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"Una labile traccia indelebile"
di Paolo Federici

Titolo: UNA LABILE TRACCIA INDELEBILE
Autore:
Paolo Federici 
Genere: Narrativa
Editore: Zerounoundici Edizioni
Collana: Gli Inediti
Pagine: circa 210
Prezzo: 13,40 euro

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DESCRIZIONE

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, re Umberto II, ormai esiliato in Portogallo, decide di mettere la parola fine alla storia dei Savoia: quando muore, nel 1983, si porta nella tomba il sigillo del casato, a voler significare che nessun altro ‘Savoia’ potrà essere re, dopo di lui. Perché? Cosa aveva scoperto di così importante da fargli prendere una tale decisione?
Tutto comincia nella seconda metà del quattordicesimo secolo, quando Aurora si innamora di Amedeo VII (il Conte Rosso, erede di casa Savoia). La loro storia è però osteggiata dal padre di Amedeo (il Conte Verde). Aurora rimane incinta e deve fuggire: una piccolissima "mutazione genetica" caratterizza la vita di sua figlia Francesca.
Il perno della vicenda è il segreto che un pittore della fine del quindicesimo secolo (Giovanni Canavesio) ha nascosto nei suoi dipinti.

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Associazione Servizi Culturali
Edizioni Il Melograno

 

Paolo Federici

 

 

UNA LABILE TRACCIA INDELEBILE 

una storia cominciata nel 1377 e non ancora finita

  

Edizioni Il Melograno
www.ilgiralibro.com 

Copyright © 2007 Paolo Federici

 ISBN  978-88-6111-266-7


 

 

a mio padre

(e all’eredità che mi ha lasciato)



Non est priorum memoria, sed nec eorum quidem, qui postea futuri sunt, erit recordatio apud eos, qui futuri sunt in novissimo = Non rimane memoria delle cose d’altri tempi; e di quel che succederà in seguito non rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi.

 

 

Ringraziamenti

 

I miei ringraziamenti vanno alle mie amiche Anna, Angela, Emanuela, Liliana e Sonia che hanno letto la bozza sotto l’ombrellone, durante le vacanze estive. A Tiziana, mia mogliettina adorata, che per prima mi ha incoraggiato a proseguire nell’arte antica della scrittura. A Elisabetta, che cura amorevolmente tutti coloro che sono afflitti dal morbo di Rendu-Osler. Ai miei figli, Andrea, Alessandro, Alice e Stefano, che ancora mi sopportano. A mia madre che, dopo averlo letto, ha rivisto il suo stesso passato in tutt’altra luce.

 

Il libro che mi ha aiutato nelle ricerche è stato scritto da Veronique Plesch e si intitola ‘Painter and Priest: Giovanni Canavesio's Visual Rhetoric and the Passion Cycle at La Brigue’.

Il libro che racconta la vicenda di Notre Dame des Fontaines è stato scritto da P. Benoit Avena e si intitola ‘Simbolica, storia e sapienza degli affreschi della cappella di Notre Dame des Fontaines’

 

Il forum al quale ho chiesto aiuto è su questo sito: http://www.renneslechateau.it

In copertina c’è l’immagine di uno dei dipinti della cappella di ‘Notre Dame des Fontaines’, a La Brigue.

L'anello è stato realizzato da Augusto Bellucci di ‘Metallo Giallo - Milano’

 

La forza di andare avanti me l’ha data anche Pablo che, dopo aver letto una prima bozza ancora incompleta, mi ha scritto: “Volevo dire che il tuo libro si legge bene in quanto si vola da una realtà all'altra. E' questa la tua specialità. Appena ci si può stancare di un capitolo, ecco che te ne arriva un altro, che ti riporta in un'altra situazione. In questo modo il lettore non ha tempo di annoiarsi, anzi viene stimolato. La tua particolarità è appunto lo stimolo. Bravo e naturalmente continua sino alla fine”.

 

Un grazie anche a Giancarlo, che mi ha scritto: Io soffro di allergia alla parietaria, ben poca cosa, mi dirai, ma ti scrivo perché, leggendo il tuo libro, mi sono venute in mente le parole di un altro allergico come me. Questa persona mi disse: “Noi allergici siamo molto fortunati, perché siamo più sani degli altri, siamo più sensibili. Infatti solo una piccola variazione del polline nell'aria ci fa star male. Quindi quando stiamo bene, siamo perfettamente sani”. Allora (una decina di anni fa), non diedi peso a quelle parole, ma adesso mi sono venute in mente ... chissà perché? Che sia il germe dell'ottimismo?

 

Hanno letto la bozza e mi hanno dato consigli utili anche Andrea, Luigi, Tony.

 

Un grazie particolare a Stefano, che si è dato da fare per promuovere il libro da me pubblicato precedentemente, quello intitolato ‘la nave dei sogni’.

 

E poi come dimenticare Maria Luisa (Marisa, per gli amici) che ha scatenato il passaparola dal quale è nato il successo del mio libro precedente?

 

I lettori sono e devono essere i creditori inesorabili del loro autore.

Hanno sborsato in buona fede, per un libro, il denaro che potrebbe bastare per un pasto (modesto) in una trattoria (modesta), vino escluso.

In conseguenza hanno tutto il diritto di chiedere al loro trattore spirituale, e cioè all'autore, il corrispettivo del prezzo.

Siccome nel nostro mondo l'alimento spirituale ha un prezzo di mercato molto più basso dell'alimento fisico, ecco ciò che i lettori possono chiedere all'autore: parecchie ore del giorno e della sera di emozione intensa, un divertimento abbastanza raffinato da non doversene vergognare poi, una genuina emozione spirituale, risa alte o sommesse, anche condite di quando in quando da lacrime, massima intelligibilità, buona possibilità di investirsi, senza fatica, nelle figure descritte, rapidità dell'azione e soprattutto il meno possibile di descrizioni.

(Franz Werfel - il pianeta dei nascituri)



 

Personaggi

  Ecco l’elenco dei personaggi principali:

 

XIV secolo:

Aurora: la vera protagonista. Capace di amare, di odiare, di perdonare. Trasmette il suo carattere ai suoi eredi.

Amedeo VII (il ‘Conte Rosso’): pur nella sua immensa potenza, deve subire il volere di suo padre.

Ludovico: crede nell’amicizia, quale sentimento supremo. Da solo, insegue il sogno del suo signore.

Francesca: la figlia di Aurora che, per prima, mostra il ‘segno’.

 

XV secolo:

Francesco: capace di partire all’avventura seguendo la sua voglia di conoscere e conquistare il mondo.

Pietro: alla ricerca delle sue radici, sa che la verità va inseguita nel passato.

Angelica: se credesse nella reincarnazione, sarebbe la rigenerazione di Aurora.

Giovanni Canavesio: prosegue una missione alla quale è stato chiamato e ne lascia traccia nei suoi dipinti.

 

Al giorno d’oggi:

professor Galimberti: dedito ai suoi studi, è incuriosito da alcune realtà scientifiche, che lo coinvolgono al punto da dedicare tutto il suo tempo alla ricerca della verità.

Claude Traillet: studioso del passato, lavora alla ricerca documentale più capillare possibile.

John Barrymore: esperto di informatica, sa che questa nuova scienza può essere di grande aiuto, sempre.

Werner Zeitman: scopre un segreto e ne cerca le origini.

Dottor Hamer: perseguitato dal destino, crede nei risultati dei suoi studi e lotta contro tutto e contro tutti per affermare la verità.

 

Verità storiche

 

Giovanni Canavesio è veramente esistito, così come Amedeo VII, detto ‘il Conte Rosso’.

Anche Donato da Montorfano è veramente esistito, ha conosciuto Giovanni Canavesio ed ha dipinto una parete del refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano, ricalcando proprio lo stile di Canavesio.

Il morbo di Rendu-Osler viene studiato a livello mondiale e deriva, quasi certamente, da una mutazione genetica avvenuta, in passato, su un'unica persona che deve essere considerata alla stregua di un capostipite.

La chiesa di Notre Dame des Fontaines, affrescata da Canavesio, è conosciuta come la ‘cappella Sistina’ delle Alpi.

L’Ordine dell’Annunziata, creato dal padre di Amedeo VII, è stato sciolto a metà del secolo scorso.

I Savoia hanno governato l’Italia fino alla fine della seconda guerra mondiale.

L’associazione italiana dei malati di Rendu-Osler è registrata come ‘Fondazione Italiana H.H.T. Onilde Carini’ ed ha anche un sito web: www.hht.it

Il dottor Hamer sostiene la validità scientifica delle cinque leggi biologiche, da lui scoperte.

 

importante: ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti o esistiti è dovuto ad una fantasmagorica interpretazione della realtà da parte dell’autore. Praticamente, è tutto inventato di sana pianta.

 

Prefazione

tanto per confondervi un po’ le idee

 

Oggi sono dubbioso: non so se continuare a scrivere, oppure piantarla lì.

Se tu, caro lettore, adesso hai in mano questo libro, significa che io l’ho terminato, arrivando fino in fondo!

