|
Associazione Servizi Culturali promuove l'iniziativa "Un aiuto a colpi di penna"
|
||||||||||
|
||||||||||
|
DESCRIZIONE Continuano le avventure africane di Umberto Vallesi e Miriam Azmet, la strana coppia composta da un giovane ufficiale dei Carabinieri Reali e una guerriera eritrea di straordinaria bellezza. Questa volta, invece di godersi il meritato riposo al loro rientro dal viaggio di nozze in Italia, dovranno impegnarsi in una specie di caccia al tesoro per contrastare le mire di un pericoloso e ricchissimo collezionista di antichità. L’ambiente in cui vivono e agiscono i protagonisti non è quello che noi conosciamo dai libri di Storia: nel loro passato recente vi è stata una divergenza che lo rende un’ucronia, ovvero un periodo storico mai esistito per noi. Non per questo però cambiano le regole della vita e le avventure che li coinvolgono non sono differenti da quelle che potrebbero succedere nel nostro tempo. Leggi online (integrale) |
||||||||||
|
I LEONI DEL
MEDEBAI
Parte Quarta
-
ANTICHE MEMORIE -
Romanzo ucronico di avventura
Copyright
© 2007 Giuseppe Antoni ISBN
978-88-6111-228-5
In
questo libro quasi tutti i personaggi sono di fantasia, altri invece pur
vivendo in una linea temporale divergente dalla nostra, esistono o sono
esistiti anche per noi e, per necessità narrative, sono stati lasciati
col loro nome reale, confidando che loro o i loro eredi non se ne
abbiano a male. Altri ancora, pur avendo nomi di fantasia, sono
ricalcati su persone realmente esistite. Sta al lettore provare a indovinare quali.
L’autore. 4.1
– Un antico prologo
Alessandria
d’Egitto, estate del 1184 ab Urbe condita, 431 dopo Cristo.
I portici e i peristili della grande Biblioteca voluta e
finanziata dalla dinastia dei Tolomei non vedevano più la folla di
frequentatori di un tempo ormai lontano. Le ferite dell’incendio
subìto quasi cinquecento anni prima, durante le lotte fra Cesare e
Pompeo si erano ormai rimarginate, ma altri tempi ancora più gravi si
stavano avvicinando e gli ultimi studiosi che la frequentavano se ne
rendevano conto senza farsi illusioni. In quei giorni poi, si vedevano
solo alcuni dei pochi inservienti che ancora vi lavoravano: molti
evitavano quegli ambienti per non rischiare la vita con gli esaltati che
giravano per le strade.
Per ironia della sorte, l’attuale curatore della Biblioteca si
chiamava anche lui Tolomeo, ma non aveva alcuna parentela né con l’antica
dinastia scomparsa con Cleopatra VII, la regina amante di Cesare e di
Antonio, né con l’altrettanto famoso astronomo di due secoli prima,
che pure aveva lavorato in quegli stessi ambienti. Soprannominato Archeografo
per la sua passione verso le lingue più antiche, era di origine greca,
ma andava orgoglioso del suo quarto di sangue egiziano, il suo aspetto
fisico inoltre poteva facilmente trarre in inganno, non sembrava certo
uno studioso abituato a trascorrere i suoi giorni chino su vecchi
papiri, non ancora trentenne, aveva un fisico possente coltivato fin da
bambino nella palestra delle terme e per qualche anno perfino sui campi
di battaglia delle eterne scaramucce di confine fra l’Impero Romano d’Oriente
e i barbari persiani che gli contendevano il dominio della Mesopotamia.
Un’altra cosa lo poneva in contrasto con quei luoghi deputati alla
conservazione dell’antica sapienza: contrariamente ai suoi
predecessori, Tolomeo non credeva agli antichi dei, fossero quelli
greco-romani, quelli ancora più arcaici degli egizi o a uno dei tanti
giunto in tempi più recenti con i culti misterici provenienti dall’Asia
e che si erano diffusi all’interno del grande Impero Romano; lui era
cristiano, credente devoto e chierico diacono ordinato dallo stesso
Patriarca dell’importante città portuale del delta del Nilo.
Dopo un secolo dall’Editto di Milano, col quale l’Imperatore
Costantino il Grande concedeva libertà di culto ai cristiani, il
cristianesimo era ormai divenuto la religione principale in entrambi gli
Imperi, d’Occidente e d’Oriente, ma non per questo le dispute erano
terminate, se mai possibile esse si erano fatte ancora più gravi: sette
ed eresie si diffondevano in lotta le une con l’altre e non bastavano
i concili indetti da imperatori e patriarchi per far tornare la pace nel
gregge del Signore.
Ciò nonostante, Tolomeo poteva vantare una cultura formidabile e
una mente aperta a tutti gli insegnamenti, coltivata fin dalla prima
infanzia trascorsa proprio all’interno di quell’ambiente. Figlio di
un semplice custode, aveva sempre seguito con attenzione le discussioni
degli studiosi che ancora frequentavano la Biblioteca, era riuscito a
farseli amici e da loro aveva imparato la matematica, le lettere, l’astronomia
e tutti gli aspetti delle tante scuole filosofiche, tanto che ormai era
uno dei pochi ancora in grado di leggere i geroglifici e il demotico
usati nell’antico Egitto, oltre a scrivere e parlare correttamente in
Latino, Greco, Aramaico e varie altre lingue dell’Asia e della Libia,
molte imparate durante il suo servizio militare o frequentando i
mercanti del porto e i capitani delle tante navi che vi facevano scalo,
che venivano a chiedere il permesso di copiare gli antichi portolani
conservati in una apposita sezione della Biblioteca.
Proprio per questo, ormai cinque anni prima, il Legato dell’Imperatore
di Costantinopoli e il vecchio Patriarca di Alessandria si erano trovati
d’accordo nel nominarlo responsabile dell’antica Biblioteca, tenendo
soprattutto conto del fatto che era un cristiano di provata fede e
quindi non incline a rimanere vittima dell’influenza delle antiche
religioni che ancora aleggiavano in quell’ambiente; un pericolo sempre
presente insieme con le tante eresie pronte a minare la ancora recente
egemonia della Chiesa. Avrebbe quindi potuto tenere sotto controllo gli
eventuali frequentatori spinti da uno spirito di rivalsa verso il nuovo
potere religioso e allo stesso tempo non dare spunto a quelli, ed erano
sempre più numerosi, che avrebbero volentieri chiuso quell’istituto
ritenendolo un pericoloso covo di nemici per la fede che era ormai
divenuta religione di stato in tutto l’Impero.
Adesso la situazione si faceva sempre più seria: il clero anche
ad Alessandria si dimostrava sempre più apertamente ostile a tutto ciò
che poteva rappresentare un collegamento con la cultura pagana, alcuni
predicatori esagitati, guidati da un monaco esaltato, un certo Teofilo,
che aspirava alla carica di Patriarca, fomentavano continuamente gli
animi del popolino e si erano già registrate aggressioni verso gli
inservienti e i frequentatori dell’istituto. Lui finora non aveva mai
corso rischi, aveva la fortuna di abitare all’interno del complesso
museale e anche quando, come suo solito, ogni mattina all’alba si
recava a messa nella vicina basilica accompagnato dai suoi servi,
nessuno aveva mai osato nemmeno insultarlo, anche perché la sua
prestanza fisica e la daga armena – un pesante yatagan a un
solo filo dalla lama a forma di fiamma, tagliente più d’un rasoio –
che portava al fianco erano un ottimo deterrente verso tutti i
malintenzionati, fossero briganti da strada o fanatici religiosi; e
delle eventuali occhiatacce che gli lanciavano non gliene importava
niente.
Le dispute teologiche si stavano trasformando in guerra per
bande, coi sostenitori delle varie dottrine che non esitavano ad
affrontarsi in scontri cruenti, e meno male che, almeno per ora, si
segnalavano solo contusi e i pugnali restavano nei foderi. A
Costantinopoli la situazione era ancora più grave: il patriarca
Nestorio era stato deposto e proprio per questo l’Imperatore aveva
indetto il III Concilio Ecumenico in corso ad Efeso per cercare di
rimettere pace fra i vari gruppi. Anche Cirillo, il patriarca di
Alessandria, vi si era recato e per fortuna non aveva chiesto a Tolomeo
di accompagnarlo. In questo modo aveva potuto rimanere in sede alla
Biblioteca e continuare nel lavoro che tanto lo appassionava.
Solo che adesso, con i continui scontri fra nestoriani,
monofisiti e ortodossi, quelli come lui che cercavano di rimanerne
fuori, rischiavano di fare la fine del proverbiale vaso di coccio fra i
vasi di ferro. Oltre tutto c’era un secondo e più grave motivo:
quegli esagitati non andavano d’accordo su nulla, tranne che per una
cosa, dare addosso a chi ancora tentava di preservare l’antica
cultura, accusato di voler conservare gli antichi dei e di essere nemico
del Cristianesimo. Perciò tutti quelli che lavoravano nella Biblioteca
correvano sempre il rischio di essere aggrediti, indipendentemente dalla
dottrina seguita da chi si trovavano di fronte e dalla fede più o meno
sincera che praticavano, e col patriarca lontano, impegnato nel
Concilio, Tolomeo e gli altri non potevano nemmeno fare troppo
affidamento sulla protezione delle autorità ecclesiastiche.
Comunque il pericoloso mutamento della situazione lo preoccupava
e non poco già da tempo, tanto da spingerlo a cercare una soluzione che
fino a pochi anni prima non gli sarebbe mai passata per la mente quando
si raffigurava il suo stesso futuro come una tranquilla maturità e
vecchiaia passata a catalogare e restaurare antichi manoscritti e,
chissà, raccoglierne di nuovi o scriverne altri lui stesso; il tutto
con la speranza di dimostrare come l’antica sapienza non fosse in
contrasto con la verità rivelata dalla Bibbia e dai Vangeli.
Con questo pensiero fisso, in quella mattina d’estate, con una
temperatura ancora accettabile, si recò al laboratorio del ceramista
che sorgeva in un angolo appartato dell’ultimo cortile ad est. Trovò
l’anziano artigiano intento a lavorare intorno al forno per la cottura
dei vasi.
“Buon giorno, Aristodemo. A che punto siamo coi tuoi
esperimenti?”
“Buon giorno, Tolomeo.” Il vasaio si pulì le mani sul
grembiule di tela grezza che gli proteggeva la tunica di foggia greca,
la familiarità tradiva l’antica conoscenza fra i due, ma nella voce
era comunque presente una nota di rispetto verso il curatore. “Credo
proprio che ci siamo, sono riuscito a fare un’anfora come mi hai
richiesto, anche se ne ignoro il motivo. Mi sono fatto aiutare da uno
degli artigiani del laboratorio dei metalli. Vieni con me, ti farò
vedere cosa siamo riusciti a realizzare.”
Fece strada verso un cortile più piccolo dove venivano allineati
gli oggetti che uscivano dal suo laboratorio. Su un lato erano
appoggiate al muro cinque comunissime anfore onerarie del tipo usato su
tutte le navi per trasportare vino, granaglie e altre mercanzie sfuse.
“Come vedi, esternamente sono assolutamente identiche a tutte
le solite anfore; il colore ricorda quello delle anfore prodotte a
Cipro, perciò le ho marcate con un sigillo che ho copiato da quello di
un vasaio di Famagosta. La cosa difficile è stata trovare la giusta
porosità una volta cotte, poi per l’esterno ho inventato una vernice
che le rende impermeabili e identiche agli originali.” Si capiva
subito quanto l’artigiano fosse orgoglioso del suo lavoro. “Ma prima
di verniciarle, internamente abbiamo versato del piombo fuso un poco
alla volta e, girandole in continuazione nel forno, siamo riusciti a far
penetrare il metallo nei pori della terracotta per uno spessore
sufficiente. Puoi fare una prova, anche se ne rompi una ormai non
abbiamo più problemi per farne quante ne vuoi. Anche se non capisco a
cosa ti possano servire.” Pur non comprendendo lo scopo di quel
lavoro, Aristodemo lo aveva fatto; abituato a soddisfare le richieste
degli studiosi che volevano sempre le cose più strane.
“Vorrei potertelo dire, ma per la tua stessa sicurezza è
preferibile che tu ne resti all’oscuro. Ciò che non conosci non ti
può nuocere.”
Tolomeo sollevò senza sforzo apparente la più vicina delle
anfore e la osservò a lungo all’interno e all’esterno. La
foderatura di piombo era appena visibile e, una volta chiusa la giara
col suo tappo, nessuno avrebbe potuto sospettarne la presenza. L’esterno
era perfettamente uguale a quello di qualsiasi anfora oneraria usata nel
Mediterraneo.
Con un movimento brusco la scagliò per terra come in un gesto d’ira
inconsulta. Il rumore fu quello tipico di una terraglia che va in pezzi,
ma i frammenti non si sparpagliarono da per tutto come ci si sarebbe
potuti aspettare; l’anfora si spezzò e si deformò, ma i cocci non si
separarono fra loro e rimasero uniti dalla fodera di tenero piombo. Per
aprirla in due sarebbe stato necessario ricorrere a un attrezzo in grado
di sfondare lo strato duttile e lacerarlo. L’idea gli era venuta un
giorno che, passando dalla fonderia, aveva trovato un piccolo crogiolo
di terracotta rotto per essere caduto a terra, l’oggetto si era
spezzato in vari frammenti, ma questi erano rimasti insieme, incollati
dalla sottile guaina metallica che si era depositata con l’uso all’interno.
Tolomeo osservò ancora per qualche minuto il risultato degli
sforzi di inventiva del vasaio e finalmente sorrise.
“Hai fatto veramente un ottimo lavoro, Aristodemo! Mi
congratulo per come sei riuscito in breve tempo a risolvere tanti
problemi. Adesso dovrai trovare il modo di costruirne al più presto
qualche centinaio! E mi raccomando, scheggia e graffia l’esterno, come
se fossero vecchie e usate.”
Il vasaio lo osservò stupito per la richiesta. Come suo solito
era avvezzo a soddisfare le pretese più strane, ma normalmente gli
chiedevano di fare degli esemplari unici, per quanto strampalati gli
potessero sembrare.
“Ci vorranno un mucchio di soldi! Comunque adesso mi posso far
aiutare anche da altri artigiani senza venir meno alla segretezza!”
“Non ti preoccupare. La Biblioteca può ancora contare su fondi
segreti messi da parte con previdenza anche dai miei predecessori.
Inoltre potrai usare i materiali presenti nei magazzini.”
Si riferiva alla quantità incredibile di materie prime
accumulate nei secoli dentro ai sotterranei: lingotti dei metalli più
vari, essenze profumate, minerali preziosi e non, resine rare e tanto
altro che ben pochi avevano una sia pur vaga idea di ciò che vi veniva
custodito. La Biblioteca non era un semplice museo destinato a
raccogliere manoscritti antichi e recenti, era anche un luogo dove
scienziati provenienti da tutto il mondo conosciuto si ritrovavano per
conoscersi e far conoscere le loro idee, oltre a compiere i loro
esperimenti e perciò avevano bisogno di avere a disposizione tutto il
necessario per costruire le loro macchine o provare le loro teorie.
Tolomeo ringraziò di nuovo il vecchio vasaio e proseguì nel suo
giro delle officine; sperava che anche gli altri artigiani gli potessero
dare delle buone notizie. Quelli esperti nel lavorare i metalli dovevano
mettere a punto dei piccoli contenitori cilindrici in rame,
perfettamente stagni, in cui racchiudere i papiri che intendeva
preservare; e poi c’erano i carpentieri al lavoro per costruire tutta
una serie di macchine di cui lui stesso aveva fornito i disegni, copiati
dalle opere di Archimede di Siracusa e di Erone, e altre che lui aveva
ideato prendendo spunto da molte altre opere che aveva potuto
consultare. Il tempo stringeva, la situazione in città diveniva ogni
giorno più grave, ma sperava di avere ancora qualche mese prima che
precipitasse, in modo di avere tutto pronto al momento giusto per una
partenza che, ne era convinto, sarebbe stata una fuga senza ritorno
verso una meta che solo lui, forse, conosceva.
L’altro grosso problema che aveva dovuto risolvere prima ancora
di mettersi a studiare come conservare ciò che voleva trasportare, era
stato quello di trovare un’imbarcazione adatta e un equipaggio in
grado di condurla in quel viaggio periglioso che lo attraeva e lo
terrorizzava ad un tempo. In questo la fortuna lo aveva aiutato: circa
un mese prima, mentre girava per il porto osservando le navi ormeggiate
assorto nei suoi pensieri, si era sentito chiamare da un vocione
possente.
“Tolomeo! Ti credevo ormai vescovo in qualche città dell’Impero
o almeno un importante canonico tutto impegnato a spandere incenso in
una basilica! L’ultima volta che ci siamo visti, eri deciso ad
abbracciare la carriera ecclesiatica. Che cosa ci fa una persona
importante come te in giro fra le banchine del porto, in mezzo alla
feccia dell’umanità?”
“Semeon di Tiro! Io invece ti credevo in fondo al mare ormai da
un mucchio di anni! Cosa ci fai tu vecchio rottame delle tempeste qui
sulla terraferma invece di navigare in giro per il Mediterraneo o ancora
più in là.”
“Ormai sono come un pesce buttato a riva da una tempesta. La
mia ultima nave è affondata sulle scogliere di Corfù con tutto il
carico per colpa di un nocchiero idiota, incapace di distinguere la
destra dalla sinistra; mi sono salvato solo io, forse perché nemmeno
Nettuno mi ha più voluto con sé. Mi ritrovo senza più un soldo e
senza nemmeno una barchetta. Adesso, se non troverò da imbarcarmi
almeno come marinaio, dovrò ridurmi a chiedere l’elemosina fuori da
qualche chiesa.”
Nella voce del vecchio marinaio non c’era tristezza o
compatimento per la sua situazione: conosceva la dura legge del mare e
ne accettava il buono e il cattivo senza piangersi addosso.
Per Tolomeo, che conosceva l’abilità e l’esperienza di quel
comandante fenicio che aveva conosciuto molti anni prima, quando veniva
regolarmente alla Biblioteca per copiare carte geografiche o leggere
vecchi resoconti di viaggio alla ricerca di nuove opportunità di
guadagno, saperlo in tali difficoltà fu doloroso e quasi si riguardava
a proporgli cosa gli stesse passando per la mente con la paura di
offenderlo come se volesse fargli la carità o approfittare della sua
situazione, ma dopo una tranquilla discussione in un’appartata osteria
ricordando le avventure che avevano vissuto insieme, di fronte a un’anfora
di vino di palma proveniente dalla lontana oasi di Siwa, trovò il
coraggio di esporgli il suo piano disperato e la risposta di Semeon fu
entusiasta.
“Ci sto! Conta su di me per tutto. Ingaggerò dei marinai
esperti che già conosco, tutta gente che verrà con noi non per i
soldi, ma per spirito di avventura. E quanto alla nave, se non hai
troppa fretta, preferirei farla costruire apposta piuttosto che cercarne
una in vendita per poi adattarla. Di questi tempi ci sono molti più
marinai a spasso che barche in grado di navigare.”
“Il nostro di oggi è stato veramente un incontro fortunato,
benedetto dal Signore. In te nutro la più completa fiducia, come se
fossi mio padre. Rivediamoci nel pomeriggio, ti darò una somma di
denaro per affrontare le prime spese e spero di poterti dare in breve
tempo i disegni di come voglio questa nave e soprattutto a cosa deve
assomigliare per non dare troppo nell’occhio.”
Si salutarono con rinnovata amicizia e presero per vie
differenti. Semeon diretto verso i cantieri dove venivano ancora
fabbricate navi onerarie e qualche rara trireme da guerra per cercare le
persone giuste a cui affidare l’incarico di costruire quella che già
considerava la sua nuova nave. Tolomeo tornò invece alla Biblioteca,
deciso a cercare fra i testi di Archimede il famoso trattato di
idrostatica dove, se ricordava esattamente, avrebbe trovato tutti i dati
e i disegni che gli sarebbero serviti a progettarla.
4.2
- Vecchi e nuovi impegni di lavoro
L’Asmara,
agosto 1951.
Mentre quella mattina facevano colazione, Umberto e Miriam quasi
non si erano rivolti la parola, la dolce negretta stava ancora tenendo
il broncio al maritino italiano: la sera prima avevano bisticciato –
per carità, niente di serio, un piccolo battibecco come ne succedono
sempre fra moglie e marito e senza nemmeno alzare la voce – tutto era
successo a causa della solita indole sparagnina della giovane eritrea,
che si spaventava di fronte a qualsiasi spesa comportante somme che
dovessero essere scritte con tre cifre, come diceva sempre l’ufficiale
dei Regi Carabinieri; mentre lei ultimamente si era convinta di aver
sposato uno spendaccione con le mani bucate, che stava sperperando un
patrimonio per costruire la loro nuova casa e per di più adesso voleva
imporle di assumere una donna di servizio che la aiutasse nelle faccende
di casa, con la scusa del pancione!
La fiera guerriera del Tigrai aveva avuto un bel dire che le
donne della sua gente erano abituate a lavorare sodo fino a poche ore
prima del parto e che la sua stessa madre l’aveva allattata mentre
accompagnava il marito ascaro nell’avanzata dell’Esercito Italiano
verso Addis Abeba. Ma Umberto era stato irremovibile, se non ci avesse
pensato lei a trovare una brava ragazza che le facesse tutti i lavori
pesanti in casa, l’avrebbe cercata lui, in fin dei conti ormai
conosceva abbastanza persone locali alle quali rivolgersi per farsi
consigliare una persona affidabile. Alla fine le tirò un colpo basso:
la cameriera che avrebbero assunto avrebbe contribuito a ridurre seppur
di poco la percentuale di disoccupazione delle donne eritree, e questo
finì per convincere Miriam ad arrendersi, anche se vedeva di cattivo
occhio qualsiasi intromissione fra lei e suo marito: ci teneva in modo
particolare a prendersi cura di lui per tutte le piccole cose della vita
in comune, dal fargli da mangiare in casa loro fino a lavargli camicie e
biancheria, come aveva sempre fatto fin dal primo momento che aveva
deciso di vivere con quel giovane ufficialetto appena arrivato dall’Italia
e completamente spaesato.
Ripensando a questa sua caratteristica, Umberto non poteva
trattenersi dal sorridere ricordando come la sua giovane moglie fosse
rimasta imbarazzata quando, durante il loro soggiorno in Italia nella
casa di famiglia vicino a Parma, le era capitato continuamente di essere
salutata col titolo di “Padroncina” dalla servitù che, ovviamente,
era composta tutta da gente del posto: italiana e bianca. Per fortuna la
Rica, l’anziana cuoca che era anche la comandante indiscussa di tutti
i domestici, l’aveva subito presa in simpatia minacciandola col
mestolo la prima volta che aveva messo il naso in cucina e finendo con l’insegnarle
a preparare i cappelletti di magro e la torta di zucca.
In ogni caso, prima che Umberto uscisse per recarsi in ufficio,
avevano già fatto la pace. Lui la abbracciò e la baciò
appassionatamente, stringendola a sé avvertì la pancia rigonfia che
premeva contro la sua e si sentì commuovere come qualsiasi marito di
questo mondo quando la moglie aspetta il primo figlio.
“Senti come scalcia! Sarà anche lui un grande guerriero.
Renderà onore a entrambe le sue famiglie!”
“Toccherà a lui scegliere il suo destino. Noi avremo solo il
dovere di allevarlo nel senso dell’onore e nell’amore per la Patria.
Avrà la fortuna di crescere come rappresentante di due grandi razze che
si rispettano e si stimano vivendo negli stessi ideali.”
“Così sarà! Potrà sempre contare sul nostro amore.”
“Ora devo andare. Ma tu ricordati sempre che ti amo ogni
istante di più e bada a non affaticarti troppo!”
Ormai la gravidanza era ben visibile soprattutto in una donna
dalla linea magra e slanciata come Miriam, ma incredibilmente si sentiva
ancora più attratto da quell’affascinante creatura che negli ultimi
tempi aveva ripreso a vestirsi con gli sciamma tipici della sua
gente, che le consentivano di sentirsi meno impacciata nei movimenti
rispetto agli abiti all’europea.
Con la sua Kübelwagen ci mise meno di cinque minuti per arrivare
di fronte alla palazzina che ospitava il Comando territoriale dei
Carabinieri Reali dove aveva il suo ufficio, normalmente ci sarebbe
andato a piedi tanto per sgranchirsi le gambe, ma in quei giorni
preferiva sfruttare ogni minuto per restare il più possibile con Miriam
e non voleva rischiare di arrivare in ritardo. Il dubat di sentinella
all’ingresso scattò sugli attenti e gli fece un perfetto
presentat-arm col moschetto ’91-38 da cavalleria, preferito al MAB 38
A Beretta per i compiti di rappresentanza; il giovane ufficiale rispose
al saluto portando la mano destra alla visiera del copricapo e con un
sorriso – stentava ancora ad abituarsi al saluto formale, ma doveva
rassegnarsi, ormai era un ufficiale superiore – ed entrò dirigendosi
verso le scale con passo spedito.
Da quando era rientrato dalla sua lunga licenza matrimoniale dall’Italia,
i suoi impegni di servizio erano diventati ancora più onerosi, se
possibile: chi avrebbe dovuto sostituirlo alla direzione dell’ufficio
“I” del Comando Territoriale dei Carabinieri Reali di l’Asmara non
era ancora arrivato, nonostante i tanti messaggi di sollecito che aveva
inviato a Roma, perciò era costretto a svolgere contemporaneamente il
lavoro di almeno tre persone, continuando ad occuparsi dell’analisi
delle informazioni, teneva i continui contatti con i vari servizi
segreti e in più doveva anche mandare avanti una gran parte del lavoro
che prima era svolto dal colonnello del Comando delle Truppe Coloniali
nel controllo del territorio.
Il suo amico e mentore Giorgio Da Pettori, da quando non aveva
più potuto rifiutare la promozione a generale di divisione, non poteva
occuparsi anche delle missioni di pattugliamento dovendo pure pensare a
metter su un’Accademia Militare nuova di zecca destinata alla
formazione dei quadri di origine abissina destinati all’Esercito; se a
questi nuovi impegni aggiungiamo il fatto che al momento tutti i reparti
si trovavano drammaticamente sotto organico e che gran parte dei suoi
collaboratori più esperti ed affidabili erano caduti in combattimento
durante la furiosa battaglia per la difesa di Axum, era naturale che
toccasse ad Umberto – maggiore di freschissima nomina che nonostante
appartenesse all’Arma dei Carabinieri e non all’Esercito Coloniale,
veniva valutato da tutti un veterano esperto e inoltre era
particolarmente rispettato dalle truppe indigene dove ormai era
considerato secondo solo all’amatissimo Cummàndar Diabilos, il
nome dato dagli ascari al generale fin dall’epoca della conquista dell’Impero,
quando si era conquistato sul campo i gradi di tenente – incaricarsi
anche dei pattugliamenti più delicati e difficoltosi che il generale
non si fidava a mettere in mano agli ufficiali appena arrivati dall’Italia
con i primi rincalzi.
Per il momento, Umberto continuava ad usare il suo vecchio
ufficio dove due anni prima aveva iniziato la sua avventura in terra
africana. Là dentro poteva contare sull’aiuto dei due validi
sottufficiali che gli avevano insegnato il mestiere e ancora si
sobbarcavano gran parte delle incombenze burocratiche, rendendogli
possibile trovare il tempo necessario per svolgere anche gli altri suoi
compiti che diventavano ogni giorno più impegnativi.
“Buon giorno signor maggiore!”
Il brigadiere Marini si alzò mettendosi sugli attenti dietro la
propria scrivania nello stanzone dell’Ufficio Informazioni, mentre i
due carabinieri che stavano riordinando dei faldoni si giravano per
salutarlo anche loro.
“Riposo! Buon giorno a tutti. Per carità, brigadiere, almeno
voi smettetela di balzare sugli attenti ogni volta che entro, o finirete
col farmi girare di scatto per vedere se per caso sono seguito da
qualcuno più importante di me!”
“Forza dell’abitudine, signore! Quando sulle spalline le
stellette sono accompagnate da corone turrite o greche, reagisco d’istinto!
Come mi è stato inculcato alla scuola sottufficiali.”
“D’accordo, ma voi mi avete conosciuto quando di stellette ne
avevo una sola e messa da poco. Inoltre credete che non mi renda conto
che il vero motore di questo ufficio siete voi? Io mi limito a darvi una
mano le poche volte che non ho altro da fare.”
Il brigadiere Marini quasi arrossiva per il complimento dell’ufficiale
che aveva imparato a rispettare ed ammirare nonostante la sua giovane
età. Con la sua esperienza di veterano d’Africa aveva immediatamente
riconosciuto le qualità che facevano di Umberto Vallesi un ottimo
ufficiale capace di sapersi far valere in ogni circostanza.
“Sarà che oggi sono particolarmente soddisfatto: ci hanno
finalmente assegnato dell’altro personale, due dubat anche con
esperienza di ufficio, provenienti dal Comando di Addis Abeba. L’appuntato
Bruzio è andato a prenderli all’aeroporto, dovrebbero essere qui fra
una mezz’ora.”
“Finalmente una buona notizia! Allora intanto io faccio un
salto dal Generale Miceli; sperando di trovarlo prima che debba andare
al Governatorato per il suo nuovo incarico. Sembra proprio che tutti noi
si debba fare almeno un paio di lavori!”
“Colpa dell’emergenza in cui ci siamo trovati. Però siamo
riusciti a cavarcela e i rincalzi, un poco alla volta, incominciano ad
arrivare. Adesso il problema sarà quello di riuscire ad inserirli e
vedere come se la cavano.”
Umberto lasciò la propria borsa porta documenti nel suo stanzino
che fungeva da ufficio privato e si diresse lungo il grande corridoio
del primo piano verso l’ufficio del generale comandante della Legione
dei Carabinieri Reali di l’Asmara.
Arrivato nell’anticamera, notò la porta dello studio privato
del generale Miceli aperta e la scrivania della sua segretaria deserta;
incuriosito si affacciò sulla soglia. La Mirella stava finendo di
riordinare delle carte sul grande scrittoio in stile ottocentesco
piemontese dell’alto ufficiale.
“Ciao Umberto, come mai sei da queste parti, invece di correre
dietro a qualche predone?” La confidenza da amica di vecchia data
della bionda miliziana era un segno sicuro che il generale non era
ancora arrivato, con lui presente, non si sarebbe mai permessa simili
licenze.
“Cercavo il generale. Ho bisogno di avere indietro la scaletta
corretta della prossima visita del Re Imperatore al nostro sperduto
avamposto coloniale; ormai mancano meno di due mesi, e dovresti saperlo
pure tu che mi è stato appioppato anche il compito di scrivere i
discorsi ufficiali!”
