanti corsi d’acqua secchi per la maggior parte dell’anno che però con la stagione delle piogge appena finita era adesso in piena con una buona portata d’acqua verso il vicino bacino lacustre.

            Il sito archeologico era proprio sulla sponda sinistra del fiumiciattolo, in una posizione ideale per un antico stanziamento di agricoltori, con una piccola piana fertile e abbondanza d’acqua tutto l’anno.

            L’arrivo di un reparto militare in assetto di guerra mosse la curiosità dei professori universitari e del personale indigeno che lavorava per loro impiegato nelle operazioni di sterro e nella ripulitura del sito. Almeno nell’aspetto esteriore, Umberto non trovò differenze con gli archeologi italiani che aveva conosciuto ad Axum: stessi vestiti stazzonati, stessi stivaloni di gomma coperti di fango incrostato e stesso aspetto di persone abituate alla vita all’aria aperta.

            Mentre gli otto veicoli si fermavano lungo la pista, accanto al cantiere, il direttore si avvicinò subito per scoprire il motivo della visita, preoccupato dall’aspetto dei nuovi venuti che lasciava presagire la possibilità di qualche guaio nella regione.

            L’esimio professor Robert Fulton, docente di storia antica all’Università del Massachussetts, rispondeva appieno alla tipologia: sessantenne, la faccia cotta dal sole, somigliava più a un contadino che a un topo di biblioteca. Il suo Italiano faceva pena, ma in compenso parlava un Francese fluente tanto da non aver problemi, dopo lo scambio dei saluti, per conversare con Umberto che, da parte sua, pensò che doveva decidersi ad imparare anche l’Inglese se gli toccava continuare a fare l’intermediario con i tanti stranieri che sempre più spesso gli toccava incontrare nel suo lavoro.

            Come aveva previsto di fare, Umberto lasciò intendere che le beghe fra archeologi e Chiesa locale non erano il suo problema più urgente, ma dato che si trovava a passare da quelle parti, gli avevano appioppato anche l’incarico di risolverle cercando di riportare l’armonia.

            “Se non avete fretta, signor maggiore, vorrei farvi vedere a che punto siamo con gli scavi e mostrarvi quello che abbiamo già scoperto.”

            I due ufficiali italiani si incamminarono insieme all’archeologo all’interno dell’area degli scavi, mentre il resto degli uomini approfittava della sosta chi per sgranchirsi le gambe, chi per fumarsi una sigaretta; il sergente Elio Bichi tirò fuori dal suo zaino un album da disegno e si mise a fare schizzi del paesaggio e dei suoi nuovi compagni di avventure.

            Il professore cercava di essere cortese col rappresentante del governo coloniale anche se era evidente che pensava di trovarsi di fronte al solito militare senza una valida base culturale. Sarebbe presto rimasto sorpreso, quello che aveva di fronte, nonostante l’aspetto atletico e la divisa fuori ordinanza da combattimento, poteva contare su una laurea in Storia e lingue mediorientali all’Università di Napoli e studi classici conseguiti sempre col massimo dei voti e che in soli due anni dal suo arrivo in colonia sapeva ormai parlare e scrivere correttamente nei principali dialetti locali, compresa l’antica lingua sacra copta, il Ge’ez, senza tener conto che, grazie a Miriam, era diventato anche un esperto di storia e leggende locali.

            “Professore, vi posso chiedere come avete scelto il posto dove condurre i vostri scavi?”

            “nel modo più semplice. Come facciamo sempre in questi casi, abbiamo preso in esame le località più probabili in base alla conformazione del terreno ed esaminando quei pochi reperti che potevano essere visibili in superficie. Io stesso ho condotto scavi analoghi in Anatolia e in Mesopotamia prima della guerra. Però in questo caso ci siamo trovati di fronte a dei reperti inaspettati: noi in realtà cercavamo un insediamento risalente al tardo neolitico o alla prima età del bronzo. Invece ci siamo subito imbattuti in materiali che ci hanno fatto datare il villaggio ai primi secoli della nostra era.”

            Intanto erano arrivati in cima a un montarozzo che il professore chiamò tell con un termine arabo che Umberto conosceva; adesso sovrastavano l’area degli scavi, da quel punto era possibile osservare tutta la zona.

            “Vedete quella linea di buche nel terreno? Sono quanto resta delle fondamenta di una palizzata difensiva che doveva circondare l’intero villaggio. Abbiamo trovato anche traccia di un vallo e di un fossato, e le fondamenta delle abitazioni sono allineate ordinatamente. Si trattava di un centro importante, realizzato secondo un ben preciso piano regolatore, che fu abbandonato dopo almeno un secolo dalla sua costruzione a causa di un’improvvisa alluvione più disastrosa delle solite piene annuali.”

            “Allora, se non avete trovato quello che cercavate, perché non vi siete subito spostati verso un altro punto più promettente?”

            “Perché questo villaggio è estremamente interessante di per sé e non abbiamo ancora terminato di studiarne la stratigrafia. Sotto le case che abbiamo trovato ci sono certamente reperti più antichi.”

            “Sperate forse di aver scoperto una Troia in terra africana? Se non sbaglio, Schliemann rinvenne almeno nove città sovrapposte sulla collina di Issarlik.”

            Il professor Fulton rimase piacevolmente sorpreso e guardò sotto una luce diversa il soldato che aveva di fronte.

            “Se è per quello gli strati in quel caso erano come minimo quattordici! Non penso di essere altrettanto fortunato. Però mi piacerebbe avere a disposizione qualcuno esperto di questo periodo storico.”

            “Se non avete paura della concorrenza, posso informarmi presso i vostri colleghi italiani che stanno lavorando ad Axum, potrebbe venire qualcuno a darvi una mano. Qualcuno esperto della storia locale.”

            “L’aiuto di personale competente è sempre benvenuto, non sono più i tempi delle guerre fra archeologi. Piuttosto credo di avervi sottovalutato, o per lo meno di non avervi riconosciuto subito. Voi siete per caso quel Vallesi che l’anno scorso…?”

            “La pubblicità che fu fatta al mio matrimonio mi perseguita. Sì, sono proprio io! Spero che adesso non comincerete a chiedermi se c’era di mezzo proprio l’Arca dell’Alleanza.”

            “Come storico, devo ammettere che quella curiosità ce l’ho! Ma comprendo benissimo la vostra riservatezza in materia. Comunque adesso capisco che non siete un semplice militare dalla visione ristretta. Se potrete aiutarci, ve ne saremo grati; in ogni caso sono a vostra disposizione per qualsiasi chiarimento mi sia possibile darvi.”

            “Non ho ancora visto il vostro finanziatore. So che è arrivato a Gondar col suo aereo personale e che si è fermato da voi.”

            “Già, quello.” Nell’intonazione della voce era evidente che il professore non nutriva molta simpatia per la persona che pure lo aveva finanziato. “Il signor Cunningham Junior rappresenta la fondazione che ci ha permesso questa campagna di scavi, ovvero suo padre, un miliardario col pallino delle antichità che vuole sempre dei risultati eclatanti, non si contenta di una semplice ricerca storica. Adesso è andato con i suoi due segretari a dare un’occhiata intorno, dovrebbe essere qua fra poco.”

            “Allora, se non vi dispiace, lo aspettiamo. Così potrò parlare anche con lui. Intanto mostrateci a quale punto siete giunti.”

            L’archeologo fu orgoglioso di illustrare le loro ultime scoperte, dilungandosi in spiegazioni dettagliate e costringendo Umberto a rispolverare tutto quello che aveva imparato nei suoi anni del ginnasio e dell’università per riuscire a stargli dietro.

            Si diressero verso un punto dove, invece di scavare con pala e piccone, due giovanotti biondi in pantaloni corti e maglietta – evidentemente degli studenti di un corso universitario tenuto dal direttore di quella campagna di scavi – stavano chini sul terreno lavorando di spatola e pennello, intenti a ripulire con attenzione una superficie appena portata alla luce.

            Quella che era visibile ormai in gran parte, era la pavimentazione di un ambiente di forma quasi circolare piuttosto grande, circa dieci metri di diametro; una costruzione che occupava il centro del villaggio e certamente quella più importante dell’antico centro abitato. Il pavimento era stato realizzato con piccoli ciottoli di fiume chiari e scuri cementati con malta formando una specie di rozzo mosaico.