In questo momento, mentre lo sto scrivendo, non so se continuerò a svilupparne tutta la storia, che potrebbe dunque esaurirsi e trasformarsi nel nulla.

Come ci spiega bene la fisica quantistica: in questo momento il libro ‘contemporaneamente’ esiste e non esiste!

La sua realtà verrà determinata secondo lo stesso principio che afferma: l’universo esiste solo perché ci siamo noi ad osservarlo.

Se non ci fosse nessun osservatore, non ci sarebbe nessun universo!

Quindi, se leggerete questo libro, significherà che ho superato i miei dubbi sorti oggi.

Se invece deciderò di cancellare tutto, ecco che non ne saprete mai niente!

Chissà quanti libri sono stati scritti e poi mai pubblicati, oppure piantati lì a metà e noi non ne sappiamo niente, o semplicemente distrutti quando l’autore ha deciso di far morire anzitempo la sua creatura.

Anzi, già che siamo in argomento, approfitto della vostra pazienza per raccontarvi qualcosa.

Un po’ di tempo fa avevo deciso di scrivere un altro libro.

Dopo averne elaborate una cinquantina di pagine, mi sono deciso a discutere dell’idea con un amico.

La cosa che mi ha gelato è stato il suo commento: “Guarda che un romanzo del genere è già stato scritto!”

“Non è possibile: ti assicuro che mi sono inventato tutto di sana pianta”.

“Ti credo, ma sta di fatto che una storia analoga io l’ho già letta ed il libro si intitola …”

E’ rimasto un po’ pensieroso e non ha saputo darmi il titolo esatto, ma solo qualche indicazione.

Che fare?

Mi sono messo alla ricerca di quel libro.

Ho trovato alcuni titoli similari a quello indicato dall’amico.

Ma le trame differivano completamente.

Sta di fatto che ormai l’incantesimo si era rotto e quel libro non l’ho più terminato.

C’è anche un’altra cosa da dire: voi ora state leggendo (sì, perché ho deciso di arrivare comunque in fondo!) questo libro, ma chi vi dice che le pagine che adesso seguono non siano state invece scritte prima?

Potrei avere tranquillamente già scritto i capitoli che vanno dal diciotto al venticinque.

Mentre i capitoli sette e otto potrebbero essere ancora in bianco!

E che dire del capitolo decimo, dove racconto della mia visita alla cappella di Notre Dame des Fontaines?

Sappiate che oggi non ci sono ancora stato!

Eppure ho già scritto l’ultimo capitolo!

Il tempo, insomma, assume un aspetto nuovo ed inquietante, come spiega Julian Barbour nel suo libro dal titolo ‘la fine del tempo’, dove sostiene, scientificamente, l’inesistenza del tempo.

Parte da un ragionamento alquanto semplice: così come lo spazio ci sembra fermo, e solo perché l’abbiamo studiato e ne abbiamo dimostrazioni scientifiche ‘crediamo’ che la Terra giri e che tutto l’universo sia in movimento, allo stesso modo, pur avendo la ‘sensazione’ che il tempo passi, scientificamente si può dimostrare il contrario. Il tempo non esiste. O meglio, il tempo non passa: noi viviamo in un eterno presente ed abbiamo la sensazione, sbagliata, che invece ci siano passato e futuro.

Vivendo in un eterno presente esistono contemporaneamente Amedeo ed Aurora, Canavesio ed Angelica, voi ed io, Francesco e Pietro, il professor Galimberti e Claude Traillet.

Proviamo a ragionare così: fra queste pagine, quindi in uno spazio a-temporale, tutti quanti i personaggi sono vivi.

Nei libri, infatti, il problema dell’inesistenza del tempo è già stato risolto.

Tutte le storie ricominciano daccapo, ogni volta che si decide di rileggere un qualunque libro.

Lo so, adesso siete troppo confusi per seguire a dovere le mie elucubrazioni.

Allora leggetevi il mio libro; poi il discorso filosofico e scientifico lo riprendiamo un’altra volta!

Paolo Federici


Una labile traccia indelebile


 

 

01 - 22 ottobre 2005, in Italia

 

 

Quando si avvicina l’ora della fine, i pensieri ed i ricordi prendono una direzione inusuale.

Ormai novantenne, il mio vecchio parroco sonnecchiava, stringendomi la mano.

Qualche parola affaticata, soprattutto un “grazie per essermi venuto a trovare” ripetuto tante volte.

Avevo saputo che era molto malato e così, una domenica autunnale, mi ero fatto un po’ di chilometri per andare da Milano a Varazze, presentandomi al convento dove si trovava in convalescenza.

Gli avevo portato un po’ di notizie di amici comuni.

Avevamo ricordato il passato.

Da poco ero stato a visitare il Cenacolo, quello affrescato da Leonardo su una delle pareti del refettorio della chiesa di ‘Santa Maria delle Grazie’ a Milano.

Mi sembrava un argomento adatto, per colloquiare amabilmente con il mio vecchio parroco domenicano.

Domenicani erano i frati della chiesa di ‘Santa Maria delle Grazie’ a Milano, domenicani quelli della mia chiesa natia a La Spezia, domenicano lui, originario di Taggia, sede di un convento anch’esso domenicano.

“Sa, padre, non ero mai stato nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano. Recentemente invece l’ho visitata, anche per ammirare l’ultima cena di Leonardo, dipinta su una parete del refettorio. Non sapevo, però, che sull’altra parete ci fosse un grande affresco che rappresenta una crocifissione”.

“E’ una crocifissione dipinta dal Canavesio” riusciva appena a sussurrare.

Mi ricordavo un altro nome, ma non era il caso di contraddirlo.

Continuava: “nel refettorio poi, c’era uno scalino. Sei salito sullo scalino?”

Sì, mi sembrava che ci fosse uno scalino per passare nella stanza attigua.

Vedevo che insisteva nel voler parlare, ma gli mancava quasi l’aria.

Respirava con affanno. Non riusciva a completare la frase.

“Da quello scalino si vedeva …”

Volevo fare qualcosa perché non fosse così sofferente.

Cercavo di aiutarlo.

“Si vedevano le stanze?”

Sembrava voler dire di no, ma non ho avuto risposta.

Si è addormentato, tenendomi per mano.

Tornato a casa ero incuriosito dal dipinto che si trova sulla parete opposta all’Ultima Cena: non mi ricordavo che fosse del Canavesio.

Mi è bastato sfogliare l’enciclopedia ed il dubbio si è sciolto: l’autore di quella crocifissione è Giovanni Donato da Montorfano.

Sì, un dubbio si è chiarito, ma un altro si è creato.

Chi era Canavesio e perché questa confusione?

Oggi abbiamo uno strumento che solo qualche anno fa non potevamo nemmeno immaginare. Si chiama ‘internet’ ed il suo più famoso motore di ricerca è ‘google’.

Ho inserito due semplici paroline ‘refettorio’ e ‘canavesio’ ed ecco il risultato: a Taggia, nel convento dei padri domenicani, ci sono numerosi dipinti del cinquecento. In modo particolare, tra refettorio e sala capitolare, si trovano ben due Crocifissioni del Canavesio (1482 e 1483)!

E’ chiaro: parlando di refettorio e di dipinti, il ricordo lontano gli aveva fatto venire in mente proprio l’immagine di quella sala da pranzo del convento di Taggia, sua città natale, dove c’è affrescata una crocifissione, realizzata da un pittore vissuto cinquecento anni fa!

 

Quando poteva disporre di qualche ora libera, Giovanni Canavesio si chiudeva nel suo studio, apriva la finestra per permettere l’ingresso della luce del sole e cominciava a mescolare i colori.

La prima cosa che faceva era spalmare uno strato di collante su una tavola di legno.

Poi tracciava le sagome dei personaggi e degli arredi con un pezzo di grafite.

Solo alla fine avrebbe dato vita e colore all’opera.

Giovanni era originario di Pinerolo, una cittadina alle porte di Torino.

Fin da piccolo, però, era stato attratto dal fascino del mare.

Era riuscito ad andare a vivere in riviera solo dopo una vita dissoluta e scapestrata, quando, ormai molto in là con gli anni, aveva finalmente preso i voti, entrando in convento in un paesino della Liguria, che si trovava quasi al confine con la Francia.

C’era chi si avvicinava a Dio con la preghiera, chi lo faceva diventando predicatore, chi metteva al servizio della chiesa le sue doti canore.

Lui, adesso, poteva finalmente celebrare le lodi del Signore con la pittura, respirando aria di mare, prendendo ispirazione dal riflesso del sole sull’acqua, ascoltando la musica dello sciabordio delle onde che si infrangevano sulla scogliera.

Quando, arrivato il 1492, un altro italiano si apprestava a scoprire nuove terre al di là del mare, Giovanni, ormai quasi settantenne, dipingeva ancora episodi della vita di Cristo sulle pareti delle chiese.