“E per quale motivo pensi che mio zio sia stato trattenuto al
Palazzo del Governo? Non gli mancava altro che essere nominato
Governatore pro tempore! Sta diventando ancora più intrattabile del
solito, è sempre lì che prega che a Addis Abeba si riunisca finalmente
la Camera delle Corporazioni e il Consiglio della Colonia nomini al più
presto il nuovo pezzo grosso politico per poter tornare a fare il
carabiniere a tempo pieno. E intanto sta anche cercando di riorganizzare
gli uffici del governo territoriale in modo più efficiente; quel
poveretto del vecchio governatore era una gran brava persona, ma come
amministratore lasciava a desiderare.”
“Chissà come saranno contenti gli impiegati!”
Approfittando del momento che non li vedeva sovraccarichi di
lavoro nessuno dei due, Umberto rimase per qualche minuto a
chiacchierare dei suoi problemi personali con l’amica – da quando
era rientrato dalla licenza matrimoniale in Italia, erano state troppo
poche le occasioni che aveva potuto passare insieme al resto della banda
come erano soliti fare in tempi normali e non dimenticava l’aiuto che
gli avevano dato per districare l’intricata matassa del complotto
comunista e le avventure che avevano vissuto insieme – inoltre voleva
consigliarsi con una donna su come comportarsi con Miriam.
“Non essere troppo protettivo con la tua mogliettina! Tanto con
lei non la spunti! Dovresti ormai conoscerla. Dietro la sua apparenza di
bambolina fragile e delicata, quella ragazza è fatta d’acciaio come
tutta la sua gente. Non puoi pretendere che all’improvviso se ne stia
con le mani in mano solo perché è incinta! Se sei riuscito a
convincerla a prendere un aiuto, accontentati e mettiti l’anima in
pace, Miriam continuerà a lavorare come suo solito e se sei furbo, la
lascerai fare, è il modo migliore perché non le pesi la sua nuova
condizione.”
“Hai ragione, ma devi pensare che è la prima volta che mi
trovo a recitare contemporaneamente la parte del marito e dei futuro
padre! È normale che sia preoccupato per lei.”
“Sarà anche normale, ma le cose vanno così da qualche
migliaio di anni: voi uomini vi divertite per cinque minuti e poi
lasciate a noi donne la fregatura!” La Mirella aveva avuto sempre il
terrore di rimanere in stato interessante prima di essere sposata e
anche ora che si era fidanzata ufficialmente con Francesco Rinaldi, l’ufficiale
pilota che le aveva fatto una corte serrata per più di un anno,
continuava a fare la dura in materia. “Comunque forse ce l’ho io la
soluzione. Parliamone stasera andando a cena fuori tutti insieme come
facevamo prima, sarà anche l’occasione per ritrovarci con tutta la
brigata, ci saranno anche Nicoletta e Giovanni.”
“Allora, Trattoria Romagna come facevamo di solito,
sarà una bella rimpatriata! Guarderò se mi riesce di avvisare anche il
sergente Avi, sperando che Serena non sia di turno all’ospedale. Ci
troviamo tutti a casa di Giovanni verso le sei e mezza, se sei d’accordo.”
“Benissimo! Intanto ecco qui la tua scaletta, il generale l’ha
approvata ieri sera con solo due o tre correzioni. Ringrazia il cielo
che anche a lui non piacciono i discorsi ampollosi e le cerimonie troppo
complicate. Tornatene nel tuo ufficio a fare la punta alle matite! Io ho
già troppo da fare per stare a perdere tempo con un raccomandato che
riesce a fare la bella vita anche in colonia!”
Dopo quest’ultima battuta che dimostrava la familiarità che
correva all’interno di quel piccolo gruppo di amici, cementata anche
dalle ancora recenti peripezie che avevano vissuto fianco a fianco,
Umberto se ne andò per tornare al suo ufficio controllando strada
facendo gli appunti che il generale aveva scritto a margine delle note
dattiloscritte nei tre fogli che gli erano stati restituiti.
Rientrato al suo posto di lavoro, il maggiore Vallesi si mise a
riordinare gli ultimi rapporti inviati dalle pattuglie che ancora
perlustravano il vasto territorio dell’A.O.I. alla ricerca degli
ultimi sopravvissuti fra i sabotatori inviati da Mosca quasi un anno
prima. Stando a quanto riferivano concordemente, sembrava che avessero
ormai fatto piazza pulita, a questo punto era più di un mese che non
venivano segnalati nuovi arresti. Quelli catturati dai reparti italiani
potevano dirsi i più fortunati: dopo un veloce processo sarebbero
finiti nel famigerato penitenziario del Deserto Dancalo, ma passare il
resto della vita a cavare lastre di sale con una temperatura di sessanta
gradi all’ombra, senza ombra di sorta, era pur sempre una sorte
preferibile a quella di chi era stato invece beccato da uno dei tanti
gruppi di incavolatissimi guerrieri abissini che avevano preso il
tentativo di furto dell’Arca dell’Alleanza come un’offesa
personale! Aveva letto qualche rapporto di ufficiali che erano arrivati
per secondi in quella caccia all’uomo, e ciò che avevano trovato era
raccapricciante anche nell’asettica descrizione di un resoconto
scritto.
Il rientro dell’appuntato Bruzio con i due dubat inviati a l’Asmara
come rincalzi rappresentò un diversivo in una mattinata di lavoro
altrimenti monotona. Umberto entrò nello stanzone comune
contemporaneamente all’arrivo dei nuovi aiutanti e il piccolo
appuntato molisano fece le presentazioni.
“Dubat scelto Ailé Endacciù. Ai vostri ordini, maggiore!”
Il giovane carabiniere ausiliario indigeno era un amara del Nord,
parlava un ottimo Italiano e indossava una divisa impeccabile, sulla
quale spiccavano già tre nastrini di missione. A Umberto Vallesi
ricordava moltissimo nell’aspetto e nel modo di fare Isaias Zara Dawit,
risvegliando nell’ufficiale dei carabinieri alcuni ricordi dolorosi.
“Dubat scelto Mohamed Siad. Maggiore, onorato di essere a
vostri comandi!”
Il secondo era un somalo purosangue, secco e allampanato come
tutta la sua razza, ma non alto quanto i tigrini della stirpe Medebai,
alla quale apparteneva Miriam che era appena più bassa del marito
ufficiale italiano che da parte sua superava il metro e ottantacinque.
“Comodi. Riposo!”
Umberto, dopo aver risposto al saluto, si fece consegnare le
cartelline con le note personali e vi diede una rapida scorsa: una volta
tanto gli avevano mandato del personale in gamba, entrambi avevano già
lavorato nel settore informazioni.
Ailé Endacciù era il figlio più giovane di un amara che aveva
collaborato con gli italiani fin da prima delle conquista dell’Abissinia
per avversione al vecchio regime di Ailé Selassié e dopo il corso di
istruzione addirittura era stato per ben tre mesi infiltrato in un
gruppo di nostalgici del vecchio Negus fino a quando, proprio in seguito
alla reazione popolare verso il tentativo sovietico di sovvertire la
colonia, quello stesso gruppo era uscito allo scoperto giurando fedeltà
alla Corona Italiana, a quel punto il suo lavoro era divenuto inutile e
il dubat era rientrato nei ranghi aspettando un nuovo incarico.
Il somalo non era da meno, pur appartenendo ad una delle kabile
più importanti di Mogadiscio, orfano di madre e figlio di uno
sciumbashi aiutante di campo di un famoso generale italiano sempre in
giro per i territori dell’Impero, era cresciuto presso la missione
francescana e dopo l’arruolamento volontario aveva partecipato a varie
operazioni di controllo del territorio. Una piccola nota a margine lo
segnalava come elemento fidato e intelligente, e la nota era firmata da
Giuliano Bastiani governatore del Galla e Sidama; se Ras Iblis si
fidava di quel giovane, anche Umberto poteva stare tranquillo.
Finite le presentazioni ufficiali, l’amara chiese il permesso
di parlare a nome di tutti e due:
“Signor maggiore, possiamo parlare liberamente? In modo
informale?”
“Dite pure. In questo ufficio abbiamo cura unicamente che il
lavoro sia svolto con efficienza, non stiamo a badare alle formalità.”
“Signore. Quando la vostra richiesta di personale esperto è
giunta al Comando Centrale di Addis Abeba, c’è stata una vera e
propria gara fra tutti i dubat per ottenere questo incarico.
Probabilmente è stato proprio per questo che ci hanno messo tanto prima
di inviarci, l’ufficiale incaricato di scegliere chi trasferire era
sovraccarico di note personali e forse anche qualche raccomandazione.
Siamo entrambi orgogliosi di essere stati incaricati di prestare
servizio con il Cummàndar Debra Micael! Sappiamo quello che voi
e la vostra signora avete fatto per la nostra gente, e non solo per
averlo letto sui giornali.”
Cummàndar Debra Micael, Comandante San Michele!
Buonanotte! La voce circa il nuovo nome di battaglia che gli indigeni
gli avevano appioppato era già arrivata a Umberto Vallesi, ma sentirsi
chiamare così da dei militari posti al suo comando e come se fosse la
cosa più normale del mondo, mise in imbarazzo l’ufficiale soprattutto
tenendo conto di quello che gli altri carabinieri italiani avrebbero
potuto pensare. Quasi, quasi avrebbe preferito che avessero continuato a
usare il vecchio soprannome di Tenente Occhi Azzurri, che gli
avevano dato in occasione della fantasia in suo onore al rientro
da una delle sue prime missioni operative. Evidentemente per la sua
generazione avevano esaurito i soprannomi infernali ed erano passati
agli Arcangeli dalla spada fiammeggiante! Il lato autoironico del suo
carattere gli venne in soccorso.
“Non bisogna credere a tutto quello che viene raccontato
intorno ai fuochi dei bivacchi, i narratori tendono a rimpinguare la
storia e ci sono sempre molte forzature! Di sicuro c’è un po’ d’esagerazione
quando raccontano come abbia ammazzato mille nemici con un solo colpo di
spada!” Con questo dimostrava di conoscere anche lui le leggende che
ormai circolavano fra i pastori delle tribù più sperdute, aveva le sue
fonti di informazione. “Qua dentro chiamatemi semplicemente maggiore,
è già fin troppo impegnativo.” Concluse.
La vera storia di quanto era successo alla confluenza fra l’alto
Mareb e i torrenti Sarona e Sechit preferiva tenersela per sé, faceva
fatica a crederci anche lui che l’aveva vissuta. Ma la sua mano
sinistra corse istintivamente a sfiorare la stellina d’argento che
brillava al centro del nastrino tricolore al posto d’onore della sua
prima striscia, sopra il taschino della leggera giacca della divisa
coloniale.
Umberto dette ai due dubat il resto della giornata libero perché
si sistemassero negli alloggi della caserma e potessero riposarsi dal
viaggio, dando loro appuntamento per l’indomani perché si
ambientassero nel loro nuovo lavoro; come al solito contava sull’esperienza
del suo brigadiere affinché imparassero rapidamente i tanti piccoli
trucchi del lavoro d’ufficio, ma gli interessava maggiormente poter
contare su persone giovani con esperienza operativa alle quali poter
affidare anche compiti esterni invece di dover fare sempre affidamento
sulle informazioni che gli arrivavano di seconda mano da altre
amministrazioni.
Quando rientrò per l’ora di pranzo alla sua casetta nella
traversa F del Viale dell’Artiglieria nel settore ovest del quartiere
degli alloggi dei militari, Umberto trovò la sua mogliettina
particolarmente eccitata. Come al solito lo stava aspettando sulla
veranda, con un balzo scese dalla piccola fuoristrada tedesca senza
nemmeno aprire lo sportello e fece i tre scalini che lo separavano dalla
sua amata con un unico passo – un vantaggio delle sue gambe lunghe –
un attimo dopo erano abbracciati e si baciavano come se fosse stato via
per un mese invece che per poche ore. Finalmente ripresero fiato.
“Ho una cosa importantissima da farti vedere, Tenente Vallesi!”
Gli disse Miriam con gli occhi che le luccicavano dall’eccitazione,
usando l’appellativo del loro primo incontro, quando lei, già
innamorata, non conosceva nemmeno il nome di battesimo del futuro
compagno di una vita.
“Alt! Frena un momento i tuoi bollenti istinti, mia piccola
selvaggia! Per prima cosa, hai trovato chi ti aiuterà per le faccende
di casa?” Umberto non intendeva dare spago alla focosa fanciulla,
temendo che intendesse cercare di rimandare l’impegno che aveva preso.
“Non ti preoccupare per quelle sciocchezze! Mi sono già messa
d’accordo tramite mio nonno con una prima cugina della cognata di una
mia zia acquisita, da domani mattina la sua figlia maggiore verrà a
darmi una mano. Proprio come il guitana bianco ha comandato.”
Miriam era tutta contenta, ma a Umberto veniva sempre il mal di
testa quando cercava di districarsi nella complicata rete di parentele
della sua dolce negretta.
“Adesso devo mostrarti cosa mi ha portato il postino stamani:
un grosso pacco dagli Stati Uniti d’America! Ho resistito alla
tentazione di aprirlo subito perché volevo che ci fossi anche tu! Però
è indirizzato proprio a me personalmente.”
“D’accordo. Allora non ci resta che decidere se aprire subito
questo misterioso pacchetto o aspettare dopo di aver pranzato. Io
personalmente preferirei la seconda soluzione, ho un discreto appetito!”
“Come il signore e padrone desidera!” Continuò a prenderlo
in giro Miriam, facendogli un piccolo inchino. “Ma non ti aspettare
grandi cose, sapendo che stasera andremo a cena tutti insieme dalla
Leonilde, ho preferito tenermi sul leggero.”
Per fortuna dell’affamato Umberto, il concetto di pranzetto
leggero della giovane eritrea non era proprio quaresimale: una
monumentale insalata mista che oltre alla solita verdura comprendeva
anche cipolline dolci, fettine di papaia e pezzetti di formaggio fresco
fatto con latte di capra, sei uova sode a tocchetti e almeno due etti di
filetti di tonno sott’olio comperato sfuso dal pizzicagnolo siciliano
che riusciva ad avere sempre i prodotti migliori in arrivo dalla lontana
Italia, il tutto condito con l’onnipresente, micidiale peperoncino in
pasta, il fiammeggiante zighinì, al quale anche il giovane
ufficiale italiano si era ormai abituato. Gli eritrei, come gran parte
delle popolazioni africane, non nutrono una grande passione per le
verdure crude, considerate un cibo da capre, ma Miriam era stata
allevata ed era cresciuta in bilico fra la sua gente e le case di tanti
militari italiani che avevano rappresentato la sua vera famiglia e ne
aveva assorbito una parte dei gusti per il cibo, come la passione per la
pastasciutta con qualsiasi tipo di condimento, ad esclusione degli
alcolici e della carne di maiale per le limitazioni imposte dalla sua
religione Copta Ortodossa.
“Una volta o l’altra dovrai spiegarmi come riesci sempre a
sapere le cose prima ancora che io faccia in tempo a dirtele; chi ti ha
avvertito che stasera saremmo andati a cena fuori?”
Miriam, per tutta risposta, si limitò a strizzare un occhio,
facendogli capire che quello era un suo piccolo segreto.
Umberto si sedette alla tavola già apparecchiata facendo finta
di non notare il pacco postale che troneggiava sulla credenza.
4.3
- Una famosa fotografa
Prima ancora di servire il caffè, Miriam mise al centro della
tavola il grosso pacchetto confezionato con cura, avvolto in pesante
carta cerata e legato con tanto di spago e piombini di sicurezza; sull’involucro,
oltre ai francobolli, erano visibili le etichette e i timbri dell’ispezione
doganale americana e italiana, il mittente risultava essere la famosa
casa editrice Scribner & Sons di New York.
“Deve essere l’ultimo romanzo di Ernest Hemingway! Se ti
ricordi, ce lo aveva promesso che ce ne avrebbe mandata una copia
autografata con dedica, appena fosse stato pronto.”
“Troppo grosso! A meno che non vi abbia aggiunto un paio di
bottiglie di Whisky! Da lui ci sarebbe da aspettarselo.”
“Che cosa aspetti? Dai aprilo, sono curioso anch’io. A te l’onore,
sei tu la destinataria.”
Miriam non attendeva altro, con noncuranza sfoderò il suo
affilato billao dall’impugnatura d’argento sbalzato per tagliare lo
spago e rompere i sigilli che fermavano l’involto. Con la sua tipica
mentalità di persona contraria a qualsiasi spreco, recuperò la pesante
carta da imballaggio ripiegandola per metterla da parte, avrebbe sempre
potuto tornare utile.
Dal pacco saltarono fuori quattro grossi volumi e una busta
postale rigonfia sulla quale era riportato nuovamente il nome della
signora Vallesi. Ancor più impaziente, la giovane donna aprì allo
stesso modo la busta mentre Umberto prendeva un libro per esaminarlo.
“Ti ricordi quel fotografo californiano che abbiamo conosciuto
in quel safari al confine col Kenia? Quello che poi mi mandò in regalo
una macchina fotografica Asselblad con tutti gli accessori?”
“Come no! Durante il nostro viaggio di nozze in giro per l’Italia
mi facevi fermare ogni cinque minuti per scendere di macchina e scattare
fotografie!”
“Beh. Prima di tornare a casa, d’accordo con tua zia Lucilla,
gli ho spedito i negativi delle foto che avevo scattato. E questo è il
risultato: ne ha fatto un libro fotografico e ce ne ha spedito delle
copie!”
“L’autrice sei tu! Guarda: VIAGGIO IN ITALIA – L’Italia
vista attraverso le foto scattate dalla contessa Miriam Vallesi Medebai;
con testi di commento in Inglese e Italiano e presentazione di Ernest
Hemingway. E in copertina c’è la fotografia che quel fotografo ti
fece la prima sera al safari! Quel simpatico alcolizzato, per le
didascalie deve aver usato i ricordi del suo ultimo viaggio in Italia.
Riconosco il suo stile!”
“Urca!” L’affascinante fanciulla lanciò un grido di
emozione. “Guarda qui tu! Un assegno internazionale di
tredicimilacinquecento dollari!” Miriam agitava con la mano destra una
strisciolina di carta dal tenue colore rosa, mentre nella sinistra
continuava a reggere la lettera per leggerla. “Il libro è un
successone in America e questi sono solo il primo anticipo su i diritti
di autore! Mi chiedono anche se sono disposta a farne un altro simile
sull’Etiopia e l’Eritrea!”
“Adesso sei diventata ricca e famosa! Solo quell’assegno, al
cambio, fanno quasi diecimila Lire Imperiali. Cosa hai intenzione di
farne?”
“Ancora non riesco a pensarci lucidamente, ma non c’è fretta
per decidere. Sono talmente emozionata che ho paura di sentirmi male.
Stasera voglio portarne una copia ai nostri amici e un’altra la
regalerò al nonno! Poi vedremo cosa fare dei soldi. Certamente non
voglio buttarli al vento!
Intanto oggi pomeriggio vado subito alla Posta a versare l’assegno
sul mio libretto di risparmio. Ho quasi paura a tenermelo in casa; te l’immagini
se dovessi perderlo!”
“Vuoi per caso una scorta di una decina di dubat armati?” Fu
il turno di Umberto a prenderla in giro. “Comunque ti consiglio di
passare prima dalla Banca d’Italia, loro sono più adatti per
negoziare un assegno internazionale in valuta estera. Giovanni ti potrà
aiutare.”
Per una donna sempre attenta al centesimo, come era lei, si
prospettava una sfida interessante. Da parte sua, Umberto era felice
perché la sua dolce sposa avrebbe finalmente trovato qualcosa che la
impegnasse e forse avrebbe smesso di preoccuparsi di finire in miseria
per le grosse spese che lui stava facendo nella costruzione della loro
nuova casa: nonostante i materiali e la manodopera costassero molto meno
che in Italia, le sue idee e quelle di un suo amico architetto che aveva
accettato di seguirne la realizzazione non erano propriamente economiche
anche se poteva permettersele.
Si ritrovarono tutti alle sei e mezza in punto alla villa di
Giovanni Cremona, a meno di mezzo chilometro da l’Asmara lungo la
strada verso Massaua, dove abitavano anche Nicoletta e la Mirella. Ormai
da qualche mese era rientrata anche la signora Sara, la madre di
Giovanni, che era andata in Israele ospite della sorella proprio mentre
i giovani si erano trovati impegnati nelle loro avventure; nonostante lo
choc patito quando aveva scoperto i rischi corsi da Giovanni e dai suoi
amici, l’anziana signora aveva preso abbastanza bene la rivelazione
della doppia vita e delle strane frequentazioni del suo unico figlio,
conquistata dalla simpatia di Nicoletta che ormai era diventata per lei
più una figlia che una futura nuora. Dopo il suo rientro a l’Asmara
non aveva fatto scenate, sollevata per averli ritrovati tutti in buona
salute, e aveva anzi insistito perché le due ragazze continuassero ad
abitare presso di loro, con l’unica restrizione “che certe licenze,
d’ora in poi, se le prendessero pure, ma non in casa sua!” Prima che
la brigata ripartisse verso il ristorante, si limitò a lanciare la
classica raccomandazione di tutte le madri di questo mondo:
“Mi raccomando, non fate tardi e soprattutto non fate scemenze!”
“Stai tranquilla mamma! Di altri psicopatici non se ne ha
notizia e quanto ai comunisti dello Zio Baffone, credo proprio che ci
penseranno due volte prima di tornare a darci fastidio!”
Giovanni salutò con la mano sua madre e tenne lo sportello
aperto per aiutare galantemente la sua fidanzata Nicoletta ad
accomodarsi sui sedili posteriori della Kübelwagen di Umberto, la
Mirella invece si sedeva sportivamente all’amazzone sul secondo
sellino della Guzzi Alce rosso fiammante di Francesco.
“Ci vediamo di fronte alla trattoria, lumaconi!” Li salutò
il giovane capitano pilota girando la manopola del gas.
La motocicletta scattò sotto la spinta del suo generoso motore
monocilindrico, mentre la Mirella passava il braccio sinistro intorno
alla vita del suo fidanzato per mantenere l’equilibrio. Umberto invece
preferì partire più tranquillamente; anche se la sua vetturetta
recuperata dal deposito dei veicoli radiati dall’esercito montava un
motore nuovo, con quattro persone a bordo non poteva certo competere in
ripresa con una motocicletta. E poi al suo fianco aveva Miriam in stato
interessante, non avrebbe mai osato sottoporla volontariamente a degli
scossoni.
“Quando ti deciderai a cambiare questa vecchia carriola? Un
conte e la sua consorte, soprattutto adesso che è diventata una famosa
e ricca scrittrice, dovrebbero spostarsi solo su una berlina con
autista!” Giovanni continuava a martellarlo con tutte le varianti
possibili di questa storiella da quando erano rientrati in Eritrea,
forse con la segreta speranza di riuscire ad accaparrarsi la Volkswagen
di Umberto – le autovetture erano ancora una merce rara e contesa
nella colonia – ma il carabiniere non cedeva.
“Dovrai aspettare che mi arrivi finalmente l’Alfa Romeo che
ci ha regalato mio padre! E anche allora non è detto che molli questa
robusta camionetta! Ormai mi ci sono affezionato.”
Comunque riuscì a non farsi distanziare di troppo dall’amico
centauro e, arrivati di fronte alla Trattoria Romagna,
parcheggiò prima che Francesco spegnesse il motore della rombante Guzzi.
Il sergente maggiore Avraham Rabinowiz, Avi per tutti
indistintamente, era da poco rientrato in servizio al Comando dell’Esercito
Coloniale dopo la lunga licenza di convalescenza che aveva trascorso
nella grande fattoria dei suoi genitori nel Tigrai Heretz e ora con la
sua Serena li stavano aspettando sul marciapiedi, erano venuti a piedi
direttamente dall’ospedale Regina Elena dove la figlia mulatta del
brigadiere Marini lavorava come infermiera.
L’ingresso nel locale gestito dalla strana coppia costituita da
una gigantesca ostessa marchigiana che aveva già doppiato la boa dei
due quintali e dal suo filiforme marito somalo che di chili a stento ne
sommava quaranta vestito, fu salutato dall’urlo della Leonilde che li
aveva visti arrivare dalla finestra della cucina che era il suo regno.
“Finalmente vi si rivede! Credevo che non vi degnaste più di
frequentare il mio modesto locale! Signor maggiore, signora contessa…”
“Non ti ci mettere anche te, Leonilde! La verità è che da
quando siamo tornati non ho avuto un solo momento libero. E poi come
potremmo mai rinunciare ai tuoi manicaretti?”
“Venite, vi faccio inaugurare la nuova veranda che abbiamo
costruito in giardino. Vedrete che bellezza in questa stagione con tutte
le piante in fiore.”
Iusuf, il marito che si occupava del servizio ai tavoli, li
condusse orgoglioso verso il retro. Superata la tendina di tintinnanti
catenelle colorate, si trovarono sotto una splendida pergola coperta di
bougainvillea fiorita, delimitata da una serie di fioriere in terracotta
dalle quali spuntavano una decina di cespugli pieni di fiori dai colori
più incredibili; verso l’esterno una fitta zanzariera quasi
invisibile impediva l’ingresso ai ronzanti ospiti indesiderati che
fossero attirati dal profumo dei fiori o da quello delle pietanze, ma
lasciava passare la brezza della sera.
“Assaggiate questi crostini col sugo di ricci di mare!”
Arrivò subito l’ostessa con un vassoio colmo di minuscole focaccine
ricoperte con una crema fatta con le uova di riccio mantecate con
qualche goccia di succo di limone, olio d’oliva e guarnite con una
sottilissima mezza fettina di cedro fresco. “Vi apriranno lo stomaco
meglio di qualsiasi aperitivo! Ora poi, la signora Miriam deve mangiare
per due!”
“Non ti preoccupare, Leonilde! La mia mogliettina ha sempre
mangiato quanto una legione di Camicie Nere!”
“Allora bisogna che mi spieghi come fa a mantenere la sua
linea! A me basta assaggiare uno stuzzichino per ingrassare.”
“Li conosciamo i tuoi stuzzichini! Come minimo ti fai fuori un
intero abbacchio solo per la merenda! Prova a prendere esempio da tuo
marito.” Era la solita sceneggiata di tutti i clienti affezionati
della trattoria.
I favolosi cannelloni ripieni di un trito di mollica di pane e
frutti di mare, gratinati ricoperti con crema allo zafferano, gli
sgombri in savor cucinati in forno con la cipolla bianca tagliata
finissima e l’aceto dopo averli spolverati con una spruzzatina di
zucchero grezzo granellato a formare una crosticina di caramello –
tutto il pesce arrivava freschissimo, insieme a tantissime altre
mercanzie, da Massaua trasportato dall’efficiente teleferica costruita
nel 1935 e ammodernata dopo la Seconda Guerra Mondiale – accompagnati
da semplicissime patatine novelle cotte al vapore che contribuivano a
stemperare l’aroma acuto del pesce e soprattutto la torta di
pastafrolla ripiena di crema di ricotta con i pezzettini di cioccolato e
i canditi, dettero il colpo di grazia all’idea di fare una passeggiata
per il centro della città e magari un salto al circolo della Casa del
Fascio dove di solito si poteva anche ballare. Di comune accordo
preferirono restare tutti a prendere il fresco sulla terrazza del
ristorantino e smaltire così la solenne mangiata con un buon caffè e
delle bibite analcoliche chiacchierando fra loro.
Ovviamente il discorso cadde subito sul loro viaggio in Italia,
le impressioni della giovane eritrea in quella sua nuova avventura che
aveva ben sintetizzato nel libro fotografico che tanto successo stava
riscuotendo negli Stati Uniti e sulla nuova fama di Miriam come
fotografa. La copia che si erano portata dietro fu doverosamente
guardata e commentata positivamente, comunque se mai la giovane autrice
si fosse aspettata lodi sperticate da parte degli amici, sarebbe rimasta
delusa, furono molte di più le battute e le prese in giro; ma lei li
conosceva bene e da un simile comportamento ne trasse la giusta
indicazione: approvavano il suo lavoro ed erano contenti come lei per il
successo raggiunto.
“Insomma, abbiamo capito! Dell’Italia ti è piaciuto proprio
tutto!” Nicoletta non era certo invidiosa dell’amica, ma
conoscendola c’era da aspettarsi una delle sue battute provocatorie.
“Ma non mi venire a raccontare che in tre mesi non hai trovato
qualcosa, nelle abitudini della gente o in quello che hai visto o hai
fatto, che ti abbia dato fastidio o che tu abbia trovato scomodo. E con
questo non mi riferisco all’eventuale incontro con qualche cretino,
quelli ci sono da per tutto e non fanno testo!”
Miriam ci pensò un poco, capiva a cosa si stava riferendo l’integerrima
maestrina. Poi, ricordandosi qual’era la precedente professione della
spregiudicata Micol, le tornò in mente un particolare che era stata la
sua dannazione in Italia.
“Sì, è vero! C’è qualcosa che mi dava fastidio, una vera
tortura! Ancora non capisco come facciate voi altre.” A Miriam veniva
ancora da ridere ripensando alla sua prima volta. “Il reggicalze!
Maledizione, prude, si muove sempre tirando da tutte le parti, segna la
pelle e mi dava l’impressione che fosse visibile anche sotto i vestiti
più pesanti!”
Solo Serena, la sua amica d’infanzia, non scoppiò subito a
ridere, essendo molto giovane anche lei e sempre vissuta a l’Asmara
non aveva avuto ancora occasione di indossare simili strumenti di
tortura. Ma le altre due si trovarono d’accordo con l’opinione della
guerriera etiope.
“Hai ragione! Forse non ci ho mai pensato coscientemente, ma ci
deve essere stata anche la possibilità di fare a meno di certi cilici a
farmi preferire di vivere in Abissinia. Qui è sempre estate e le calze
è tanto se le metto una volta al mese per qualche occasione speciale.
Ringrazia il cielo che con la tua linea non hai avuto mai bisogno di
metterti il busto; altrimenti sapresti cosa significa veramente la
parola supplizio.”
“Ne ho visto uno nella sartoria delle sorelle Fontana, a Roma,
ma non ho avuto nemmeno il coraggio di provarlo!
Però adesso c’è un’altra cosa: vorrei trovare qualcosa da
fare per tenermi impegnata, visto che Umberto mi costringerà ad avere
un’aiutante per i lavori di casa e io non ci riesco a stare senza far
niente.”
La Mirella le propose, se proprio voleva rendersi utile con un
lavoro leggero che avrebbe potuto svolgere anche nelle sue attuali
condizioni, di aiutarla come ufficiale della Milizia nella
riorganizzazione degli uffici del Governatorato, dove suo zio si trovava
a corto di persone affidabili e Miriam rispose che ci avrebbe pensato,
lasciando capire che la cosa la interessava, attirata dalla possibilità
di fare qualcosa di valido anche per la sua gente. Non erano ancora
molti gli eritrei inseriti nell’organizzazione statale civile.