            Il professore gli mostrò la parte già ripulita, spiegandogli che in quel punto avevano trovato numerosi oggetti, vasellame ed altro, di fattura notevolmente evoluta che aveva permesso loro di datare sia pure approssimativamente lo strato superiore. Ma Umberto fu attratto subito dai disegni del pavimento, non corrispondevano affatto a quanto conosceva dell’arte etiope e due soprattutto risvegliavano in lui strani ricordi che preferiva tenersi per sé: nella parte che in origine doveva trovarsi immediatamente di fronte all’ingresso, un’aquila con le ali semiaperte ripiegate lungo i fianchi – l’aquila delle legioni romane – sormontava una falce legata a una fiaccola rovesciata; quei simboli lui li conosceva fin troppo bene, ma non poteva parlarne con nessuno; al centro un cerchio di pietre scure circondava una croce a bracci uguali in cui il braccio superiore si incurvava fino a unirsi con quello di destra, formando il monogramma Chi – Ro = Christos il simbolo scelto dall’imperatore Costantino, con sovrapposta una testa di lupo vista di profilo, un’allegoria ben strana per quella che era certamente un’antica chiesa cristiana.

            “Non sono un esperto di architettura sacra, ma questi simboli mi sembrano strani per una chiesa copta. Ho con me un sergente che ha fatto il liceo artistico, in mancanza di meglio potremmo sentire anche la sua opinione, se non avete niente in contrario.”

            A un cenno di assenso dell’archeologo, Umberto chiese al tenente Marongiu di dare una voce al sergente perché li raggiungesse e dopo pochi minuti anche il tiratore scelto d’origine umbra se ne stava ad ammirare l’antico mosaico.

            “Non che abbia mai avuto ottimi voti in storia dell’arte, maggiore, ma anch’io trovo strani questi disegni. Soprattutto la croce con la testa di lupo, mi ricorda più un’antica insegna legionaria che una decorazione da chiesa. Mi sembra di ricordare di averne vista una simile in un mosaico fra le rovine del foro di Aquileia.”

            Stava quasi per parlarne col professore traducendogli quanto detto dal sergente Bichi, quando vennero interrotti nella loro ricognizione dall’arrivo di una Jeep con tre persone a bordo, i nuovi venuti entrarono a passo deciso nella zona degli scavi dirigendosi verso di loro.

            Walter Cunningham Junior, non poteva essere che lui, impossibile sbagliarsi, indossava un’impeccabile tenuta da caccia in cotone makò avana chiaro realizzata in sartoria; doveva avere passato da poco i trent’anni ed il fisico cominciava ad appesantirsi, comunque si muoveva sul terreno accidentato col passo agile di una persona abituata anche alla vita di campagna. I suoi due cosiddetti segretari invece stonavano con l’ambiente come un operaio in tuta alla prima della Scala: con la struttura fisica di giocatori di rugby, vestivano in giacca e cravatta nonostante il clima e subito l’occhio clinico dell’ufficiale dei carabinieri notò gli strani rigonfiamenti sotto le ascelle sinistre. Quei due erano guardie del corpo, o meglio gorilla, non certo segretari incaricati di tenere l’agenda con gli appuntamenti. Gente apparentemente pericolosa ma dotata più di muscoli che di cervello, buona per tenere a bada i fotografi di fronte a un locale notturno di Manhattan e magari anche dare una severa lezione a qualcuno che fosse incorso nelle ire del loro padrone; ma in Africa avrebbero dato meno nell’occhio se si fossero vestiti alla buona e si fossero portati dietro un buon fucile, come facevano quasi tutti, invece che dei revolver a canna corta inutili oltre i dieci metri di distanza.

            L’Italiano di Walter Cunningham il Giovane, pur non potendosi definire degno del Manzoni, era molto migliore di quello del professor Fulton. Le presentazioni portarono via poco tempo e poi la conversazione tornò sugli aspetti archeologici sortiti da quella prima campagna di scavi e l’americano arrivò subito al dunque:

            “Si può sapere perché ci avete ordinato di interrompere gli scavi nel settore dietro la chiesa? Proprio ora che abbiamo trovato una serie di tombe che promettono di fornire finalmente qualcosa di interessante?” il tono era quello di una persona che non ha bisogno di dire due volte quello che vuole, abituata ad essere ubbidita al volo.

            Ad Umberto Vallesi il tipo stette subito sulle scatole, istintivamente sentiva che si trovava di fronte ad un uomo pericoloso, abituato ad usare qualsiasi metodo, lecito o illecito, pur di ottenere quello che voleva. Se si fossero dovuti scontrare sarebbero state scintille, dato che anche il giovane ufficiale non era tipo da rifiutare una sfida o peggio ancora tirarsi indietro per la paura di pestare i piedi di persone importanti. In ogni caso, almeno per il momento, preferiva tentare di usare i metodi morbidi, in fin dei conti era stato mandato fino a Gondar per fare da paciere, non per scatenare una piccola guerra.

            “Signor Cunningham! Forse non ve ne rendete conto, ma qui siete degli ospiti, graditi, ma in ogni caso tenuti a rispettare le leggi dell’Impero Italiano e seguire le nostre indicazioni. Avremmo potuto benissimo bloccare l’intero cantiere e rimandarvi a casa. Non lo abbiamo fatto solo perché ci teniamo a mantenere relazioni cordiali con chiunque venga qua spinto dalla voglia di conoscere la storia di questi popoli, è anche nel nostro interesse. E nell’interesse della pace sociale vi invitiamo ad avere maggiore rispetto per le istituzioni locali, violare delle tombe non è il sistema migliore per mantenere dei buoni rapporti con la Chiesa Copta.”

            “Bah! Non capisco che problemi ci siano! Li avete conquistati che sono passati più di quindici anni, ormai i padroni siete voi, fatevi ubbidire!”

            “Forse non mi sono spiegato bene!” Il maggiore Vallesi cominciava a pensare che per farsi capire avrebbe dovuto fare il duro anche lui. “Questa gente aveva una lingua scritta e una civiltà duemila anni prima che dalle vostre parti le persone smettessero di andare in giro vestite di pelli correndo dietro ai bisonti! Il fatto che noi li si abbia sconfitti e conquistati non vuole assolutamente dire che siano una razza inferiore.

            Cercherò comunque di convincere il vescovo a non frapporvi altri ostacoli. Ho già una mezza idea che dovrebbe soddisfare sia voi che lui, permettendovi di continuare nel vostro lavoro. Ma qualsiasi sia la mia decisione, sarete tenuti a rispettarla, ho avuto ordini precisi al riguardo.”

            Il tenente Marongiu, in qualità di comandante della guarnigione locale, annuì per far capire che, anche quando il maggiore fosse tornato a l’Asmara, ci avrebbe pensato lui a controllare che non sgarrassero. Forse non aveva il fisico imponente del suo collega dei carabinieri, ma se non avessero ubbidito avrebbero dovuto fare i conti con la proverbiale cocciutaggine dei sardi.

            Incredibilmente, mister Cunningham cambiò all'improvviso modo di fare, divenne cortese e accondiscendente.

            “Forse avete ragione. Mi dovete scusare. Il problema è che ho poco tempo da poter dedicare a questa spedizione archeologica che pure mi sta molto a cuore; speravo proprio di poter assistere a qualche ritrovamento interessante mentre ero qui. Vi prego solo di intercedere presso il capo della Chiesa Copta per appianare gli ostacoli.

            So essere molto riconoscente con chi mi aiuta.”

            Questo americano non se ne rendeva ancora conto, ma aveva commesso un altro errore: credeva di aver solo sbagliato tono di voce nel primo approccio, ma quell’improvviso cambio d’umore mise ancora più in sospetto l’ufficiale italiano. Quanto poi a quel non troppo velato accenno a possibili vantaggi economici nell’aiutarlo, era cascato veramente male. In ogni caso Umberto Vallesi decise di stare al gioco almeno per il momento, per scoprire le sue carte ci sarebbe stato tempo, adesso conveniva non destar sospetti in quello che aveva già identificato come un possibile avversario.