Se oggi andate a Pigna oppure a Briga Marittima, entrambe cittadine situate in provincia di Imperia, potete ammirare le sue opere, luminose ed espressive come cinquecento anni fa.

Però è solo nell’entroterra francese, esattamente a La Brigue, che si trova la chiesa di Notre Dame des Fontaines, da lui affrescata completamente.

Qualcuno l’ha definita la ‘Cappella Sistina’ delle Alpi Marittime.

Sì, perché Giovanni Canavesio da Pinerolo era un artista vero, capace di trasmettere sensazioni ed emozioni a chi guardava le sue opere e quando, nel 1483, aveva affrescato il refettorio del convento dei domenicani di Taggia, non avrebbe mai immaginato di essere ancora così vivo nella memoria di chi, in quella sala da pranzo, avrebbe consumato i pasti cinque secoli dopo.

Ma c’è di più.

Mentre Giovanni affrescava le pareti del refettorio del convento, un altro pittore, di quasi vent’anni più giovane di lui, si dedicava alle decorazioni di quella stessa chiesa.

Le due crocifissioni affrescate da Canavesio sulle pareti del refettorio e della sala capitolare devono aver colpito notevolmente il giovane pittore, tanto che nel 1495, ormai più maturo, decise di dipingere anch’egli una crocifissione, sulla parete di un altro refettorio, quello di Santa Maria delle Grazie a Milano.

Sì, perché l’allievo di Canavesio era proprio lui: Giovanni Donato da Montorfano.

Ecco che allora la similitudine tra i dipinti (la crocifissione di Giovanni Donato da Montorfano nel refettorio del convento dei domenicani a Milano e la crocifissione di Giovanni Canavesio da Pinerolo nel refettorio del convento dei domenicani a Taggia) diventa molto più coinvolgente e la confusione del ricordo di un novantenne tanto più comprensibile.


 

 

 

 

 

 

 

02 - primavera del 1472, a Pinerolo, in Italia

 

 

 

 

La sua bottega era stata aperta, da oltre dieci anni, a poca distanza dalla piazza principale della piccola città di Pinerolo.

Per sbarcare il lunario, Giovanni Canavesio, ormai quasi cinquantenne, si adattava a fare anche lavori molto umili, aspettando, sempre fiducioso, la grande occasione per mettersi in mostra.

La fortuna bussò all’improvviso alla sua porta quando, nella bottega, entrò Fra Giuliano.

“Buongiorno Giovanni, come stai?”

Fra Giuliano sostava sulla porta, ammirando i dipinti in esposizione.

“Giuliano, che piacere incontrarti. E’ davvero da tanto tempo che non ti fai vedere! Entra, accomodati, sei il benvenuto”.

Giovanni e Giuliano si conoscevano da ragazzi.

Poi le loro strade si erano divise.

Giuliano aveva sentito la chiamata divina, la vocazione, ed era diventato prete.

Giovanni lo sarebbe diventato, a sua volta, ma solo fra qualche anno.

Per ora seguiva il suo amore per la pittura, dopo aver aperto quella piccola bottega e vivendo grazie alla vendita delle sue opere.

Molte volte si trattava di ritratti, fatti su commissione.

Grazie al passaparola (unica vera pubblicità esistente a quel tempo!) in breve la sua fama aveva varcato i confini della città di Pinerolo.

I domenicani stavano facendo costruire diverse chiese nella zona circostante le Alpi marittime e sulla costa ligure.

Dopo aver dato l’avvio ai lavori di una chiesa a Varazze, nel 1419, avevano cominciato un’altra opera a Genova, nel 1422.

Diversi decenni erano passati da allora e quelle due opere erano ormai terminate.

C’era in corso un nuovo progetto per la costruzione di una grande chiesa a Taggia.

Fra Giuliano era stato incaricato di trovare decoratori e pittori da reclutare per curarne tutta la parte artistica.

Aveva subito pensato al suo vecchio amico Giovanni.

Dopo pochi convenevoli, era immediatamente venuto al dunque:

“Ti interessa un lavoro da decoratore, a Taggia?”

Giovanni era sorpreso, ma un po’ deluso.

“Decoratore? Certo che di questi tempi qualsiasi lavoro deve essere considerato il benvenuto. Ma io, detto francamente, oserei sperare in qualcosa di più! Avete già un maestro pittore?”

“Giovanni, l’incarico ufficiale di coordinare le opere pittoriche è stato già dato a Ludovico Brea. Tu lo conosci, vero? Però se tu vieni e ti metti in mostra con le decorazioni, magari convinci il maestro ad affidarti qualcosa di più importante”.

“Chi è il maestro?”

“Padre Cristoforo da Milano. E’ lui che ha deciso di far costruire questa nuova chiesa a Taggia. Io gli ho solo suggerito di lasciarmi prendere contatto con te”.

Giovanni avrebbe preferito un incarico un po’ più di pregio, ma i tempi erano bui ed un lavoro, qualunque esso fosse, non si poteva rifiutare. E poi, una volta in azione, avrebbe potuto farsi valere ed ottenere una promozione sul campo.

“Dammi qualche giorno per sistemare le cose che ho in sospeso. Dimmi dove ti posso trovare per darti la risposta”.

“Mi fermerò qui in città per i prossimi due giorni. Poi proseguirò per Alba, dove devo incontrare altri artisti. Conto di arrivare a Taggia all’inizio del mese prossimo. Non c’è bisogno che tu mi dia una risposta prima che io parta. Puoi raggiungermi a Taggia quando vuoi. Per te la porta sarà sempre aperta”.

“Allora lascia che ti inviti a cena questa sera. Se non altro avremo modo di parlare in pace”.

“Accetto con piacere”.

La sera, davanti ad un boccale di vino e gustando un arrosto cotto a puntino, Canavesio spiegò all’amico Giuliano le sue perplessità: “Giuliano, non fraintendermi. Ti sono veramente grato per avere pensato a me, ma tutti cerchiamo sempre di migliorare. Sarei molto più felice se mi proponessi di dipingere: ultimamente ho sviluppato una mia tecnica pittorica che garantisce una maggior tenuta dei colori e quindi la possibilità di creare opere che avranno una durata più lunga, nel tempo. Lavorare come decoratore sarebbe quasi fare un passo indietro. Per cui, se avessi qualche proposta alternativa, sarei molto più interessato. Ma se questa è la sola offerta che mi puoi fare, ti dico che accetto comunque. Se poi dimostrerò, sul campo, di saperci fare, allora, come mi hai detto oggi, potrai propormi altro”.

“No, Giovanni. Facciamo così: i lavori a Taggia sono appena iniziati ed andranno avanti per almeno trent’anni. Quindi abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Ad Albenga c’è un’altra chiesa. Deve essere affrescato un calvario. Te la senti di farlo tu?”

“Ecco, questa sì che è una proposta che mi piace”.

“Però ti posso concedere solo poco tempo per la realizzazione. Se saprai creare un’opera davvero valida, allora vedrai che riuscirò anche a convincere padre Cristoforo ad affidarti qualche compito più importante, per Taggia”.

“Grazie mille, Giuliano. Nella mia bottega c’è un giovane lavorante che promette molto bene. Potremmo anche valutare di trasferirci entrambi a Taggia: lui potrebbe curare le decorazioni minori. Così io avrei modo di dedicarmi alle decorazioni più di pregio e, contemporaneamente, affrescare!”

Sicuramente era una buona idea.

Giuliano ne avrebbe tenuto conto nella sua relazione, da sottoporre a padre Cristoforo.


 

 

 

 

 

 

 

03 - al giorno d’oggi

 

 

 

 

La sala universitaria era gremita.

L’argomento certamente interessante.

Il professor Galimberti spiegava: “Il numero dei geni presenti nel nostro DNA è altissimo. Eppure solo una minima differenza ci separa da un qualsiasi altro essere vivente. Le mutazioni genetiche, secondo Darwin, sono il fulcro sul quale si snoda l’evoluzionismo. Una piccolissima variazione di un solo componente del DNA … e la materia vivente assume un aspetto totalmente diverso”.

“Scusi professore - intervenivo quando la mia curiosità raggiungeva il culmine - questo significa che la variazione non necessariamente ha solo aspetti negativi, ma è sempre possibile riscontrarne anche di positivi?”

Il mio inguaribile ottimismo la faceva, ovviamente, da padrone.

“Certamente. E’ solo sul lungo termine che si può valutare se una particolare mutazione porti più danni o più vantaggi. Prendiamo, ad esempio, la coagulazione del sangue. Una volta, una ferita poteva significare la morte. Nelle ere antiche della storia umana, le persone con minore tendenza alla coagulazione potevano morire molto più facilmente delle altre, magari a causa di una lesione o di un’infezione, o, per le donne, durante il parto. Oggi invece una minore tendenza a coagulare (e quindi una maggiore tendenza a sanguinare) è spesso un fattore decisivo per evitare, ad esempio, l’infarto”.

“Quindi - lo interrompevo - anche tutte quelle che sono definite malattie genetiche sono tali rapportate al presente. Ma in futuro ci si potrebbe anche accorgere che invece le parti si invertono. I malati sono i nuovi sani e viceversa”.