Per il resto tutti ritenevano molto più importante sapere che la
gravidanza procedeva per il meglio e che lei stava bene; specialmente le
ragazze della compagnia la coccolavano quasi che il bambino che
attendeva fosse anche un po’ loro. Umberto cercò di immaginarsi
quanto lo avrebbero viziato una volta che fosse venuto alla luce. Del
resto Miriam aveva ancora una linea splendida, al quarto mese la sua
condizione era facilmente visibile solo guardando bene e da chi la
conosceva e sapeva quanto fosse di corporatura slanciata. Soprattutto
Serena, nella sua qualità di infermiera e di amica d’infanzia si
sentiva particolarmente coinvolta dal punto di vista emotivo nella
condizione della sposina in dolce attesa.
“A proposito di gravidanze. Se mi permettete di parlar chiaro,
visto che penso che nessuno di noi creda più alla storia della cicogna
che porta i bambini…”
“Veramente, io ho sempre saputo che i bebé si trovano sotto i
cavoli!”
La interruppe Giovanni, incorreggibile, beccandosi uno
scappellotto da Nicoletta fra le risate di tutti.
“Cerca di essere serio almeno una volta!”
“Ne parlavo proprio questa mattina col nuovo primario di
ostetricia e pediatria, è appena arrivato dall’Italia e deve ancora
ambientarsi, mi hanno incaricato di fargli da assistente e interprete
con la gente del posto. Mi ha detto che avrebbe piacere di incontrarvi,
quando vi sarà possibile.” Riprese Serena senza dare soddisfazione al
giovane bancario.
“Se tuo padre è disposto a sobbarcarsi come al solito tutto il
lavoro dell’Ufficio Informazioni, potremmo fare un salto all’ospedale
già domani verso le dieci. Così ne approfitterò per far fare una
buona visita medica a Miriam.” Si disse subito d’accordo Umberto.
“Sciocchezze! Le donne della mia gente hanno sempre messo al
mondo bambini senza tanti problemi!” Miriam cercò di opporsi.
“Lo so anch’io, ma visto che possiamo usufruire di queste
comodità moderne, sfruttiamole! Se non altro mi farai stare più
tranquillo.”
Tanto bastò per rendere più docile la giovane eritrea,
probabilmente la sua nuova condizione contribuiva a spingere il suo
carattere maggiormente verso il lato della dolcezza, smussando gli
spigoli del suo naturale spirito combattivo. E poi era abbastanza
intelligente da sapere che, almeno su questo punto, suo marito aveva
completamente ragione: non era il caso di rischiare al propria vita e
quella del bambino che doveva nascere, solo per restare fedele alle
tradizioni.
4.4
- Vita in famiglia
Il giorno successivo si dimostrò campale per Umberto, almeno dal
punto di vista degli impegni familiari.
Nelle sue intenzioni, avrebbe voluto addormentarsi presto per
svegliarsi prima del solito e fare a Miriam la sorpresa di preparare lui
la colazione. Ma i suoi piani furono mandati all’aria dalla dolce
negretta fin dal primo momento che rimisero piede in casa. Giusto il
tempo di chiudere la porta, che lei gli si poneva di fronte a meno di
trenta centimetri, le labbra socchiuse a mostrare il bianco candido dei
denti e gli occhi lucidi di desiderio, gli mise le sue braccia sulle
spalle, in un gesto che Umberto conosceva fin troppo bene, foriero di
maggiori intimità.
“Caro il mio Tenente Vallesi! Nei prossimi mesi sarai costretto
a fare dell’astinenza una virtù. Finché possiamo ancora farlo,
voglio rammentarti il motivo che ti ha convinto a sposarmi!”
Senza nemmeno accendere la luce, lo guidò verso la camera da
letto, vincendo le sempre più flebili sue proteste. Nella debole
penombra della luce lunare che filtrava dalle persiane della finestra,
senza dire una parola, lei si spogliò e si adagiò sul letto
completamente nuda e attraente come non mai agli occhi di Umberto, aveva
tenuto solo la sua catenina d’oro col rametto di corallo rosso: il
primo regalo che le aveva fatto e che tanto significava per lei. Mentre
anche lui si spogliava in silenzio per non rompere la magia del momento,
l’affascinante creatura tese le lunghe braccia verso di lui.
Ripetendo gli stessi gesti di quella loro prima notte di due anni
avanti, Umberto le si sdraiò al fianco e iniziò a carezzarla con
delicatezza ancor maggiore, temendo di farle del male per la sua nuova
condizione, ma Miriam lo guidò nei movimenti e condusse il gioco.
Fecero l’amore a lungo, con prudenza, ma intensamente come non
capitava loro da molto tempo e finalmente si addormentarono l’uno
accanto all’altra dopo essersi rinnovati vicendevolmente la loro
promessa di amore eterno:
“Ubi tu Gaio, ego Gaia. Amore.”
“Sì! Ubi tu Gaia, ego Gaio. Vita mia!”
Alle sei e dieci i due sposini vennero svegliati dal campanello
della porta. Umberto, ancora nudo, balzò a sedere sul letto disfatto
pensando a un qualche possibile allarme. Per fortuna si ricordò di
infilarsi l’accappatoio mentre andava ad aprire pensando di trovarsi
di fronte a un dubat del comando. Grande fu la sua meraviglia quando,
aperta la porta, invece che trovarsi di fronte a un robusto ascaro, si
sentì salutare in Tigrignà da un’imbarazzata ragazzina che non aveva
più di quindici anni, a piedi scalzi, vestita con un semplice sciamma
bianco e che non gli arrivava al mento. In quel momento venne raggiunto
anche da Miriam che si era avvolta in una vestaglia rosa che si era
comperata in Italia.
“Oh! Sei arrivata presto! Entra.” E poi passando all’Italiano
verso Umberto. “Questa è la ragazza che ho assunto per aiutarmi nelle
faccende di casa.”
“Ma è poco più che una bambina!”
“Non avevi specificato che dovessi prendere per forza una
vecchia! Stai tranquillo che se la saprà cavare. È arrivata da poco
dal villaggio di Missadà, nella valle del Tacazzè, e conosce sì e no
cinque parole di Italiano, ma è una ragazzina volenterosa. Ci penserò
io a insegnarle tutto. Per adesso starà a casa di mio nonno per
dormire, il resto della giornata lo passerà con me.”
“E meno male che doveva alleggerirti le fatiche di casa! Dovrai
farle da maestra e da sorella maggiore!”
“Ma questi non sono impegni gravosi. Ti prometto che tutti i
lavori pesanti di casa li lascerò fare a lei.”
La ragazzina portava l’impegnativo nome di Taitù, come la
famosa regina etiope moglie del Negus Menelik, e dopo i primi momenti di
timidezza, aiutò subito Miriam ad apparecchiare per la colazione e
accettò di bere una tazza di latte caldo e mangiare qualche biscotto
insieme a loro. Data la situazione Umberto non se la sentiva di
trattarla come una qualsiasi domestica, gli venne il dubbio di essersi
messo in casa una cuginetta, sperava solo che ne valesse la pena e che
risultasse veramente di aiuto per Miriam e non un altro impaccio.
Pochi minuti dopo le nove e mezza, Umberto rientrò a casa dall’ufficio
per accompagnare Miriam fino all’Ospedale Regina Elena per la visita
di controllo che avevano stabilito. Come entrò in casa si trovò di
fronte a uno spettacolo che non aveva previsto, Taitù stava pulendo il
pavimento con impegno e buona volontà mentre Miriam finiva le ultime
faccende in cucina, solo che la ragazzina, per non sporcarsi lo sciamma
e non sudare, se lo era tolto riponendolo ordinatamente ripiegato sul
davanzale della finestra aperta e adesso in perizoma e tettine al vento
si dava da fare con spazzolone, cencio e secchio pieno d’acqua! Il
giovane ufficiale dei carabinieri non poté fare a meno di notare il
fisico ancora acerbo, ma che mostrava già le prime aggraziate curve
femminili e la carnagione leggermente più scura di quella di Miriam,
dovuta più alla vita di campagna sempre all’aria aperta che a un’effettiva
differenza razziale.
Dopo un attimo di sconcerto, ad Umberto venne da ridere
trovandosi per casa una ragazzina quasi completamente nuda, facendo
accorrere in salotto Miriam che capì immediatamente le ragioni di tutto
quel trambusto e si mise a ridere anche lei.
“Sarà meglio che tu le comperi qualche cosa da mettersi per
quando fa le faccende! Non è più in uno sperduto villaggio dell’interno!”
“Hai ragione! Intanto le darò una delle tue vecchie camicie;
le dovrebbe fare da vestito completo!”
La giovanetta in un primo momento, compreso il motivo di tanto
scompiglio, cercò di coprirsi con le mani, poi rendendosi conto di
peggiorare la situazione, ci rinunciò e si mise a ridere anche lei,
dimostrando se non altro di avere un certo senso dell’umorismo e di
non essere una stupida; semplicemente non ci aveva pensato e con
naturalezza si era comportata come quando aiutava sua madre nei lavori
pesanti al paesello natio, dove la nudità non era motivo di scandalo e
i bei vestiti venivano tenuti da conto per le grandi occasioni. Adesso
che si era trasferita in una grande città, avrebbe dovuto prestare
attenzione a certe cose, come le avrebbe spiegato Miriam nei giorni
seguenti.
Fatte le ultime raccomandazioni a una Taitù che adesso nuotava
dentro una vecchia camicia azzurra che le arrivava quasi alle ginocchia
perché finisse le faccende che già sapeva fare e poi li aspettasse
tranquilla, Umberto e Miriam salirono in auto e si diressero verso il
non lontano ospedale.
Serena Marini, nella sua uniforme bianca e azzurra da infermiera,
completa di cuffietta inamidata, li aveva attesi all’ingresso del
complesso ospedaliero e adesso li stava accompagnando al non lontano
padiglione che accoglieva i reparti di ostetricia e pediatria. Il nuovo
primario non si fece aspettare anzi, venne loro incontro con fare
cortese.
“Buon giorno signor maggiore!” il medico era un tipo
gioviale, di origine milanese, sulla quarantina, in sovrappeso e con un’incipiente
calvizie; sul metro e settanta indossava il camice con disinvolta
negligenza lasciandolo sbottonato e teneva lo stetoscopio simbolo della
sua professione infilato nel taschino della camicia accanto a una pipa
di radica. “Sono il dottor Filippo Guarnieri. Vi ringrazio per essere
stati così gentili da venire subito a trovarmi.”
“Non è stato alcun disturbo. Oltre tutto ne approfitterò per
una visita medica a mia moglie che è ormai al quarto mese.” Umberto
completò le presentazioni.
“Se non vi dispiace accompagnarmi mentre faccio il giro dei
reparti? Intanto vi spiegherò perché ci tenevo tanto a parlare con
voi, e poi potrò visitare la vostra bella moglie senza fretta.”
Notando che Miriam lo stava squadrando come per prendergli le
misure, il dottore non seppe trattenersi dal chiederne il motivo,
temendo di aver commesso una gaffe per essersi offerto, lui uomo, di
visitare una donna.
“Dovete scusarmi voi, dottore!” Gli rispose direttamente
Miriam che non aveva certo bisogno del supporto del marito per parlare
con la gente. “Il problema è che il vostro stimato predecessore, per
ben due volte di seguito, ha tentato di farmi squartare dai suoi
accoliti!”
“Già! Conosco la storia! Le assicuro, signora, che con me non
correrà certi rischi: il mio passatempo preferito è il gioco delle
bocce e, quanto a religione, mi considero un libero pensatore. Se
qualcuno pecca, per me sono esclusivamente fatti suoi, basta che non mi
danneggi personalmente o rechi danno ai pazienti affidati alle mie cure.”
Intanto fece loro strada lungo il reparto e le camerate che
accoglievano puerpere italiane ed eritree senza distinzioni, ricoverate
per i problemi più vari, molte con i loro bambini appena nati; mentre
molti altri bambini si trovavano nell’attiguo reparto di pediatria.
Finite le visite, il dottore finalmente spiegò loro il motivo che lo
aveva spinto a chiedere quell’incontro, rivolgendosi direttamente a
Miriam.
“Non so cosa lei signora abbia deciso di fare quando arriverà
il momento. Solo vorrei pregarla di prendere in considerazione la
possibilità di venire a partorire in ospedale, le posso garantire il
massimo dell’assistenza e ovviamente una camera privata.”
“Ancora, francamente non ho deciso niente. Così d’istinto
pensavo di partorire in casa come hanno fatto tutte le donne della mia
famiglia da generazioni, però con l’assistenza anche di una levatrice
diplomata. Altrimenti mio marito non me lo perdonerebbe. A meno che non
ci siano delle complicazioni, non sono una sprovveduta.”
“È proprio questo il punto! Speravo di usare lei e l’ascendente
che indubbiamente ha sulla sua gente per dare un esempio e convincere il
maggior numero possibile di future madri ad affidarsi alle strutture
sanitarie. Ha visto quante donne ho qui ricoverate! Quasi tutte sono
state portate all’ospedale in seguito a complicazioni e infezioni post
parto; tutte cose che si sarebbero potute evitare se solo fossero venute
a partorire in ospedale, in un ambiente igienico e col necessario
supporto medico. Per non parlare dei bambini che avrei potuto salvare.
Troppi ne muoiono nei primi giorni dalla nascita.”
Il simpatico medico quasi si metteva a piangere di rabbia
pensando alle tante vite perdute inutilmente, solo perché non si
riusciva ad ottenere un minimo di collaborazione da parte della gente. E
non pensava solamente agli indigeni, anche molti immigrati dall’Italia
avevano ancora un sacro terrore degli ospedali, considerati posti dove
andare solo quando tutto il resto si era rivelato inutile, neanche
fossero dei lazzaretti di manzoniana memoria.
“Oh, adesso capisco! Se veramente pensate che il mio esempio
possa esservi utile, non mi tirerò indietro. È vero, sono molto legata
alle tradizioni, ma riconosco l’importanza dell’igiene e della
medicina moderna. Accetto senz’altro il vostro invito, a patto che al
momento decisivo possa avere al mio fianco anche una donna di mia
fiducia, vedrete che anche voi medici scientifici avrete qualcosa da
imparare da lei.”
“Se può servire a convincere le donne locali a farsi visitare
e a venire in ospedale, sono pronto ad ammettere in corsia anche lo
stregone della tribù, purché si lavi bene le mani prima e dopo ogni
visita!”
“Non vi preoccupate, la persona che intendo presentarvi non ha
diplomi universitari, ma è una maniaca dell’ordine e dell’igiene e
credo proprio che andrete d’accordo!”
Umberto Vallesi aveva seguito la conversazione con interesse
personale, non aveva ancora capito cosa avesse in mente la sua dolce
mogliettina, ma se tutto questo serviva per convincerla ad avvalersi
dell’assistenza sanitaria, le avrebbe dato tutto il suo appoggio.
Intanto erano arrivati all’altezza dello studio medico
attrezzato per le visite e le medicazioni ambulatoriali.
“Allora vediamo un po’ come va questa gravidanza! Signor
maggiore, se volete potete assistere anche voi, non ci sono problemi.”
“Per carità! A meno che non me lo chieda Miriam, ne faccio
volentieri a meno. Vi aspetterò qua fuori.” Umberto, anche se non lo
avrebbe mai ammesso soprattutto di fronte a sua moglie, aveva un sacro
terrore dei medici e delle medicine, tanto da ringraziare sempre il
Cielo per la propria ottima salute che gli permetteva di stare alla
larga da certi posti.
Il dottor Guarnieri sorrise contento per la prova di fiducia nei
suoi confronti e fece entrare nell’ambulatorio Miriam accompagnata da
Serena in qualità di amica e infermiera. Ne uscirono dopo una buona
mezz’ora, quando Umberto già cominciava a preoccuparsi temendo
qualche complicazione.
“Potete stare tranquillo, maggiore. La signora Miriam è una
delle donne più sane e robuste che mi sia mai capitato di visitare e
per ora mi sembra proprio che tutto proceda regolarmente. In ogni caso
vi aspetto fra un mese per un’altra visita, ho effettuato anche un
piccolo prelievo di sangue per le analisi di laboratorio. Voglio poter
fare bella figura con tutta la comunità locale!
Però mi dovete soddisfare una curiosità personale: vostra
moglie si porta sempre dietro quel coltellaccio che teneva nascosto fra
le pieghe del suo vestito, o era solo un’attenzione personale nei miei
riguardi, dopo le vostre recenti esperienze col mio squinternato
predecessore?”
“Non vi preoccupate, non avete avuto un trattamento
particolare. È solamente questione di abitudine: mia moglie non
uscirebbe mai di casa senza il suo billao! È una tradizione di
famiglia, ho sposato una fiera guerriera tigrina, anche se sembra un’innocua
fanciulla!”
“Almeno adesso so cosa devo aspettarmi dalle mie pazienti!”
“Aspettate a lamentarvi, dottore! Se invece che nella nostra
progredita l’Asmara, aveste deciso di andare a prestare la vostra
opera in qualche villaggio sperduto dell’interno, ne avreste viste di
peggio: ci sono posti dove i guerrieri collezionano ancora i testicoli
dei nemici uccisi!” Lo rincuorò Umberto.
“Brr! Preferisco avere a che fare coi collezionisti di
francobolli! Ma non per questo intendo rinunciare a cercare di
convincere le donne che è preferibile venire in ospedale prima, per
evitare guai, piuttosto che quando è ormai troppo tardi ed è difficile
anche tentare di rimediare.”
“Per quanto può essere in mio potere, cercherò di aiutarvi
anch’io, dottore. Mi avete convinto, vedrò di farvi pubblicità fra
la mia gente.”
Anche Miriam, sebbene non volesse ammetterlo, si sentiva
sollevata per l’esito della visita; con un batuffolo di cotone intriso
di alcool si stava massaggiando l’incavo del gomito sinistro, da dove
le era stata prelevata una siringa di sangue, l’unica parte della
visita che non aveva affatto gradito. Mentre tornavano verso casa, si
rivolse a Umberto.
“Credo proprio di aver trovato un buon modo per usare i soldi
che mi sono arrivati dall’America e gli altri che eventualmente
verranno. Se non ci saranno problemi economici in famiglia, ne terrò
una piccola parte per levarmi qualche sfizio e il resto lo userò per
aiutare la gente meno fortunata.”
“Apprezzo la tua decisione. Consigliati anche con tuo nonno,
credo che il vecchio Destà Gual sia il migliore per indicarti le cause
più meritevoli. E non ti preoccupare, la nostra famigliola, anche se
crescerà presto di numero, non corre alcun rischio di finire in
miseria!”
4.5
- K.K.K.
Atlanta,
Stati Uniti d’America, un sabato sera d’agosto.
La grande villa in stile coloniale risplendeva di luci nella
tarda serata, era costruita a poche decine di metri dal largo viale
nella parte più antica della città, con un grande parco ricco di
alberi secolari ed era una delle poche case che si erano salvate dal
terribile incendio appiccato dai soldati nordisti quasi cento anni
prima. Adesso le molte automobili degli ospiti giunti per partecipare al
ricevimento erano ordinatamente allineate nel piazzale sul retro dove i
ragazzi addetti al parcheggio le avevano portate man mano che gli
invitati giungevano di fronte all’ingresso principale con la facciata
ornata da un timpano triangolare sorretto da colonne come un antico
tempio greco.
La democraticità del padrone di casa era dimostrata dal tavolo
allestito all’esterno di fronte alle cucine, lì gli autisti di colore
e il resto della servitù libera da incombenze all’interno avrebbero
trovato rinfreschi e panini tutti per loro e avrebbero persino potuto
ascoltare gratis la musica che giungeva dalle finestre aperte della sala
dove si stavano divertendo i padroni e i loro ospiti, rinfrescati dalla
brezza della sera.
Walter F. Cunningham III, non ancora sessantenne, era considerato
il re dell’acciaio a livello internazionale e nel recente conflitto
mondiale aveva moltiplicato almeno per dieci le sue già cospicue
ricchezze, facendosi per giunta la fama di patriota. Le sue ferriere
erano sparse per tutti i quarantotto stati continentali dell’Unione,
ma i suoi interessi si erano estesi a molti altri settori economici;
nato a Philadelfia, viveva ormai da molti anni a New York in un immenso
attico con vista sul Central Park da dove poteva controllare al meglio
il suo impero economico.
Dal padre, oltre al nome e al cognome, aveva ereditato la
spregiudicatezza negli affari e la passione per la collezione di pezzi
rari, fossero questi dipinti dei maggiori pittori europei dal
Rinascimento all’Impressionismo oppure reperti archeologici
provenienti da tutte le antiche civiltà del mondo, senza farsi alcuno
scrupolo se essi provenivano da regolari vendite o da furti e scavi
clandestini che in alcuni casi aveva addirittura finanziato
indirettamente.
Questa villa di Atlanta era l’unico bene che avesse ricevuto in
eredità da sua madre, oltre alla F. del suo secondo nome. Negli ultimi
tempi la aveva fatta completamente restaurare riportandola allo
splendore di quando apparteneva ad una delle più importanti famiglie di
coltivatori di cotone degli Stati del Sud, quelli che nel 1860 avevano
costituito un’effimera confederazione separandosi dagli altri dell’Unione,
nella speranza di poter così perpetuare il loro sistema latifondista
fondato sullo sfruttamento della schiavitù. Nelle sue intenzioni doveva
servire ad ospitare le opere d’arte che non poteva mostrare in
pubblico nel suo museo privato di Manhattan, a causa della provenienza
illecita; inoltre gli permetteva di rinverdire i fasti della famiglia
della madre dando feste grandiose nelle rare occasioni in cui lasciava
la sua base di operazioni di Manhattan.
Adesso, mentre l’orchestrina jazz intratteneva gli ospiti e la
sua giovane seconda moglie si incaricava di fare gli onori di casa, si
era ritirato nel grande studio privato con cinque alti esponenti della
buona società non solo di Atlanta per discutere i loro affari
personali; soprattutto dovevano parlare al riparo da orecchi indiscreti
di alcuni interessi che, se fossero venuti a conoscenza del pubblico
avrebbero potuto provocare qualche imbarazzo.
Tutti loro ricoprivano cariche importanti o avevano grossi
interessi politici, lo stesso Cunningham era uno dei maggiori
finanziatori a livello nazionale del Partito Democratico e mancava ormai
poco più di un anno alle elezioni presidenziali. Ma non sarebbe stata
la politica il loro argomento principale di conversazione per quella
riunione, o almeno lo sarebbe stato solo marginalmente; altri due
interessi legavano quelle persone e tutti e due illegali: il primo era
la comune passione per gli oggetti preziosi antichi dalla provenienza,
diciamo così, non esattamente legale; il secondo, se fosse stato
scoperto, li avrebbe portati direttamente nel carcere federale più
vicino e non ci sarebbero stati avvocati abbastanza in gamba e costosi
capaci di farli uscire. Quei sei importanti uomini d’affari, tutti
rigorosamente WASP – white, anglo-saxon, protestant, ovvero:
bianchi, anglosassoni e protestanti – rappresentavano la cupola di una
organizzazione che, pur non essendo proibita dal punto di vista
strettamente legale nonostante molti membri di essa si fossero resi
colpevoli di delitti efferati, veniva considerata un residuo di
mentalità medioevale, perciò era invisa alla gran parte della
popolazione degli Stati Uniti e nel mirino del Federal Boureau of
Investigations, dove J. Edgar Hoover la considerava seconda per
pericolosità solo a Cosa Nostra.
Walter F. Cunningham ne era il capo indiscusso, la sua vera
identità non era nota al di fuori di quella ristrettissima cerchia. Gli
appartenenti alla stessa base di quella organizzazione probabilmente si
sarebbero rifiutati di credere che il loro comandante in capo fosse in
realtà uno yankee del New England, ma il suo secondo nome, quella
famosa F. della quale normalmente si rifiutava di dare spiegazioni, era
l’iniziale di Forrest, il cognome del generale sudista fondatore del
Ku Klux Klan! Dal quale discendeva direttamente per linea materna.
“Sia lode al Supremo Grande Dragone!”
Il brindisi celebrò l’inizio della riunione.
“Mio caro Walter, le tue feste sono sempre un’occasione da
non perdere, ottima anche la tua scelta per l’orchestra, questi negri
per la musica bisogna lasciarli fare, anche se questi ritmi rendono
ancor più manifesta la loro condizione bestiale. Nessun negro potrà
mai nemmeno lontanamente avvicinarsi alla sublime perfezione di Mozart.”
L’Attorney General della contea di Atlanta era il prototipo del
gentiluomo del Sud a partire dall’aspetto fisico e nelle sue mire
politiche sperava di diventare il prossimo Governatore della Georgia
anche con l’appoggio finanziario del padrone di casa.
“L’importante è che sappiano restare al loro posto!
Purtroppo anche i recenti avvenimenti nei territori dell’Impero
Italiano stanno risvegliando strane idee in questa gente.”
“Già! Negri, arabi, ebrei e italiani! Tutti fratelli uniti
dallo stesso ideale: rotolarsi nel fango! Da quei papisti non ci
potevamo aspettare altro!”
“Però se non altro hanno rintuzzato le mire dei comunisti.
Almeno in quello ci hanno fatto un piacere. Non per niente, anche da
noi, la Corte Federale ha finalmente trovato il coraggio di mandare
sotto processo i coniugi Rosenberg che spero possano condannare alla
meritata pena di morte: quella coppia di spie comuniste potrebbero
ancora farla franca, cercando di impietosire l’opinione pubblica per
il fatto di essere pure ebrei, oltre che comunisti.”
“Però la sconfitta bruciante subita dal comunismo in Africa,
diventerà controproducente se le idee di fratellanza fra razze e
religioni che sembrano diffondersi nell’Impero Italiano prenderanno
piede anche da noi. Dovremo stare bene attenti circa i candidati da
finanziare per le elezioni del prossimo anno.
Cambiando argomento, mostraci i tuoi ultimi acquisti. Questa sera
non abbiamo voglia di occuparci di problemi politici, tanto più che la
pensiamo tutti allo stesso modo e sappiamo già come comportarci.”
Il banchiere che aveva parlato per ultimo, oltre a una ricchezza
di famiglia misurabile anche nel suo caso in centinaia di milioni di
dollari, amministrava direttamente una delle più importanti banche d’affari
di Wall Street ed era venuto ad Atlanta sullo stesso aereo personale del
re dell’acciaio, spinto dalla medesima passione per le antichità.
Walter Forrest Cunningham si dimostrò d’accordo e fece strada
attraverso la porta girevole nascosta che dava accesso alle ampie
cantine ristrutturate della villa, accese le luci solo dopo aver
richiuso l’entrata, se qualche intruso si fosse introdotto nello
studio, non vi avrebbe trovato nessuno e avrebbe pensato che il padrone
di casa e i suoi ospiti fossero tornati nella sala affollata.
Molti degli oggetti conservati in quell’ambiente accuratamente
protetto provenivano dalle razzie condotte dalle truppe naziste in tutta
Europa, rinvenuti in Germania dagli emissari dello stesso Cunningham,
invece di essere restituiti ai legittimi proprietari, avevano preso la
via della sua collezione privata. Di alcuni dei più famosi aveva fatto
fare addirittura delle copie perfette e poi aveva fatto finta di
collaborare al loro ritrovamento, meritandosi addirittura gli elogi dei
sovrintendenti del Louvre di Parigi e del Museo Poldi Pezzoli di Milano.
Tanto per fare un esempio, in quel preciso momento i sei
convenuti stavano ammirando, appesi alla stessa parete, gli originali de
La Ronda di Notte di Rembrandt e La Dama con l’Ermellino
di Leonardo da Vinci, mentre i visitatori dei musei legittimi
proprietari si affollavano davanti a dei falsi.
L’altra grossa novità che Cunningham aveva da mostrare ai suoi
amici, grossa in tutti i sensi, occupava un intero vano di quella
cantina-museo, i suoi esperti restauratori avevano appena finito di
rimontare l’incredibile Camera d’ambra, una saletta
realizzata interamente con pannelli intarsiati di ambra del Baltico di
tutte le gradazioni di colore, trafugata dal palazzo di Zarskoje’Selo
durante l’assedio di Leningrado da un reparto delle SS al diretto
comando di Himmler e destinata nelle intenzioni del gerarca nazista a
diventare un ornamento del Berghoff il rifugio montano di Hitler
a Berchtesgaden, lo Schlossadler.
Era stata fortunosamente ritrovata ancora accuratamente
imballata, da un reparto dell’Esercito Americano in un tunnel al
confine fra l’Austria e la Germania, ma non era stata restituita ai
russi, il comandante di quel battaglione era proprio il figlio dell’industriale,
anche lui a caccia di oggetti preziosi per la collezione di famiglia,
che aveva pensato bene di farne un regalino al padre, tacitando i suoi
uomini con generosità. Purtroppo mancavano dei pezzi, andati perduti
nelle traversie della guerra, ma i suoi collaboratori non disperavano di
poterli ricostruire; adesso si trattava solamente di decidere quali
cimeli fossero degni di esservi esposti all’interno. Per il momento,
vi teneva solo le quattro Uova di Pasqua degli Zar realizzate
dall’orefice Fabergé che non poteva mostrare insieme a quelle
acquistate legalmente alle aste di Sotheby’s, a causa dei sistemi poco
ortodossi usati per procurarsele.
“Dimmi. È vera la voce che ho sentito: che i comunisti hanno
combinato tutto quel macello in Africa solo nella speranza di poter
impossessarsi dell’Arca dell’Alleanza? Un’assurdità per degli
atei come loro!” Anche il banchiere, con la sua ampia rete di
conoscenze internazionali, ci teneva ad essere sempre informato su tutto
quello che riguardava l’arte classica e le nuove scoperte
archeologiche, non solo riguardo ai movimenti finanziari.
“Sembra proprio di sì. Le notizie che sono riuscito a
raccogliere, una volta sfrondate da aspetti magico-religiosi che non
hanno senso, paiono confermare l’esistenza di un simile cimelio. Però
nella sconfitta dei soldati di Stalin non c’è stato niente di magico,
gli italiani devono avere usato una qualche loro arma segreta (non
dimentichiamoci che sono la seconda potenza nucleare), forse il famoso
Raggio della Morte studiato da Guglielmo Marconi, del quale si vocifera
fin da prima della guerra; altrimenti non ci si spiegherebbe la
sproporzione delle perdite: non è verosimile che trecento negri siano
riusciti ad annientare una brigata di oltre tremila soldati
perfettamente addestrati e equipaggiati, per giunta senza fare neppure
un prigioniero. Il resto è tutto fumo e propaganda.”
“Peccato non poterci mettere sopra le mani noi! Sarebbe un
oggetto interessante per qualsiasi collezionista!”
“Niente da fare, troppo pericoloso, almeno per il momento, ma
dall’Etiopia mi aspetto altre interessanti curiosità, più semplici
da contrabbandare. In questo momento una missione archeologica dell’Università
del Massachussetts sta lavorando vicino a Gondar e le prospettive sono
eccellenti; io ne sono il finanziatore tramite la Fondazione Cunningham
per le ricerche protostoriche e presto manderò sul posto mio figlio per
scoprire quali sono gli oggetti più degni di attenzione sui quali
potremo mettere le mani, non posso certo fidarmi di quei professori,
quelli purtroppo sono tutti persone oneste!”