            “Sareste disposti ad accettare la presenza qui al campo di un rappresentante della Chiesa Copta? Potrebbe assistere all’apertura di queste sepolture per garantire il dovuto rispetto verso i resti mortali che vi fossero ancora conservati. Ciò tranquillizzerebbe il vescovo e vi permetterebbe di proseguire liberamente nel vostro lavoro.”

            Il professor Fulton si dichiarò immediatamente d’accordo, a lui interessava soprattutto poter effettuare una ricognizione scientifica dei reperti, ma il finanziatore non riuscì a mascherare una fugace espressione di disappunto che però fece subito sparire dietro la sua nuova maschera di cordialità.

            “Cerchi anche di convincerli a lasciarci condurre degli scavi esplorativi anche in quella valle che ci interessa. Vorremmo poterlo fare senza provocare attriti con le autorità religiose.

            Perché non restate a pranzo con noi? Intanto potremmo conoscerci meglio. Anch’io sono stato un ufficiale durante la Seconda Guerra Mondiale e ho avuto modo di conoscere alcuni vostri colleghi in Germania quando le nostre armate si incontrarono vicino a Friederichshafen.”

            Il maggiore Umberto Vallesi preferì rifiutare per il momento l’invito, adducendo la scusa di dover proseguire nella sua ricognizione. Rimasero comunque d’accordo di rivedersi nei giorni successivi per comunicare anche il risultato del suo abboccamento con l’Abuna Chrisostomos.

            Salutati gli archeologi, i militari italiani ripresero posto sui loro veicoli e proseguirono verso Ovest in direzione dell’Altipiano del Sachelt.

            La colonna motorizzata si allontanò lungo la strada sterrata verso Ovest sollevando la solita nuvola di polvere, ma dopo una decina di minuti, arrivati abbastanza lontano dal campo degli archeologi in modo da non essere visti, Umberto Vallesi ordinò una nuova sosta chiamando a consiglio i suoi sottufficiali. Quando furono riuniti intorno alla carta geografica stesa sul cofano della camionetta, il maggiore espose il piano d’azione che gli era venuto in mente dopo aver avuto il piacere di incontrare mister Cunningham.

            “Ioannes Destà! Scegli tre uomini in gamba, voglio che tornino indietro e tengano d’occhio quella gente senza farsi scoprire.”

            “Sarà fatto, Cummàndar! Se saranno così stupidi da farsi scoprire da dei civili, li farò tornare a piedi di corsa fino a l’Asmara.”

            Lo sciumbashi sarebbe stato capace di farlo sul serio, e gli ascari lo sapevano bene, ma più che la minaccia della punizione contava il loro amor proprio di combattenti abituati alle missioni più dure e capaci di scomparire nel paesaggio circostante. Poi, rivolto al tenente Marongiu.

            “Tenente, vi darò una delle campagnole per rientrare a Gondar. Non tornate indietro per la strada già fatta, questa mulattiera che scende verso il lago vi porterà a Sefancherà, da dove poi è tutta ottima strada fino in città.

            Ho bisogno che ci andiate voi a parlare di nuovo con l’Abuna, ormai lo conoscete e vi ascolterà. Ditegli di inviare una persona di sua fiducia agli scavi archeologici come ispettore col compito di riferire sia a lui che a voi per qualsiasi irregolarità che dovesse notare. Mi dispiace non potervi portare a spasso con noi, ma ritengo che questo problema debba essere affrontato al più presto. Ci rivedremo alla guarnigione fra tre o quattro giorni, io ho intenzione di andare a dare un’occhiata a quella famosa valle che desta strane voglie in quel riccone americano.

            Se ci fosse qualche problema, potremo sempre comunicare via radio, non ho intenzione di allontanarmi troppo.”

            “Sono d’accordo con voi, maggiore. Ho notato come avete inquadrato subito il signor finanziatore. State tranquillo, anche quando dovrete rientrare in sede, ci penserò io a far tenere d’occhio quei tizi. Sono qui da poco, ma ho già avuto modo di fare conoscenza coi soldati che ho a disposizione e so già a chi affidare il compito.”

            “Se riusciste a entrare in amicizia col vescovo, potreste farvi passare le informazioni che ha già raccolto, ha qualcuno infiltrato fra gli operai abissini ed è di sicuro uno che sa tenere aperti occhi e orecchie.”

            “Ci proverò, in fin dei conti i nostri scopi in questo caso coincidono.”

            Dopo pochi minuti, i tre ascari incaricati di sorvegliare gli archeologi avevano preparato gli zaini con provviste di cibo e quant’altro gli era necessario per restare almeno quattro giorni da soli. Umberto ancora si stupiva di quanto poco fosse necessario a quegli uomini per muoversi senza alcun supporto esterno in quella che comunque era la loro terra.

 


4.11 - Uali-Daba

 

 

 

            Mentre una delle campagnole prendeva per la mulattiera verso il Lago Tana, riportando indietro il tenente Marongiu; Umberto col resto dei veicoli, proseguiva verso Celgà, dove arrivavano in tempo per la sosta di mezzogiorno. Prima di proseguire oltre, l’ufficiale dei carabinieri si informò presso la locale caserma che ospitava un distaccamento di zaptié circa la situazione della regione. La zona risultava essere tranquilla, senza particolari problemi di faide fra i villaggi di agricoltori e pastori ed era anche molto tempo che non veniva segnalata la presenza di banditi o predoni, il repulisti che aveva fatto seguito alla battaglia di Axum aveva contribuito a migliorare la situazione in tutta la colonia, calmando molte teste calde.

 

            Se ci si muove per affrontare un probabile nemico, avere a disposizione la potenza di fuoco assicurata dalle camionette sahariane armate è sicuramente un vantaggio del quale se ne fa a meno malvolentieri, ma se si vuole invece esplorare un territorio non molto esteso con cura per cercare di scoprire cosa vi si può nascondere, l’unico metodo affidabile è organizzare una bella passeggiata.

            Umberto rimandò indietro il sergente maggiore Avi con le vetture e i soli autisti, col compito di andare ad aspettarli a Tucul Dingtà, a nord di Gondar, dove stimava di riunirsi entro tre, quattro giorni al massimo, mentre lui col grosso degli uomini, nazionali e ascari, avrebbe risalito a piedi la stretta valle del torrente Goang verso l’Amba Balambras, costeggiando la scarpata del piccolo altipiano del Uali-Daba per poi attraversare l’altipiano del Sachelt lungo il corso quasi sempre in secca del torrente Maana.

            Fatte le ultime raccomandazioni e esaminate di persona le dotazioni dei novellini per controllare che tutti fossero in grado di affrontare i giorni marcia, Umberto Vallesi diede il segnale di partenza e gli uomini si avviarono in colonna lungo lo stretto sentiero da capre che li avrebbe portati a risalire la valle. Per abituare i nuovi arrivati alle tecniche di rastrellamento, anche se si trovavano in un territorio privo di pericoli, mandò avanti e sui lati delle pattuglie con compito di esplorazione e copertura, più una squadra di cinque fra gli uomini più validi in retroguardia anche per recuperare chi restasse eventualmente indietro, abbinando i più esperti con le reclute e alternandoli nei vari compiti.

            Il territorio dove si stavano muovendo, era molto diverso da quello dove normalmente il maggiore Vallesi svolgeva i suoi servizi di pattuglia: il fondovalle era coperto da una ricca vegetazione che in quel periodo dell’anno mostrava tutta la sua magnificenza: fiori e frutti riempivano di colori e profumi i rami di alberi e arbusti richiamando l’attenzione non solo dei rari visitatori, ma anche di migliaia di uccelli, scimmie e altri animali. Ogni tanto piccole radure erbose rompevano la continuità di quella che non era una vera foresta, ma piuttosto una serie di boschetti più o meno fitti costituiti da piante non molto alte, solo di rado erano visibili degli alberi che svettavano molto più alti delle chiome degli altri. Nelle zone più elevate, dove l’acqua delle piogge annuali aveva minori possibilità di fermarsi, il bosco dava spazio alla prateria arida con acacie spinose e erba alta dalle foglie taglienti. A intervalli maggiori, qualche piccolo campo coltivato e recinti per il bestiame indicavano la presenza di microscopici villaggi di contadini senza nemmeno un nome sulle carte, costituiti ognuno da non più di tre o quattro capanne circolari tirate su con pietre a secco e tetti di paglia. Nonostante l’apparenza non era una zona povera, il clima permetteva due o addirittura tre raccolti all’anno e il bestiame poteva contare su foraggio abbondante in tutte le stagioni, ma il terreno malagevole e le difficoltà per spostarsi limitavano la possibilità di sfruttamento agricolo come in qualsiasi territorio montano, al contrario delle piane vicine al lago dove sia i campi degli indigeni che le concessioni agricole affidate agli italiani immigrati permettevano già una concreta esportazione di derrate alimentari verso le principali città della colonia.