“Lei mi sembra un po’ troppo ottimista. C’è, però, una particolare malattia genetica che stiamo studiando da tempo e che, in effetti, sembra rivelare insoliti aspetti positivi nei malati- continuava il professore -Il morbo di Rendu-Osler, per certi versi somigliante all’emofilia, comporta delle improvvise e inaspettate emorragie dal naso, dovute ad un improprio collegamento tra capillari venosi ed arteriosi. Questo collegamento, questo mescolamento insomma, può provocare problemi seri per la salute, soprattutto se si verifica in alcune parti interne del corpo, come il fegato, i polmoni o il cervello. Ma finché rimane limitato alla superficie esterna del corpo, naso, bocca, mani … allora questa possibilità di ‘scaricare’ l’eccesso di sangue si sostituisce alle pratiche del salasso, molto in voga nel passato”.

“Lo so, perché io sono uno di quei malati” pensavo tra me e me “e quindi - provavo a trarre le conclusioni, ad alta voce - quei malati cronici sono meno soggetti ad infarti e trombosi ed hanno, per così dire, una valvola di sfogo che si attiva nel caso di aumento della pressione interna”.

“Sembrerebbe di sì: ci sono stati degli studi ed altri sono in corso proprio per accertare la situazione. In effetti oggi la trombosi è il pericolo numero uno per gli abitanti dei Paesi sviluppati. La formazione di un trombo all’interno di un’arteria può significare, ad esempio, un infarto o un ictus cerebrale, patologie cardiovascolari gravi che rappresentano la prima causa di morte nel mondo occidentale”.

“Così - intervenivo ancora - oggi, contrariamente a quanto avveniva in passato, è chi ha il sangue che tende a coagulare troppo bene che si ritrova più a rischio, mentre va meglio per chi ha una maggiore tendenza a sanguinare”.

Come cambiano le cose, trasferendosi dal passato al presente!

Chissà poi quali sorprese ci riserva il futuro.


 

 

 

 

 

 

 

04 - l’anno 1377, ad Avigliana (nel Savoiardo)

 

 

 

 

“Signor Conte, quale vestito preferite indossare oggi?”

La servitù era schierata in attesa della risposta.

L’unica cosa certa era il colore.

Come sempre, il Conte avrebbe scelto abiti rossi.

Solo rossi, tanto da meritarsi, ben presto, il titolo di ‘Conte Rosso’.

Amedeo VII, del casato dei Savoia, sentiva su di sé tutto il peso del suo rango.

Nella smania di imporre la propria superiorità con l’intento, soprattutto, di cancellare l’ombra del padre che, ancora, incombeva su di lui, aveva pensato ad affermarsi grazie ad un preciso contrasto.

Se il padre era stato il ‘Conte Verde’, per la sua fissazione di vestirsi sempre di questo colore, lui avrebbe cambiato totalmente i costumi indirizzandosi all’ovvio contrario del verde, il rosso appunto.

Ma questo sarebbe successo dopo la morte del padre, nel 1383.

Quel giorno di gennaio del 1377, invece, pur avendo solo diciassette anni, gli era appena stata comunicata la decisione del padre: aveva sei mesi per prepararsi al matrimonio.

A giugno sarebbe convolato a giuste nozze con la nipote di Carlo V, una ragazzina ancora più giovane di lui.

Questo matrimonio avrebbe dato lustro al suo casato, imparentando i Savoia addirittura con il re di Francia ed il casato dei Valois.

Facciamo un passo indietro?

Aveva da poco compiuto i sedici anni ed Amedeo già da qualche tempo soffriva le pene d’amore e continuava a mandare bigliettini d’amore alla sua amata: “Aurora, forse ti amo. Credo di sì”.

Lei era una graziosa biondina, con due grandi occhi azzurri.

Ultima nata di una nidiata di dieci tra fratelli e sorelle, aveva superato da poco la soglia della pubertà.

Si stava facendo donna in fretta.

Provava un sentimento nuovo: quando era vicino ad Amedeo, il suo cuore batteva più veloce del solito.

Sentiva la voglia di stargli accanto.

Quando si incontravano, passavano il tempo a parlare, raccontarsi ed ascoltarsi a vicenda.

Potevano vedersi solo durante le funzioni religiose.

Poi Aurora restava chiusa in casa per tutta la settimana.

E Amedeo aspettava con ansia l’arrivo della domenica dopo.

C’era, è vero, una possibilità di farle recapitare dei messaggi, tramite il fido Aurelio.

Ma il rischio che la cosa venisse scoperta era troppo alto.

Quando poteva avvicinarla, le sussurrava:

“Aurora, ogni volta che ti vedo, capisco di amarti sempre di più”.

“Non scherzare Amedeo. Io sono stata destinata a dedicare la mia vita a Dio. Posso solo pregare per te”.

“Ma io ti amo. E so che anche tu vorresti dividere la tua vita con me! Perché non posso almeno sperare che tu, un giorno, sia mia?”

“Mio padre ha già deciso del mio futuro. Entrerò presto in convento e solo quello può esserci nel mio domani”.

“No, Aurora, il futuro non è scritto. Se ne può scegliere uno diverso. Basta volerlo veramente”.

Aurora si lasciava illudere e cominciava a pensare ad una via di uscita, ma, alla fine, era sempre la malinconia ad assalirla.

Non si può disubbidire al padre.

Ed il suo aveva già deciso per lei.

Provò a cercare l’aiuto di una sorella e poi della madre!

“Mamma, ti devo confessare una cosa. A proposito di Amedeo. Lui dice di amarmi. Potrebbe anche essere disposto a sposarmi. Non puoi parlare con nostro padre per fargli cambiare i suoi progetti su di me?”

“No figlia mia. Non illuderti. Amedeo cerca solo quello che tutti gli uomini cercano nelle donne. Ma nel breve volgere di una notte si sarebbe già stufato di te ed indirizzerebbe le sue attenzioni altrove”.

Aurora era testarda e sempre più decisa a realizzare i suoi sogni.

Suo padre era uno degli ufficiali della guardia e lei, dunque, era cresciuta nel castello dei Savoia.

Questo le aveva permesso di conoscere Amedeo fino da piccola.

I giochi innocenti, fatti insieme da ragazzi, si sarebbero trasformati in giochi d’amore?

Era stato proprio per il giorno del suo compleanno, al compimento del quattordicesimo anno di età, che suo padre le aveva comunicato la decisione: al raggiungimento dei sedici anni, sarebbe entrata nel convento cittadino.

La sua vita doveva essere dedicata a Dio.

Le restavano meno di due anni di libertà, prima di essere rinchiusa per sempre.

Ma anche se la sua età era ancora così giovane, Aurora aveva già delle idee molto precise sul suo futuro.

Certamente la vita in convento non ne faceva parte.

Amedeo era la soluzione per evitare la clausura.

Lei si era accorta di provare un sentimento nuovo, unito al desiderio di condividere il futuro con Amedeo.

Voglia di libertà e di abbandono nelle mani di un uomo.

Voglia di un futuro fatto di figli suoi, di una famiglia sua, di una vita propria da vivere lontano da suo padre e dalle sue imposizioni.

Durante una festa alla quale entrambi erano stati invitati, riuscì ad appartarsi con Amedeo e l’estasi del primo bacio la sorprese.

“Amedeo, credevo che queste cose succedessero solo nei libri - gli diceva sentendosi al settimo cielo - ma ora so che l’amore esiste veramente ed io sono felice, solo perché tu sei qui con me”.

“Aurora - anche Amedeo era sorpreso e felice per quel primo bacio - voglio solo dirti che è da tanto tempo che sogno questo momento”.

Proprio in qui giorni le loro letture si erano indirizzate a Dante ed erano da poco arrivati al canto quinto dell’inferno, quello di Paolo e Francesca, per intenderci.

Da quel momento i loro giochi furono altri.

Sapevano approfittare di ogni occasione per appartarsi e scambiarsi baci appassionati.

La felicità era palpabile.

Quando erano insieme dimenticavano ogni problema, ogni preoccupazione.

Sognavano il sogno che fanno tutti gli innamorati: poter stare insieme, indivisibili, per tutto il tempo che ci è concesso di vivere.

“Amedeo, ho paura che mio padre ci scopra. Lui vuole che io diventi suora. Ma io non voglio perderti”.

“Non temere amore mio - la tranquillizzava lui - lasciamo passare un po’ di tempo. Poi ci penserò io a parlare con tuo padre. Stai tranquilla. Sono o non sono l’erede al trono? Il mio ‘potere’ avrà qualche valore, non credi?”

Lei era ormai certa che Amedeo l’avrebbe resa libera: libera da suo padre, libera da una vita in convento, libera di essere donna, moglie e madre.

Quando non potevano vedersi, Aurora sentiva così tanto la sua mancanza da ingegnarsi a scrivergli lettere appassionate.