Tutti scoppiarono a ridere e continuarono nella visita alle
ultime novità di quella collezione clandestina. Anche gli altri ne
avevano di simili, ma nessuna poteva stare alla pari di quella del loro
capo e anfitrione, la sala seguente, fra gli altri pezzi archeologici,
ospitava il cosiddetto Tesoro di Priamo, l’insieme di gioielli
e oggetti rituali che Heinrich Schliemann aveva trovato fra le rovine di
Troia e poi esposto nel suo museo nel centro di Berlino; tutti credevano
che fosse stato trafugato dai soldati dell’Armata Rossa nei giorni
caotici della conquista della capitale del Terzo Reich, invece una volta
tanto, almeno per quella sparizione, i comunisti erano innocenti.
L’unica cosa che impediva a tutti di godersi completamente
quella parata di rarità artistiche, era il fatto di aver dovuto
lasciare nello studio i loro ottimi sigari cubani. Continuare ad
assaporare l’aroma di un Montecristo l’avrebbe resa perfetta,
ma il padrone di casa non ammetteva il fumo all’interno del suo museo,
avrebbe rischiato di creare una patina sui preziosi cimeli lì
conservati.
4.6
- Cacciatore e preda L’Asmara,
stessa serata.
Nella balera di periferia che portava il pomposo nome di Giardino
della Musica, anche se non era altro che uno spiazzo all’aperto
con una struttura realizzata parzialmente in muratura coperta con della
lamiera ondulata, in quella parte del Viale Cadorna che corre alle
spalle della stazione ferroviaria, vicino ai tanti capannoni della
piccola zona industriale, fra un deposito di materiale elettrico e una
ditta di impianti idraulici; giovanotti italiani e eritrei si
mescolavano allegramente ascoltando l’orchestrina che si arrangiava a
suonare i ballabili di moda quell’anno, mentre il bar, che aveva la
licenza solamente per le bevande analcoliche, sottobanco serviva anche
qualche birra di nascosto ai clienti più affezionati.
Se per i maschi le percentuali fra colonizzatori e colonizzati si
equivalevano, le ragazze erano quasi tutte locali, quell’ambiente non
era ritenuto abbastanza serio dalle famiglie italiane della capitale
eritrea. I frequentatori abituali erano in gran parte operai dei
cantieri e servette nel loro giorno di libertà, più qualche
perdigiorno come se ne trovano da tutte le parti e alcune sveglie
negrette che avevano scoperto di avere fra le gambe una cosa molto
apprezzata anche da chi proveniva dalla lontana Italia. Anche senza
farne commercio apertamente, riuscivano a rimediare la serata gratis e
magari anche una pizza e una birra.
Per Giacomo, uno dei tanti italiani che si erano trasferiti in
colonia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la balera
rappresentava uno dei suoi territori di caccia preferiti, rimorchiare in
quell’ambiente era semplicissimo, soprattutto per uno come lui, dalla
parlantina sciolta e che aveva sempre a disposizione qualche spicciolo
per render lieta la serata anche all’amichetta occasionale: quattro
chiacchiere, qualcosa da bere, la promessa di un liquore più forte, ed
il gioco era fatto; difficilmente tornava a casa sua da solo.
Quella sera aveva agganciato una ragazza di circa vent’anni,
appena arrivata dall’interno in cerca di un lavoro in città.
Belloccia nonostante i denti irregolari e una serie di scarificazioni
rituali intorno alle braccia quasi all’altezza delle spalle, aveva
subito abboccato all’amo dell’italiano che diceva di poter aiutarla
a trovare un lavoro in qualche fabbrica o presso una famiglia
benestante. La preda ideale, senza amici o parenti che ne avrebbero
notato la sparizione. Era l’occasione giusta per spingersi ancora una
volta oltre quei limiti che gli andavano sempre più stretti.
Passarono ancora una mezz’ora nella balera, con lui che faceva
finta di insegnarle a ballare, per poi uscire senza dare nell’occhio e
dirigersi lungo le strade ormai deserte verso la sua casa che non era
poi molto lontana.
Nessuno fece caso alla sparizione di una ragazza che a l’Asmara
non era rimasta che una manciata di giorni e nessuno si preoccupò, c’era
sempre gente che andava e veniva, chissà dove era andata a finire
questa in particolare.
La vita nella piccola capitale dell’Eritrea continuava nel suo
solito ritmo, con la gente che pensava più alla prossima visita del
Re-Imperatore, il più importante avvenimento dal tempo della Guerra
Italo-Etiopica, che ai piccoli drammi di piccole persone.
4.7
- I consigli di nonno Destà per una famiglia felice L’Asmara,
fine di settembre 1951.
Una cena ufficiale presso il tucul del vecchio Destà Gual era
sempre un avvenimento. Questa era stata organizzata dai più importanti
rappresentanti della Stirpe dei Medebai per stabilire come comportarsi
durante la prossima visita ufficiale del Re Imperatore a l’Asmara.
Umberto II veniva apposta per decorare gli eroi della battaglia per la
difesa di Axum e in quel combattimento molti membri della famiglia si
erano coperti di gloria e pochi fra i combattenti erano sopravvissuti;
fra i caduti figurava anche un figlio del patriarca: Azmet Destà,
sciumbashi anziano e padre di Miriam.
Umberto e Miriam non avrebbero potuto mancare per nessun motivo:
la giovane e bellissima eritrea, nonostante fosse una donna, era stata
scelta come erede del gravoso titolo di capo della famiglia allargata,
il clan di guerrieri stimato e onorato in tutta l’Etiopia per il
valore dei suoi appartenenti. Anche Umberto era ormai considerato un
membro del gruppo a tutti gli effetti e la sua opinione veniva reputata
indispensabile per qualsiasi decisione importante dovesse venire presa.
Proprio per questo motivo, per rendere onore alla casata della moglie,
quando il Re aveva offerto loro un titolo nobiliare oltre al
conferimento delle medaglie d’argento al valor militare, aveva
accettato il titolo di conte del Medebai, il massiccio montuoso che
dominava la piana dove si era combattuta la battaglia e terra ancestrale
del clan, ottenendo così di poter unire negli atti ufficiali al suo
cognome anche il casato della famiglia di Miriam.
Adesso, mentre in auto si dirigevano verso il quartiere indigeno
di Gaggiret, gli sposi si preparavano a subire l’assalto dei parenti
in occasione del loro primo incontro ufficiale da quando erano rientrati
dall’Italia. Umberto non si era messo in alta uniforme solo perché
sarebbe stata poco pratica per mangiare stando seduti su dei cuscini, ma
aveva dovuto attaccarsi alla giacca la medaglia d’argento e non
limitarsi al semplice nastrino, e alla cintura avrebbe esibito anche l’antico
pugnale arabo conquistato in duello; accanto a lui Miriam, bellissima
anche con la gravidanza ormai visibile, si era messa uno dei suoi sciamma
più belli, quello di broccato verde iridescente, ed esibiva anche lei
la sua meritata medaglia d’argento oltre alla collana fatta di antiche
monete d’oro arabe. Sul sedile posteriore, un’emozionata Taitù,
vestita con uno sciamma giallo con disegni geometrici blu
regalatole da Miriam, metteva felice in mostra i suoi primi gioielli:
dei semplici orecchini di filigrana d’argento e una catenina simile
che si era comperata il giorno prima con i risparmi della paga del suo
primo mese da domestica, adesso era tutta compresa nel suo ruolo di
ancella alla sua prima serata ufficiale.
Quando Umberto parcheggiò la sua Kübelwagen vicino al tucul
principale, Destà Gual era lì fuori ad attenderli in compagnia del
figlio maggiore Debré Destà, il soprintendente della casa del generale
Da Pettori.
Il vecchio ascaro unico sopravvissuto al massacro di Passo Uarieu,
nonostante l’età e le orrende mutilazioni subite sedici anni prima ad
opera dei soldati del Negus, era ancora in gamba e mostrava un’energia
insospettabile. Data l’occasione ufficiale, salutò i suoi nipoti in
modo estremamente formale e loro si adattarono alle circostanze.
“Do il benvenuto nella mia modesta dimora al valoroso e nobile Cummàndar
Debra Micael! E all’altrettanto valorosa sua sposa, scelta dal
destino a succedermi. Essi ci onorano sia come membri della nostra
stessa Stirpe che come ospiti. Sia lode a loro!”
“Il mio onore viene solo dal fatto di essere stato accettato
fra voi come un guerriero fra guerrieri. Possano le nostre azioni essere
sempre consone al codice d’onore che questa antica Stirpe si è
imposta.”
A Umberto sembrava di interpretare una recita scolastica e dentro
di sé non era convinto se tanto cerimoniale dipendesse dalla solennità
dell’occasione oppure dal gusto per il melodrammatico del nonno di
Miriam che conosceva a memoria tutti i libri di Salgari e tendeva ad
immedesimarsi con quei personaggi anche nel modo di parlare.
Mentre si avviavano verso il piazzale dove già da ore ardevano i
falò su cui arrostivano quarti di bue, capretti e polli, le tipiche
vittime sacrificali di quelle cerimonie, Miriam seguì il nonno e il
marito rispettosamente un passo indietro, in una discreta imitazione
della sposa modesta e devota.
Per la cena, considerato il numero di partecipanti, rischiò di
risultare angusta anche l’ampia spianata dietro il tucul di Destà
Gual. Il vecchio patriarca fece accomodare ai posti d’onore al suo
fianco Umberto e Miriam, non tanto come invitati, ma in qualità di suoi
eredi designati.
Prima che le donne provvedessero a distribuire il cibo a tutti i
convenuti: non c’erano solo i membri del clan coi loro familiari, ma
anche quasi tutti gli abitanti della zona pronti a far festa a tanta
abbondanza – fra manzi, ovini e pollame, il profumo dell’arrosto
doveva spandersi per tutto il quartiere – furono affrontati
rapidamente i problemi di organizzazione della cerimonia: Umberto
spiegò a grandi linee come si sarebbe svolta e i compiti dei vari
gruppi, gli uomini in servizio attivo fra gli ascari dell’Esercito
Coloniale sarebbero rimasti inquadrati nei loro reparti d’appartenenza,
mentre i veterani ormai in congedo avrebbero avuto un settore tra il
pubblico tutto per loro e avrebbero potuto tornare a sfoggiare la loro
antica divisa per l’occasione; quelli destinati a ricevere la
decorazione direttamente dalle mani del Re, avrebbero avuto a loro volta
un posto riservato vicino al palco delle autorità – per ovvi motivi,
dato il gran numero di decorazioni concesse, sarebbe stata solo una
rappresentanza, altre cerimonie di consegna si sarebbero svolte nei
giorni seguenti in forma più semplice presso le varie caserme – un
ruolo particolare era destinato al giovane Abebé Debré, la sua Croce
di Guerra l’avrebbe ricevuta in seguito, ma avrebbe avuto l’onore di
portare la bandiera del Reggimento, che sarebbe stata insignita per
prima della Medaglia d’Oro.
La cena si svolse come di consueto in quelle circostanze, solo l’umore
della gente era più serio rispetto all’allegria della fantasia
in onore di Umberto Vallesi, del resto in questa occasione si
commemoravano i caduti più che festeggiare i vincitori. A quello ci
avrebbero pensato in un secondo momento e solo allora la gente si
sarebbe scatenata nei balli e nelle bevute.
Uollò Tahifà, il vecchio dabtara che Umberto già
conosceva, intonò per primo il canto più antico che veniva tramandato,
dedicato a Medebai, il leggendario deggiac fondatore della
Stirpe, il più valoroso guerriero di Re Ezana, il primo Negus cristiano
dell’Etiopia. Poi ne seguirono molti altri dedicati ai caduti più
recenti, uno che l’ufficiale italiano ascoltò con particolare
attenzione, non avendo mai avuto occasione di sentirlo prima, fu quello
che narrava le gesta di Azmet Destà, lo sciumbashi padre di Miriam;
certo ne aveva avute di avventure quell’uomo che varie volte aveva
aiutato anche Umberto nei suoi primi pattugliamenti, fra la guerra di
conquista dell’Abissinia, le campagne contro il banditismo e il fronte
birmano nella Seconda Guerra Mondiale, le ultime strofe erano state
aggiunte da poco e narravano la sua eroica fine contro i nemici della
Fede nelle gole del fiume Mareb. Adesso capiva bene da chi aveva preso
il carattere la sua dolce mogliettina che, emozionata e commossa, le si
era stretta al fianco e perché anche lei non si tirasse mai indietro
quando le capitava di poterlo aiutare in qualche missione pericolosa.
Quella gente non spargeva lacrime per gli amici e i parenti
caduti in battaglia, ne onorava la memoria nelle occasioni di incontro
ed era fiera di loro. Quelle erano le loro tradizioni e quella era la
loro vita.
A una certa ora, Destà Gual si ritirò nella sua capanna in
compagnia della nipote prediletta e di Umberto, voleva poter parlare con
i due giovani degli eventuali loro problemi e anche fare i complimenti a
Miriam per il libro fotografico. Per prima cosa, volle sapere se la
gravidanza procedeva normalmente e si mostrò soddisfatto quando lo
tranquillizzarono al proposito. Poi affrontò un argomento che Umberto
non si sarebbe mai immaginato.
“Come se la cava la piccola Taitù con le faccende di casa?”
“Direi bene!” Umberto non capiva dove il vecchio volesse
andare a parare. “È volenterosa, sta imparando in fretta l’Italiano
e Miriam non si è mai lamentata di lei, anzi si diverte a farle da
maestra. Si vede che viene da una famiglia all’antica, lavorare non la
spaventa ed è sempre allegra. Una brava ragazza senza grilli per la
testa.”
“Mi fa piacere saperlo e sono contento che ti sia simpatica,
perché nei prossimi mesi ti sarà ancora più utile, è una ragazza
robusta e bella. Quando mia nipote dovrà riguardarsi per la gravidanza
e il parto, ti sarà di conforto.”
All’ufficiale italiano gli ci volle qualche secondo per
comprendere il vero significato di quel discorso e anche Miriam sgranò
gli occhi, non rispose direttamente lei solo per il grande rispetto che
nutriva verso suo nonno che l’aveva allevata come una principessa fin
da quando aveva meno di due anni ed era rimasta orfana di madre.
Conosceva fin troppo bene come la pensava Umberto ed era talmente sicura
dei suoi sentimenti che lasciò solo a lui il compito di ribattere.
“Mi state dicendo che dovrei usarla come sostituta di mia
moglie nel mio letto? Dovrei prenderla come concubina?”
“Certo! L’ho scelta apposta. Anche se alla lontana, fa parte
anche lei della nostra stessa Stirpe. Non voglio che il marito di mia
nipote sia costretto a rivolgersi a quelle che lo fanno per mestiere!
Anche il sommo padre Abramo giacque con Agar, che era l’ancella di
Rachele. E Ismaele, il figlio che ebbe da lei, divenne anche lui il
capostipite di un grande popolo!” il vecchio patriarca agitava i
moncherini accalorandosi, non comprendeva cosa il valoroso ufficiale
italiano ci trovasse di male nella sua proposta. “Un grande guerriero,
un Cummàndar, non deve disperdere il seme! Hai il dovere di
avere molti figli e non puoi imporre a Miriam la fatica di metterli al
mondo tutti lei da sola! Non sarebbe giusto! Credi forse che io non
amassi la mia prima moglie, la madre dei miei primogeniti? Eppure ho
avuto altre due mogli e la mia attuale compagna è una di queste, che mi
è rimasta al fianco anche nella mia vecchiaia di vedovo e invalido. Non
aver paura a chiedere un simile impegno alla piccola Taitù, è più
giovane di Miriam perciò la rispetterà sempre come prima moglie, l’ho
scelta proveniente da un paese dell’interno anche per quello, laggiù
le vecchie tradizioni sono ancora rispettate e ti darà anche lei dei
figli in gamba, suo padre era un bravo ascaro, caduto in battaglia nelle
terre al di là dell’oceano servendo la nostra stessa bandiera! E non
ti preoccupare nemmeno per la sua dote e il prezzo da versare alla sua
famiglia: ci penserò io! Sarà il mio personale regalo per la prossima
nascita del mio primo bis-nipote! Farai bella figura con i suoi parenti
e Taitù, anche se sarà una moglie secondaria, avrà anche lei bei
gioielli e non dovrai vergognartene.”
Ci volle del bello e del buono a Umberto per convincere Nonno
Destà che lui poteva tranquillamente resistere qualche mese senza fare
all’amore, che veniva da un ambiente di rigide tradizioni monogamiche,
che l’amore reciproco che l’univa a sua nipote gli avrebbe reso
sopportabile anche l’astinenza. E il compito gli fu reso più gravoso
dal fatto che Miriam, invece di scandalizzarsi per le proposte di suo
nonno e spalleggiarlo, si stava divertendo a vedere come lui si stesse
dimenando per rifiutare la profferta senza offendere nessuno.
Finalmente il vecchio Capo della Gente Medebai si arrese alle
idee moderne dei suoi nipoti preferiti; non capiva certe manie di
confondere il sesso con la fedeltà e l’amore coniugale, ma promise di
adeguarsi e non insistere oltre. Ebbe anche la rassicurazione che Taitù
avrebbe potuto serenamente continuare a lavorare nella loro casa, in fin
dei conti non le era stato detto ancora nulla dei piani segreti che
stavano dietro la sua scelta e quindi non si sarebbe sentita rifiutata.
Prima di salutarsi per tornare a casa, Destà Gual dette
egualmente la sua benedizione agli sposi, ma mentre li salutava sulla
soglia, seguitava a scuotere il capo: “Questi giovani non hanno più
rispetto per le sane usanze dei miei tempi.” Continuava a pensare che
troppa fedeltà da parte dei mariti costituiva un autentico spreco.
Da soli in macchina, Umberto si sfogò con Miriam:
“Bell’aiuto mi hai dato! Invece di controbattere anche tu
alle idee libertine di tuo nonno, mi hai lasciato da solo ridendotela
alle mie spalle!”
“E chi ti dice che invece non fossi d’accordo con lui? In fin
dei conti, lo sai, io sono molto legata alle tradizioni di famiglia.”
“Me lo dicono le occhiatacce che mi lanci ogni volta che per
caso mi capita di guardare una ragazza, anche se lo faccio
distrattamente!”
“Non te la prendere, Amore. Non l’ho fatto per metterti alla
prova, semplicemente era troppo divertente vederti così indignato. E
poi ti conosco fin troppo bene per essere gelosa. Ti confesso che
qualche sospetto mi era già venuto quando mio nonno si mostrò fin
troppo impaziente di trovarmi un’aiutante, ma non ci volevo credere
finché non gliel’ho sentito dire direttamente stasera.”
“Altro che aiutante per le fatiche di casa! Lui l’aiutante
voleva mettermela addirittura in letto! L’hai sentito? Mi ha
paragonato al patriarca Abramo. Vorrà dire che se proprio insistete mi
adeguerò agli usi e costumi della mia nuova famiglia!” Umberto non si
era offeso, ora che il pericolo era stato scongiurato, trovava anche lui
divertente la situazione ed era pronto a scherzarci sopra.
“Non provarci nemmeno a pensarlo! Primo, non hai ancora
centodieci anni. Secondo, nonostante tutto quello che ci è capitato ad
Axum, non hai avuto alcuna investitura divina per generare un altro
Popolo Eletto!”
“E terzo, sono troppo innamorato di te per pensare anche
lontanamente di poter desiderare un’altra donna! Solo non tirare
troppo in lungo per farmi questo primo figlio!”
“Nove mesi! Non si può premere sull’acceleratore in queste
faccende, siamo appena a metà strada. Per fortuna non è ancora giunto
il momento di costringerti alla castità.”
Due sere dopo, Umberto e Miriam erano di nuovo a cena ospiti di
amici, sembrava quasi che si stessero rifacendo del tempo perduto dopo
il primo periodo dal loro rientro quando, fra impegni di lavoro e
necessità di riambientarsi, quasi non avevano messo il naso fuori di
casa; forse anche per la voglia di riassaporare l’intimità della vita
in due che durante il viaggio in Italia era stata per loro impossibile
da ottenere.
Negli ultimi giorni, molti reparti provenienti da altre città
stavano affluendo a l’Asmara in previsione della visita di Umberto II;
rinforzi di carabinieri e dell’Esercito, coloniali e nazionali, per
aiutare la guarnigione locale e sostituire negli impegni quotidiani
tutti gli uomini che sarebbero dovuti sfilare nelle cerimonie, a questi
andavano aggiunti tutti gli addetti al cerimoniale che erano arrivati
direttamente da Roma; meno male che le caserme erano state costruite con
una capienza ben maggiore di quella necessaria ad ospitare la normale
guarnigione, ma ormai non c’era più un posto libero in tutte le
strutture militari e della Milizia. Non che questo riducesse gli impegni
degli uomini del Comando dell’Eritrea, le prove di schieramento e per
la parata si susseguivano più volte al giorno sul terreno di manovra
all’interno del Presidio, mentre carpentieri e arredatori erano già
al lavoro nel centro polisportivo della GIL per preparare le tribune per
le autorità e il pubblico e le transenne destinate a delimitare le
varie zone del percorso.
Per tutti questi motivi, Umberto Vallesi non si stupì se, invece
di telefonargli in ufficio per chiedergli di passare a trovarlo presso
il Comando dell’Esercito Coloniale, il generale Giorgio Da Pettori
preferì invitarlo a cena a casa sua: avrebbero potuto finalmente
parlare tranquillamente dei loro problemi, che non mancavano di sicuro,
e anche fare una bella rimpatriata ricordando le tante occasioni d’incontro
e l’ospitalità offerta dall’alto ufficiale nei momenti più
difficili.
La casa del generale Da Pettori era sempre uno spettacolo, anche
per quelli che come i due giovani la conoscevano ormai bene: un’autentica
fattoria toscana coi muri in pietra a vista, il tetto coperto con i
tipici coppi e i pavimenti in cotto dell’Impruneta, se è normale
incontrarla nella campagna fra Firenze e Siena sulle colline coperte di
vigneti, uliveti e boschi di querce, lascia invece a bocca aperta se ve
la trovate di fronte completa di tutti gli accessori al margine di un’ampia
tenuta alla periferia di l’Asmara; l’unico aspetto incongruo che vi
faceva subito capire di non essere finiti nel Chianti, erano i cinque o
sei tucul col tetto di paglia e i muri tirati su con pietre a secco (ma
con acqua corrente e luce elettrica) che sorgevano di lato alla
costruzione principale e accoglievano le famiglie del numeroso personale
indigeno.
Il generale Giorgio Da Pettori e sua moglie Italia, direttrice
didattica delle locali scuole elementari, li attendevano di fronte alla
pergola che copriva l’ingresso, a due passi dal carrubo centenario che
era il punto di riferimento per chiunque arrivasse dal cancello d’ingresso,
il generale veterano d’Africa era un uomo dalla corporatura massiccia,
poco meno alto di Umberto, ma con due spalle da uomo avvezzo a condurre
tutta la sua vita all’aria aperta (lui diceva: da persona più
abituata a usare il piccone che la penna, ma non era vero) mentre la
moglie, nata e cresciuta a Venezia in una famiglia di antica nobiltà,
rappresentava un elemento di contrasto; piccola e minuta, somigliava al
marito solo nel carattere e i terroristi che avevano tentato di
trasformare la capitale dell’Eritrea in un campo di battaglia lo
avevano scoperto nel modo peggiore, l’eliminazione dei commando di
combattenti internazionali era stata diretta e organizzata dalla dolce
signora con l’aiuto del Federale Domenico Curtò e del generale
Miceli, insieme erano riusciti a realizzare una perfetta operazione di
rastrellamento a tenaglia.
“Signor Generale…”
“Maggiore…”
Il saluto e la posizione sugli attenti dei due ufficiali erano da
regolamento, ma sia loro che le mogli che assistevano alla scenetta
facevano fatica a restare seri in una lotta a chi resisteva di più,
colpa anche di Sambo, l’enorme mastino napoletano grigio del padrone
di casa, che li guardava dal basso in alto con una faccia da schiaffi.
Finalmente il generale sbottò:
“Facciamola finita con queste bischerate e andiamo a cena!”
facendo strada. “Finalmente riusciremo a parlare un po’ fra noi,
sono più di due mesi che ci vediamo solo pochi minuti di corsa e per
cause di lavoro. Non mi avete ancora raccontato come è andato il vostro
primo viaggio in Italia.”
“Come vuoi che sia andata, Giorgio.” Intervenne la signora
Italia. “La parte ufficiale l’abbiamo vista anche noi nei
cinegiornali; per il resto, non c’è bisogno di chiedere, basta
guardare Miriam! Quanto ti manca ancora, cara?”
“Poco più di quattro mesi! E per ora va tutto bene.”
“E voi come vi sentite, generale? Fra una decina di giorni il
Re vi decorerà con la Medaglia d’Oro al Valor Militare.”
“Come vuoi che mi senta? Alle decorazioni non ci si abitua mai,
ma non posso fare a meno di pensare che questa di solito la danno alla
memoria…” Il generale non era certo un tipo superstizioso e le corna
che stava facendo con la mano destra servivano più che altro a
sdrammatizzare il discorso.
“Ora basta. Per chiacchierare avremo tempo dopo cena. Adesso
pensiamo a goderci le cose che Chalifa ci ha preparato lavorando tutto
il pomeriggio.
Alla cena partecipavano anche i vari figli adottivi del generale
e per la prima volta anche il suo primogenito, il bambino aveva appena
quattro anni, ma aveva preteso di mangiare alla tavola grande con gli
altri e la maggiore delle due sorelline adottive abissine se lo era
messo accanto per aiutarlo; mentre la piccolina era ancora affidata alla
tata toscana e probabilmente già dormiva nella sua cameretta. Tutti
indistintamente fecero onore alle ricette italiane: risotto coi
carciofi, cotolette alla milanese e patatine fritte per far felici i
bambini, radicchio rosso gratinato al forno col formaggio grana a
scagliette e per finire una bella macedonia di frutta che da quelle
parti era sempre varia e abbondante; come d’abitudine mancavano gli
alcolici per rispetto alle religioni astemie rappresentate a tavola.
La discussione riguardò soprattutto le impressioni di Miriam
visitando l’Italia per la prima volta e la giovane eritrea si scusò
per essersi dimenticata di portare una copia del suo libro, le
fotografie che aveva scattato davano la giusta risposta alla domanda,
non c’erano solo monumenti e scorci pittoreschi, ma anche le ferite
della recente guerra mondiale che non si erano ancora rimarginate,
quelle che per essere riparate sarebbero stati sufficienti i restauri in
corso e quelle ben più profonde nell’anima della gente.
Soprattutto i ragazzini erano curiosi di conoscere tutti i
particolari di quel paese che per loro era ancora null’altro che
qualcosa da studiare sui sussidiari.
“È vero che avete incontrato anche il Duce?” Il più grande
dei figli adottivi andava orgoglioso del suo grado di balilla
moschettiere e fra poco sarebbe passato nei ruoli della GIL.
“Si è trattato di appena venti minuti. Passavamo da Salò nel
nostro giro per l’Italia e ci avevano fatto sapere che avrebbe gradito
conoscerci, perciò siamo andati a trovarlo nel suo buon ritiro. Non è
stato assolutamente un incontro formale, l’abbiamo trovato che stava
pescando dal pontile sul lago in maniche di camicia in compagnia di un
signore inglese corpulento, sempre con un gran sigaro in bocca che si
divertiva a dipingere una veduta, non ci è stato presentato perciò
penso che anche lui fosse lì in incognito. È stato un colloquio alla
buona senza nessuna ufficialità, giusto il tempo di prendere un caffè;
anche se non ho potuto fare a meno di notare il discreto servizio di
sicurezza della Milizia, credo che nei dintorni non ci fosse un solo
borghese vero: tutti giovanotti atletici e muscolosi quelli che abbiamo
incontrato per le strade vicino alla villa.”
“Credo proprio di sapere chi fosse quel signore!” Intervenne
il generale. “Se non vengo tratto in inganno dalla descrizione, l’ho
incontrato in India quando Lord Mountbatten mi insignì con la Victoria
Cross. Non è un segreto militare che Sir Winston Churchill e Benito
Mussolini si conoscono e si stimano reciprocamente da vecchia data e
stanno preparando insieme una Storia della Seconda Guerra Mondiale.”
“Tu Miriam, avrai costretto la cuoca del generale Fausto
Vallesi a fare acrobazie in cucina per prepararti i manicaretti
migliori. A Parma vanno orgogliosi dei loro piatti tipici, anche se tu
non li avrai nemmeno voluti assaggiare perché l’ingrediente preferito
è il maiale.”
La bella negretta, non potendo arrossire con la sua carnagione,
abbassò gli occhi imbarazzata e Umberto ebbe la possibilità di
vendicarsi dei tanti tiri che lei gli faceva sempre, raccontando la
verità agli amici.
“Diciamo che la nostra simpatica e pia negretta, copta
osservante, nell’occasione ha barato alla grande! Già al secondo
giorno, ci ha detto chiaro e tondo che per lei bastava non conoscere
ufficialmente l’origine degli ingredienti, dopo di che si è lanciata
senza ritegno su tortellini, zampone e soprattutto il culatello che
prepara un nostro fittavolo!”
“Non volevo metterli in imbarazzo costringendoli a fare da
mangiare apposta per me!” Cercò di giustificarsi senza molta
convinzione Miriam. “E poi come si fa a resistere a certi profumini? I
cappelletti in brodo sono qualcosa di indimenticabile! Però ora che
sono tornata non ho più scuse, non voglio trasgredire ai miei precetti.
Almeno fino a quando non mi capiterà di tornare in Italia.” Terminò
enigmaticamente, ma non troppo.
“Ho capito! Vorrà dire che se ti vengono le voglie, ti
inviterò di nuovo senza dirti come li ho preparati. Non vorrai mica
correre il rischio che tuo figlio nasca con una voglia di tortellino!”
Dopo questo invito, la signora Italia preferì pilotare la conversazione
verso altri argomenti per evitare che i bambini incominciassero a fare
domande imbarazzanti.
Dopo cena si ritirarono nell’accogliente studio dell’ufficiale,
che era anche un piccolo museo con i cimeli raccolti nella sua lunga
carriera. Su una delle pareti, in mezzo a lance abissine e trofei della
campagna di Birmania, adesso c’erano anche una carabina sovietica SKS,
una pistola Astra 400 e una grossa navaja basca a lama
pieghevole. Comunque non erano là per rammentare le loro recenti
avventure in comune. Giusto il tempo di bere il caffè e come sua
abitudine, il generale venne subito al sodo.
“Umberto, vorrei sapere se puoi svolgere una veloce missione di
ricognizione esterna per mio conto, dovresti cavartela in quattro o
cinque giorni al massimo.”
“Se la cosa è urgente, posso mettermi in campagna anche domani
mattina, giusto il tempo di scegliere gli uomini a seconda di quello che
dovrò fare.”