            Ogni tanto, nella falesia scoscesa che contornava l’Uali-Daba, si aprivano delle strette gole percorse da piccoli affluenti; tentare di esplorarle tutte avrebbe portato via un’enormità di tempo, in un paio di occasioni vi si inoltrarono per qualche chilometro, più che altro per vedere come erano fatte e capire se potevano rappresentare una possibile via d’accesso per raggiungere la sommità dell’altipiano. Osservando attentamente le pareti col binocolo, Umberto notò a varie altezze gli ingressi di piccole grotte, probabilmente in passato alcune erano state usate come rifugi da monaci eremiti, che dovevano essere stati anche degli abili scalatori per vivere in posti dove l’acqua potabile bisognava andare a prenderla discendendo e poi risalendo strapiombi che non avevano nulla da invidiare alle pareti rocciose delle Dolomiti.

            In un’occasione avvistarono anche un animale rarissimo, considerato quasi estinto dagli esperti degli istituti di zoologia: proprio in uno dei canaloni più impervi, mentre osservavano dal basso le solite grotte accessibili solo alle aquile, sul costone apparve un magnifico esemplare di lupo dorato abissino. Pur avendone sentito parlare, nessuno degli uomini della pattuglia ne aveva mai visti in natura, l’unica famiglia conosciuta viveva una vita agiata in un ampio recinto dello Zoo di Addis Abeba, discendenti di una coppia catturata ancora al tempo del Negus Ailé Selassié fra i monti del Sidama, ormai si comportavano coi custodi come dei simpatici cagnolini; questo invece osservò a lungo con gli occhi socchiusi gli intrusi che erano penetrati nel suo territorio, annusò gli odori che il vento gli portava dal fondo del burrone e poi caracollò via diretto verso la sommità della montagna.

            Poco prima delle sei di sera, quando il tramonto rischiava di sorprenderli in un punto abbastanza difficile del percorso e pensavano già se non convenisse tornare indietro fino all’ultima radura che avevano visto per montare il campo, trovarono uno di quei minuscoli centri abitati e Umberto decise di fermasi lì per la notte approfittando anche dell’ospitalità di quella gente. Qualche tallero di Maria Teresa, la moneta più apprezzata nelle campagne, permise di acquistare dei capretti e un po’ di verdura fresca risparmiando le razioni che si erano portati dietro e gli ascari si misero subito al lavoro per organizzare la cena.

            Per la gente del posto la visita inaspettata di un reparto militare costituiva un evento eccezionale, degno di essere festeggiato come si deve. Le donne dettero una mano a cucinare la carne e gli altri generi alimentari e in breve tempo le quattro o cinque famiglie allargate che vivevano in quel villaggio si radunarono nello spiazzo inframmezzandosi ai militari con naturalezza, i bambini soprattutto erano attirati dai pochi bianchi che, se non costituivano una novità assoluta, erano pur sempre una rarità.

            L’ufficiale dei carabinieri e il sergente Bichi, in mancanza di meglio, distribuirono ai marmocchi le zollette di zucchero e i cubetti di confettura delle razioni da combattimento, poi con l’aiuto di Ailé Endacciù che collaborava come interprete – Umberto non conosceva ancora tutte le sfumature dell’Amarico che era alquanto differente dal Tigrignà, il primo degli idiomi locali che aveva imparato essendo la lingua materna di Miriam – si misero a chiacchierare con il capo villaggio e i due o tre anziani, sempre alla ricerca di informazioni circa il territorio che stavano attraversando.

            Sulle prime gli indigeni se ne stettero sulla difensiva, preoccupati per l’interesse che la loro remota vallata stava suscitando fra i potenti conquistatori italiani. Un atteggiamento comune in tutte le popolazioni isolate che vedono negli estranei sempre un fattore di disturbo se non un possibile pericolo. Umberto conosceva bene quella mentalità e preferì affrontare gli argomenti che l’interessavano prendendola alla larga e concedendo loro tutto il tempo necessario per entrare in confidenza; prima che la cena fosse pronta, era riuscito a conoscere solo i soliti problemi di tutti i contadini del mondo: le stagioni che non erano più come quelle di una volta, i raccolti che non rispondevano mai alle aspettative e gli acciacchi che l’età dei più anziani aveva inevitabilmente portato con sé.

            La svolta avvenne subito dopo cena. Il sergente Elio Bichi aveva tirato fuori la sua attrezzatura da disegno e si era messo a fare il ritratto a due belle fanciulle che incuriosite avevano accettato di posare senza troppi veli alla luce del falò per gli sguardi soddisfatti dei militari italiani e senza suscitare scandalo nei familiari. Gli ascari, riuniti in cerchio con gli uomini del posto, accettarono l’offerta di birra di teff e mentre sorseggiavano la fresca bevanda leggermente alcolica, intonarono i soliti canti di bivacco, casualmente o no fra i primi c’era proprio quello dedicato al loro comandante, arricchito delle nuove strofe che raccontavano il suo intervento nella battaglia in difesa di Axum.

            Quando i locali scoprirono che l’ufficiale italiano capitato nel loro sperduto villaggio era niente di meno che il grande Cummàndar Debra Micael, il semidio che col solo aiuto della sua donna aveva annientato mille e mille nemici della Fede, a momenti si prosternavano a riverirlo. Umberto ebbe il suo bel da fare per schermirsi sotto lo sguardo divertito del suo dubat, mentre l’amico sergente paracadutista, forse perché non aveva capito le parole della canzone o più probabilmente distratto dalle grazie delle due ninfette nere che aveva davanti, per fortuna non vi aveva fatto caso, altrimenti ne avrebbe di sicuro rischiato gli sfottò nonostante la differenza di grado.

            Il giovane ufficiale approfittò della situazione che si era venuta a creare per cercare di sapere qualcosa di più e il capo villaggio, confuso per l’onore della visita di un personaggio ormai mitico, non fece difficoltà per rispondergli.

            “Senza dubbio voi dovete conoscere ogni pietra della valle e delle alture circostanti, mi potete dire se avete mai visto delle rovine o qualcos’altro che potrebbe interessare a degli uomini sapienti che cercano le memorie degli antichi che vissero in queste terre?”

            “L’unico villaggio abbandonato, ormai ridotto a pochi cerchi di sassi invasi dal bosco, è poco lontano da qui, meno di due ore di cammino risalendo la valle; ma non è tanto antico: quando mio padre era un bambino, era ancora abitato. Poi venne la febbre delle pustole e morirono tutti. Non ci sono altre rovine, castelli o fortezze. Questa è sempre stata una regione tranquilla dove la gente si è sempre occupata solo di coltivare i campi e allevare bestiame.”

            Prima di fare altre domande, Umberto meditò a lungo su quella prima risposta, aiutato in questo dalle prolungate pause abituali nelle conversazioni intorno al fuoco: improbabile che un villaggio spopolato da un’epidemia di vaiolo appena tre quarti di secolo prima potesse essere ritenuto interessante per degli archeologi giunti da Oltreoceano; d’altra parte vi era un’altra cosa strana, come mai il capo villaggio era stato così pronto nel voler precisare che si trovava fra gente pacifica? Cosa si nascondeva dietro un tale comportamento? Tutte le popolazioni etiopi si vantavano sempre della loro bellicosità, una simile dichiarazione gli sembrava quasi contro natura. Se ne avesse avuto la possibilità gli sarebbe piaciuto potersi consigliare col suo amico generale, un profondo conoscitore di quei popoli e delle loro mentalità, ma adesso poteva solo contare sul suo intuito e sull’evidente ascendente che la sua fama gli procurava. La prossima domanda, ne era sicuro, avrebbe solleticato la vanità del suo interlocutore, nessun abissino sapeva resistere alla tentazione di raccontare qualche bella storia antica.