“caro amore mio,

noi siamo come due ruscelli: abbiamo corso senza fiato per tortuosi percorsi incontrando rapide e cascate, ognuno per conto proprio, attraverso valli parallele, ma lontane; abbiamo trascinato sassi e mosso ruote di mulini abbandonati, ci siamo riempiti d’acqua delle piogge invernali che ci hanno fatto uscire da deboli argini e ci siamo sentiti degli esigui rigagnoli in aride estati assolate, abbiamo dissetato sia agnelli che lupi, abbiamo trovato il nostro cammino sbarrato da dighe che ci hanno fatto cambiare rotta, ma abbiamo sempre corso verso il mare, ognuno per la propria strada senza tregua, senza fiato, senza più speranza di arrivarci. Ma un giorno qualcosa ha deviato il percorso del tuo ruscello, proprio lì dove c’era solo un lembo di fragile pendenza e le tue acque hanno incontrato le mie e noi non siamo stati più due ruscelli che corrono giù da un monte, ma siamo diventati un lento fiume che, sicuro e tranquillo, percorre la sua strada per arrivare all’immensità del mare. Ci possono essere piene o arsure, possono esserci brevi sporgenze di terra a dividere questo fiume, ma è solo per poco perché ormai le nostre acque si sono unite e mischiate per diventare un unico corso d’acqua. Per arrivare ad essere parte di un unico mare”.

 

Amedeo immaginava il suo futuro da sovrano.

Nobile, ricco, bello, deciso a dividere la sua vita con la donna che amava.

Quale maggiore felicità era possibile desiderare?

Ormai certo che niente avrebbe potuto impedire la realizzazione dei suoi sogni, Amedeo cominciò a farsi più ardito.

“Aurora, tu lo sai che ti amo. I tuoi baci sono sempre più appassionati. Ma io ti voglio amare interamente”.

Aurora non capiva.

E’ vero, quando era con Amedeo sentiva il sangue che le ribolliva nelle vene.

Ma non sapeva che ci fosse altro, oltre ai baci ed alle carezze.

Le amiche più grandi furono quelle che le vennero in aiuto.

Sottovoce, facendo in modo che nessuno sentisse, le svelarono i segreti del piacere e del sesso.

Sorpresa e curiosità si mescolarono al desiderio finché si aprì a lui concedendogli il bene più prezioso.

Fu in quell’occasione che Amedeo le regalò l’anello: era d’oro con il disegno di due funi incrociate, che formavano un nodo. Questo simbolo, diventato poi famoso come nodo d’amore, da allora sarebbe stato presente anche nello stemma dei Savoia.

Loro non lo sapevano ancora, ma qualche secolo dopo quel simbolo avrebbe rappresentato l’infinito, proprio come infinito voleva essere l’amore di Amedeo per Aurora.

Lo aveva creato Amedeo, prendendo spunto dai suoi studi di matematica: quest’idea di un incrocio senza fine associato all’amore gli piaceva assai.

Infinitamente, direi.

Aurora provò nuovamente a parlare con la madre, mostrandole l’anello.

“Mamma, guarda questo gioiello. Non è la prova che Amedeo mi ama davvero?”

“E’ bellissimo, figlia mia. Ed è giusto che tu viva questa età fatta di sogni. Ma sappi che sono solo sogni, destinati a svanire al risveglio. Non farlo vedere a tuo padre. Cercherò di parlargliene. Anche se dubito fortemente di poter ottenere qualcosa”.

“Grazie, mamma. Sapevo che mi avresti aiutata”.

La notte, Aurora dormiva stringendo tra le mani l’anello.

Avvicinandolo, le sembrava di toccare Amedeo, di averlo vicino, vivo e palpabile, lì con lei.

Immaginava un futuro di felicità.

E gli scriveva lettere poetiche:

“Futuro, sei lì dietro quel prossimo giro del sole, sei lì in quello spazio indefinibile posto tra i nostri sogni e le nostre realtà.

Futuro, hai il potere di farci sperare anche in momenti di assoluta incertezza, hai il fascino che ci porta a provare ancora a vivere.

Non c’è nulla di più incerto del futuro, eppure tutti abbiamo la sicurezza del domani, anche se è solo un’illusione.

Noi viviamo il nostro oggi con la paura di gettare lo sguardo verso i nostri giorni da vivere, eppure quotidianamente programmiamo le nostre prossime ore, poniamo le basi per il nostro futuro.

Ma il futuro dov’è?

Lontano o vicino?

Lo abbiamo mai raggiunto o continuiamo ad inseguirlo senza mai agguantarlo?

Ecco cosa è il futuro: è un sogno che sogniamo tutte le notti e del quale non vediamo mai la fine.

Futuro, scrigno d’oro che custodisce tutti i sogni, tutte le aspirazioni, tutte le speranze, tutti i desideri di noi poveri mortali.

Futuro, buia caverna di cui non conosciamo le insidie nascoste, in cui possiamo trovare solo la paura.

Il mio futuro così bello e colorato quando mi coccolo nei miei sogni tra le tue braccia.

Il mio futuro! Sì, il mio futuro che è lì davanti e mi guarda e mi sorride mentre io lo inseguo con ansietà e speranza senza riuscire a vederlo, con la paura che mi voglia togliere quel che di più importante ho tra le mani oggi.

Resto qui con la mia solita sfiducia, senza pensare o poter immaginare che forse nel mio futuro c’è tutto quello che ho desiderato o, meglio, c’è qualcosa che non ho nemmeno osato pensare.

Resto qui a vivere il mio presente bello e tranquillo proiettandolo nel domani senza rendermi conto che il mio futuro è questo presente.

Sono questi primi giorni invernali, in cui mi sono sentita più sicura tra quelle braccia dolci e calde; in cui mi sono sentita penetrare con sincerità da uno sguardo blu e aperto; in cui ho percepito un raggio di maggior comprensione da mia madre; in cui ho capito una volta di più quanto sia piena la mia vita e il mio ruolo di donna che ha migliorato (nel poco o nel tanto) la qualità dell’esistenza di un uomo.

Sì, questo è il mio futuro perché fino ad un anno fa, fino a qualche mese fa, non avrei mai pensato che nel mio domani ci sarebbero stati tutti questi elementi che hanno arricchito la mia esistenza.

Oggi è il futuro; domani sarà un presente che diventerà passato.

Oggi è il futuro anche per tutti gli esseri di questo mondo, con la paura della guerra, di una carestia, di un terremoto, di una catastrofe, della fine del mondo.

Oggi è il futuro e il futuro sarà un oggi, e davanti a noi non c’è altro che l’eternità.

Perché lo scrivo a te?

Perché tu sei il mio oggi e quindi anche il mio futuro e, forse, l’eternità

Aurora”

 

Amedeo amava ricevere le lettere di Aurora, anche se non aveva la capacità di risponderle.

Le mandava solo qualche bigliettino: piccoli pensieri che però volevano dimostrare come anche lui fosse davvero innamorato.

Ma la fine era imminente.

Una domenica, non trovandolo in chiesa, Aurora provò a domandare informazioni al suo amico Aurelio.

“Amedeo si sposerà quest’estate con Bona, la nipote del re. E’ meglio che te lo levi dalla testa. Mi ha dato questo per te”.

Un bigliettino, scritto con mano tremante, che questa volta non somigliava per niente a tutti quelli ricevuti prima.

C’era scritto “Aurora, debbo sposarmi per obbedire al volere di mio padre. Ma il mio cuore rimarrà sempre tuo”.

Più che l’amarezza per la rivelazione, quello che le rodeva dentro era dover ammettere che sua madre aveva ragione.

“Dagli questo - seppe solo dire - che se lo riprenda!”.

E gettò ad Aurelio l’anello.

Non intendeva più tenere con sé un simbolo d’amore, quando il suo cuore traboccava solo di odio.

Dopo pochi mesi la situazione era diventata ancora più tragica: “Aurora, io ti avevo destinato a Dio - le aveva urlato dietro il padre, accortosi che la pancia le stava crescendo - e tu invece hai approfittato così della mia fiducia. Vattene da questa casa. Da oggi non sei più mia figlia”.

Sola, tradita dal suo amato, abbandonata dalla sua famiglia, Aurora, durante il caldo estivo del 1377, aveva dato alla luce una bambina, che aveva chiamato Francesca.

Una infinitesima mutazione genetica era avvenuta nel corpo di Aurora, durante la gravidanza.

Quella piccola variazione sarebbe stata la labile traccia indelebile che, da allora in poi, avrebbe identificato per sempre tutti i suoi discendenti.

Anche se fossero passati seicento anni, i suoi eredi potevano essere ritrovati grazie a quel segno, che faceva di lei una novella Eva.

La prima cosa da fare, dopo la nascita di Francesca, era stata fuggire.

Fuggire lontano da suo padre, fuggire lontano dai Savoia, fuggire lontano dalla Francia, fuggire lontano da Amedeo.

Con la bambina in fasce, aveva vagato per mesi e mesi, vivendo di elemosina e vendendo il suo corpo.