“Non dovrebbe essere niente di complicato, ma non mi fido di
mandare uno dei nuovi arrivati, voglio una persona già pratica del
territorio e della gente che dovrà incontrare. Si tratta di andare fino
a Gondar, lì vicino c’è una missione archeologica americana che sta
scavando alla ricerca dei soliti muri vecchi. Sembra che abbiano qualche
problema coi rappresentanti della Chiesa Copta. Siccome anche tu conosci
bene l’Abuna Chrisostomos, mi sembri il più adatto per andare a dare
un’occhiata e magari metterli d’accordo.
Non è un problema tanto urgente da richiedere che tu ci vada in
aereo. Inoltre vorrei cogliere l’occasione per mostrare la bandiera.
Se capisci cosa intendo dire. Ci metterai un po’ di più, ma se lo
riterrai opportuno, potresti eventualmente fingere di essere passato di
là durante un pattugliamento più complesso. Senza far vedere che ti
sei mosso apposta per loro.”
“Sì, capisco gli aspetti del problema. Allora domattina sul
presto passerò dal vostro Comando. Dato che vi conosco bene, sono
sicuro che avete già provveduto a scegliere gli uomini e i veicoli
adatti; secondo me dovrebbero bastare una decina di nazionali e venti
ascari, tanto per andare sul sicuro. Ne approfitterò anche per
informarmi direttamente presso la popolazione locale, non abbiamo
notizie di guai, ma è sempre meglio tastare accuratamente il terreno.
Le lezioni che mi avete dato non sono andate sprecate.”
“Mi fido completamente della tua capacità di giudizio,
guardati intorno e poi decidi tu cosa fare e cosa dire.” Giorgio Da
Pettori si sentiva soddisfatto per come Umberto dimostrava di essere
della stessa sua pasta: pronto a sfidare il pericolo, ma sempre attento
a sfruttare tutte le opportunità per trovarsi in posizione di vantaggio
nel momento cruciale. “Mi dispiace solo tenerti lontano dalla tua
mogliettina in un momento come questo. Nelle sue condizioni non ti
consiglio di portartela dietro anche se a lei piacerebbe.”
Dentro di sé il generale aveva quasi sperato che Umberto non
potesse allontanarsi da l’Asmara, sarebbe stata un’ottima scusa per
piantare tutti gli impegni d’ufficio e muoversi lui, come faceva d’abitudine
prima di essere promosso.
“Non la lascio proprio da sola. Intanto per due o tre ore al
giorno è impegnata al Governatorato a dare una mano al generale Miceli
che aveva bisogno di qualcuno in grado di farsi rispettare da tutto il
personale, per rimettere in riga gli uffici che con la buonanima del
vecchio governatore stavano andando in malora.
E poi ora abbiamo una ragazza che viene a fare le faccende di
casa. A proposito, non vi ho ancora raccontato il tiro che ha tentato di
farmi il vecchio Destà Gual!”
Umberto raccontò della proposta indecente fattagli dal nonno di
Miriam fra i commenti divertiti della signora Italia e del generale, con
Miriam che contribuì riferendo l’imbarazzo del marito per trovare il
verso di rifiutare l’offerta senza offendere il patriarca.
“Non credere di essere il solo italiano ad aver dovuto
affrontare certe situazioni. Quando coi miei ascari davo la caccia ai
ribelli, in molti paesi dove arrivavo, la prima cosa che il capotribù
mi offriva era qualche bella fanciulla in fiore! Ma allora non ero
sposato e nemmeno fidanzato; anzi, non sapevo neppure che la mia futura
moglie esistesse!”
“Ho paura che mio marito continui a nascondermi qualcosa!” La
signora Italia non faceva nemmeno finta di scandalizzarsi, divertita
dalla quasi confessione del marito. “E ora che mi ci fate pensare,
trovo che c’è una strana rassomiglianza fra Giorgio e Degbe Issane,
il maggiore dei nostri figli adottivi. Mi ha sempre raccontato di averlo
raccolto in un piccolo villaggio del Caffa che era stato distrutto in
uno scontro fra tribù rivali! Ora mi viene qualche dubbio, stai a
vedere che invece si tratta di un figlio della colpa!”
“Lo vedi?” Fece Miriam. “Non si scandalizza nemmeno la
signora Italia! Che bisogno c’era di fare tante scene con mio nonno?”
“Guarda che faccio sempre in tempo a ripensarci e accettare il
suo gentile regalo! Dopo tutto non è mica da buttar via la piccola
Taitù!”
L’unica risposta a quella minaccia fu una risata generale, dopo
di che, Umberto e il generale si misero alla scrivania per prendere gli
ultimi accordi relativi alla missione del giorno dopo. Miriam invece ne
approfittò per chiedere qualche consiglio alla signora Italia: uno di
carattere professionale, per sapere come comportarsi con certi impiegati
statali lavativi che trovavano tutti i sistemi per boicottarla nei suoi
tentativi di rendersi utile, lei li avrebbe presi volentieri a calci nel
sedere e voleva sapere dalla direttrice didattica cosa avrebbe fatto lei
al suo posto.
“Non credere di essere la sola ad avere certe tentazioni! Io ho
a che fare con certe maestre più asine del babbo di un mulo! Cerca
comunque di avere pazienza e soprattutto non ti arrendere mai. Se riesci
ad essere più cocciuta di loro l’avrai vinta tu!”
E invece il secondo era di carattere esclusivamente personale,
dato che la moglie del generale di figli ne aveva già messi al mondo
due. Voleva sapere la sua opinione circa l’opportunità di partorire
in ospedale oppure a casa propria ed ebbe anche da lei il consiglio di
farlo in clinica se si fidava della preparazione del personale,
soprattutto perché era al suo primo figlio.
Così la serata si concluse tranquillamente in famiglia.
4.8
- Non c’è più tempo Alessandria
d’Egitto, settembre 1184 ab Urbe condita, 431 d.C.
L’antico orologio ad acqua costruito da Erone funzionava ancora
con grande precisione, l’amorino d’argento che si muoveva lungo la
scala graduata indicava con la sua bacchetta l’ora sesta della notte,
ma Tolomeo nonostante la stanchezza di un’intera giornata passata
controllando il lavoro degli artigiani e cercando di tranquillizzare i
dipendenti della Biblioteca (cosa questa che, più passava il tempo e
più gli riusciva difficile) non si era ancora deciso a ritirarsi nel
suo appartamento per dormire, preferiva restarsene da solo nel primo
chiostro ristorandosi nel fresco della notte osservando le stelle
inquadrate fra gli spioventi dei tetti che riparavano i portici, una
sola piccola lucerna ad olio illuminava con la sua debole fiamma il
tamburo dell’orologio piazzato al centro della fontana circondata da
aiole ormai trascurate, ma che lui ricordava piene di rosai in fiore.
Improvvisamente percepì la presenza di un’altra persona vicina
e si voltò verso destra sorpreso che vi fosse ancora qualcun altro in
giro per il grande complesso della Biblioteca deserta; evidentemente non
era l’unico a non temere i fantasmi che la gente diceva abitare quei
luoghi nelle ore notturne.
“Mio signore, è già passata metà della notte. Vieni a
dormire, devi riposarti se vuoi avere la mente lucida per tutti gli
impegni della giornata. Non sei nemmeno rientrato per la cena.”
L’ancella che gli si era avvicinata silenziosamente per non
disturbarlo, vestiva una semplice tunica bianca e portava sotto il
braccio destro un cestino di vimini intrecciati; anche se non avesse
parlato, Tolomeo l’avrebbe riconosciuta lo stesso senza nemmeno
vederla: dei servi che lavoravano nella sua casa quella era l’unica
che si preoccupasse a quel modo per lui.
“Roxane, tu sei la sola persona che si mette in apprensione per
me! Non merito tanto, se non riesco nemmeno a salvare il luogo dove sono
nato e che mi è stato affidato.”
“Ti ho portato un po’ di formaggio e dei fichi freschi. So
che ti piacciono! Mangia almeno qualcosa, c’è anche una fiasca con
del vino di Rodi. Fallo almeno per me, lo sai che ne soffro se ti
trascuri.” E così dicendo la schiava porse il cestino al suo padrone.
Roxane non era il suo nome originario, lo aveva scelto Tolomeo
suggestionato dalla propria passione per la storia della vita di
Alessandro il Grande dopo che l’aveva acquistata da un mercante di
schiavi proveniente dall’Alto Egitto. Allora era una ragazzetta dalla
pelle scura, magra e denutrita che ne doveva aver passate di tutti i
colori, ma aveva colpito la fantasia del giovane appena rientrato ad
Alessandria dopo sei anni passati nell’Esercito Imperiale come legato
e medico castrense e nominato con sorpresa di tutti Curatore della
Grande Biblioteca; i suoi grandi occhi neri esprimevano insieme dolcezza
e spirito indomito, tanto da spingerlo a comperarla anche se non aveva
bisogno di altro personale per la sua casa, abituato com’era ad
accontentarsi di poco; comunque quel mercante non aveva chiesto una gran
cifra, poche monete d’argento, considerava quella schiava un oggetto
di poco valore, quasi un residuo invenduto, un fondo di magazzino, di un
gruppo ben più numeroso che aveva portato fin sulle rive del
Mediterraneo discendendo il Nilo fin dall’isola di Elefantina e aveva
già fatto il suo guadagno con i tanti schiavi robusti che aveva
piazzato presso i suoi clienti abituali che li avrebbero a loro volta
portati via nave verso altri più importanti mercati.
La giovane schiava conosceva solo poche parole di un dialetto
nubiano parlato oltre le cateratte di Siene nel Sud, dove finivano gli
ormai labili domini dell’Impero Bizantino e lui con pazienza le
insegnò il greco finché riuscì a farsi raccontare la sua vita.
Diceva di essere stata catturata con altri giovani alcuni anni
prima nel suo villaggio natale posto sulle sponde di un lago che
sosteneva essere la sorgente del grande Nilo – e già questo appariva
impossibile a Tolomeo, Aristotele nelle sue opere dimostrava citando
più antichi trattati di geografia che le sorgenti del Nilo erano in
India, in comune con l’Indo, il fiume raggiunto da Alessandro il
Macedone nel corso della sua spedizione in Asia – era stata trascinata
in Nubia e venduta una prima volta a un mercante d’avorio che l’aveva
sottoposta a violenze di ogni genere prima di rivenderla ad altri che l’avevano
portata con altri compagni di sventura ancora più a nord seguendo il
corso del Nilo fino alla sua ultima destinazione nel delta del fiume sul
Mediterraneo.
Adesso trovandosi in un ambiente tranquillo, dove non le veniva
chiesto niente di gravoso e veniva trattata con cortesia, oltre a
risanarsi nel fisico diventando una bella donna alta e slanciata, aveva
ripreso fiducia nel prossimo e si era affezionata al suo nuovo padrone
in maniera quasi ossessiva. Il racconto del suo viaggio aveva
interessato particolarmente Tolomeo per i tanti dettagli, la giovane
aveva prestato la massima attenzione ai luoghi che aveva attraversato,
nella speranza di poter fuggire e ritornare alla sua patria. Il chierico
l’aveva anche interrogata a lungo circa gli usi e costumi della sua
gente ed era rimasto sorpreso quando lei gli aveva detto di essere ebrea
anche se non parlava una parola di Aramaico e nemmeno dell’Ebraico
antico, ma tutto corrispondeva: dimostrava di conoscere molti dei
particolari più semplici delle storie narrate nel libro della Genesi,
almeno quelle che venivano di solito raccontate ai bambini piccoli. In
ultimo, forse per amore verso il suo nuovo padrone, aveva accettato di
essere battezzata ed era stato in quell’occasione che Tolomeo le aveva
imposto il suo nuovo nome, più semplice da ricordare rispetto a quello
originario che alle sue orecchie suonava solamente come un insieme di
suoni gutturali.
Mentre Tolomeo si decideva ad accontentarla e sbocconcellava un
pezzetto di formaggio accompagnandolo coi fichi e il dolce vino di Rodi,
Roxane gli si sedette al fianco e forse lo avrebbe persino accarezzato
se non avesse avuto paura di offenderlo nei suoi stessi sentimenti. E
quando finalmente lui ebbe finito e si diresse verso il proprio
appartamento, lo seguì docile facendo un po’ di chiarore con la
lucerna, lo accompagnò fino al semplice cubicolo in cui dormiva e poi
finalmente si ritirò verso l’ala dove stavano i pochi altri servi.
Grosse lacrime le rigavano le guance, ora che era sola e nessuno poteva
vederla, finalmente dava libero sfogo alle sue emozioni: non si faceva
illusioni, il suo padrone, per quanto buono, non avrebbe mai accettato
di sposare una semplice schiava, lei si sarebbe accontentata di esserne
anche l’ultima delle sue amanti, se mai ne avesse avute, pur di
potergli restare vicina. Ma vedeva che adesso era tormentato da
preoccupazioni che gli impedivano di avere anche un solo attimo di vita
privata; sperava solo che questo non durasse a lungo.
La mattina successiva, il giovane Curatore ebbe le prime brutte
sensazioni già mentre tornava verso la Biblioteca dopo essere stato a
messa all’alba come suo solito accompagnato dai pochi servi che
rappresentavano tutta la sua famiglia. Il monaco che aveva tenuto il
sermone era stato molto duro contro quelli che chiamava pericolosi
residui delle antiche superstizioni, e quel che è peggio, si vedevano
in giro capannelli di quelli che ormai riconosceva come esaltati che,
stimolati dai discorsi che alcuni caporioni contribuivano a diffondere,
lanciavano torve occhiate verso di lui, non avendo ancora il coraggio di
attaccarlo apertamente per la sua alta posizione all’interno del
governo della città, ma più probabilmente intimoriti dalla daga che
portava appesa alla cintura di borchie di bronzo dorato che gli cingeva
la tunica di porpora; sapevano bene che pur essendo un diacono aveva
anche esperienza di combattimenti e poteva dimostrarsi un avversario
pericoloso per gente più usa alle risse del porto che alla guerra.
Rientrato nei sicuri quartieri della Biblioteca, ebbe un’altra
conferma che non c’era più tempo da perdere: trovò gli impiegati
riuniti in capannello intorno a due di loro che avevano urgente bisogno,
se non di cure mediche, almeno di darsi una ripulita: avevano le vesti
sporche di fango e di sterco che qualcuno aveva lanciato loro addosso,
erano pallidi di paura e uno si teneva un panno umido sulla fronte.
Tolomeo si affrettò a visitare il contuso e sospirò di sollievo
vedendo che non si trattava che di un semplice bozzo rigonfio, ma non vi
era traccia di sangue né tantomeno di fratture. Applicò un unguento a
base di timo e chiara d’uovo sulla tumefazione dell’anziano
inserviente che da parte sua si mostrava più coraggioso del suo
compagno di sventura che non aveva subito altri danni tranne dover fare
lavare il proprio vestito. Il Curatore li congedò ordinando che
andassero alle vicine terme a darsi una ripulita e fece loro consegnare
delle tuniche pulite perché si cambiassero, lasciandoli poi liberi di
scegliere se tornare al lavoro o prendersi un giorno di riposo. Dopo di
che si diresse risolutamente verso l’ala più interna della
Biblioteca; qui in una sala appartata trovò due dei suoi collaboratori
più fidati che stavano esaminando alcuni cilindri di rame, accanto a
loro c’era una vasca piena d’acqua e in questa altri cilindri se ne
stavano immersi da più giorni.
“Nearco. A che punto siamo con gli esperimenti?”
Nearco non era un membro del solito personale dell’istituto,
originario di Tessalonica e poco più anziano di Tolomeo, era uno dei
più brillanti ingegneri militari che ancora servissero nell’Esercito
Bizantino, erede delle tradizioni delle legioni romane, conosceva tutti
i segreti delle opere di fortificazione e della costruzione di macchine
da guerra come baliste, trabocchi e arieti. Tolomeo lo aveva conosciuto
durante il suo servizio militare ed avevano fatto subito amicizia,
naturale quindi che avesse subito accettato di aiutarlo in quella
avventura quando, poco tempo prima, si era trovato a passare da
Alessandria e aveva incontrato dopo tanto tempo il suo vecchio compagno
d’armi.
Il secondo uomo era un personaggio ancora più fuori luogo sulla
sponda sud del Mare Nostrum; era un giramondo costretto ormai da
anni se non proprio a nascondersi, almeno ad adottare comportamenti che
non suscitassero attenzioni particolari da parte delle autorità
religiose: era una specie di gigante biondo alto almeno cinque cubiti
con una gran barba fluente, si faceva passare per un innocuo giocoliere
da fiera, sbarcava il lunario intrattenendo la gente sui sagrati delle
chiese e nei mercati con giochi di prestigio, ma sosteneva di essere uno
degli ultimi druidi della Britannia. Bettws di Llangwyn, o più
semplicemente Betto come lo chiamavano gli altri per semplicità
latinizzandone il nome, era un mago! Esperto erborista e profondo
conoscitore delle forze della natura, non aveva mai voluto saperne di
convertirsi al Cristianesimo, ma a parte questo era una brava persona
estremamente leale verso i pochi amici fidati, anche se non aveva mai
voluto rivelare come mai fosse finito in Egitto, all’estremo opposto
delle terre un tempo sottomesse a Roma; a chi glielo chiedeva,
rispondeva con un semplice: “Voglia di viaggiare.” E chiudeva lì il
discorso. Con questi presupposti, era ovvio che in quella città
cosmopolita finisse per frequentare l’unico luogo dove avrebbe potuto
parlare liberamente delle sue esperienze e dei suoi studi: la Grande
Biblioteca; e diventasse anche lui un buon amico del suo Curatore.
“Tutto bene, Tolomeo. Tutti i cilindri sono risultati
perfettamente stagni, soprattutto da quando abbiamo sostituito la
guarnizione di cuoio con un’altra di feltro intriso a caldo con una
resina a base di colofonia inventata dal nostro amico iperboreo. Forse
qualche problema potrà sorgere il giorno che vorremo di nuovo aprirli,
se passerà troppo tempo, potremmo essere costretti a segarli.”
“Quello sarà l’ultimo dei nostri problemi. Non c’è più
tempo da perdere, la nave è ormai pronta, Semeon ha selezionato un
equipaggio fidato e anche le attrezzature speciali che ho fatto
costruire sono tutte finite e collaudate per quanto possibile. È tempo
ormai che mi aiutiate a scegliere quali libri portare con noi. Sarà una
scelta dolorosa, ma necessaria, non possiamo portarci dietro tutta la
Biblioteca.”
“Già, sarebbe un po’ ingombrante!”
“Ci puoi rivelare dove andremo?”
“Non adesso. Sappiate solamente che sarà un viaggio lungo e
pericoloso e non è nemmeno detto che riusciremo a portalo a compimento.
Comunque, chi non se la sente è libero di restare ad Alessandria o
meglio ancora andarsene da qualche altra parte, non mi offenderò se
scopro che i miei amici sono più furbi, prudenti e intelligenti di me!”
“Un viaggio verso l’ignoto, estremamente pericoloso, contro
gli ordini delle autorità, con buonissime probabilità di lasciarci la
pelle e senza possibilità di fare ritorno! Ottimo! Cosa aspettiamo?
Diamoci da fare! Nessuno ci ha mai proposto un’avventura più
esaltante!” Bettws espresse il parere di entrambi.
“E allora muoviamoci! Ci sono già stati dei disordini e due
impiegati sono stati aggrediti poco fa, grazie al Cielo senza
conseguenze irreparabili. Se ci sbrighiamo, in un paio di giorni tutti i
volumi che ci interessano saranno pronti e racchiusi nelle nuove
custodie. Nei magazzini abbiamo già abbondanti provviste di viveri e
oggi stesso dirò a Semeon di portare la sua nave al molo sotto le mura
occidentali della Biblioteca, ufficialmente per scaricare dei sacchi di
calce necessari per dei restauri urgenti.”
Le cose non andarono come Tolomeo sperava, ci volle più tempo di
quanto avesse preventivato per risolvere tutti gli ultimi intoppi e
affrontare quei problemi che non era riuscito a prevedere. Per esempio,
ogni libro andava staccato dalla sua columella di legno o d’avorio
sulla quale era normalmente conservato avvolto, prima di inserirlo nei
cilindri di rame e in ogni contenitore andavano messi anche alcuni grani
di mirra per difendere i preziosi scritti dall’assalto di muffe o
insetti le cui uova potevano essere già presenti sui fogli; inoltre
occorreva anche trovare qualcosa per riempire gli spazi vuoti che
rimanevano fra i cilindri di rame contenenti i rotoli di papiro, una
volta che li avessero riposti in quelle anfore rivestite internamente di
piombo; in un primo momento aveva pensato di fasciare ogni cilindro con
stracci, ma una tale operazione avrebbe portato via troppo tempo; allora
pensò di usare del grano, facilmente reperibile in città e che avrebbe
rappresentato anche una ulteriore riserva d’emergenza, ma proprio
Betto gli fece notare come le granaglie avessero la pessima
caratteristica di poter fermentare anche al chiuso se vi fosse rimasta
dell’umidità all’interno, e non era un rischio da correre a cuor
leggero; andò a finire che scelsero di riempire gli interstizi con
lenticchie secche, quei legumi non fermentavano ed anche loro erano
utilizzabili come fonte di cibo in caso di necessità. Comunque il
mercante al quale fu costretto a rivolgersi per averle, dato che non
erano presenti fra le scorte che aveva già accumulato un poco per volta
per non dare nell’occhio, gliele fornì senza fare domande indiscrete
su come mai tutti quegli studiosi avessero avuto improvvisamente voglia
di minestra di lenticchie, peggio del biblico Esaù.
I cilindri di rame che ora contenevano i preziosi manoscritti,
tutti accuratamente numerati e catalogati, vennero così riposti insieme
ad altri oggetti che intendevano portare con loro, coperti con le
lenticchie nelle anfore e poi queste ultime, tappate con dischi di
terracotta che avevano subìto il medesimo trattamento, vennero
sigillate con piombo fuso versato nell’intercapedine fra il tappo e il
collo, dopo di che il piombo fu nascosto con un ulteriore strato di
ceralacca che portava l’impronta dei sigilli ufficiali dei doganieri
imperiali che ispezionavano normalmente tutte le spedizioni di cereali;
questi marchi erano delle abili falsificazioni messe in pratica dall’incisore
della Biblioteca, che non ebbe alcuna difficoltà per realizzarli, in
fin dei conti era lo stesso artista del bulino che aveva fatto a suo
tempo quelli veri per conto dell’amministrazione del porto.
Il giorno fissato per la partenza si avvicinava sempre di più,
ma altre prove attendevano Tolomeo e i pochi amici che lo avrebbero
accompagnato.
4.9
- Gondar L’Asmara,
fine settembre 1951.
Alle sei e trenta in punto, il maggiore dei Regi Carabinieri
Umberto Amedeo Vallesi, conte del Medebai, si presentava nel cortile
centrale del Comando dell’Esercito Coloniale. La sua divisa però non
era certo in sintonia con tanti titoli altisonanti: rispettando la
tradizione e le lezioni che aveva appreso dal generale, Umberto si era
messo comodo, in tenuta da scampagnata, come erano abituati a chiamare
le ricognizioni da quelle parti. Stivaletti da paracadutista con la
suola in Vibram e calzettoni di lana kaki lunghi al ginocchio,
pantaloncini coloniali all’inglese, giacca sahariana, occhialoni da
carrista e fazzolettone di seta naturale al collo per proteggersi dalla
polvere e il suo cappellaccio preferito a larga falda con la fascia
rossa di pelle di serpente, quanto restava di un povero cobra sputatore
finito arrosto e mangiato di gusto durante la sua prima missione esterna
africana; al cinturone aveva agganciato la fondina con la sua Browning
HP 9 mm Parabellum non di ordinanza e un pesante billao della P.A.I.,
sulle spalle oltre allo zaino con tutte le solite dotazioni, la tracolla
del fucile d’assalto Sturmgewehr ’44 tedesco, un altro ricordino di
quella famosa passeggiata alla ricerca di un gruppo di contrabbandieri
sudanesi, lo aveva poi accompagnato in molte altre rivelandosi un fidato
compagno di avventure.
Come si era immaginato, trovò il plotoncino di militari
nazionali e ascari già schierato accanto ai veicoli; Purtroppo
mancavano quasi tutti gli uomini che tante volte lo avevano accompagnato
in quelle missioni: il sergente maggiore Sergio Cecconi col suo accento
romanesco anche quando parlava in uno dei tanti dialetti abissini che
conosceva e sempre pronto a dare consigli, Azmet Destà lo sciumbashi
anziano padre di Miriam, che lo aveva svezzato nel trattare con gli
ascari e lo aveva validamente affiancato nella sua prima missione come
comandante; e tanti altri nomi e volti che adesso gli tornavano alla
memoria. Preferì non continuare a rammentare per non intristirsi: la
vita continua e le operazioni militari pure, far bene il proprio lavoro
è il modo migliore per onorare i caduti.
Già dalla prima occhiata si riconoscevano subito i pochi
veterani dai nuovi venuti, le uniformi dei primi erano più o meno come
la sua, con le inevitabili varianti dovute ai gusti personali dei
singoli; gli altri per inesperienza o per paura di trovarsi di fronte a
un ufficiale ligio ai regolamenti, indossavano la tenuta tropicale da
campagna standard del Regio Esercito. Cercò di fare subito un minimo di
conoscenza.
“At-tenti! Plotone esplorante pronto alla partenza! Maggiore!”
Il sergente scattò sugli attenti subito imitato da tutti gli altri e
fece il saluto militare.
“Riposo! Sergente maggiore Avi. Ma il tuo posto non dovrebbe
essere dietro la scrivania in fureria a far da filtro agli scocciatori
per il generale?”
“Coi rincalzi dall’Italia sono arrivati un paio di autentici
letterati! Perciò in due forse riusciranno a fare la metà del mio
lavoro per una settimana. Non mi sarei mai perso l’opportunità di
questa scampagnata signore!” Nonostante facessero parte della stessa
brigata di amici nel tempo libero, il sergente d’origine polacca
quando era in servizio manteneva istintivamente le distanze con l’ufficiale.
“Attento a non prenderci gusto! Hai visto anche tu cosa può
succedere.”
All’altra estremità della squadra di soldati italiani, la
figura del secondo sergente gli era sembrata familiare fin dal primo
momento, arrivato di fronte, la vista del “cono gelato con le ali”
metallico appuntato sul taschino della sahariana e soprattutto il
pesante fucile da tiratore scelto che teneva a tracolla glielo fecero
immediatamente riconoscere, il soldato lo salutò per primo:
“Sergente Elio Bichi ai vostri ordini, signore!”
“Comodo!” Umberto rispose al saluto.
“Ma tu non avresti dovuto congedarti al ritorno dalla Corea e
cercarti una morosa? Che ci fa un paracadutista della Nembo quaggiù in
colonia?”
“Colpa vostra, signore! Quando siamo rientrati ho incominciato
a guardarmi in giro, poi ho visto il cinegiornale del vostro matrimonio
e quante belle ragazze ci sono da queste parti. Ho firmato per passare
nel ruolo v.f.p. e ho sfruttato qualche aggancio per farmi trasferire!”
“Ce l’hai ancora la Gertrude?” si riferiva alla
grossa balestra da tiro che il cecchino usava quando non voleva fare
troppo rumore “Con quei baffoni quasi non ti riconoscevo.”
“Sì signore! È già a bordo della mia camionetta, non si sa
mai. Non speravo di rincontrarvi così presto e di avervi subito come
comandante alla mia prima uscita operativa.”
“Anche se abbiamo passato tutta una notte abbracciati nella
stessa buca, questo non vuol dire che ti baci in bocca subito! Preparati
a imparare un mucchio di cose nuove.” La battuta servì a sciogliere
definitivamente il ghiaccio e Umberto ordinò di salire a bordo dei
veicoli con un’ultima raccomandazione. “Mi rivolgo ai pochi
veterani, che tengano d’occhio i novellini e gli insegnino i trucchi
del mestiere senza fare troppi scherzi.”
Con gli ascari non aveva bisogno di presentazioni, erano quasi
tutti sue vecchie conoscenze a partire dallo sciumbashi che li
comandava: Ioannes Destà era un altro degli zii di Miriam, anche lui
militare di carriera per vocazione, come tutti in quella famiglia. Al
gruppo, per sua espressa richiesta, si era aggregato anche Ailé
Endacciù; il dubat era un Amara originario proprio della zona intorno a
Gondar, avrebbe potuto essere d’aiuto per la sua conoscenza del
territorio e la sua presenza in ufficio non era al momento
indispensabile.
Dato il piccolo numero di militari, il convoglio era costituito
solamente da quattro camionette Sahariane SPA AS 43 e quattro Campagnole
Fiat AR 45 nuove di fabbrica, tutte con armamento addizionale. Su due
delle Sahariane gli specialisti del reparto manutenzione avevano
montato, oltre alle solite MG 42 di preda bellica, un cannoncino
automatico Bofors 40/56, i pezzi erano stati recuperati da un
cacciatorpediniere inglese mandato alla demolizione nel porto di Massaua,
mentre sulle altre avevano installato dei mortai da 81 mm più adatti,
col loro tiro curvo, dei vecchi cannoncini Breda da 65 mm per un
eventuale supporto di fuoco, mentre le Campagnole avevano un cestello
rialzato ad anello armato con una delle tante Browning M2 HB calibro
12,7 mm fornite con generosità dall’alleato americano durante la
guerra. La piccola autocolonna, anche se usciva per una semplice
ricognizione in zona tranquilla, poteva contare su una potenza di fuoco
non indifferente, forza dell’abitudine e sana precauzione da parte di
gente che si era trovata a volte a dover affrontare grossi guai quando
meno se l’aspettava. Decine di taniche per il carburante di riserva e
l’acqua potabile, gli zaini dei soldati, teloni arrotolati, cassette
di munizioni, attrezzi vari e radio ricetrasmittenti completavano le
dotazioni di bordo lasciando agli uomini appena il posto per sedersi.
Mentre passavano accanto all’officina dell’autoreparto
diretti verso il cancello che dava direttamente sulla strada statale per
Cheren e Agordat, il maresciallo che la comandava gli gridò dietro:
“Non me le riempite di fango e stateci attenti! Quelle
macchine, fra dieci giorni, devono partecipare alla sfilata!” Tutto
fiato sprecato.
Dieci minuti dopo, stavano già filando alla velocità di
crociera di 70 Km orari, diretti verso la zona di Gondar, dove pensavano
di arrivare nel tardo pomeriggio contando sulla bella giornata e lo
scarso traffico.
Ad Agordat si fermarono per riempire i serbatoi dei veicoli e
data l’ora ne approfittarono anche per mangiare, la piccola
guarnigione della città era più che altro un posto di rifornimento
gestito da un reparto della sussistenza e un piccolo nucleo di
carabinieri al comando di un maresciallo maggiore che Umberto conosceva
già da tempo: prima di ottenere quell’incarico, aveva fatto parte
della squadra investigativa di l’Asmara agli ordini del capitano
Locascio e aveva partecipato alle indagini sulla Rosa di Sangue.