            “Pur vivendo da poco tempo in Abissinia, sono sempre interessato a conoscere la storia di questa nostra terra e dei popoli che ci vivono. Qualcuno fra di voi può raccontarmi la storia della vostra vallata? Venendo fin qua ho notato molte grotte e ho sentito dire dal Grande Abuna di Gondar che esse furono un tempo rifugio di santi uomini.”

            Aveva visto giusto, uno degli anziani, un vecchio sdentato coi pochi capelli e la rada barba completamente bianchi, trasse un profondo respiro tendendo la pelle del petto sulle costole e raddrizzandosi sulla schiena, poi iniziò il suo racconto con voce impostata, tipica dei cantastorie.

            “Molte e molte generazioni sono passate su questa terra da quei tempi lontani. A quei tempi la gente che viveva in questa regione non credeva ancora nell’Unico Dio Nostro Signore Cristòs.”

            La sua mano destra corse a sfiorare la piccola croce di legno intagliato che portava al collo legata con una cordicella, in un segno di rispetto tipico di tutti i Copti osservanti. Umberto attese paziente che il vecchio continuasse nel suo racconto, ormai ben difficilmente si sarebbe fermato.

            “In quell’epoca remota la nostra gente per lo più adorava gli spiriti degli alberi e il dio della Luna, a parte i Falashà stanziati nei villaggi vicino al lago e sulle isole. Loro credevano già nell’Unico Dio, il Signore di Abramo, Mosè e Salomone, ma pur stando e commerciando con noi si sposavano fra loro.

            Vivevamo circondati da altri popoli bellicosi che compivano razzie rubando il bestiame e portando via i bambini e i giovani più robusti per venderli come schiavi nelle lontane terre del Settentrione. Poi giunsero dal Nord degli stranieri che non si comportavano come gli altri. Furono subito nostri amici e prima ancora di istruirci nella Vera Fede, ci aiutarono a difenderci dai nostri nemici, ci dettero leggi che sono ancora osservate e ci insegnarono come irrigare i campi per migliorare i raccolti. Essi si stabilirono fra noi sposando le nostre figlie e diventammo un unico popolo valoroso come pochi che estese il suo potere su tutta la gente che viveva intorno al grande lago.

            Dopo molti anni, il capo di quei sapienti, sentendo di essere prossimo alla fine della sua lunga vita, cercò un posto adatto per ritirarsi in solitudine e lo trovò proprio in questa valle. Molti uomini lo aiutarono a trasportare le sue cose fino a una grotta che si apre in una piccola valle laterale che da allora divenne la sua casa. La sua fama di sant’uomo attirò altri desiderosi di pregare Dio in solitudine e ben presto di formò una comunità di eremiti.

            Per suo volere, quella valletta fu considerata sacra, proibita a chi non si è consacrato a custodirne i cimeli, e anche noi che ci abitiamo vicino dopo tanto tempo non conosciamo più la sua ubicazione precisa. Per evitare di incorrere nella maledizione, evitiamo di entrare nelle grotte che sono protette dai lupi che vivono sull’altipiano; in cambio i lupi non attaccano i nostri armenti anche quando li portiamo a pascolare sulle terre alte; per questo non abbiamo bisogno di difenderci dai nemici, altri poteri più gradi di noi ci proteggono.

            Ormai da tanti anni non ci sono più santi uomini che vivono nelle grotte della montagna, ma essa è pur sempre sacra e vi sono occasioni in cui qualcuno ancora viene a visitare quei luoghi per venerare le sante reliquie custodite nel tempio di Debra Skandér.” A questo punto il narratore fece una serie di gesti di scongiuro, quasi che anche solo nominarlo potesse attirare la maledizione destinata ai violatori del segreto. “Questo tempio è una chiesa che dicono sia stata costruita dagli angeli sotto la montagna per permettere al santo eremita di pregare convenientemente anche quando non era più in grado di muoversi dalla sua grotta, ma nessuno di noi sa dove sia, ci è proibito seguire chi ha il diritto di recarvisi, né noi ci teniamo a farlo altrimenti la carestia e le malattie si abbatterebbero sui nostri villaggi.”

            Il vecchio continuò ancora a lungo narrando altri motivi caratteristici volti a rafforzare il divieto di cercare il misterioso santuario e, se non fosse stato per certi particolari a sua conoscenza, soprattutto l’insistenza da parte del miliardario americano per venire a mettere il naso da quelle parti, Umberto sarebbe stato tentato di catalogare tutta la storia nel reparto favole senza fondamento. Avrebbe cercato di saperne di più dal suo esperto personale di miti e leggende: il vecchio Destà Gual, in fin dei conti ne aveva sposato la nipotina adorata.

            A notte fonda tutti si ritirarono nelle tende per qualche ora di meritato riposo dopo aver fissato i turni di guardia, anche se non ve ne era necessità era intenzione dell’ufficiale mantenere le sane abitudini di ogni pattugliamento militare, così non vi sarebbero stati problemi il giorno che avessero dovuto fare sul serio. In breve, escluse le sentinelle, tutti dormivano tranquilli, avvolti nelle coperte militari, distesi su del fieno profumato offerto dagli ospitali contadini del villaggio.

            All’alba, dopo una frugale colazione, il plotone esplorante era pronto a riprendere il cammino. Salutarono il capo villaggio e gli altri abitanti di quell’angolo d’Africa, si rimisero gli zaini e le armi a spalla e si avviarono verso l’Amba Balambras che era ancora lontana quasi un giorno di cammino.

            Strada facendo, Umberto notò che il suo nuovo sergente tendeva a strascicare i piedi insonnolito; gli si avvicinò per fare un po’ di conversazione e cercare di capire quale fosse il suo problema.

            “Penso di non essere lontano dal vero se suppongo che stanotte, con la scusa di ispezionare le sentinelle, tu abbia trovato il verso di infilarti in qualche capanna?”

            “Non era una capanna! C’era un bel mucchio di fieno fresco in un campo lì vicino e la notte era tiepida. Abbiamo solo fatto un bel po’ di ginnastica insieme!” Il sergente Bichi rispose automaticamente, prima di rendersi conto di stare parlando col suo comandante, ma il sorriso divertito di Umberto lo rassicurò che non ci sarebbero state conseguenze disciplinari.

            “E meno male che non conosci ancora nemmeno una parola delle lingue locali! Cerca di non farla diventare un’abitudine, in altre circostanze potrebbe essere pericoloso.”

            “Ne sono consapevole, signore. Ma avevo una sentinella a portata di voce e soprattutto ho visto come vi tengono in considerazione gli indigeni, non avrebbero mai osato aggredire uno dei vostri uomini.”

            “Se eri abbastanza vicino all’ascaro di sentinella da poterlo chiamare in caso di pericolo, puoi stare sicuro che la tua avventuretta notturna non è passata inosservata! Immagino come ti avranno soprannominato! Per essere alla tua prima operazione esterna in Africa, ti sei già fatto una fama!”

            “Forse più che fama, andrebbe chiamata fame arretrata! Ma non me ne pento di sicuro. Spero solo che quella ragazza non abbia noie dai suoi, non sono nemmeno riuscito a capire come si chiama.”

            “Non credo. Questa gente non ci fa troppo caso per l’avventura di una notte, l’importante è che lei fosse consenziente, sarà rimasta affascinata dai tuoi baffi a manubrio.”

            “Altro che consenziente! Io pensavo di non riuscire ad andare oltre qualche bacetto, mi sarei accontentato; ma quella ha preso l’iniziativa, e insomma… non si è accontentata di una sola ripresa!

            Mi rendo conto di essere ridotto a uno straccio.”

            “Ora non stare a farmi un rapporto dettagliato! Non ho di queste curiosità morbose. Piuttosto cerca di non dormire in piedi, o rischi di cascare in qualche burrone! E quando avrai la mente più riposata, vorrei che tu mi facessi i disegni delle figure di quel mosaico che abbiamo visto nel sito archeologico.”

            “Sì, signore. Non si preoccupi, me li ricordo bene. Alla prima sosta butto subito giù un abbozzo. Immagino che vogliate mostrarli a qualche esperto.”

            Mentre tornava verso la testa della colonna, un ascaro gli fece l’occhiolino con un sorriso divertito.