Fino a che non aveva conosciuto un mercante che l’aveva presa con sé e l’aveva portata fino in Spagna, a Cadice.

Quel porto era uno dei più attivi, all’epoca.

Per una donna giovane ed intraprendente, non c’erano grossi problemi.

Trovare un lavoro era stato fin troppo facile.

Allevare una figlia lo era stato un po’ meno.

Aurora lavorava come cameriera nell’osteria che si affacciava sul porto.

Più che cameriera, sarebbe meglio dire servetta.

L’oste le aveva concesso una stanza, nella locanda che si trovava proprio sopra quella bettola.

Così la bimba poteva stare vicino alla madre, durante tutta la giornata.

In cambio, le faceva fare i lavori più disparati.

Lavare, cucinare, ramazzare, dovendo subire l’approccio dei marinai che, numerosi, frequentavano il locale, attratti dalla bellezza irraggiungibile di Aurora.

In cuor suo, lei si sentiva superiore a quella marmaglia.

Vedeva, nella figlia, colei che l’avrebbe riscattata, in futuro.

Questo pensiero le dava una forza d’animo incredibile e, soprattutto, una voglia di vendetta enorme.

Sua figlia era la vera erede di casa Savoia, perché, nonostante tutto, era il sangue di Amedeo quello che scorreva nelle sue vene.

Un sangue che, talvolta, mostrava la sua forza prorompente sgorgando copioso dal naso di Francesca, oppure schizzandole fuori da piccoli pori della lingua.

Piccole macchie rosse si formavano sul suo corpo, per esplodere improvvisamente, scaricando all’esterno sangue in abbondanza.

Se le macchie le si formavano sulla testa, ecco che i suoi capelli potevano anche tingersi di rosso quasi senza che lei se ne accorgesse, se non quando il sangue, colandole sulle guance, raggiungeva la bocca che, ormai esperta, ne riconosceva il sapore salato.

Le prime volte questi sanguinamenti improvvisi la turbavano, ma poi - quando ormai Francesca aveva raggiunto l’età della pubertà - fu più facile accettarli.

Aurora si preoccupava: “Francesca, noi donne siamo abituate al ricambio del sangue, almeno una volta al mese. Ma tu sei diversa. Il sangue ti esce fuori da tutto il tuo corpo”.

“Mamma, tu sai che al giorno d’oggi una delle pratiche più diffuse è quella del salasso. Per ridurre l’eccesso di sangue nel corpo, i medici consigliano delle cure particolari. Ti riempiono il corpo di sanguisughe che succhiano via il sangue in eccesso. Vorrà dire che il mio corpo, invece, provvede da solo ad eliminare gli eccessi”.

“Francesca, tutto ciò che avviene in contrasto con la natura è solo qualcosa di negativo, come una malattia”.

“Non sono d’accordo, mamma - Francesca era decisa ad affermare il suo punto di vista - potrebbe invece trattarsi di un aspetto positivo”.

Una cosa era certa: Francesca sapeva affrontare la vita in maniera assolutamente ottimistica, cercando, in tutte le cose, sempre e solo il lato positivo.

E questa dote la avrebbe trasmessa, sicuramente, a tutti i suoi figli!


 

 

 

 

 

 

 

05 - fine del XV secolo, tra la Spagna ed i Caraibi

 

 

 

 

Erano gli anni in cui Colombo attraversava l’oceano atlantico.

Nel suo secondo viaggio, aveva promosso ammiraglio uno degli ufficiali più preparati, Alonso de Ojeda.

Arrivati a Cuba, lo aveva lasciato a capo della delegazione incaricata di tracciare la cartografia di tutta la zona inesplorata.

E Alonso aveva vagato per il mar dei Caraibi, scoprendo ogni giorno nuove terre.

Tanto da ottenere il riconoscimento delle sue capacità da parte del re.

Per cui il ruolo di ‘secondo’ gli andava sempre più stretto.

Tornato in Spagna aveva convinto il vescovo Juan Rodriguez de Fonseca, allora potente rappresentante della chiesa cattolica e Presidente del Consiglio delle Indie, ad affidargli una missione che contrastasse il monopolio di Colombo.

Per questo nel 1499 Alonso de Ojeda stava reclutando personale per partire alla volta del nuovo mondo, senza più essere alle dipendenze di Colombo.

Francesco, proprio in quegli anni, era un giovane di belle speranze poco più che ventenne!

Aveva un corpo muscoloso, occhi azzurri del colore del mare, lunghi capelli biondi che scendevano sulle spalle.

E la voglia di andare per mare.

“Mamma, mi hanno offerto un lavoro. Ti dirò, non è proprio qui sotto casa. Devo imbarcarmi su una grande nave, comandata da un famoso ammiraglio, per andare alla scoperta di nuove terre”.

La madre era impallidita.

Quel figlio, anche se aveva ormai superato i vent’anni, era pur sempre il suo unico figlio maschio.

Pensare di lasciarlo partire per un viaggio verso terre così lontane le straziava il cuore.

Nei ricordi di famiglia c’era la storia di una sua trisnonna, che era fuggita dalla Francia quando aveva scoperto di essere incinta, arrivando a stabilirsi a Cadice, in Spagna.

Evidentemente, non si può fuggire al proprio destino.

Era proprio a Cadice che il fato aspettava di incontrare suo figlio Francesco.

“Francesco, lo so che il mare è la tua vita” riusciva solo a dirgli.

“Però - continuava - il tuo destino doveva essere un altro. Non ti ho mai rivelato chi fosse il nonno di mio nonno ma, adesso che stai per partire, penso proprio sia arrivato il momento”.

Spesso, in famiglia, avevano parlato di quella strana storia che raccontavano le sue vecchie zie.

“Mamma, lo sai che non mi interessa. Chiunque fosse non posso che pensarne tutto il male possibile”.

Un nobile innominabile aveva traviato una sua antenata, costringendola a fuggire con il frutto del peccato.

“Francesco, quel mio trisnonno era Amedeo di Savoia e tu sei suo discendente”.

Ne aveva sentito parlare: i Savoia erano una delle più potenti casate d’Europa. Imparentati con il re di Francia. Come poteva una sua antenata avere avuto a che fare con loro?

“E poi c’è un altro segreto che mi porto dentro e adesso devo rivelarti”.

Francesco era davvero incuriosito.

“C’è un segreto che viene tramandato di generazione in generazione. Un giorno potrai ritrovare tutti i discendenti della mia trisnonna Aurora, perché hanno un segno indelebile. Lo stesso che hai tu”.

Francesco era sorpreso e preoccupato.

Di quale ‘segno’ stava parlando sua madre?

“Siediti, Francesco. La storia è lunga. Devo cominciare da lontano. Da tanto tempo fa. Molto prima che io nascessi”.


 

 

 

 

 

 

 

06 - fine del XV secolo, in Francia

 

 

 

 

Nel 1493 Lione era una delle città più importanti di Francia.

La fondazione risaliva al tempo dei romani.

Anche se distava trecento chilometri dal mare, la sua importanza come punto focale posizionato al centro dell’Europa era ormai indiscutibile.

Addirittura era uno dei principali luoghi di partenza per chi voleva avventurarsi a percorrere il cammino di Santiago.

Quello che dalla Savoia portava alla meta di pellegrinaggio più importante dell’epoca: Santiago de Compostela, appunto.

Pietro aveva solo venti anni, ma ormai da tempo era riuscito a rendersi indipendente.

Era un ragazzone capace di affrontare qualsiasi fatica.

Il lavoro non lo spaventava davvero.

Aveva fatto il carpentiere, il muratore, il falegname.

Però il suo sogno era viaggiare e conoscere luoghi nuovi.

Partito da Cadice, un piccolo paese di mare, un bel giorno si era messo in viaggio lungo la costa.

Si era fermato, per qualche tempo, prima a Marsiglia e poi a Nizza.

Era risalito fino a Lione, dove aveva trovato subito da fare come lavorante in un vigneto.

In breve tempo si era dimostrato preparato, giudizioso ed attento, anche se si trattava di curare una enorme distesa di vigne.

Per mesi e mesi c’era da lavorare di vanga, rimestando e ammorbidendo il terreno.

Preparare gli innesti, bagnare continuamente le radici, tenere lontani gli uccelli.

Fino a che arrivava il mese del raccolto.

Allora, facendo astrusi calcoli che coinvolgevano la luna, il sole e le stelle, veniva deciso il giorno più adatto per la vendemmia.

La scelta cadde sulla prima domenica di ottobre.

Dovevano essere assunti numerosi altri lavoranti per poter raccogliere, nel più breve tempo possibile, tutta l’uva maturata in quella distesa che si perdeva a vista d’occhio.

Pochi giorni prima, il padrone lo aveva fatto chiamare:

“Pietro, quest’anno sembra che avremo un raccolto veramente buono. E’ necessario trasferire in breve tempo tutta l’uva, che sarà raccolta, negli enormi tini appositamente lavati e preparati. Subito dopo procederemo con la pigiatura. Sarà una grande festa. Arriverà gente da tutto il paese. Ci saranno donne che danzeranno sull’uva. Uomini che salteranno sui grappoli, sprofondando come se fossero in un acquitrino. Ho bisogno di qualcuno che controlli tutte le operazioni. Un uomo di fiducia. Un supervisore. Vorrei che fossi tu”.