“Piacere di rivedervi, maggiore. L’ultima volta che ci siamo
incontrati, eravate venuto a prendere dei libri di quel pazzoide che si
credeva un salvatore di anime! Vi sono poi serviti? Quando vidi i
titoli, non mi sembravano romanzi di avventura.”
“Le avventure le ho vissute direttamente, grazie! Comunque sono
risultati validi, ci permisero di capire dove i comunisti intendevano
colpire. E voi, come ve la passate in questo avamposto?”
Vedendo il maresciallo imbarazzato per l’arrivo inatteso di
tante persone, fatto che scombussolava l’andamento della caserma
soprattutto per la necessità di sfamare tutta quella gente di
passaggio, il giovane ufficiale, piuttosto che usare subito le razioni
che si erano portati dietro, si dette un’occhiata intorno e l’insegna
dipinta su un grosso cartello che vide sulla facciata di una palazzina a
un piano lì vicino gli dette l’ispirazione per risolvere
brillantemente il problema: Da Gennaro. Pizza verace a tutte le ore.
Gli ascari e gli altri soldati fecero la spola fra la pizzeria e il
cortile della caserma carichi di pizze calde e bottiglie di birra fresca
con grandissima soddisfazione di tutti, la pizza margherita era fatta
secondo tutte le regole e croccante al punto giusto.
“Mi sembra che questa missione stia incominciando nel migliore
dei modi. Dev’essere per questo che le chiamate scampagnate!” Fu il
solo commento che il sergente Bichi si lasciò sfuggire prima di
addentare con gusto la prima fetta della sua pizza.
“Aspetta e vedrai!” Pensò Umberto. “Se ci capiterà da
scarpinare, rimpiangerai i paracadutisti coi loro comodi aeroplani che
li portano fino a destinazione.”
Come succede sempre in tutte le operazioni militari: l’uomo
prevede e Dio provvede. La speranza di arrivare a Gondar prima di notte
sfumò definitivamente quando, dopo una lunga deviazione verso Sud a
causa dei lavori per la costruzione di una nuova strada, arrivarono al
ponte di Sabera Dildil sul Grande Abbai, il nome locale del Nilo
Azzurro; trovarono un battaglione del Genio impegnato proprio a
ricostruirlo, due mesi prima, l’alluvione annuale dovuta alle grandi
piogge se lo era portato via.
Il fatto ovviamente era ben noto anche al Comando di l’Asmara,
ma sapevano anche che era stato lanciato un ponte provvisorio di barche
e su quello avevano contato di passare. Purtroppo, proprio quella
mattina, un apripista Caterpillar da venti tonnellate aveva pensato bene
di rompersi un cingolo mentre lo attraversava; la grossa ruspa aveva
sbandato bruscamente sfondando la leggera spalletta ed era caduta su una
delle barche affondandola e strappando tutta una sezione del ponte, il
guidatore si era salvato a nuoto per miracolo: trascinato dalla forte
corrente del fiume era riuscito a toccare terra solo dopo cinque
chilometri, e meno male che quel giorno i coccodrilli dovevano soffrire
di disappetenza.
Al loro arrivo, oltre ad alcuni autocarri civili e militari fermi
in attesa, trovarono i genieri che stavano ancora cercando di rimediare
al danno, il ponte fisso non era ancora completo e di quello su barche
era tanto se erano riusciti ad evitare di perderne tutti i pezzi. Di
attraversare a guado, in quella stagione non era assolutamente possibile
nemmeno pensarlo, neanche ad avere dei mezzi anfibi, la corrente era
troppo impetuosa.
“Dovrete tornare indietro fino a Motà e poi prendere per
Corrè e attraversare l’Abbai a Tisoà Dildil; quel ponte è
transitabile normalmente.”
Il capitano del genio del Comando di Addis Abeba era anche lui un
veterano d’Africa, la sua divisa da campo era più o meno come quella
di Umberto Vallesi, a parte lo strato di fango che vi si era accumulato
e il salvagente americano Mae West verde giallognolo tenuto
slacciato, con la barba lunga di parecchi giorni e gli occhi rossi di
chi non è riuscito a farsi un’intera notte di sonno da ancora più
tempo. Si vedeva subito che non era tipo da accampare scuse o far
perdere tempo inutilmente. Umberto prese la mappa della zona dalla
cassetta porta documenti della sua camionetta e la stese sull’ampio
cofano motore posteriore per studiare con gli altri il nuovo percorso
che gli aveva suggerito: la deviazione avrebbe allungato il viaggio di
parecchi chilometri e su piste secondarie. La cosa non gli piaceva per
niente.
“Scusate capitano. Se dobbiamo fare tutta questa strada in
più, ci metteremo tutta la notte solo per arrivare a Debra Tabor. Voi
conoscete senz’altro meglio di me la situazione in questa zona; cosa
fareste al mio posto?”
Il capitano stette qualche momento a grattarsi la guancia
pensieroso, poi.
“Avete ragione, maggiore. Dev’essere colpa della stanchezza
che non mi fa ragionare lucidamente. Il guaio è che ogni anno nella
stagione delle piogge succede sempre la stessa storia, dovremo deciderci
a cercare di risolverla una volta per tutte con delle belle opere di
bonifica e canalizzazione. Ma questi sono problemi miei, non vostri.
Volete il mio consiglio? Eccovelo: passate anche voi la notte qui al
nostro accampamento con gli altri; non dovrete fare nemmeno la fatica di
montare le tende, vi presteremo le nostre, tanto noi non ne avremo
bisogno, lavoreremo anche tutta la notte, stiamo aspettando degli
autocarri con il nuovo battello-ponte per sostituire quello andato
distrutto e un altro apripista, dovrebbero essere qua poco dopo
mezzanotte. Per domattina avremo finito di sicuro e potrete passare dall’altra
parte appena fatta colazione. In questo modo arriverete a Gondar prima
che se aveste dovuto fare tutto il giro e senza perdere la nottata.”
“Vi ringrazio. Vorrei potermi sdebitare in qualche modo.”
“Non ci sono problemi. Vi ho riconosciuto subito, maggiore
Vallesi. Siamo noi ad essere sempre in debito con voi. L’unica cosa
che potreste fare per me ora, sarebbe procurarmi un pacchetto di
sigarette, ma voi non fumate… L’ultimo che avevo, mi si è
infradiciato tutto mentre cercavo di ripescare il mio ruspista.” Il
capitano finì la frase con un’alzata di spalle.
“Avi! Hai sentito? Puoi risolvere il dramma personale di questo
capitano?” Umberto sperava di poter fare conto sulla nota capacità
del sergente di avere sempre di tutto a disposizione per qualsiasi
evenienza.
“Ci penso io, signore!”
Il sergente maggiore frugò in uno dei gavoni della sua AS 43 e
dopo un attimo porse una stecca di Macedonia Extra al
riconoscente ufficiale del Genio.
“Con i ringraziamenti del Terzo Raggruppamento, signore! Per l’ospitalità
che ci avete offerto.”
“Grazie a voi!” Il capitano si sarebbe accontentato anche di
un pacchetto di Nazionali Semplici o forse addirittura delle
micidiali Milit. “Vi garantisco che questo maledetto ponte per
domattina sarà transitabile, altrimenti mi impegno a portarvi tutti
dall’altra parte sulle mie spalle a nuoto!”
L’ufficiale arraffò la stecca aprendola subito e un minuto
dopo tornava verso i genieri al lavoro con una sigaretta accesa fra le
labbra mandando voluttuose nuvolette di fumo.
Stanchi per la lunga giornata di viaggio, dopo la cena al campo
offerta anche quella dalle cucine del battaglione del Genio Pontieri,
riuscirono tutti a dormire come ghiri nonostante il baccano dei
macchinari degli uomini intenti a lavorare al ripristino del ponte di
barche alla luce delle fotoelettriche; l’andirivieni di trattori e
autocarri fra l’accampamento e la riva del fiume Abbai continuò senza
soste fin dopo l’alba, quando finalmente tutti quelli che erano lì in
attesa poterono attraversare il ponte di barche rimesso in funzione e
proseguire verso le loro destinazioni.
Nonostante le venti ore di ritardo rispetto a quello che avevano
calcolato, nel primo pomeriggio arrivarono finalmente a Gondar, l’antica
città sede del Patriarcato Copto Ortodosso Etiope li accolse col sole
che finalmente bucava le nuvole di uno degli ultimi temporali della
stagione. Lo avevano visto in lontananza mentre, tra Ifag e Minzero
correvano sulla strada asfaltata che costeggiava la sponda est del lago
Tana, ma non avevano avuto bisogno di fermarsi a montare i teloni di
copertura dei veicoli. La valle che digradava verso il lago era verde di
vegetazione e nei campi i contadini locali erano intenti a sarchiare il
terreno per far penetrare in profondità la pioggia appena caduta, in
modo da nutrire il secondo raccolto dell’anno, con le piante di ceci
già rigogliose e cariche di piccoli baccelli ancora verdi.
“Rechiamoci subito alla guarnigione. Poi penseremo a come
assolvere all’incarico diplomatico.”
Girarono intorno al castello di Cusquam, posto sulla cima di una
collinetta e quasi completamente nascosto dalle impalcature dei lavori
di restauro che andavano avanti da alcuni anni fra le diatribe degli
archeologi conservazionisti, che avrebbero voluto limitare i lavori alla
semplice salvaguardia di quello che era rimasto, e quelli della scuola
dei ricostruttori che invece vogliono riportare i monumenti all’antico
splendore per quanto possibile; in questo caso avevano vinto i secondi e
presto il maniero, costruito da Iyasu I nel XVII secolo con evidenti
influenze portoghesi, sarebbe stato di nuovo abitabile ed era destinato
a diventare la sede degli uffici coloniali e di un grande museo.
Il quartiere del presidio italiano era molto più grande delle
effettive necessità della piccola guarnigione e occupava il vecchio ex
Consolato Italiano con le costruzioni vicine, perciò non ebbero alcuna
difficoltà ad ospitare i nuovi venuti. Mentre il sergente Avi si
occupava di far alloggiare gli uomini insieme al personale locale,
Umberto Vallesi si recò nell’ufficio del comandante, un giovane
tenente proveniente dalla Divisione Sassari in avvicendamento per
svolgere un periodo di comando in territorio coloniale che gli sarebbe
servito d’esperienza nel seguito della sua carriera militare; giunto
da poco dall’Italia in sostituzione di un altro ufficiale che adesso
lavorava presso il Comando di Addis Abeba.
L’ufficiale del Comando di l’Asmara sperava di non trovarsi
di fronte a qualcuno ancora intriso di regolamenti, che avrebbe potuto
frapporgli degli ostacoli. Lo trovò in compagnia del maresciallo dei
carabinieri che comandava la locale stazione; se non altro si
risparmiava la fatica di doversi presentare due volte.
“Buona sera, maggiore.” Fu la pronta risposta del comandante
del distaccamento, la cui origine sarda era tradita dall’accento e
dalla costituzione fisica spigolosa, fatta più di tendini che di
muscoli. “Sono il tenente Gavino Marongiu, messo da poco al comando di
questa guarnigione e dopo nemmeno un mese dal mio arrivo in Africa!
Perciò fate conto che il vero comandante sia il qui presente
maresciallo maggiore Campagnano, che sta tentando di insegnarmi il
mestiere. Vi aspettavamo, il generale Da Pettori ci ha avvisato del
vostro arrivo con un fonogramma.”
“Ci ho messo un po’ più di quanto avessi previsto: l’Abbai
ha pensato bene di danneggiare anche il ponte di barche lanciato dal
Genio a Sabera Dildil e abbiamo dovuto aspettare che fosse riparato.”
“Non occorre che vi scusiate. Conosciamo bene i danni che
provoca tutti gli anni la stagione delle piogge.
Il generale vi ha messo al corrente dei problemi che stiamo
avendo con quegli archeologi americani? Ne stavamo appunto discutendo
fra noi quando siete arrivato.” Il maresciallo era un veterano dell’Africa
e gli era stata affidata la tenenza di Gondar anche per le sue capacità
diplomatiche con il clero copto, sempre diffidente verso i
colonizzatori.
“Solo per sommi capi, evidentemente la situazione non è chiara
nemmeno per lui, mi ha solamente accennato a dei contrasti fra il
Patriarcato e la missione archeologica. Siccome quest’ultima ha avuto
i permessi direttamente dal Governatorato Generale del Vicerè di Addis
Abeba, toccherà a noi cercare di metterli d’accordo.”
La cosa buona in tutta la questione, era che anche il tenente era
una persona che veniva subito al dunque, senza perdersi in chiacchiere.
Aveva all’incirca la stessa età di Umberto Vallesi, ma pur non avendo
la stessa sua esperienza dell’ambiente della colonia, dimostrava
almeno il buon senso di affidarsi a chi ne sapeva di più.
“Potete almeno farmi un riassunto? Prima di andare a parlare
con l’Abuna vorrei conoscere come minimo com’è la situazione al
momento. Oltre tutto mi sembra strano che una persona colta come il
Vescovo abbia fatto tante storie con degli archeologi; li ho visti al
lavoro anche ad Axum e laggiù non ci sono stati problemi di sorta.”
“I problemi sono venuti fuori solamente negli ultimi giorni.
Questi archeologi americani sono a Gondar ormai da quasi un anno, e non
hanno mai dato fastidio. Stanno scavando un sito a Sud-ovest della
città, dove credono di aver trovato i resti di un insediamento molto
più antico; non chiedetemi di cosa si tratta, se avrete necessità di
saperlo, dovrete rivolgervi direttamente a loro, io non ci capisco
niente. Poi è arrivato un pezzo grosso direttamente dall’America,
credo che sia il loro finanziatore, che sta insistendo perché spostino
gli scavi in un’altra zona. È a questo punto che i religiosi si sono
opposti.”
“Insomma si tratta di capire se i permessi che hanno riguardano
solo una zona precisa o sono più ampi, come sostengono loro, e capire i
motivi di rifiuto da parte della Chiesa Copta. Come al solito dovremo
cercare di metterli d’accordo, da una parte abbiamo dei religiosi con
i loro terreni sacri e che, nonostante tutto, non ci vedono ancora di
buon occhio e cercano tutte le occasioni per ritagliarsi uno scampolo di
potere, e dall’altra della gente che si crede autorizzata a scavare
dove gli pare e non possiamo trattare troppo male, per non offendere un
alleato che oltre tutto sta investendo un mucchio di quattrini sia in
Italia che nelle nostre colonie.”
“Già, il problema, almeno per quanto ci riguarda direttamente,
è proprio questo. Nel mio ufficio ho la cartelletta con la copia dei
permessi di scavo. Vado a prenderla, così potrete farvi un’idea prima
di andare a parlare con l’Abuna che in questi giorni è in sede al
Ghebbì Easìl.” Precisò il maresciallo della locale tenenza dei
carabinieri alzandosi per andare a prendere l’incartamento nell’ufficio
vicino.
Intanto il tenente Marongiu continuò con quanto era a sua
conoscenza illustrando al maggiore Vallesi la situazione. Anche le
notizie che poterono verificare sui documenti non erano poi molte e
quando finalmente Umberto si sentì pronto per affrontare l’Abuna, si
offrì di accompagnarlo.
“Se non disturbo, vorrei poter venire con voi. So che conoscete
bene l’Abuna Chrisostomos che ha addirittura celebrato il vostro
matrimonio” Con tutto quello che la propaganda aveva imbastito nell’occasione,
Umberto dubitava che in tutto l’Impero esistesse qualcuno che non ne
fosse al corrente. “Mi piacerebbe essere presentato, finora l’ho
visto solo in un paio di occasioni ufficiali, ma penso sia mio dovere
cercare di intrattenere dei rapporti cordiali con la massima autorità
religiosa etiope, tenendo anche conto che passa una buona parte dell’anno
proprio nella città alla quale sono stato destinato.”
“Nessuna obiezione da parte mia. Oltre tutto anch’io sono un
convinto sostenitore della necessità di mantenere buoni rapporti con le
autorità locali, che sono anche un’ottima fonte di informazioni.
Vedrete che il vescovo, nonostante quello che si dice in giro, non ha
mai morso nessuno ed è una persona intelligente, oltre a parlare un
ottimo Italiano, cosa che non guasta per uno come voi che è arrivato da
poco dall’Italia, se come credo non conoscete ancora i dialetti di
queste parti.”
“Avete indovinato. Non penso che il sardo mi potrà essere d’aiuto!
Finora dell’Amarico conosco solo qualche parolaccia.”
“Quelle sono sempre le prime che si imparano! Ve lo dice un
esperto in materia.” A Umberto venne da ridere, ripensando alle sue
prime esperienze coi dialetti africani quando era lui il novellino. “Mostratevi
sempre rispettoso verso la sua carica e vedrete che troverete in lui un
interlocutore ben disposto, anche se non è certo il tipo che si lascia
convincere facilmente.”
L’Abuna Chrisostomos li ricevette nel suo studio privato nell’antico
Ghebbì. Come Umberto si era aspettato, l’accoglienza fu cordiale
anche da parte del segretario che pure tendeva istintivamente ad essere
più rigido del suo superiore.
Dopo i primi convenevoli, l’informarsi sulla salute e un
ricordo delle avventure passate insieme – senza entrare in troppi
particolari data la presenza di un estraneo che era preferibile non
venisse a sapere tutto quello che era successo veramente – la
discussione entrò nell’argomento che era il motivo di quella visita.
“Eminenza, mi potete spiegare come mai siete entrati in
contrasto con la missione archeologica americana? So che fino ad oggi
non avevate avuto contrasti; cosa è cambiato? È mio interesse fare in
modo di risolvere il problema, se rientra nelle mie possibilità. Mi
interessa conoscere le vostre ragioni, se non altro per riuscire a
spiegarle a loro.”
Nonostante il rapporto fra Umberto e l’Abuna Chrisostomos fosse
ormai, se non proprio di amicizia, senz’altro di stima e rispetto
reciproco, L’ufficiale italiano dimostrava la giusta dosa di deferenza
verso l’alto prelato anche per dare l’esempio al collega appena
arrivato dall’Italia, che per il suo incarico avrebbe avuto molte più
occasioni di incontrarlo e doveva poter contare sull’appoggio della
Chiesa Copta.
“Come tu ben sai, diletto figlio.” L’Abuna tendeva sempre a
parlare in modo pomposo e se Umberto Vallesi non ci faceva più caso,
per il tenente Marongiu rappresentava una novità, ma preferiva
ovviamente non farlo notare. “Io personalmente, e tramite me anche l’intera
Chiesa Copta, non abbiamo avuto mai niente in contrario alle ricerche
archeologiche, ma pretendiamo il dovuto rispetto per i nostri luoghi
sacri. Non intendiamo assistere passivi a saccheggi indiscriminati delle
memorie del nostro popolo!”
“Capisco il vostro punto di vista, e sapete bene come anche l’Amministrazione
italiana abbia sempre avuto la stessa preoccupazione. Forse per il fatto
che veniamo da un paese ricchissimo di memorie, ne comprendiamo l’importanza
meglio di tanti altri. Perciò spiegatemi pure liberamente che cosa
hanno combinato per incorrere nelle vostre ire, se fino ad ora era
andato tutto bene, quello che vi ha fatto cambiare idea deve essere
successo di recente.”
“Come tuo solito, hai centrato il problema. Fino a meno di un
mese fa, quegli americani non ci avevano mai dato problemi: stanno
scavando un antico villaggio poco più a sud di Gondar ed erano tutti
presi dal loro lavoro. Poi è arrivato un tale che deve essere quello
che ha fornito loro i soldi per la spedizione, deve essere molto ricco
perché si muove con un aeroplano personale. Questo nuovo venuto li
vuole convincere a effettuare delle ricerche in una altra valle poco
lontana che però per noi è sacra perché ospita i cenobi di alcuni
antichi eremiti, ma soprattutto stanno parlando di portare via delle
scoperte che hanno fatto durante gli scavi, quando hanno trovato quello
che sembra essere un’antica chiesa; e noi non possiamo ammettere che
si profanino delle tombe che potrebbero contenere reliquie di santi
uomini, è una cosa inammissibile. Come puoi ben immaginare, ho le mie
fonti di informazione fra gli operai che lavorano per loro.”
“Soprattutto questo ultimo fatto, se corrisponde al vero e non
ho motivo di dubitare della vostra parola, sarebbe estremamente grave.
Il furto di opere d’arte è una piaga anche in Italia e cerchiamo di
combatterlo con tutte le nostre forze. Non ci mancherebbe altro che
questi ladri si mettessero a fare danni anche dalle nostre parti.”
Il colloquio durò ancora a lungo e si concluse con un invito a
cena alla mensa del vescovo. I due giovani ufficiali accettarono per
dovere di rappresentanza ed ebbero a pentirsene: il vescovo copto
seguiva scrupolosamente i precetti della vita conventuale, si
ritrovarono a cenare con una specie di insipida minestrina di verdura,
delle erbe cotte scondite, qualche cipolla, pane azzimo e purissima
acqua di fonte. Mentre nel fresco della sera africana tornavano a piedi
verso la guarnigione, il tenente commentava tristemente:
“Non so voi, maggiore, ma io ho più fame di prima! Mi sembra
di essere capitato in una quaresima fuori stagione.”
“A chi lo dite! Io addirittura sono con un panino da
stamattina. Per paura di perdere troppo tempo, non ci siamo fermati per
pranzare e ci siamo accontentati di trangugiare in fretta qualcosa
strada facendo. Se penso che i nostri uomini, a quest’ora si sono già
scofanati la loro razione di pasta al sugo e tutto il resto, rimpiango
di aver voluto fare l’ufficiale!”
“Vi offendete se, tornati ai nostri alloggi, vi invito a fare
la punta a un salamino piccante delle mie parti? Mi sembra l’occasione
giusta per usare un po’ delle razioni d’emergenza che mi sono
portato dalla Sardegna.”
“Offendetemi pure! Ho lo stomaco che urla per il cibo benedetto
che non si è nemmeno accorto di aver ricevuto. Da parte mia ci metterò
una buona bottiglia di Chianti della riserva del generale, me ne ha date
alcune delle migliori pensando che potessero tornarmi utili per le buone
relazioni con gli archeologi americani. Gli yankees dovranno
accontentarsi di riceverne una in meno, tanto loro non lo sanno.”
La serata finì in bellezza con pane e salame apparecchiati alla
meglio sulla scrivania dell’ufficio, davanti ai bicchieri pieni di
ottimo vino toscano dal color rubino, cementando nel modo migliore una
nuova amicizia nata fra gli imprevisti impegni diplomatici e i tanti
altri problemi della vita militare. L’indomani Umberto avrebbe dovuto
affrontare quei professori universitari e non se la sentiva di farlo
dopo aver passato una triste nottata a stomaco vuoto.
4.10
- Scavatori di tombe
Se c’era una cosa che Umberto Vallesi aveva imparato a seguire
sempre, era l’intuito che spesso lo aveva aiutato a levarsi dai guai e
a trovare la soluzione quando ormai dubitava di riuscirci. Qualcosa gli
diceva che, se voleva scoprire cosa si nascondesse veramente sotto l’improvviso
desiderio di quel gruppo di archeologi per spostarsi in una nuova zona
nonostante l’opposizione della Chiesa Copta, dopo quasi un anno di
tranquilla convivenza anche se non proprio di amicizia, avrebbe dovuto
cercare di impressionare in qualche modo quei grattaterra.
Seguendo l’ispirazione del momento, decise di arrivare sul
luogo degli scavi facendo un’entrata a effetto, se quel poco che
conosceva circa la mentalità degli americani e dei professori
universitari corrispondeva alla realtà, forse sarebbe servito a
scuoterli un po’. Invece di andarci da solo con una campagnola, magari
in compagnia del maresciallo Campagnano, si sarebbe presentato con tutto
il suo plotone esplorante al completo; non intendeva “fare la faccia
feroce”, ma solo far capire che stavano scomodando gente che aveva
cose più importanti da fare che non adoperarsi come paciere in beghe di
poco conto sorte fra degli stranieri e la Chiesa locale.
La colonna motorizzata uscì dalla sede della guarnigione di
Gondar alle sette in punto, sulla prima camionetta sahariana, accanto al
maggiore Vallesi aveva preso posto anche il tenente Marongiu. Non che la
sua presenza fosse indispensabile, ma Umberto capiva bene il desiderio
dell’altro ufficiale di partecipare alla missione, se non altro per
conoscere meglio il territorio di competenza del suo comando. E
ripensando a quando il pivello era lui, trovava che era una decisione
intelligente.
Strada facendo, ne approfittò per chiedere altri particolari
sulle persone che dovevano incontrare.
“Mi potete dare qualche altra informazione circa questo tizio
appena arrivato dall’America? Sembra che i problemi siano sorti solo
dopo il suo arrivo, quindi ci deve per forza entrare lui.”
“Purtroppo solo quel poco che figura sui documenti. È arrivato
una ventina di giorni fa col suo aereo personale direttamente qui a
Gondar (lo tiene parcheggiato vicino agli hangar della LAI), ma se
volete saperne di più, dovrete passare direttamente voi dall’aeroporto,
io di aeroplani ne so ben poco. Poi si è subito istallato al campo
degli archeologi, non è una persona che si faccia vedere in giro in
città, nemmeno per visitare i monumenti.”
“Di quattrini deve averne parecchi, per noleggiare un aereo
appena arrivato a Addis Abeba e tenerlo fermo per tanto tempo a sua
disposizione.”
“Forse ne ha ancora di più di quanto possiate pensare, l’aereo
è suo ed è anche bello grosso, un bimotore con marche di
identificazione inglesi che tiene in Europa per quando ne ha necessità.
Non ho avuto bisogno di chiedere informazioni particolari su di lui, mi
è bastato sfogliare un rotocalco per sapere che abbiamo a che fare col
rampollo di una dinastia di industriali dell’acciaio che farebbe
sembrare i Krupp alla stregua di semplici proprietari di un negozio di
ferramenta.”
“Accidenti!”
Fu l’unico commento ad alta voce. Ma dentro di sé Umberto
pensava già alle possibili complicazioni: gente del genere aveva sempre
agganci anche a livello politico e poteva essere pericoloso prenderli di
punta. In ogni caso il maggiore non era il tipo da lasciarsi
impressionare, quanto ad amicizie ne aveva un bel po’ anche lui e per
di più nei posti che contano in un Impero che metteva al primo posto la
lealtà verso lo Stato.
Per arrivare al campo degli archeologi americani dovettero
tornare indietro verso il Lago Tana per circa cinque chilometri fino ad
Azazò e poi girare a destra su una pista sterrata ma in discrete
condizioni in direzione di Celgà e della base meridionale dell’Altipiano
del Sachelt. Altri venti chilometri e, superato Loza Mariam arrivarono
nella valletta del torrente Maghecc, uno dei tanti corsi d’acqua
secchi per la maggior parte dell’anno che però con la stagione delle
piogge appena finita era adesso in piena con una buona portata d’acqua
verso il vicino bacino lacustre.
Il sito archeologico era proprio sulla sponda sinistra del
fiumiciattolo, in una posizione ideale per un antico stanziamento di
agricoltori, con una piccola piana fertile e abbondanza d’acqua tutto
l’anno.
L’arrivo di un reparto militare in assetto di guerra mosse la
curiosità dei professori universitari e del personale indigeno che
lavorava per loro impiegato nelle operazioni di sterro e nella
ripulitura del sito. Almeno nell’aspetto esteriore, Umberto non trovò
differenze con gli archeologi italiani che aveva conosciuto ad Axum:
stessi vestiti stazzonati, stessi stivaloni di gomma coperti di fango
incrostato e stesso aspetto di persone abituate alla vita all’aria
aperta.
Mentre gli otto veicoli si fermavano lungo la pista, accanto al
cantiere, il direttore si avvicinò subito per scoprire il motivo della
visita, preoccupato dall’aspetto dei nuovi venuti che lasciava
presagire la possibilità di qualche guaio nella regione.
L’esimio professor Robert Fulton, docente di storia antica all’Università
del Massachussetts, rispondeva appieno alla tipologia: sessantenne, la
faccia cotta dal sole, somigliava più a un contadino che a un topo di
biblioteca. Il suo Italiano faceva pena, ma in compenso parlava un
Francese fluente tanto da non aver problemi, dopo lo scambio dei saluti,
per conversare con Umberto che, da parte sua, pensò che doveva
decidersi ad imparare anche l’Inglese se gli toccava continuare a fare
l’intermediario con i tanti stranieri che sempre più spesso gli
toccava incontrare nel suo lavoro.
Come aveva previsto di fare, Umberto lasciò intendere che le
beghe fra archeologi e Chiesa locale non erano il suo problema più
urgente, ma dato che si trovava a passare da quelle parti, gli avevano
appioppato anche l’incarico di risolverle cercando di riportare l’armonia.
“Se non avete fretta, signor maggiore, vorrei farvi vedere a
che punto siamo con gli scavi e mostrarvi quello che abbiamo già
scoperto.”
I due ufficiali italiani si incamminarono insieme all’archeologo
all’interno dell’area degli scavi, mentre il resto degli uomini
approfittava della sosta chi per sgranchirsi le gambe, chi per fumarsi
una sigaretta; il sergente Elio Bichi tirò fuori dal suo zaino un album
da disegno e si mise a fare schizzi del paesaggio e dei suoi nuovi
compagni di avventure.
Il professore cercava di essere cortese col rappresentante del
governo coloniale anche se era evidente che pensava di trovarsi di
fronte al solito militare senza una valida base culturale. Sarebbe
presto rimasto sorpreso, quello che aveva di fronte, nonostante l’aspetto
atletico e la divisa fuori ordinanza da combattimento, poteva contare su
una laurea in Storia e lingue mediorientali all’Università di Napoli
e studi classici conseguiti sempre col massimo dei voti e che in soli
due anni dal suo arrivo in colonia sapeva ormai parlare e scrivere
correttamente nei principali dialetti locali, compresa l’antica lingua
sacra copta, il Ge’ez, senza tener conto che, grazie a Miriam, era
diventato anche un esperto di storia e leggende locali.
“Professore, vi posso chiedere come avete scelto il posto dove
condurre i vostri scavi?”
“nel modo più semplice. Come facciamo sempre in questi casi,
abbiamo preso in esame le località più probabili in base alla
conformazione del terreno ed esaminando quei pochi reperti che potevano
essere visibili in superficie. Io stesso ho condotto scavi analoghi in
Anatolia e in Mesopotamia prima della guerra. Però in questo caso ci
siamo trovati di fronte a dei reperti inaspettati: noi in realtà
cercavamo un insediamento risalente al tardo neolitico o alla prima età
del bronzo. Invece ci siamo subito imbattuti in materiali che ci hanno
fatto datare il villaggio ai primi secoli della nostra era.”
Intanto erano arrivati in cima a un montarozzo che il professore
chiamò tell con un termine arabo che Umberto conosceva; adesso
sovrastavano l’area degli scavi, da quel punto era possibile osservare
tutta la zona.