            “Questa notte Sergente Zumzum fatta grande battaglia!”

            “Ecco fatto!” Pensò Umberto. “Il nostro artista paracadutista è sistemato per le feste! Questo soprannome se lo terrà addosso fino a quando non andrà in congedo!”

            Per puro scrupolo, dato che si trovava lungo il loro itinerario, persero qualche minuto a esplorare il villaggio abbandonato, ma non era rimasto altro che qualche mucchietto di pietre appena riconoscibili in mezzo alla vegetazione cresciuta nelle aie e dentro i tucul crollati, folta e rigogliosa come quella che lo circondava. La povertà dei resti lo convinse ancora di più sul fatto che quello non poteva essere sicuramente un possibile obiettivo di interesse per degli archeologi, almeno non per i prossimi quattro o cinque secoli.

 

            Ormai anche i novellini si erano fatti il fiato, la marcia procedette spedita con le solite soste di dieci minuti ogni ora e il nuovo campo venne messo in perfetto orario proprio alla base dell’amba che era servita da punto di riferimento per tutta la giornata. Cenarono con le razioni che si erano portati dietro e, dato che nella zona non c’era anima viva da poter interrogare, ne approfittarono per ritirarsi a fare una bella dormita prima del solito. Se non ci fossero stati intoppi, la sera successiva avrebbero raggiunto i loro veicoli a Tucul Dingtà in tempo per tornare a Gondar per l’ora di cena.

            L’alba li vide già in marcia verso Est. In breve abbandonarono il crinale per raggiungere il greto del torrente Maana, dove le ultime piene della stagione delle piogge avevano ripulito il terreno lasciando un’ampia striscia sabbiosa e pianeggiante che rendeva il cammino più agevole permettendo loro di marciare più spediti, tanto da stimare l’arrivo al punto d’incontro coi loro veicoli prima di quanto avessero previsto alla partenza.

            Poco prima di mezzogiorno, Umberto Vallesi dette il segnale di sosta per il pranzo approfittando di aver trovato quella che doveva essere un’area di sosta abituale per i pastori nomadi in movimento con le loro greggi e le piccole carovane di mercanti girovaghi che si spostavano da un villaggio all’altro facendo commercio spicciolo. Era quanto di più somigliante a una stazione di servizio quella civiltà pastorale avesse saputo concepire: ovviamente non c’erano addetti alle pompe di carburante, ma il pozzo aveva una noria efficiente per tirare su l’acqua, accanto a questo due forni a cupola tirati su con pietre e argilla e una provvista di legna secca sufficiente per il fuoco e, riparati in una buca coperta con grosse pietre piatte, erano stivati generi alimentari di vari tipi. Rispettando le usanze, gli ascari prelevarono farina e sale per preparare la burgutta, il tipico pane non lievitato, e lasciarono in cambio delle scatolette di carne, fiammiferi e sigarette Milit, ammesso che queste ultime a qualcuno piacessero. Il pane appena sfornato risultò preferibile alle gallette delle razioni da campo per accompagnare una specie di stufato ottenuto riscaldando il contenuto delle scatolette con l’aggiunta di un po’ di verdura selvatica che avevano raccolto strada facendo.

            Stavano per rimettersi in cammino e avevano già gli zaini sulle spalle, quando notarono una nuvola di polvere a Est che si stava avvicinando rapidamente. Dieci minuti dopo, furono visibili a tutti le sagome delle loro camionette che procedevano velocemente su quella pista appena tracciata, ma dal fondo piano e senza grossi ostacoli.

            “Felice di rivedervi tutti, Avi. Come mai ci sei venuto incontro invece di limitarti ad aspettarci dove avevamo stabilito?”

            “Ho pensato che avreste gradito uno strappo, risparmiandovi almeno gli ultimi chilometri. Per esperienza personale so bene che sono sempre i più duri.

            Quando siamo arrivati a Tucul Dingtà, ho preso informazioni e ho saputo che la pista in questa stagione era praticabile anche dai veicoli a motore senza alcun problema, ma se lo ritenete necessario, possiamo sempre tornare indietro scarichi.”

            “Ormai, tanto vale approfittarne! Non mi sento sportivo fino a questo punto!”

            In effetti erano tutti ben contenti di risparmiarsi un’altra camminata sotto il sole del pomeriggio e presero posto sulle vetture che invertirono la direzione per tornare a Gondar, dove arrivarono in poche ore.

            Prima ancora di cenare con i suoi uomini, Umberto si ritrovò col tenente Marongiu e il maresciallo della locale tenenza dei carabinieri per scambiarsi le informazioni che avevano raccolto e conoscere le ultime novità. Il tenente della guarnigione gli confermò di non avere avuto problemi nel suo colloquio con l’Abuna Chrisostomos, il quale si era dichiarato d’accordo con la soluzione prospettata e avrebbe subito provveduto a mandare dagli archeologi una sua persona di fiducia per controllare ufficialmente il loro lavoro.

            “Allora non ci resta che ripassare dagli scavi domani mattina per dare un’ultima occhiata e recuperare i miei tre ascari che abbiamo lasciato di guardia e poi noi potremo finalmente tornarcene a l’Asmara, dove ci aspettano delle giornate di fuoco con la visita ufficiale del Re-Imperatore e tutto il resto.”

            “Non vi invidio! Le parate sono belle a vedersi, ma doverle fare… Domani verrò anch’io con voi fino all’accampamento degli archeologi con la mia campagnola, faremo un po’ di strada insieme, così potremo discutere tranquillamente delle eventuali novità prima di salutarci.”

            Il giorno dopo, come arrivarono al luogo degli scavi, trovarono parcheggiata vicino alle due Jeep degli americani una vecchia automobile scoperta Lancia del 1920 con un autista locale intento a togliere gli ultimi granelli di polvere dalla bella carrozzeria rosso bordò usando uno straccio umido. La targa abissina di prima della conquista italiana mise sull’avviso il maggiore Vallesi, e infatti trovarono insieme agli archeologi il segretario dell’Abuna, con un diacono che gli faceva ombra usando un grosso ombrello di tela cerata verde.

            “Buon giorno signor maggiore. Come vede Sua Santità Chrisostomos ha subito preso in considerazione il vostro suggerimento e mi ha delegato ad occuparmene personalmente.”

            “Spero che questo non vi abbia causato soverchi problemi, conosco bene quanti difficili impegni comporti il vostro incarico di segretario personale.

            Cosa avete trovato di interessante?”

            “Le quattro tombe che abbiamo esaminato fino a questo momento, ci hanno riservato l’ennesima sorpresa.” Intervenne il professor Fulton dal fondo di una buca dove si era cacciato per osservare da vicino i reperti. “Guardate queste monete che abbiamo già ripulito! So che voi conoscete il Greco antico, non dovreste avere problemi a identificarle.”

            Su un tavolino pieghevole lì vicino, uno dei giovani assistenti gli indicò quattro o cinque dischetti metallici scuri per la corrosione dei secoli. Umberto li osservò con attenzione usando anche una lente di ingrandimento in dotazione agli archeologi e riuscì ad identificarne tre dalle scritte ancora leggibili: un asse di Costanzo Cloro, un siclo siriano con il profilo di un governatore bizantino non meglio identificabile e un talento d’argento coniato ad Alessandria d’Egitto nel V secolo dopo Cristo; quest’ultimo era in ottime condizioni e recava su una faccia il profilo dell’Imperatore d’Oriente e sull’altra una serie di figure di chiara ispirazione cristiana: due santi con un agnello fra loro sormontati dal cristogramma Chi – Ro. Di nuovo quel simbolo che aveva già visto sul pavimento della chiesa.

            “Questa è la prova di contatti commerciali lungo il Nilo fin dai primi secoli della nostra era. Mi complimento con voi, è una scoperta importante.”

            “Siamo appena all’inizio, abbiamo trovato anche due fibule in bronzo e la fibbia di una cintura. Mi dispiace dovervi disturbare ricordandovi quella mezza promessa d’aiuto che ci avete fatto, ma adesso è ancora più necessario che ci raggiunga qualcuno esperto di quel periodo storico.”

            “Sarà mio dovere prendere contatto con la missione archeologica italiana appena sarò di ritorno in sede.