“Mio signore, sono onorato di questa scelta. Non ve ne pentirete”.

Dopo meno di un anno dal suo arrivo a Lione, non poteva sperare di meglio.

Non sapeva che, proprio quella domenica, una danzatrice dell’uva gli avrebbe fatto battere forte forte il cuore.

La famiglia di Pietro era originaria di Cadice, ma i suoi avi venivano dalla Francia.

C’era una storia che gli aveva raccontato suo nonno, relativa ad una loro bisnonna che, nata in Francia e figlia illegittima di un potente nobile, era cresciuta in Spagna.

Se Francesco, suo cugino, si era imbarcato su una delle navi dell’ammiraglio Alonso De Ojeda, abbandonando definitivamente Cadice, lui invece se n’era andato via solo perché sentiva la curiosità di ritrovare le sue radici, ripercorrendo in senso inverso il viaggio della sua bis-bisnonna.

Tornare in Francia ed in modo particolare a Lione, una della più importanti città  francesi, era stato il sogno della sua vita.

Quei luoghi prima sconosciuti, noti solo grazie ai racconti di suo nonno, non erano più mete lontane ed agognate.

Non erano né il futuro né un sogno.

Erano il presente e la realtà.


 

 

 

 

 

 

 

07 - primavera del 1472, a Pinerolo, in Italia

 

 

 

 

Nel 1472, Pinerolo era una cittadina splendida.

Angelica era arrivata da poco, ma aveva trovato subito lavoro.

D’altronde, a soli diciassette anni, nel pieno della sua bellezza, non poteva certo farsi dei problemi.

Uno dei primi ad averla notata era stato Donato.

Anche se quasi trentenne, quindi un po’ in là con gli anni, almeno rispetto a lei, era pur sempre sensibile al fascino femminile e quella giovincella ne aveva davvero tanto.

“Come vi chiamate?” l’aveva fermata per strada, appena l’aveva vista.

“Angelica, in cosa posso servirvi?” era abituata ad essere fermata dagli uomini, che sapevano chiedere sempre la stessa cosa.

“Mi chiamo Donato ed ho una bottega nel vicolo a fianco della piazza. Sono assistente del maestro di pittura Canavesio e stiamo lavorando ad un’opera per la quale, da tempo, cercavamo una modella che ci ispirasse. Vedendovi, ho pensato che potevate essere adatta. Vi interessa posare per noi?”

“Come potrei rifiutare? Il nome del vostro maestro, Canavesio, è già noto anche nelle terre da dove vengo, lontano da questo paese. Sarà per me un grande onore potervi servire”.

Iniziò così, per Angelica, la collaborazione d'affari con Canavesio e la storia d'amore con Donato.

Poiché la ragazza non aveva ancora una dimora, Donato convinse Canavesio ad offrirle ospitalità.

Cosa potesse accadere tra Angelica e Donato, nel breve volgere di qualche tempo, è facile intuirlo.

Quella ragazza diventò la sua fedele compagna, modella preferita durante il giorno e amante compiacente durante la notte.

Il successo arrideva alla bottega.

Canavesio riceveva richieste di dipinti non solo dai suoi concittadini, ma anche da luoghi lontani, fino a dove arrivava la sua fama.

Spesso affrontava lunghi viaggi, lasciando a Donato l'incarico di mandare avanti la bottega, mentre a lui toccava affrescare chiese sempre più importanti della riviera ligure ed anche dell'oltralpe francese.

Quando gli capitava di dover dipingere qualche Madonna, l'immagine che gli tornava alla mente, e che più raffigurava nei suoi dipinti, era proprio quella di Angelica.

Ogni volta che Canavesio partiva per una qualche missione pittorica, Donato restava non solo padrone della bottega, ma anche coinquilino di Angelica.

Insomma, si trasferiva a casa di Canavesio, vivendo il suo amore con Angelica sotto lo stesso tetto.

Il lavoro si trascinava stancamente quando, dopo l'ennesima trasferta, Canavesio era rientrato da qualche giorno.

“Donato, oggi ho incontrato un mio vecchio amico, fra Giuliano. Mi ha proposto un nuovo lavoro ad Albenga. Se il lavoro andrà bene allora poi mi incaricheranno di affrescare anche alcune pareti di una nuova chiesa che hanno in costruzione a Taggia. Però là non potrò andare da solo. Avrò bisogno anche di te. Mentre io mi incaricherò di affrescare l'interno, mi serve un decoratore esperto che curi l'esterno”.

Donato era perplesso.

Ormai era troppo legato ad Angelica per pensare di lasciarla a Pinerolo

“Giovanni, io sono disposto a seguirti, ma, quando andiamo a Taggia, vorrei poter portare con me anche Angelica”.

“Non ti preoccupare: non è una decisione da prendere oggi. Ne riparleremo quando ritorno da Albenga. Per almeno sei mesi io sarò via e tu dovrai prenderti cura della bottega”.

Donato non poteva essere più felice: rimaneva padrone del campo. Assumeva la gestione della bottega e, soprattutto, aveva sei mesi da passare solo con Angelica!

Cosa poteva chiedere di più?

Solo che anche sei mesi passano in fretta.

Al ritorno, Giovanni era entusiasta: l’opera dipinta ad Albenga era stata giudicata bellissima da padre Cristoforo, invitato da fra Giuliano a visionarla appena terminata.

Così anche il progetto di fargli affrescare alcune pareti della nuova chiesa di Taggia era stato approvato.

L’idea di portare anche Angelica non aveva nemmeno bisogno di essere discussa: Giovanni, che aveva sempre avuto un debole per Angelica, tanto da usarla come modella anche solo fidandosi della sua memoria, fu ben felice di approvare la richiesta di Donato.

Nel breve volgere di un paio di settimane sistemarono la cessione della bottega di Pinerolo e partirono, tutti tre, alla volta di Taggia.

Il viaggio, fatto interamente a piedi, durò un’intera settimana.

Ad accoglierli all'arrivo a Taggia c'era fra Giuliano, che si mostrò subito entusiasta e desideroso di far vedere loro l'andamento dei lavori.

La chiesa in costruzione si mostrava davvero imponente.

Ormai da quasi dieci anni muratori esperti ci stavano lavorando.

Un intero paese era sorto intorno a quel convento.

Le pareti interne erano come tele grezze, pronte per essere affrescate.

C'erano richieste ben precise, sugli argomenti biblici da riportarvi.

In modo particolare, nel refettorio doveva essere dipinta una crocifissione.

Questo serviva a ricordare ai frati, durante i pasti, che altro era lo scopo della vita su questa terra: non certo l'abbuffarsi di cibo.

Canavesio aveva un suo stile molto particolare e Donato era sempre più affascinato da quella pittura.

Intanto il tempo passava e Angelica si faceva sempre più donna e sempre più bella.


 

 

 

 

 

 

 

08 - una data incerta, nel futuro

 

 

 

 

Gli effetti di quell’ennesima guerra mondiale sarebbero stati veramente deleteri.

Uno sterminio quasi totale avrebbe spopolato la terra.

Solo per una specie particolare di esseri umani era possibile sopravvivere.

Avevano tutti un codice genetico similare, tutti una progenitrice in comune: erano tutti discendenti di Aurora.

Questa però era una storia nuova, ma vecchia.

Anche Eva era stata una capostipite.

Come lo era stato Noè.

Insomma, la storia non fa altro che ripetersi.

Solo che questa volta gli Elohim avevano fatto le cose un po’ meglio.

Il primo tentativo di creare una razza intelligente risaliva a tanto tempo fa.

Una modificazione genetica aveva permesso ad un animale scimmiesco di poter assurgere al ruolo di essere umano, fatto della stessa sostanza dei suoi creatori.

Ma erano bastate poche migliaia di anni per distruggere tutto.

Allora era stato decisa una azione di pulizia generale, una bella lavata su scala globale ed il diluvio universale aveva cancellato gli eredi di Eva.

Ci avevano riprovato creando una stirpe nuova, con un capostipite diverso.

Il suo nome? Noè.

Le solite poche migliaia di anni ed eravamo punto e a capo.

Per questo, verso la fine del quattordicesimo secolo, gli Elohim erano nuovamente intervenuti con una piccola, ma sostanziale, modificazione genetica.

Aurora era la nuova regina del pianeta Terra, ed i suoi eredi avrebbero portato avanti l’ennesimo tentativo creazionistico degli Elohim.

Per essere sicuri di poter riconoscere i veri discendenti di Aurora, la modificazione genetica doveva essere sufficientemente evidente.

La scienza ufficiale l’avrebbe classificata come ‘malattia’, o meglio come ‘morbo’ (malattia inguaribile), ma gli Elohim non potevano certo preoccuparsene.