“Vedete quella linea di buche nel terreno? Sono quanto resta
delle fondamenta di una palizzata difensiva che doveva circondare l’intero
villaggio. Abbiamo trovato anche traccia di un vallo e di un fossato, e
le fondamenta delle abitazioni sono allineate ordinatamente. Si trattava
di un centro importante, realizzato secondo un ben preciso piano
regolatore, che fu abbandonato dopo almeno un secolo dalla sua
costruzione a causa di un’improvvisa alluvione più disastrosa delle
solite piene annuali.”
“Allora, se non avete trovato quello che cercavate, perché non
vi siete subito spostati verso un altro punto più promettente?”
“Perché questo villaggio è estremamente interessante di per
sé e non abbiamo ancora terminato di studiarne la stratigrafia. Sotto
le case che abbiamo trovato ci sono certamente reperti più antichi.”
“Sperate forse di aver scoperto una Troia in terra africana? Se
non sbaglio, Schliemann rinvenne almeno nove città sovrapposte sulla
collina di Issarlik.”
Il professor Fulton rimase piacevolmente sorpreso e guardò sotto
una luce diversa il soldato che aveva di fronte.
“Se è per quello gli strati in quel caso erano come minimo
quattordici! Non penso di essere altrettanto fortunato. Però mi
piacerebbe avere a disposizione qualcuno esperto di questo periodo
storico.”
“Se non avete paura della concorrenza, posso informarmi presso
i vostri colleghi italiani che stanno lavorando ad Axum, potrebbe venire
qualcuno a darvi una mano. Qualcuno esperto della storia locale.”
“L’aiuto di personale competente è sempre benvenuto, non
sono più i tempi delle guerre fra archeologi. Piuttosto credo di avervi
sottovalutato, o per lo meno di non avervi riconosciuto subito. Voi
siete per caso quel Vallesi che l’anno scorso…?”
“La pubblicità che fu fatta al mio matrimonio mi perseguita.
Sì, sono proprio io! Spero che adesso non comincerete a chiedermi se c’era
di mezzo proprio l’Arca dell’Alleanza.”
“Come storico, devo ammettere che quella curiosità ce l’ho!
Ma comprendo benissimo la vostra riservatezza in materia. Comunque
adesso capisco che non siete un semplice militare dalla visione
ristretta. Se potrete aiutarci, ve ne saremo grati; in ogni caso sono a
vostra disposizione per qualsiasi chiarimento mi sia possibile darvi.”
“Non ho ancora visto il vostro finanziatore. So che è arrivato
a Gondar col suo aereo personale e che si è fermato da voi.”
“Già, quello.” Nell’intonazione della voce era evidente
che il professore non nutriva molta simpatia per la persona che pure lo
aveva finanziato. “Il signor Cunningham Junior rappresenta la
fondazione che ci ha permesso questa campagna di scavi, ovvero suo
padre, un miliardario col pallino delle antichità che vuole sempre dei
risultati eclatanti, non si contenta di una semplice ricerca storica.
Adesso è andato con i suoi due segretari a dare un’occhiata intorno,
dovrebbe essere qua fra poco.”
“Allora, se non vi dispiace, lo aspettiamo. Così potrò
parlare anche con lui. Intanto mostrateci a quale punto siete giunti.”
L’archeologo fu orgoglioso di illustrare le loro ultime
scoperte, dilungandosi in spiegazioni dettagliate e costringendo Umberto
a rispolverare tutto quello che aveva imparato nei suoi anni del
ginnasio e dell’università per riuscire a stargli dietro.
Si diressero verso un punto dove, invece di scavare con pala e
piccone, due giovanotti biondi in pantaloni corti e maglietta –
evidentemente degli studenti di un corso universitario tenuto dal
direttore di quella campagna di scavi – stavano chini sul terreno
lavorando di spatola e pennello, intenti a ripulire con attenzione una
superficie appena portata alla luce.
Quella che era visibile ormai in gran parte, era la
pavimentazione di un ambiente di forma quasi circolare piuttosto grande,
circa dieci metri di diametro; una costruzione che occupava il centro
del villaggio e certamente quella più importante dell’antico centro
abitato. Il pavimento era stato realizzato con piccoli ciottoli di fiume
chiari e scuri cementati con malta formando una specie di rozzo mosaico.
Il professore gli mostrò la parte già ripulita, spiegandogli
che in quel punto avevano trovato numerosi oggetti, vasellame ed altro,
di fattura notevolmente evoluta che aveva permesso loro di datare sia
pure approssimativamente lo strato superiore. Ma Umberto fu attratto
subito dai disegni del pavimento, non corrispondevano affatto a quanto
conosceva dell’arte etiope e due soprattutto risvegliavano in lui
strani ricordi che preferiva tenersi per sé: nella parte che in origine
doveva trovarsi immediatamente di fronte all’ingresso, un’aquila con
le ali semiaperte ripiegate lungo i fianchi – l’aquila delle legioni
romane – sormontava una falce legata a una fiaccola rovesciata; quei
simboli lui li conosceva fin troppo bene, ma non poteva parlarne con
nessuno; al centro un cerchio di pietre scure circondava una croce a
bracci uguali in cui il braccio superiore si incurvava fino a unirsi con
quello di destra, formando il monogramma Chi – Ro = Christos il
simbolo scelto dall’imperatore Costantino, con sovrapposta una testa
di lupo vista di profilo, un’allegoria ben strana per quella che era
certamente un’antica chiesa cristiana.
“Non sono un esperto di architettura sacra, ma questi simboli
mi sembrano strani per una chiesa copta. Ho con me un sergente che ha
fatto il liceo artistico, in mancanza di meglio potremmo sentire anche
la sua opinione, se non avete niente in contrario.”
A un cenno di assenso dell’archeologo, Umberto chiese al
tenente Marongiu di dare una voce al sergente perché li raggiungesse e
dopo pochi minuti anche il tiratore scelto d’origine umbra se ne stava
ad ammirare l’antico mosaico.
“Non che abbia mai avuto ottimi voti in storia dell’arte,
maggiore, ma anch’io trovo strani questi disegni. Soprattutto la croce
con la testa di lupo, mi ricorda più un’antica insegna legionaria che
una decorazione da chiesa. Mi sembra di ricordare di averne vista una
simile in un mosaico fra le rovine del foro di Aquileia.”
Stava quasi per parlarne col professore traducendogli quanto
detto dal sergente Bichi, quando vennero interrotti nella loro
ricognizione dall’arrivo di una Jeep con tre persone a bordo, i nuovi
venuti entrarono a passo deciso nella zona degli scavi dirigendosi verso
di loro.
Walter Cunningham Junior, non poteva essere che lui, impossibile
sbagliarsi, indossava un’impeccabile tenuta da caccia in cotone makò
avana chiaro realizzata in sartoria; doveva avere passato da poco i
trent’anni ed il fisico cominciava ad appesantirsi, comunque si
muoveva sul terreno accidentato col passo agile di una persona abituata
anche alla vita di campagna. I suoi due cosiddetti segretari invece
stonavano con l’ambiente come un operaio in tuta alla prima della
Scala: con la struttura fisica di giocatori di rugby, vestivano in
giacca e cravatta nonostante il clima e subito l’occhio clinico dell’ufficiale
dei carabinieri notò gli strani rigonfiamenti sotto le ascelle
sinistre. Quei due erano guardie del corpo, o meglio gorilla, non
certo segretari incaricati di tenere l’agenda con gli appuntamenti.
Gente apparentemente pericolosa ma dotata più di muscoli che di
cervello, buona per tenere a bada i fotografi di fronte a un locale
notturno di Manhattan e magari anche dare una severa lezione a qualcuno
che fosse incorso nelle ire del loro padrone; ma in Africa avrebbero
dato meno nell’occhio se si fossero vestiti alla buona e si fossero
portati dietro un buon fucile, come facevano quasi tutti, invece che dei
revolver a canna corta inutili oltre i dieci metri di distanza.
L’Italiano di Walter Cunningham il Giovane, pur non potendosi
definire degno del Manzoni, era molto migliore di quello del professor
Fulton. Le presentazioni portarono via poco tempo e poi la conversazione
tornò sugli aspetti archeologici sortiti da quella prima campagna di
scavi e l’americano arrivò subito al dunque:
“Si può sapere perché ci avete ordinato di interrompere gli
scavi nel settore dietro la chiesa? Proprio ora che abbiamo trovato una
serie di tombe che promettono di fornire finalmente qualcosa di
interessante?” il tono era quello di una persona che non ha bisogno di
dire due volte quello che vuole, abituata ad essere ubbidita al volo.
Ad Umberto Vallesi il tipo stette subito sulle scatole,
istintivamente sentiva che si trovava di fronte ad un uomo pericoloso,
abituato ad usare qualsiasi metodo, lecito o illecito, pur di ottenere
quello che voleva. Se si fossero dovuti scontrare sarebbero state
scintille, dato che anche il giovane ufficiale non era tipo da rifiutare
una sfida o peggio ancora tirarsi indietro per la paura di pestare i
piedi di persone importanti. In ogni caso, almeno per il momento,
preferiva tentare di usare i metodi morbidi, in fin dei conti era stato
mandato fino a Gondar per fare da paciere, non per scatenare una piccola
guerra.
“Signor Cunningham! Forse non ve ne rendete conto, ma qui siete
degli ospiti, graditi, ma in ogni caso tenuti a rispettare le leggi dell’Impero
Italiano e seguire le nostre indicazioni. Avremmo potuto benissimo
bloccare l’intero cantiere e rimandarvi a casa. Non lo abbiamo fatto
solo perché ci teniamo a mantenere relazioni cordiali con chiunque
venga qua spinto dalla voglia di conoscere la storia di questi popoli,
è anche nel nostro interesse. E nell’interesse della pace sociale vi
invitiamo ad avere maggiore rispetto per le istituzioni locali, violare
delle tombe non è il sistema migliore per mantenere dei buoni rapporti
con la Chiesa Copta.”
“Bah! Non capisco che problemi ci siano! Li avete conquistati
che sono passati più di quindici anni, ormai i padroni siete voi,
fatevi ubbidire!”
“Forse non mi sono spiegato bene!” Il maggiore Vallesi
cominciava a pensare che per farsi capire avrebbe dovuto fare il duro
anche lui. “Questa gente aveva una lingua scritta e una civiltà
duemila anni prima che dalle vostre parti le persone smettessero di
andare in giro vestite di pelli correndo dietro ai bisonti! Il fatto che
noi li si abbia sconfitti e conquistati non vuole assolutamente dire che
siano una razza inferiore.
Cercherò comunque di convincere il vescovo a non frapporvi altri
ostacoli. Ho già una mezza idea che dovrebbe soddisfare sia voi che
lui, permettendovi di continuare nel vostro lavoro. Ma qualsiasi sia la
mia decisione, sarete tenuti a rispettarla, ho avuto ordini precisi al
riguardo.”
Il tenente Marongiu, in qualità di comandante della guarnigione
locale, annuì per far capire che, anche quando il maggiore fosse
tornato a l’Asmara, ci avrebbe pensato lui a controllare che non
sgarrassero. Forse non aveva il fisico imponente del suo collega dei
carabinieri, ma se non avessero ubbidito avrebbero dovuto fare i conti
con la proverbiale cocciutaggine dei sardi.
Incredibilmente, mister Cunningham cambiò all'improvviso modo di
fare, divenne cortese e accondiscendente.
“Forse avete ragione. Mi dovete scusare. Il problema è che ho
poco tempo da poter dedicare a questa spedizione archeologica che pure
mi sta molto a cuore; speravo proprio di poter assistere a qualche
ritrovamento interessante mentre ero qui. Vi prego solo di intercedere
presso il capo della Chiesa Copta per appianare gli ostacoli.
So essere molto riconoscente con chi mi aiuta.”
Questo americano non se ne rendeva ancora conto, ma aveva
commesso un altro errore: credeva di aver solo sbagliato tono di voce
nel primo approccio, ma quell’improvviso cambio d’umore mise ancora
più in sospetto l’ufficiale italiano. Quanto poi a quel non troppo
velato accenno a possibili vantaggi economici nell’aiutarlo, era
cascato veramente male. In ogni caso Umberto Vallesi decise di stare al
gioco almeno per il momento, per scoprire le sue carte ci sarebbe stato
tempo, adesso conveniva non destar sospetti in quello che aveva già
identificato come un possibile avversario.
“Sareste disposti ad accettare la presenza qui al campo di un
rappresentante della Chiesa Copta? Potrebbe assistere all’apertura di
queste sepolture per garantire il dovuto rispetto verso i resti mortali
che vi fossero ancora conservati. Ciò tranquillizzerebbe il vescovo e
vi permetterebbe di proseguire liberamente nel vostro lavoro.”
Il professor Fulton si dichiarò immediatamente d’accordo, a
lui interessava soprattutto poter effettuare una ricognizione
scientifica dei reperti, ma il finanziatore non riuscì a mascherare una
fugace espressione di disappunto che però fece subito sparire dietro la
sua nuova maschera di cordialità.
“Cerchi anche di convincerli a lasciarci condurre degli scavi
esplorativi anche in quella valle che ci interessa. Vorremmo poterlo
fare senza provocare attriti con le autorità religiose.
Perché non restate a pranzo con noi? Intanto potremmo conoscerci
meglio. Anch’io sono stato un ufficiale durante la Seconda Guerra
Mondiale e ho avuto modo di conoscere alcuni vostri colleghi in Germania
quando le nostre armate si incontrarono vicino a Friederichshafen.”
Il maggiore Umberto Vallesi preferì rifiutare per il momento l’invito,
adducendo la scusa di dover proseguire nella sua ricognizione. Rimasero
comunque d’accordo di rivedersi nei giorni successivi per comunicare
anche il risultato del suo abboccamento con l’Abuna Chrisostomos.
Salutati gli archeologi, i militari italiani ripresero posto sui
loro veicoli e proseguirono verso Ovest in direzione dell’Altipiano
del Sachelt.
La colonna motorizzata si allontanò lungo la strada sterrata
verso Ovest sollevando la solita nuvola di polvere, ma dopo una decina
di minuti, arrivati abbastanza lontano dal campo degli archeologi in
modo da non essere visti, Umberto Vallesi ordinò una nuova sosta
chiamando a consiglio i suoi sottufficiali. Quando furono riuniti
intorno alla carta geografica stesa sul cofano della camionetta, il
maggiore espose il piano d’azione che gli era venuto in mente dopo
aver avuto il piacere di incontrare mister Cunningham.
“Ioannes Destà! Scegli tre uomini in gamba, voglio che tornino
indietro e tengano d’occhio quella gente senza farsi scoprire.”
“Sarà fatto, Cummàndar! Se saranno così stupidi da
farsi scoprire da dei civili, li farò tornare a piedi di corsa fino a l’Asmara.”
Lo sciumbashi sarebbe stato capace di farlo sul serio, e gli
ascari lo sapevano bene, ma più che la minaccia della punizione contava
il loro amor proprio di combattenti abituati alle missioni più dure e
capaci di scomparire nel paesaggio circostante. Poi, rivolto al tenente
Marongiu.
“Tenente, vi darò una delle campagnole per rientrare a Gondar.
Non tornate indietro per la strada già fatta, questa mulattiera che
scende verso il lago vi porterà a Sefancherà, da dove poi è tutta
ottima strada fino in città.
Ho bisogno che ci andiate voi a parlare di nuovo con l’Abuna,
ormai lo conoscete e vi ascolterà. Ditegli di inviare una persona di
sua fiducia agli scavi archeologici come ispettore col compito di
riferire sia a lui che a voi per qualsiasi irregolarità che dovesse
notare. Mi dispiace non potervi portare a spasso con noi, ma ritengo che
questo problema debba essere affrontato al più presto. Ci rivedremo
alla guarnigione fra tre o quattro giorni, io ho intenzione di andare a
dare un’occhiata a quella famosa valle che desta strane voglie in quel
riccone americano.
Se ci fosse qualche problema, potremo sempre comunicare via
radio, non ho intenzione di allontanarmi troppo.”
“Sono d’accordo con voi, maggiore. Ho notato come avete
inquadrato subito il signor finanziatore. State tranquillo, anche quando
dovrete rientrare in sede, ci penserò io a far tenere d’occhio quei
tizi. Sono qui da poco, ma ho già avuto modo di fare conoscenza coi
soldati che ho a disposizione e so già a chi affidare il compito.”
“Se riusciste a entrare in amicizia col vescovo, potreste farvi
passare le informazioni che ha già raccolto, ha qualcuno infiltrato fra
gli operai abissini ed è di sicuro uno che sa tenere aperti occhi e
orecchie.”
“Ci proverò, in fin dei conti i nostri scopi in questo caso
coincidono.”
Dopo pochi minuti, i tre ascari incaricati di sorvegliare gli
archeologi avevano preparato gli zaini con provviste di cibo e quant’altro
gli era necessario per restare almeno quattro giorni da soli. Umberto
ancora si stupiva di quanto poco fosse necessario a quegli uomini per
muoversi senza alcun supporto esterno in quella che comunque era la loro
terra.
4.11
- Uali-Daba
Mentre una delle campagnole prendeva per la mulattiera verso il
Lago Tana, riportando indietro il tenente Marongiu; Umberto col resto
dei veicoli, proseguiva verso Celgà, dove arrivavano in tempo per la
sosta di mezzogiorno. Prima di proseguire oltre, l’ufficiale dei
carabinieri si informò presso la locale caserma che ospitava un
distaccamento di zaptié circa la situazione della regione. La zona
risultava essere tranquilla, senza particolari problemi di faide fra i
villaggi di agricoltori e pastori ed era anche molto tempo che non
veniva segnalata la presenza di banditi o predoni, il repulisti che
aveva fatto seguito alla battaglia di Axum aveva contribuito a
migliorare la situazione in tutta la colonia, calmando molte teste
calde.
Se ci si muove per affrontare un probabile nemico, avere a
disposizione la potenza di fuoco assicurata dalle camionette sahariane
armate è sicuramente un vantaggio del quale se ne fa a meno
malvolentieri, ma se si vuole invece esplorare un territorio non molto
esteso con cura per cercare di scoprire cosa vi si può nascondere, l’unico
metodo affidabile è organizzare una bella passeggiata.
Umberto rimandò indietro il sergente maggiore Avi con le vetture
e i soli autisti, col compito di andare ad aspettarli a Tucul Dingtà, a
nord di Gondar, dove stimava di riunirsi entro tre, quattro giorni al
massimo, mentre lui col grosso degli uomini, nazionali e ascari, avrebbe
risalito a piedi la stretta valle del torrente Goang verso l’Amba
Balambras, costeggiando la scarpata del piccolo altipiano del Uali-Daba
per poi attraversare l’altipiano del Sachelt lungo il corso quasi
sempre in secca del torrente Maana.
Fatte le ultime raccomandazioni e esaminate di persona le
dotazioni dei novellini per controllare che tutti fossero in grado di
affrontare i giorni marcia, Umberto Vallesi diede il segnale di partenza
e gli uomini si avviarono in colonna lungo lo stretto sentiero da capre
che li avrebbe portati a risalire la valle. Per abituare i nuovi
arrivati alle tecniche di rastrellamento, anche se si trovavano in un
territorio privo di pericoli, mandò avanti e sui lati delle pattuglie
con compito di esplorazione e copertura, più una squadra di cinque fra
gli uomini più validi in retroguardia anche per recuperare chi restasse
eventualmente indietro, abbinando i più esperti con le reclute e
alternandoli nei vari compiti.
Il territorio dove si stavano muovendo, era molto diverso da
quello dove normalmente il maggiore Vallesi svolgeva i suoi servizi di
pattuglia: il fondovalle era coperto da una ricca vegetazione che in
quel periodo dell’anno mostrava tutta la sua magnificenza: fiori e
frutti riempivano di colori e profumi i rami di alberi e arbusti
richiamando l’attenzione non solo dei rari visitatori, ma anche di
migliaia di uccelli, scimmie e altri animali. Ogni tanto piccole radure
erbose rompevano la continuità di quella che non era una vera foresta,
ma piuttosto una serie di boschetti più o meno fitti costituiti da
piante non molto alte, solo di rado erano visibili degli alberi che
svettavano molto più alti delle chiome degli altri. Nelle zone più
elevate, dove l’acqua delle piogge annuali aveva minori possibilità
di fermarsi, il bosco dava spazio alla prateria arida con acacie spinose
e erba alta dalle foglie taglienti. A intervalli maggiori, qualche
piccolo campo coltivato e recinti per il bestiame indicavano la presenza
di microscopici villaggi di contadini senza nemmeno un nome sulle carte,
costituiti ognuno da non più di tre o quattro capanne circolari tirate
su con pietre a secco e tetti di paglia. Nonostante l’apparenza non
era una zona povera, il clima permetteva due o addirittura tre raccolti
all’anno e il bestiame poteva contare su foraggio abbondante in tutte
le stagioni, ma il terreno malagevole e le difficoltà per spostarsi
limitavano la possibilità di sfruttamento agricolo come in qualsiasi
territorio montano, al contrario delle piane vicine al lago dove sia i
campi degli indigeni che le concessioni agricole affidate agli italiani
immigrati permettevano già una concreta esportazione di derrate
alimentari verso le principali città della colonia.
Ogni tanto, nella falesia scoscesa che contornava l’Uali-Daba,
si aprivano delle strette gole percorse da piccoli affluenti; tentare di
esplorarle tutte avrebbe portato via un’enormità di tempo, in un paio
di occasioni vi si inoltrarono per qualche chilometro, più che altro
per vedere come erano fatte e capire se potevano rappresentare una
possibile via d’accesso per raggiungere la sommità dell’altipiano.
Osservando attentamente le pareti col binocolo, Umberto notò a varie
altezze gli ingressi di piccole grotte, probabilmente in passato alcune
erano state usate come rifugi da monaci eremiti, che dovevano essere
stati anche degli abili scalatori per vivere in posti dove l’acqua
potabile bisognava andare a prenderla discendendo e poi risalendo
strapiombi che non avevano nulla da invidiare alle pareti rocciose delle
Dolomiti.
In un’occasione avvistarono anche un animale rarissimo,
considerato quasi estinto dagli esperti degli istituti di zoologia:
proprio in uno dei canaloni più impervi, mentre osservavano dal basso
le solite grotte accessibili solo alle aquile, sul costone apparve un
magnifico esemplare di lupo dorato abissino. Pur avendone sentito
parlare, nessuno degli uomini della pattuglia ne aveva mai visti in
natura, l’unica famiglia conosciuta viveva una vita agiata in un ampio
recinto dello Zoo di Addis Abeba, discendenti di una coppia catturata
ancora al tempo del Negus Ailé Selassié fra i monti del Sidama, ormai
si comportavano coi custodi come dei simpatici cagnolini; questo invece
osservò a lungo con gli occhi socchiusi gli intrusi che erano penetrati
nel suo territorio, annusò gli odori che il vento gli portava dal fondo
del burrone e poi caracollò via diretto verso la sommità della
montagna.
Poco prima delle sei di sera, quando il tramonto rischiava di
sorprenderli in un punto abbastanza difficile del percorso e pensavano
già se non convenisse tornare indietro fino all’ultima radura che
avevano visto per montare il campo, trovarono uno di quei minuscoli
centri abitati e Umberto decise di fermasi lì per la notte
approfittando anche dell’ospitalità di quella gente. Qualche tallero
di Maria Teresa, la moneta più apprezzata nelle campagne, permise di
acquistare dei capretti e un po’ di verdura fresca risparmiando le
razioni che si erano portati dietro e gli ascari si misero subito al
lavoro per organizzare la cena.
Per la gente del posto la visita inaspettata di un reparto
militare costituiva un evento eccezionale, degno di essere festeggiato
come si deve. Le donne dettero una mano a cucinare la carne e gli altri
generi alimentari e in breve tempo le quattro o cinque famiglie
allargate che vivevano in quel villaggio si radunarono nello spiazzo
inframmezzandosi ai militari con naturalezza, i bambini soprattutto
erano attirati dai pochi bianchi che, se non costituivano una novità
assoluta, erano pur sempre una rarità.
L’ufficiale dei carabinieri e il sergente Bichi, in mancanza di
meglio, distribuirono ai marmocchi le zollette di zucchero e i cubetti
di confettura delle razioni da combattimento, poi con l’aiuto di Ailé
Endacciù che collaborava come interprete – Umberto non conosceva
ancora tutte le sfumature dell’Amarico che era alquanto differente dal
Tigrignà, il primo degli idiomi locali che aveva imparato essendo la
lingua materna di Miriam – si misero a chiacchierare con il capo
villaggio e i due o tre anziani, sempre alla ricerca di informazioni
circa il territorio che stavano attraversando.
Sulle prime gli indigeni se ne stettero sulla difensiva,
preoccupati per l’interesse che la loro remota vallata stava
suscitando fra i potenti conquistatori italiani. Un atteggiamento comune
in tutte le popolazioni isolate che vedono negli estranei sempre un
fattore di disturbo se non un possibile pericolo. Umberto conosceva bene
quella mentalità e preferì affrontare gli argomenti che l’interessavano
prendendola alla larga e concedendo loro tutto il tempo necessario per
entrare in confidenza; prima che la cena fosse pronta, era riuscito a
conoscere solo i soliti problemi di tutti i contadini del mondo: le
stagioni che non erano più come quelle di una volta, i raccolti che non
rispondevano mai alle aspettative e gli acciacchi che l’età dei più
anziani aveva inevitabilmente portato con sé.
La svolta avvenne subito dopo cena. Il sergente Elio Bichi aveva
tirato fuori la sua attrezzatura da disegno e si era messo a fare il
ritratto a due belle fanciulle che incuriosite avevano accettato di
posare senza troppi veli alla luce del falò per gli sguardi soddisfatti
dei militari italiani e senza suscitare scandalo nei familiari. Gli
ascari, riuniti in cerchio con gli uomini del posto, accettarono l’offerta
di birra di teff e mentre sorseggiavano la fresca bevanda
leggermente alcolica, intonarono i soliti canti di bivacco, casualmente
o no fra i primi c’era proprio quello dedicato al loro comandante,
arricchito delle nuove strofe che raccontavano il suo intervento nella
battaglia in difesa di Axum.
Quando i locali scoprirono che l’ufficiale italiano capitato
nel loro sperduto villaggio era niente di meno che il grande Cummàndar
Debra Micael, il semidio che col solo aiuto della sua donna aveva
annientato mille e mille nemici della Fede, a momenti si prosternavano a
riverirlo. Umberto ebbe il suo bel da fare per schermirsi sotto lo
sguardo divertito del suo dubat, mentre l’amico sergente
paracadutista, forse perché non aveva capito le parole della canzone o
più probabilmente distratto dalle grazie delle due ninfette nere che
aveva davanti, per fortuna non vi aveva fatto caso, altrimenti ne
avrebbe di sicuro rischiato gli sfottò nonostante la differenza di
grado.
Il giovane ufficiale approfittò della situazione che si era
venuta a creare per cercare di sapere qualcosa di più e il capo
villaggio, confuso per l’onore della visita di un personaggio ormai
mitico, non fece difficoltà per rispondergli.
“Senza dubbio voi dovete conoscere ogni pietra della valle e
delle alture circostanti, mi potete dire se avete mai visto delle rovine
o qualcos’altro che potrebbe interessare a degli uomini sapienti che
cercano le memorie degli antichi che vissero in queste terre?”
“L’unico villaggio abbandonato, ormai ridotto a pochi cerchi
di sassi invasi dal bosco, è poco lontano da qui, meno di due ore di
cammino risalendo la valle; ma non è tanto antico: quando mio padre era
un bambino, era ancora abitato. Poi venne la febbre delle pustole e
morirono tutti. Non ci sono altre rovine, castelli o fortezze. Questa è
sempre stata una regione tranquilla dove la gente si è sempre occupata
solo di coltivare i campi e allevare bestiame.”
Prima di fare altre domande, Umberto meditò a lungo su quella
prima risposta, aiutato in questo dalle prolungate pause abituali nelle
conversazioni intorno al fuoco: improbabile che un villaggio spopolato
da un’epidemia di vaiolo appena tre quarti di secolo prima potesse
essere ritenuto interessante per degli archeologi giunti da Oltreoceano;
d’altra parte vi era un’altra cosa strana, come mai il capo
villaggio era stato così pronto nel voler precisare che si trovava fra
gente pacifica? Cosa si nascondeva dietro un tale comportamento? Tutte
le popolazioni etiopi si vantavano sempre della loro bellicosità, una
simile dichiarazione gli sembrava quasi contro natura. Se ne avesse
avuto la possibilità gli sarebbe piaciuto potersi consigliare col suo
amico generale, un profondo conoscitore di quei popoli e delle loro
mentalità, ma adesso poteva solo contare sul suo intuito e sull’evidente
ascendente che la sua fama gli procurava. La prossima domanda, ne era
sicuro, avrebbe solleticato la vanità del suo interlocutore, nessun
abissino sapeva resistere alla tentazione di raccontare qualche bella
storia antica.
“Pur vivendo da poco tempo in Abissinia, sono sempre
interessato a conoscere la storia di questa nostra terra e dei popoli
che ci vivono. Qualcuno fra di voi può raccontarmi la storia della
vostra vallata? Venendo fin qua ho notato molte grotte e ho sentito dire
dal Grande Abuna di Gondar che esse furono un tempo rifugio di santi
uomini.”
Aveva visto giusto, uno degli anziani, un vecchio sdentato coi
pochi capelli e la rada barba completamente bianchi, trasse un profondo
respiro tendendo la pelle del petto sulle costole e raddrizzandosi sulla
schiena, poi iniziò il suo racconto con voce impostata, tipica dei
cantastorie.
“Molte e molte generazioni sono passate su questa terra da quei
tempi lontani. A quei tempi la gente che viveva in questa regione non
credeva ancora nell’Unico Dio Nostro Signore Cristòs.”
La sua mano destra corse a sfiorare la piccola croce di legno
intagliato che portava al collo legata con una cordicella, in un segno
di rispetto tipico di tutti i Copti osservanti. Umberto attese paziente
che il vecchio continuasse nel suo racconto, ormai ben difficilmente si
sarebbe fermato.
“In quell’epoca remota la nostra gente per lo più adorava
gli spiriti degli alberi e il dio della Luna, a parte i Falashà
stanziati nei villaggi vicino al lago e sulle isole. Loro credevano già
nell’Unico Dio, il Signore di Abramo, Mosè e Salomone, ma pur stando
e commerciando con noi si sposavano fra loro.
Vivevamo circondati da altri popoli bellicosi che compivano
razzie rubando il bestiame e portando via i bambini e i giovani più
robusti per venderli come schiavi nelle lontane terre del Settentrione.
Poi giunsero dal Nord degli stranieri che non si comportavano come gli
altri. Furono subito nostri amici e prima ancora di istruirci nella Vera
Fede, ci aiutarono a difenderci dai nostri nemici, ci dettero leggi che
sono ancora osservate e ci insegnarono come irrigare i campi per
migliorare i raccolti. Essi si stabilirono fra noi sposando le nostre
figlie e diventammo un unico popolo valoroso come pochi che estese il
suo potere su tutta la gente che viveva intorno al grande lago.