            Sarà soddisfatto anche il signor Cunningham; finalmente avete trovato qualcosa di veramente importante.

            Dov’è, piuttosto. Ci tenevo a salutarlo.”

            “Mister Cunningham non sa ancora niente di queste scoperte, è dovuto rientrare in Europa per impegni improrogabili. Ma ha apprezzato il vostro impegno e chiede anche di ringraziare Sua Eminenza per essersi privato del suo segretario mandandolo ad aiutarci. Da parte mia mi affretterò a mandargli un telegramma appena avrò raccolto dei dati certi.”

            “Me lo saluti personalmente e lo rassicuri che l’amministrazione italiana farà di tutto per facilitare le vostre ricerche.”

            Gli ultimi sviluppi presentavano diversi vantaggi, ragionò Umberto, se gli scavi dell’antico villaggio erano così promettenti, difficilmente avrebbero ancora insistito per spostarsi in un’altra zona, la presenza nel luogo degli scavi del pomposo segretario dell’Abuna, che sembrava non avere motivi di contrasto con gli archeologi, gli dava la garanzia di evitare ulteriori conflitti e lui avrebbe avuto il tempo per condurre delle indagini: era ormai ora che i moschettieri dell’Asmara tornassero a darsi da fare, c’erano troppe cose che andavano chiarite e i suoi amici avrebbero saputo dargli una mano anche questa volta.

            Conclusa la parentesi diplomatica, Umberto tornò verso l’autocolonna che era rimasta ad aspettarlo sulla pista, i soldati che si erano sparpagliati intorno tanto per sgranchirsi le gambe e curiosare anche loro su quello che stava tornando alla luce, ripresero i loro posti sui veicoli e nessuno dall’esterno ebbe modo di accorgersi che erano tre in più di quando mezz’ora prima erano arrivati. I tre ascari lasciati a spiare il campo degli archeologi americani si erano ricongiunti con i loro camerati senza dare nell’occhio. Avrebbero avuto tempo in seguito per fare il loro rapporto al comandante.

 

            Il rientro al Presidio di l’Asmara avvenne a notte fonda, avrebbero potuto benissimo fermarsi in una delle guarnigioni lungo la strada per pernottare, ma avevano tutti voglia di tornare a casa. Anche se la missione era stata di breve durata e priva di difficoltà, sentivano la tensione nervosa per l’importante appuntamento previsto da lì a pochi giorni. Lasciarono i veicoli di fronte al cancello ormai chiuso del capannone del reparto manutenzione veicoli, portarono le loro armi e le munizioni alla casermetta deposito – quella era aperta e sorvegliata ventiquattrore su ventiquattro – e finalmente si diressero, chi verso le camerate, chi agli alloggi dei sottufficiali. Per stendere il rapporto ufficiale e salutarsi, avrebbero avuto tutto il tempo l’indomani.

            Umberto si avviò verso la sua casetta nel quartiere residenziale, contento per non aver avuto problemi insormontabili durante la breve uscita operativa; camminando assaporava i profumi della notte portati dalla brezza e si ritrovò ad ammirare il panorama della città alla debole luce delle stelle e di un quarto di luna prossimo al tramonto. Miriam certo già dormiva: nelle sue condizioni, anche se cercava di dimostrarsi instancabile come suo solito, aveva bisogno di quiete; avrebbe cercato di non svegliarla.

            Fece girare la chiave nella serratura con la massima delicatezza, socchiuse la porta e cercò a tentoni l’interruttore della luce sperando che la porta di comunicazione con la camera da letto fosse chiusa.

            “Non accendere la luce, amore!” La voce sommessa di lei lo emozionò come il primo giorno che l’aveva conosciuta. “Sapevo che saresti tornato e ci tenevo ad accoglierti come ho sempre fatto.”

            “Sciocchina, hai rischiato di passare sveglia tutta la notte seduta su una sedia.” Ma Umberto era felice per quella piccola attenzione. “Avremmo anche potuto fermaci ad Agordat o Cheren e rientrare domani mattina.”

            Nella debole luce che entrava dalla porta la vide avvicinarsi avvolta nella leggera vestaglia e gli sembrò ancora più bella di come la conosceva.

            “Ti conosco troppo bene, Tenente Vallesi. Vuoi mangiare qualcosa?”

            “No, abbiamo mangiato strada facendo, non mi occorre altro che togliermi la polvere di dosso e infilarmi a letto.”

            Andò a finire invece che, quando uscì dalla doccia avvolto nel suo accappatoio, si sedettero l’uno vicino all’altra sul divano della veranda a contare le stelle cadenti e coccolarsi a vicenda come fidanzatini e si ritirarono a dormire solo quando entrambi si accorsero di non riuscire più a tenere gli occhi aperti.

            In quei pochi giorni che ormai li separavano dall’arrivo del Re a l’Asmara, gli impegni di lavoro erano tali e tanti che il giovane ufficiale preferì rimandare qualsiasi ulteriore indagine a quando avessero avuto un po’ di respiro. Si limitò solamente ad avvertire il generale su come aveva risolto per il momento le controversie fra la Chiesa Copta e gli archeologi americani e ad inviare al Comando dei Servizi segreti di Forte Boccea a Roma una richiesta di informazioni, precisando che di mister Cunningham gli interessava sapere soprattutto quello che non avrebbe potuto trovare sui giornali e le riviste.

            Poi le prove della sfilata, le ultime revisioni ai testi dei discorsi e le tante piccole beghe d’ufficio gli fecero passare in secondo piano tutto quello che aveva scoperto presso gli scavi e nella valle del torrente Goang. Ma non per questo era sua intenzione lasciare perdere: le impressioni che aveva avuto in quell’unico breve incontro col ricchissimo finanziatore degli scavi, il rapporto che aveva ricevuto dagli ascari lasciati a sorvegliare il cantiere in quei tre giorni e soprattutto le strane sensazioni che aveva avuto raccogliendo notizie dagli abitanti della valle dove avrebbero voluto compiere delle prospezioni, insieme ai reperti che aveva visto ritrovati nell’antico villaggio; lo avevano convinto della necessità di ulteriori indagini su più campi per cercare di scoprire quali segreti vi si nascondessero.

 


4.12 - Sfilate e medaglie

L’Asmara, primi di ottobre 1951.

 

 

 

            L’arrivo del Re e Imperatore Umberto II a l’Asmara due giorni prima della data fissata per la cerimonia di consegna delle decorazioni al valore, avvenne in pompa magna. Il viaggio era stato organizzato con cura, parte di una missione diplomatica più ampia che avrebbe visto la famiglia reale in visita di stato anche in India e in Australia, fino al lontano possedimento italiano dell’isola di Truk, in mezzo all’Oceano Pacifico, per poi rientrare via Canale di Panama in un completo giro del Mondo. Tenendo fede al suo spirito di militare, Sua Maestà aveva preferito rinunciare al panfilo reale e si era imbarcato sulla corazzata Littorio, nave ammiraglia della Seconda Flotta di base a Taranto. Sarebbe stata un’occasione per mostrare la Bandiera nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano dove, con la fresca indipendenza dell’India, gli interessi politici e commerciali italiani avevano nuove possibilità di espansione.

            La prima sosta era stata in Egitto con sbarco ad Alessandria e successiva visita di stato al Cairo e alle piramidi, ospite di Re Farouk, per poi reimbarcarsi a Suez. Adesso, alle dieci in punto, la potente nave da battaglia veniva ormeggiata alla Banchina Regina Elena, fra gli urli delle sirene delle navi in rada e i getti d’acqua dei rimorchiatori, mentre la scorta costituita dalla I Divisione Incrociatori restava per il momento al largo. Già durante la notte precedente la nave da sbarco Lombardo aveva provveduto a scaricare le autovetture di rappresentanza e tutti gli altri veicoli di accompagnamento.

            Come è facilmente immaginabile, esauriti gli inevitabili doveri di rappresentanza, il re, la famiglia e il seguito preferirono proseguire subito con la littorina di rappresentanza usata solo nelle grandi occasioni verso la capitale eritrea piuttosto che restare nel caldo umido della città portuale. A l’Asmara sarebbero stati ospitati nel Palazzo del Governatore, restaurato e ingrandito a tempo di record dopo i danni subiti durante i combattimenti in città di un anno prima, quando i commandos comunisti vi si erano asserragliati in un ultimo disperato tentativo di difesa.

 

            Umberto Vallesi e Miriam, nonostante i tanti impegni di servizio, dovettero trovare anche il tempo per una brevissima visita privata: dopo il loro incontro a Roma non avevano più avuto altre occasioni di vedere la famiglia reale, ma soprattutto la regina Maria Josè aveva espresso il desiderio di conoscere senza gli obblighi dell’ufficialità tutti i protagonisti di tante avventure e rivedere la giovane signora Vallesi per farle gli auguri per la prossima nascita del primo figlio, perciò venne organizzato un incontro quasi segreto.

            Nel pomeriggio, un’anonima berlina Lancia con la targa del Regio Esercito entrò nella tenuta del generale Da Pettori andando a parcheggiare sul retro, vicino alla rimessa. La permanenza del Re e della consorte nell’insolita fattoria toscana trapiantata alla periferia della capitale eritrea fu per forza di cose brevissima per non intralciare i tanti appuntamenti ufficiali, ma riuscirono lo stesso a ritagliarsi il tempo necessario per incontrare e salutare i tanti emozionantissimi dipendenti indigeni e visitare lo studio-museo del veterano, dove si erano radunati i Moschettieri di l’Asmara, come si erano soprannominati i sei amici per non prendersi troppo sul serio.

            Poco prima della fine di questo incontro privato, il generale consegnò al Re una strana lettera scritta su un semplice foglio a quadretti strappato da un quaderno delle elementari e piegato in quattro.

            “Maestà, ho bisogno del vostro parere se sia il caso di leggere in pubblico, domani durante la cerimonia, questo che è il testamento di uno dei nostri caduti nella battaglia per Axum.”

            Umberto II, incuriosito, dette una rapida scorsa al testo scritto a lapis con grafia incerta su quella semplice pagina. Poi sorrise divertito e commosso e la rese al generale.

            “Permesso accordato! E se qualcuno si scandalizzerà, peggio per lui!”

            Dopo che la famiglia reale era ripartita verso il Palazzo del Governatore, Umberto chiese al generale cosa ci fosse di particolare in quel documento.

            “Come mai non me lo avete dato mentre preparavo i testi per la cerimonia? Cosa c’è di tanto scandaloso da dover chiedere addirittura l’opinione di Sua Maestà?”

            “Mi dispiace, ma non te lo posso rivelare. Sei citato nel testo!”

            Inutile insistere, Umberto ormai conosceva bene il carattere del suo mentore in terra d’Africa: il piacere perverso che provava mettendolo di fronte a situazioni o persone inaspettate e, quando gli capitava l’occasione, capace di mantenere un segreto meglio di un’ostrica.

            E il giovane maggiore ebbe un altro motivo personale di preoccupazione ad aggiungersi ai tanti legati ai suoi doveri ufficiali che lo assillavano per la buona riuscita delle celebrazioni del giorno successivo.

 

            Il giorno della cerimonia, fin da prima dell’alba praticamente tutta la popolazione di l’Asmara e migliaia di altre persone provenienti da tutti i paesi vicini, si accalcava lungo il percorso del corteo, mentre i più fortunati in possesso degli ambitissimi biglietti d’invito si dirigevano verso il grande centro polisportivo della GIL.

            Una volta tanto, il giovane maggiore dei carabinieri non aveva dovuto sobbarcarsi impegni eccessivi, dall’Italia erano arrivati degli specialisti nell’organizzazione di simili eventi, lui si era solamente dovuto occupare della revisione dei discorsi ufficiali e di controllare che le traduzioni nelle varie lingue parlate nella colonia fossero fedeli agli originali. Non per questo se la sarebbe potuta prendere comoda: i dubat avevano praticamente preteso di averlo alla loro testa durante la sfilata, costringendolo ad addestrarsi anche per quello con numerose prove sul terreno di esercitazione del Presidio, e poi avrebbe avuto il compito di stare sul palco reale a disposizione per qualsiasi evenienza.

            Non avendo il dono dell’ubiquità, con qualche equilibrismo nella scaletta della cerimonia, un attendente che lo avrebbe aspettato negli spogliatoi dello stadio di atletica con l’alta uniforme già pronta e giocando sui secondi, aveva calcolato che ce l’avrebbe potuta fare con un minimo di fortuna. Poi, all’ultimo momento utile, si ricordò di un incidente che gli era capitato il giorno del suo giuramento in Accademia quando aveva rischiato una figuraccia epica, e sostituì i lacci delle scarpe con altri nuovi anche se quelli vecchi non avevano ancora segni di usura evidenti.

            Alle otto in punto, la sfilata ebbe inizio, già da almeno un’ora tutti i reparti erano pronti ai loro posti. La speciale autovettura reale Isotta Fraschini scoperta uscì dal cancello dei giardini del Governatorato con il Re in alta uniforme di comandante in capo delle Forze Armate e la Regina con un leggero tailleur color panna e cappellino a tesa larga in tinta, e fra due ali di folla che sventolava migliaia di bandierine tricolori si diressero verso il grande centro sportivo, tutti i palazzi erano stati decorati con festoni di fiori e bandiere imperiali; la scorta di corazzieri a cavallo che normalmente accompagnava tali uscite ufficiali a Roma, in colonia era stata sostituita da una altrettanto coreografica degli zaptié della Guardia Vicereale, i carabinieri a cavallo indigeni in uniforme bianca e l’alto fez sormontato da una penna di falco, con gli uomini che impugnavano i guradé dalla lunga lama ricurva sguainati, dopo tutto in quelle terre lui era anche e in primo luogo il Negus Neghesti, il Re dei Re di tutti i popoli etiopi.

            Quando tutte le autorità ebbero preso posto sulla tribuna – un colpo d’occhio difficile da dimenticare: Ufficiali di tutte le Forze Armate in alta uniforme con le medaglie sul petto, ras e capi tribù nelle variopinte tenute tradizionali, gerarchi del PNF in divisa della Milizia e signore che sfoggiavano i vestiti più belli – finite le presentazioni, ebbe inizio lo sfilamento dei reparti militari preceduti dagli abituali gruppi di balilla, avanguardisti, giovani italiane e i reduci di guerra, mentre la banda musicale della guarnigione eseguiva l’intero repertorio dalla Marcia Reale, alla Canzone del Piave, all’Inno a Roma che era in pratica l’inno dell’Impero. Il maggiore Vallesi, al comando dei dubat, i carabinieri ausiliari indigeni, marciò orgoglioso alla testa degli uomini precedendo di poco il suo amico generale che, in piedi su una camionetta sahariana tirata a lucido, era alla testa del ricostituito Terzo Raggruppamento Bande Ascari; ma a Umberto, appena uscito dalla vista degli spettatori, toccò lasciare di corsa il reparto per infilarsi dietro la tribuna dove lo aspettava l’attendente con l’uniforme di gala e cinque minuti dopo, riapparve con un po’ di fiatone nel settore delle autorità, a pochi posti di distanza dal Re, dove Miriam e gli altri amici lo avevano coperto in modo che nessuno notasse la sua assenza, a meno che non lo avessero cercato di proposito.

            Grazie al fatto che il governatore pro tempore dell’Eritrea era al momento il generale dei carabinieri Miceli, persona notoriamente contraria ai brodi lunghi e che andava sempre e subito al sodo, i discorsi ufficiali preparati da Umberto Vallesi nelle settimane precedenti portarono via poco tempo e non furono giudicati nemmeno troppo noiosi dagli spettatori, che si stavano godendo gli aspetti più coreografici della giornata, compresi i vari sorvoli di velivoli da caccia, bombardamento e da trasporto e, per la prima volta, anche una squadriglia mista di elicotteri leggeri CANT D 100 e medi D 110 che finalmente venivano forniti anche ai reparti aerei coloniali di stanza in A.O.I..

            La consegna delle medaglie al valore riservò qualche motivo di sorpresa per tutti, specialmente per Umberto Vallesi che ci teneva in modo particolare, sia per il suo ruolo in tutta la vicenda che per il suo innato desiderio di conoscere meglio le persone che gli erano vicine e la gente che lo aveva adottato.

            Il giovane Abebé Debré presentò la storic