Dopo molti anni, il capo di quei sapienti, sentendo di essere
prossimo alla fine della sua lunga vita, cercò un posto adatto per
ritirarsi in solitudine e lo trovò proprio in questa valle. Molti
uomini lo aiutarono a trasportare le sue cose fino a una grotta che si
apre in una piccola valle laterale che da allora divenne la sua casa. La
sua fama di sant’uomo attirò altri desiderosi di pregare Dio in
solitudine e ben presto di formò una comunità di eremiti.
Per suo volere, quella valletta fu considerata sacra, proibita a
chi non si è consacrato a custodirne i cimeli, e anche noi che ci
abitiamo vicino dopo tanto tempo non conosciamo più la sua ubicazione
precisa. Per evitare di incorrere nella maledizione, evitiamo di entrare
nelle grotte che sono protette dai lupi che vivono sull’altipiano; in
cambio i lupi non attaccano i nostri armenti anche quando li portiamo a
pascolare sulle terre alte; per questo non abbiamo bisogno di difenderci
dai nemici, altri poteri più gradi di noi ci proteggono.
Ormai da tanti anni non ci sono più santi uomini che vivono
nelle grotte della montagna, ma essa è pur sempre sacra e vi sono
occasioni in cui qualcuno ancora viene a visitare quei luoghi per
venerare le sante reliquie custodite nel tempio di Debra Skandér.”
A questo punto il narratore fece una serie di gesti di scongiuro, quasi
che anche solo nominarlo potesse attirare la maledizione destinata ai
violatori del segreto. “Questo tempio è una chiesa che dicono sia
stata costruita dagli angeli sotto la montagna per permettere al santo
eremita di pregare convenientemente anche quando non era più in grado
di muoversi dalla sua grotta, ma nessuno di noi sa dove sia, ci è
proibito seguire chi ha il diritto di recarvisi, né noi ci teniamo a
farlo altrimenti la carestia e le malattie si abbatterebbero sui nostri
villaggi.”
Il vecchio continuò ancora a lungo narrando altri motivi
caratteristici volti a rafforzare il divieto di cercare il misterioso
santuario e, se non fosse stato per certi particolari a sua conoscenza,
soprattutto l’insistenza da parte del miliardario americano per venire
a mettere il naso da quelle parti, Umberto sarebbe stato tentato di
catalogare tutta la storia nel reparto favole senza fondamento. Avrebbe
cercato di saperne di più dal suo esperto personale di miti e leggende:
il vecchio Destà Gual, in fin dei conti ne aveva sposato la nipotina
adorata.
A notte fonda tutti si ritirarono nelle tende per qualche ora di
meritato riposo dopo aver fissato i turni di guardia, anche se non ve ne
era necessità era intenzione dell’ufficiale mantenere le sane
abitudini di ogni pattugliamento militare, così non vi sarebbero stati
problemi il giorno che avessero dovuto fare sul serio. In breve, escluse
le sentinelle, tutti dormivano tranquilli, avvolti nelle coperte
militari, distesi su del fieno profumato offerto dagli ospitali
contadini del villaggio.
All’alba, dopo una frugale colazione, il plotone esplorante era
pronto a riprendere il cammino. Salutarono il capo villaggio e gli altri
abitanti di quell’angolo d’Africa, si rimisero gli zaini e le armi a
spalla e si avviarono verso l’Amba Balambras che era ancora lontana
quasi un giorno di cammino.
Strada facendo, Umberto notò che il suo nuovo sergente tendeva a
strascicare i piedi insonnolito; gli si avvicinò per fare un po’ di
conversazione e cercare di capire quale fosse il suo problema.
“Penso di non essere lontano dal vero se suppongo che stanotte,
con la scusa di ispezionare le sentinelle, tu abbia trovato il verso di
infilarti in qualche capanna?”
“Non era una capanna! C’era un bel mucchio di fieno fresco in
un campo lì vicino e la notte era tiepida. Abbiamo solo fatto un bel po’
di ginnastica insieme!” Il sergente Bichi rispose automaticamente,
prima di rendersi conto di stare parlando col suo comandante, ma il
sorriso divertito di Umberto lo rassicurò che non ci sarebbero state
conseguenze disciplinari.
“E meno male che non conosci ancora nemmeno una parola delle
lingue locali! Cerca di non farla diventare un’abitudine, in altre
circostanze potrebbe essere pericoloso.”
“Ne sono consapevole, signore. Ma avevo una sentinella a
portata di voce e soprattutto ho visto come vi tengono in considerazione
gli indigeni, non avrebbero mai osato aggredire uno dei vostri uomini.”
“Se eri abbastanza vicino all’ascaro di sentinella da poterlo
chiamare in caso di pericolo, puoi stare sicuro che la tua avventuretta
notturna non è passata inosservata! Immagino come ti avranno
soprannominato! Per essere alla tua prima operazione esterna in Africa,
ti sei già fatto una fama!”
“Forse più che fama, andrebbe chiamata fame arretrata! Ma non
me ne pento di sicuro. Spero solo che quella ragazza non abbia noie dai
suoi, non sono nemmeno riuscito a capire come si chiama.”
“Non credo. Questa gente non ci fa troppo caso per l’avventura
di una notte, l’importante è che lei fosse consenziente, sarà
rimasta affascinata dai tuoi baffi a manubrio.”
“Altro che consenziente! Io pensavo di non riuscire ad andare
oltre qualche bacetto, mi sarei accontentato; ma quella ha preso l’iniziativa,
e insomma… non si è accontentata di una sola ripresa!
Mi rendo conto di essere ridotto a uno straccio.”
“Ora non stare a farmi un rapporto dettagliato! Non ho di
queste curiosità morbose. Piuttosto cerca di non dormire in piedi, o
rischi di cascare in qualche burrone! E quando avrai la mente più
riposata, vorrei che tu mi facessi i disegni delle figure di quel
mosaico che abbiamo visto nel sito archeologico.”
“Sì, signore. Non si preoccupi, me li ricordo bene. Alla prima
sosta butto subito giù un abbozzo. Immagino che vogliate mostrarli a
qualche esperto.”
Mentre tornava verso la testa della colonna, un ascaro gli fece l’occhiolino
con un sorriso divertito.
“Questa notte Sergente Zumzum fatta grande battaglia!”
“Ecco fatto!” Pensò Umberto. “Il nostro artista
paracadutista è sistemato per le feste! Questo soprannome se lo terrà
addosso fino a quando non andrà in congedo!”
Per puro scrupolo, dato che si trovava lungo il loro itinerario,
persero qualche minuto a esplorare il villaggio abbandonato, ma non era
rimasto altro che qualche mucchietto di pietre appena riconoscibili in
mezzo alla vegetazione cresciuta nelle aie e dentro i tucul crollati,
folta e rigogliosa come quella che lo circondava. La povertà dei resti
lo convinse ancora di più sul fatto che quello non poteva essere
sicuramente un possibile obiettivo di interesse per degli archeologi,
almeno non per i prossimi quattro o cinque secoli.
Ormai anche i novellini si erano fatti il fiato, la marcia
procedette spedita con le solite soste di dieci minuti ogni ora e il
nuovo campo venne messo in perfetto orario proprio alla base dell’amba
che era servita da punto di riferimento per tutta la giornata. Cenarono
con le razioni che si erano portati dietro e, dato che nella zona non c’era
anima viva da poter interrogare, ne approfittarono per ritirarsi a fare
una bella dormita prima del solito. Se non ci fossero stati intoppi, la
sera successiva avrebbero raggiunto i loro veicoli a Tucul Dingtà in
tempo per tornare a Gondar per l’ora di cena.
L’alba li vide già in marcia verso Est. In breve abbandonarono
il crinale per raggiungere il greto del torrente Maana, dove le ultime
piene della stagione delle piogge avevano ripulito il terreno lasciando
un’ampia striscia sabbiosa e pianeggiante che rendeva il cammino più
agevole permettendo loro di marciare più spediti, tanto da stimare l’arrivo
al punto d’incontro coi loro veicoli prima di quanto avessero previsto
alla partenza.
Poco prima di mezzogiorno, Umberto Vallesi dette il segnale di
sosta per il pranzo approfittando di aver trovato quella che doveva
essere un’area di sosta abituale per i pastori nomadi in movimento con
le loro greggi e le piccole carovane di mercanti girovaghi che si
spostavano da un villaggio all’altro facendo commercio spicciolo. Era
quanto di più somigliante a una stazione di servizio quella civiltà
pastorale avesse saputo concepire: ovviamente non c’erano addetti alle
pompe di carburante, ma il pozzo aveva una noria efficiente per tirare
su l’acqua, accanto a questo due forni a cupola tirati su con pietre e
argilla e una provvista di legna secca sufficiente per il fuoco e,
riparati in una buca coperta con grosse pietre piatte, erano stivati
generi alimentari di vari tipi. Rispettando le usanze, gli ascari
prelevarono farina e sale per preparare la burgutta, il tipico
pane non lievitato, e lasciarono in cambio delle scatolette di carne,
fiammiferi e sigarette Milit, ammesso che queste ultime a
qualcuno piacessero. Il pane appena sfornato risultò preferibile alle
gallette delle razioni da campo per accompagnare una specie di stufato
ottenuto riscaldando il contenuto delle scatolette con l’aggiunta di
un po’ di verdura selvatica che avevano raccolto strada facendo.
Stavano per rimettersi in cammino e avevano già gli zaini sulle
spalle, quando notarono una nuvola di polvere a Est che si stava
avvicinando rapidamente. Dieci minuti dopo, furono visibili a tutti le
sagome delle loro camionette che procedevano velocemente su quella pista
appena tracciata, ma dal fondo piano e senza grossi ostacoli.
“Felice di rivedervi tutti, Avi. Come mai ci sei venuto
incontro invece di limitarti ad aspettarci dove avevamo stabilito?”
“Ho pensato che avreste gradito uno strappo, risparmiandovi
almeno gli ultimi chilometri. Per esperienza personale so bene che sono
sempre i più duri.
Quando siamo arrivati a Tucul Dingtà, ho preso informazioni e ho
saputo che la pista in questa stagione era praticabile anche dai veicoli
a motore senza alcun problema, ma se lo ritenete necessario, possiamo
sempre tornare indietro scarichi.”
“Ormai, tanto vale approfittarne! Non mi sento sportivo fino a
questo punto!”
In effetti erano tutti ben contenti di risparmiarsi un’altra
camminata sotto il sole del pomeriggio e presero posto sulle vetture che
invertirono la direzione per tornare a Gondar, dove arrivarono in poche
ore.
Prima ancora di cenare con i suoi uomini, Umberto si ritrovò col
tenente Marongiu e il maresciallo della locale tenenza dei carabinieri
per scambiarsi le informazioni che avevano raccolto e conoscere le
ultime novità. Il tenente della guarnigione gli confermò di non avere
avuto problemi nel suo colloquio con l’Abuna Chrisostomos, il quale si
era dichiarato d’accordo con la soluzione prospettata e avrebbe subito
provveduto a mandare dagli archeologi una sua persona di fiducia per
controllare ufficialmente il loro lavoro.
“Allora non ci resta che ripassare dagli scavi domani mattina
per dare un’ultima occhiata e recuperare i miei tre ascari che abbiamo
lasciato di guardia e poi noi potremo finalmente tornarcene a l’Asmara,
dove ci aspettano delle giornate di fuoco con la visita ufficiale del
Re-Imperatore e tutto il resto.”
“Non vi invidio! Le parate sono belle a vedersi, ma doverle
fare… Domani verrò anch’io con voi fino all’accampamento degli
archeologi con la mia campagnola, faremo un po’ di strada insieme,
così potremo discutere tranquillamente delle eventuali novità prima di
salutarci.”
Il giorno dopo, come arrivarono al luogo degli scavi, trovarono
parcheggiata vicino alle due Jeep degli americani una vecchia automobile
scoperta Lancia del 1920 con un autista locale intento a togliere gli
ultimi granelli di polvere dalla bella carrozzeria rosso bordò usando
uno straccio umido. La targa abissina di prima della conquista italiana
mise sull’avviso il maggiore Vallesi, e infatti trovarono insieme agli
archeologi il segretario dell’Abuna, con un diacono che gli faceva
ombra usando un grosso ombrello di tela cerata verde.
“Buon giorno signor maggiore. Come vede Sua Santità
Chrisostomos ha subito preso in considerazione il vostro suggerimento e
mi ha delegato ad occuparmene personalmente.”
“Spero che questo non vi abbia causato soverchi problemi,
conosco bene quanti difficili impegni comporti il vostro incarico di
segretario personale.
Cosa avete trovato di interessante?”
“Le quattro tombe che abbiamo esaminato fino a questo momento,
ci hanno riservato l’ennesima sorpresa.” Intervenne il professor
Fulton dal fondo di una buca dove si era cacciato per osservare da
vicino i reperti. “Guardate queste monete che abbiamo già ripulito!
So che voi conoscete il Greco antico, non dovreste avere problemi a
identificarle.”
Su un tavolino pieghevole lì vicino, uno dei giovani assistenti
gli indicò quattro o cinque dischetti metallici scuri per la corrosione
dei secoli. Umberto li osservò con attenzione usando anche una lente di
ingrandimento in dotazione agli archeologi e riuscì ad identificarne
tre dalle scritte ancora leggibili: un asse di Costanzo Cloro, un
siclo siriano con il profilo di un governatore bizantino non
meglio identificabile e un talento d’argento coniato ad
Alessandria d’Egitto nel V secolo dopo Cristo; quest’ultimo era in
ottime condizioni e recava su una faccia il profilo dell’Imperatore d’Oriente
e sull’altra una serie di figure di chiara ispirazione cristiana: due
santi con un agnello fra loro sormontati dal cristogramma Chi – Ro.
Di nuovo quel simbolo che aveva già visto sul pavimento della chiesa.
“Questa è la prova di contatti commerciali lungo il Nilo fin
dai primi secoli della nostra era. Mi complimento con voi, è una
scoperta importante.”
“Siamo appena all’inizio, abbiamo trovato anche due fibule in
bronzo e la fibbia di una cintura. Mi dispiace dovervi disturbare
ricordandovi quella mezza promessa d’aiuto che ci avete fatto, ma
adesso è ancora più necessario che ci raggiunga qualcuno esperto di
quel periodo storico.”
“Sarà mio dovere prendere contatto con la missione
archeologica italiana appena sarò di ritorno in sede.
Sarà soddisfatto anche il signor Cunningham; finalmente avete
trovato qualcosa di veramente importante.
Dov’è, piuttosto. Ci tenevo a salutarlo.”
“Mister Cunningham non sa ancora niente di queste scoperte, è
dovuto rientrare in Europa per impegni improrogabili. Ma ha apprezzato
il vostro impegno e chiede anche di ringraziare Sua Eminenza per essersi
privato del suo segretario mandandolo ad aiutarci. Da parte mia mi
affretterò a mandargli un telegramma appena avrò raccolto dei dati
certi.”
“Me lo saluti personalmente e lo rassicuri che l’amministrazione
italiana farà di tutto per facilitare le vostre ricerche.”
Gli ultimi sviluppi presentavano diversi vantaggi, ragionò
Umberto, se gli scavi dell’antico villaggio erano così promettenti,
difficilmente avrebbero ancora insistito per spostarsi in un’altra
zona, la presenza nel luogo degli scavi del pomposo segretario dell’Abuna,
che sembrava non avere motivi di contrasto con gli archeologi, gli dava
la garanzia di evitare ulteriori conflitti e lui avrebbe avuto il tempo
per condurre delle indagini: era ormai ora che i moschettieri dell’Asmara
tornassero a darsi da fare, c’erano troppe cose che andavano chiarite
e i suoi amici avrebbero saputo dargli una mano anche questa volta.
Conclusa la parentesi diplomatica, Umberto tornò verso l’autocolonna
che era rimasta ad aspettarlo sulla pista, i soldati che si erano
sparpagliati intorno tanto per sgranchirsi le gambe e curiosare anche
loro su quello che stava tornando alla luce, ripresero i loro posti sui
veicoli e nessuno dall’esterno ebbe modo di accorgersi che erano tre
in più di quando mezz’ora prima erano arrivati. I tre ascari lasciati
a spiare il campo degli archeologi americani si erano ricongiunti con i
loro camerati senza dare nell’occhio. Avrebbero avuto tempo in seguito
per fare il loro rapporto al comandante.
Il rientro al Presidio di l’Asmara avvenne a notte fonda,
avrebbero potuto benissimo fermarsi in una delle guarnigioni lungo la
strada per pernottare, ma avevano tutti voglia di tornare a casa. Anche
se la missione era stata di breve durata e priva di difficoltà,
sentivano la tensione nervosa per l’importante appuntamento previsto
da lì a pochi giorni. Lasciarono i veicoli di fronte al cancello ormai
chiuso del capannone del reparto manutenzione veicoli, portarono le loro
armi e le munizioni alla casermetta deposito – quella era aperta e
sorvegliata ventiquattrore su ventiquattro – e finalmente si
diressero, chi verso le camerate, chi agli alloggi dei sottufficiali.
Per stendere il rapporto ufficiale e salutarsi, avrebbero avuto tutto il
tempo l’indomani.
Umberto si avviò verso la sua casetta nel quartiere
residenziale, contento per non aver avuto problemi insormontabili
durante la breve uscita operativa; camminando assaporava i profumi della
notte portati dalla brezza e si ritrovò ad ammirare il panorama della
città alla debole luce delle stelle e di un quarto di luna prossimo al
tramonto. Miriam certo già dormiva: nelle sue condizioni, anche se
cercava di dimostrarsi instancabile come suo solito, aveva bisogno di
quiete; avrebbe cercato di non svegliarla.
Fece girare la chiave nella serratura con la massima delicatezza,
socchiuse la porta e cercò a tentoni l’interruttore della luce
sperando che la porta di comunicazione con la camera da letto fosse
chiusa.
“Non accendere la luce, amore!” La voce sommessa di lei lo
emozionò come il primo giorno che l’aveva conosciuta. “Sapevo che
saresti tornato e ci tenevo ad accoglierti come ho sempre fatto.”
“Sciocchina, hai rischiato di passare sveglia tutta la notte
seduta su una sedia.” Ma Umberto era felice per quella piccola
attenzione. “Avremmo anche potuto fermaci ad Agordat o Cheren e
rientrare domani mattina.”
Nella debole luce che entrava dalla porta la vide avvicinarsi
avvolta nella leggera vestaglia e gli sembrò ancora più bella di come
la conosceva.
“Ti conosco troppo bene, Tenente Vallesi. Vuoi mangiare
qualcosa?”
“No, abbiamo mangiato strada facendo, non mi occorre altro che
togliermi la polvere di dosso e infilarmi a letto.”
Andò a finire invece che, quando uscì dalla doccia avvolto nel
suo accappatoio, si sedettero l’uno vicino all’altra sul divano
della veranda a contare le stelle cadenti e coccolarsi a vicenda come
fidanzatini e si ritirarono a dormire solo quando entrambi si accorsero
di non riuscire più a tenere gli occhi aperti.
In quei pochi giorni che ormai li separavano dall’arrivo del Re
a l’Asmara, gli impegni di lavoro erano tali e tanti che il giovane
ufficiale preferì rimandare qualsiasi ulteriore indagine a quando
avessero avuto un po’ di respiro. Si limitò solamente ad avvertire il
generale su come aveva risolto per il momento le controversie fra la
Chiesa Copta e gli archeologi americani e ad inviare al Comando dei
Servizi segreti di Forte Boccea a Roma una richiesta di informazioni,
precisando che di mister Cunningham gli interessava sapere soprattutto
quello che non avrebbe potuto trovare sui giornali e le riviste.
Poi le prove della sfilata, le ultime revisioni ai testi dei
discorsi e le tante piccole beghe d’ufficio gli fecero passare in
secondo piano tutto quello che aveva scoperto presso gli scavi e nella
valle del torrente Goang. Ma non per questo era sua intenzione lasciare
perdere: le impressioni che aveva avuto in quell’unico breve incontro
col ricchissimo finanziatore degli scavi, il rapporto che aveva ricevuto
dagli ascari lasciati a sorvegliare il cantiere in quei tre giorni e
soprattutto le strane sensazioni che aveva avuto raccogliendo notizie
dagli abitanti della valle dove avrebbero voluto compiere delle
prospezioni, insieme ai reperti che aveva visto ritrovati nell’antico
villaggio; lo avevano convinto della necessità di ulteriori indagini su
più campi per cercare di scoprire quali segreti vi si nascondessero.
4.12
- Sfilate e medaglie L’Asmara,
primi di ottobre 1951.
L’arrivo del Re e Imperatore Umberto II a l’Asmara due giorni
prima della data fissata per la cerimonia di consegna delle decorazioni
al valore, avvenne in pompa magna. Il viaggio era stato organizzato con
cura, parte di una missione diplomatica più ampia che avrebbe visto la
famiglia reale in visita di stato anche in India e in Australia, fino al
lontano possedimento italiano dell’isola di Truk, in mezzo all’Oceano
Pacifico, per poi rientrare via Canale di Panama in un completo giro del
Mondo. Tenendo fede al suo spirito di militare, Sua Maestà aveva
preferito rinunciare al panfilo reale e si era imbarcato sulla corazzata
Littorio, nave ammiraglia della Seconda Flotta di base a Taranto.
Sarebbe stata un’occasione per mostrare la Bandiera nel Mar Rosso e
nell’Oceano Indiano dove, con la fresca indipendenza dell’India, gli
interessi politici e commerciali italiani avevano nuove possibilità di
espansione.
La prima sosta era stata in Egitto con sbarco ad Alessandria e
successiva visita di stato al Cairo e alle piramidi, ospite di Re Farouk,
per poi reimbarcarsi a Suez. Adesso, alle dieci in punto, la potente
nave da battaglia veniva ormeggiata alla Banchina Regina Elena, fra gli
urli delle sirene delle navi in rada e i getti d’acqua dei
rimorchiatori, mentre la scorta costituita dalla I Divisione
Incrociatori restava per il momento al largo. Già durante la notte
precedente la nave da sbarco Lombardo aveva provveduto a
scaricare le autovetture di rappresentanza e tutti gli altri veicoli di
accompagnamento.
Come è facilmente immaginabile, esauriti gli inevitabili doveri
di rappresentanza, il re, la famiglia e il seguito preferirono
proseguire subito con la littorina di rappresentanza usata solo nelle
grandi occasioni verso la capitale eritrea piuttosto che restare nel
caldo umido della città portuale. A l’Asmara sarebbero stati ospitati
nel Palazzo del Governatore, restaurato e ingrandito a tempo di record
dopo i danni subiti durante i combattimenti in città di un anno prima,
quando i commandos comunisti vi si erano asserragliati in un ultimo
disperato tentativo di difesa.
Umberto Vallesi e Miriam, nonostante i tanti impegni di servizio,
dovettero trovare anche il tempo per una brevissima visita privata: dopo
il loro incontro a Roma non avevano più avuto altre occasioni di vedere
la famiglia reale, ma soprattutto la regina Maria Josè aveva espresso
il desiderio di conoscere senza gli obblighi dell’ufficialità tutti i
protagonisti di tante avventure e rivedere la giovane signora Vallesi
per farle gli auguri per la prossima nascita del primo figlio, perciò
venne organizzato un incontro quasi segreto.
Nel pomeriggio, un’anonima berlina Lancia con la targa del
Regio Esercito entrò nella tenuta del generale Da Pettori andando a
parcheggiare sul retro, vicino alla rimessa. La permanenza del Re e
della consorte nell’insolita fattoria toscana trapiantata alla
periferia della capitale eritrea fu per forza di cose brevissima per non
intralciare i tanti appuntamenti ufficiali, ma riuscirono lo stesso a
ritagliarsi il tempo necessario per incontrare e salutare i tanti
emozionantissimi dipendenti indigeni e visitare lo studio-museo del
veterano, dove si erano radunati i Moschettieri di l’Asmara,
come si erano soprannominati i sei amici per non prendersi troppo sul
serio.
Poco prima della fine di questo incontro privato, il generale
consegnò al Re una strana lettera scritta su un semplice foglio a
quadretti strappato da un quaderno delle elementari e piegato in
quattro.
“Maestà, ho bisogno del vostro parere se sia il caso di
leggere in pubblico, domani durante la cerimonia, questo che è il
testamento di uno dei nostri caduti nella battaglia per Axum.”
Umberto II, incuriosito, dette una rapida scorsa al testo scritto
a lapis con grafia incerta su quella semplice pagina. Poi sorrise
divertito e commosso e la rese al generale.
“Permesso accordato! E se qualcuno si scandalizzerà, peggio
per lui!”
Dopo che la famiglia reale era ripartita verso il Palazzo del
Governatore, Umberto chiese al generale cosa ci fosse di particolare in
quel documento.
“Come mai non me lo avete dato mentre preparavo i testi per la
cerimonia? Cosa c’è di tanto scandaloso da dover chiedere addirittura
l’opinione di Sua Maestà?”
“Mi dispiace, ma non te lo posso rivelare. Sei citato nel
testo!”
Inutile insistere, Umberto ormai conosceva bene il carattere del
suo mentore in terra d’Africa: il piacere perverso che provava
mettendolo di fronte a situazioni o persone inaspettate e, quando gli
capitava l’occasione, capace di mantenere un segreto meglio di un’ostrica.
E il giovane maggiore ebbe un altro motivo personale di
preoccupazione ad aggiungersi ai tanti legati ai suoi doveri ufficiali
che lo assillavano per la buona riuscita delle celebrazioni del giorno
successivo.
Il giorno della cerimonia, fin da prima dell’alba praticamente
tutta la popolazione di l’Asmara e migliaia di altre persone
provenienti da tutti i paesi vicini, si accalcava lungo il percorso del
corteo, mentre i più fortunati in possesso degli ambitissimi biglietti
d’invito si dirigevano verso il grande centro polisportivo della GIL.
Una volta tanto, il giovane maggiore dei carabinieri non aveva
dovuto sobbarcarsi impegni eccessivi, dall’Italia erano arrivati degli
specialisti nell’organizzazione di simili eventi, lui si era solamente
dovuto occupare della revisione dei discorsi ufficiali e di controllare
che le traduzioni nelle varie lingue parlate nella colonia fossero
fedeli agli originali. Non per questo se la sarebbe potuta prendere
comoda: i dubat avevano praticamente preteso di averlo alla loro testa
durante la sfilata, costringendolo ad addestrarsi anche per quello con
numerose prove sul terreno di esercitazione del Presidio, e poi avrebbe
avuto il compito di stare sul palco reale a disposizione per qualsiasi
evenienza.
Non avendo il dono dell’ubiquità, con qualche equilibrismo
nella scaletta della cerimonia, un attendente che lo avrebbe aspettato
negli spogliatoi dello stadio di atletica con l’alta uniforme già
pronta e giocando sui secondi, aveva calcolato che ce l’avrebbe potuta
fare con un minimo di fortuna. Poi, all’ultimo momento utile, si
ricordò di un incidente che gli era capitato il giorno del suo
giuramento in Accademia quando aveva rischiato una figuraccia epica, e
sostituì i lacci delle scarpe con altri nuovi anche se quelli vecchi
non avevano ancora segni di usura evidenti.
Alle otto in punto, la sfilata ebbe inizio, già da almeno un’ora
tutti i reparti erano pronti ai loro posti. La speciale autovettura
reale Isotta Fraschini scoperta uscì dal cancello dei giardini del
Governatorato con il Re in alta uniforme di comandante in capo delle
Forze Armate e la Regina con un leggero tailleur color panna e
cappellino a tesa larga in tinta, e fra due ali di folla che sventolava
migliaia di bandierine tricolori si diressero verso il grande centro
sportivo, tutti i palazzi erano stati decorati con festoni di fiori e
bandiere imperiali; la scorta di corazzieri a cavallo che normalmente
accompagnava tali uscite ufficiali a Roma, in colonia era stata
sostituita da una altrettanto coreografica degli zaptié della Guardia
Vicereale, i carabinieri a cavallo indigeni in uniforme bianca e l’alto
fez sormontato da una penna di falco, con gli uomini che impugnavano i guradé
dalla lunga lama ricurva sguainati, dopo tutto in quelle terre lui era
anche e in primo luogo il Negus Neghesti, il Re dei Re di tutti i
popoli etiopi.
Quando tutte le autorità ebbero preso posto sulla tribuna – un
colpo d’occhio difficile da dimenticare: Ufficiali di tutte le Forze
Armate in alta uniforme con le medaglie sul petto, ras e capi tribù
nelle variopinte tenute tradizionali, gerarchi del PNF in divisa della
Milizia e signore che sfoggiavano i vestiti più belli – finite le
presentazioni, ebbe inizio lo sfilamento dei reparti militari preceduti
dagli abituali gruppi di balilla, avanguardisti, giovani italiane e i
reduci di guerra, mentre la banda musicale della guarnigione eseguiva l’intero
repertorio dalla Marcia Reale, alla Canzone del Piave, all’Inno
a Roma che era in pratica l’inno dell’Impero. Il maggiore
Vallesi, al comando dei dubat, i carabinieri ausiliari indigeni, marciò
orgoglioso alla testa degli uomini precedendo di poco il suo amico
generale che, in piedi su una camionetta sahariana tirata a lucido, era
alla testa del ricostituito Terzo Raggruppamento Bande Ascari; ma a
Umberto, appena uscito dalla vista degli spettatori, toccò lasciare di
corsa il reparto per infilarsi dietro la tribuna dove lo aspettava l’attendente
con l’uniforme di gala e cinque minuti dopo, riapparve con un po’ di
fiatone nel settore delle autorità, a pochi posti di distanza dal Re,
dove Miriam e gli altri amici lo avevano coperto in modo che nessuno
notasse la sua assenza, a meno che non lo avessero cercato di proposito.
Grazie al fatto che il governatore pro tempore dell’Eritrea era
al momento il generale dei carabinieri Miceli, persona notoriamente
contraria ai brodi lunghi e che andava sempre e subito al sodo, i
discorsi ufficiali preparati da Umberto Vallesi nelle settimane
precedenti portarono via poco tempo e non furono giudicati nemmeno
troppo noiosi dagli spettatori, che si stavano godendo gli aspetti più
coreografici della giornata, compresi i vari sorvoli di velivoli da
caccia, bombardamento e da trasporto e, per la prima volta, anche una
squadriglia mista di elicotteri leggeri CANT D 100 e medi D 110 che
finalmente venivano forniti anche ai reparti aerei coloniali di stanza
in A.O.I..
La consegna delle medaglie al valore riservò qualche motivo di
sorpresa per tutti, specialmente per Umberto Vallesi che ci teneva in
modo particolare, sia per il suo ruolo in tutta la vicenda che per il
suo innato desiderio di conoscere meglio le persone che gli erano vicine
e la gente che lo aveva adottato. Il giovane Abebé Debré presentò la storic | ||||||||||