Anzi, sarebbe stato un ottimo mascheramento.

Come quello che avevano ideato per l’Arca dell’Alleanza.

Per non parlare del Santo Graal.

D’altronde proprio all’inizio del quattordicesimo secolo il loro ennesimo tentativo di stabilire un collegamento più diretto tra il terreno ed il divino era naufragato miseramente.

Con la morte degli ultimi templari, la comunicazione tra il cielo e la terra si era interrotta definitivamente.

Gli Elohim, però, non avevamo certo problemi di tempo: cosa volete che sia un secolo, o anche un millennio, per chi vive nell’eternità?


 

 

 

 

 

 

 

09 - fine del XV secolo, tra la Spagna ed i Caraibi

 

 

 

 

Sua madre sapeva che era arrivato il momento di dirglielo: “Francesco, il mio trisnonno era Amedeo di Savoia e tu sei suo discendente”.

Ne aveva sentito parlare: i Savoia erano una delle più potenti casate d’Europa.

Imparentati con il re di Francia.

Come poteva una sua antenata avere avuto a che fare con loro?

“E poi c’è un altro segreto che mi porto dentro e adesso devo rivelarti”.

Francesco era davvero incuriosito.

“C’è un segreto che viene tramandato di generazione in generazione. Un giorno potrai ritrovare tutti i discendenti della mia trisnonna Aurora perché hanno un segno indelebile. Lo stesso che hai tu”.

Francesco era sorpreso e preoccupato.

Di quale ‘segno’ stava parlando sua madre?

“Siediti, Francesco. La storia è lunga. Devo cominciare da lontano. Da tanto tempo fa. Da prima che io nascessi. Cento anni fa era viva la mia bisnonna, Francesca, l’unica figlia di Aurora. Fino da piccola era soggetta a frequenti perdite di sangue, soprattutto dal naso, ma anche da altre parti del corpo. Era una cosa molto strana. Aurora pensava che dipendesse proprio dal fatto che Francesca fosse figlia di un nobile, quindi una conseguenza della mescolanza del nostro sangue con il loro. Sta di fatto che Francesca si sentiva invece fortificata da questa sua condizione particolare, quasi che il sangue fosse davvero un segno identificativo ed una prova certa della sua nobile origine”.

“Mamma, vuoi dire che l’aver mescolato il sangue di Aurora con quello di Amedeo, dando così origine alla vita della tua bisnonna Francesca, ha fatto sì che tutti noi mostrassimo lo stesso segno? Anche a me capita, di frequente, di perdere sangue soprattutto dal naso, ma non credevo che fosse niente di particolare. Insomma, un sacco di gente perde sangue dal naso!”

“Questo aiuta a mimetizzarsi meglio. Il nostro è un segno segreto che, in questo modo, può essere mostrato senza che nessuno ci dia importanza. Anche perché è un simbolo del legame che ci unisce!”

Mancava solo un giorno, prima della partenza.

Era arrivato il momento di salutare la madre e andarsene con quel grande segreto nel cuore.

La traversata dell’oceano era interminabile.

Il lavoro si faceva ogni giorno più duro anche se la nave, sulla quale si era imbarcato Francesco, era una delle più moderne.

Al comando dell’ammiraglio Alonso de Ojeda, una flottiglia di tre navi era partita da Cadice alla fine di maggio del 1499.

Le navi erano quanto di meglio si poteva trovare sul mercato dell’epoca: caravelle, come quelle adoperate da Colombo nei suoi viaggi precedenti.

Il finanziamento, garantito dalla chiesa, era arrivato grazie all’interessamento del potente vescovo Juan Rodriguez de Fonseca.

Questi era, da tempo, in aperto contrasto con Cristoforo Colombo e quindi aveva fatto di tutto per poter armare una sua flotta e contrastare il monopolio del genovese.

Le tre navi viaggiavano in formazione costeggiando l’Africa, sfruttando le correnti verso sud fino a raggiungere il punto da dove nuovi venti, che soffiavano verso ovest, avrebbero permesso la traversata dell’oceano.

Se lo spagnolo Alonso de Ojeda aveva scippato le informazioni cartografiche all’italiano Cristoforo Colombo, il comandante di una delle navi della sua flottiglia era un altro italiano, che l’avrebbe ripagato della stessa moneta: Amerigo Vespucci!

Francesco aveva avuto un incarico di responsabilità sulla nave ammiraglia: era addetto al controllo della velatura montata sull’albero di poppa.

Nelle ore più disparate doveva salire fino alla tolda, lassù in cima all’albero, per srotolare o per riavvolgere la vela.

Un lavoro coordinato da otto uomini che, partendo proprio dalla tolda, dovevano spostarsi verso l’esterno della travatura alla quale era legata la vela.

Lo spostamento era possibile solo puntando i piedi su un cavo teso sotto l’albero, mantenendosi avvinghiati alla trave orizzontale con entrambe le mani.

Francesco raggiungeva la punta più esterna e poi coordinava il lavoro degli altri otto uomini.

Per far avanzare la nave c’era solo un modo: quando il vento soffiava da dietro (da poppa) si srotolavano le vele per farle gonfiare d’aria e spingere, così, la nave.

Quando poi il vento invertiva la sua corsa e soffiava sul davanti (da prua) era necessario riavvolgere tutto il velame per impedire che la nave fosse sospinta indietro.

La capacità dell’ammiraglio stava tutta nel conoscere o, almeno, cercare di seguire i venti e le correnti più favorevoli.

Con l’aiuto dei venti giusti era possibile attraversare l’oceano in solo sei settimane.

Incappando nei venti contrari, il tempo di viaggio poteva anche raddoppiare.

“Francesco, ho notato che sei uno dei migliori, quando lavori lassù sull’albero - l’ammiraglio Alonso de Ojeda lo aveva convocato a rapporto dopo solo due settimane - ed ho deciso di promuoverti capo squadra, passandoti sull’albero maestro”.

“Grazie ammiraglio, spero di essere all’altezza”.

Erano sempre i migliori ad essere scelti per lavorare sull’albero maestro.

La tempistica delle operazioni era determinante per garantire la massima velocità alla navigazione.

Le carte a disposizione dell’ammiraglio non erano certo meno importanti.

Durante il viaggio fatto con Colombo, Alonso era stato un discepolo attento e scrupoloso.

Sul suo personalissimo diario si era annotato tutto quanto necessario: direzione delle correnti, tempi di manovra, posizione delle stelle.

Anche la posizione della luna e del sole aveva la sua importanza.

Tutte le informazioni le teneva lontano da occhi indiscreti.

In fondo, sapeva che altri avrebbero potuto fare a lui ciò che lui aveva fatto a Colombo: copiargli l’idea per sfruttarla in proprio.

Ormai aveva consapevolezza che mancavano pochi giorni all’arrivo.

Le terre, che lui aveva già visitato, sarebbero state facili prede per i suoi uomini, decisi a raccogliere quei tesori così tanto decantati da tutti quelli che, imbarcati sulle navi di Colombo, erano tornati dai suoi due viaggi precedenti.

Fu proprio Francesco, sistemato sulla tolda per il suo periodo di guardia, a vedere per primo la costa, illuminata dal sole che stava sorgendo alle sua spalle.

L’urlo di gioia diede una scossa di adrenalina a tutti: “Terra, terra!” risuonò in un baleno tra i membri dell’equipaggio.

Quella sera, finalmente, avrebbero mangiato carne!

La prima missione, appena messo piede a terra, fu quella di andare alla ricerca di cibo fresco.

Cacciatori esperti procurarono, in un batter d’occhio, tanta di quella selvaggina da essere a posto per una settimana.

La sera, finalmente, la maggior parte dell’equipaggio poté abbuffarsi davanti al fuoco acceso sulla spiaggia.

Solo pochi marinai erano rimasti a bordo: la nave, d’altronde, non poteva mai, per nessun motivo, essere completamente abbandonata a se stessa.

E se l’ammiraglio era sceso a terra, Francesco, ormai con funzioni da vice, aveva accettato, di buon grado, di restare di guardia.

Per il giorno dopo era programmata una prima esplorazione.

Molto probabilmente la terra, sulla quale avevano messo piede, era una delle numerose isole della zona, ma c’era solo un modo per accertarsene: circumnavigarla!

Circumnavigarla?

Per quanto piccola fosse l’isola, ci sarebbero voluti giorni e giorni.

La nave, non dimentichiamolo, poteva muoversi solo con il vento alle spalle.

Per girare intorno ad un isola c’era da sperare nel cambio continuo della direzione del vento.

“Francesco - ormai Alonso de Ojeda aveva piena fiducia in lui - la nave resterà ancorata nella baia, qui davanti. Domani all’alba, prendi con te quattro uomini e prova ad addentrarti nel bosco che c’è sul limite della spiaggia. Da qui si vede una piccola collina che non sembra essere troppo distante. E’ probabile che dall’altra parte ci sia ancora il mare, e allora sapremo che siamo arrivati su un isola. Altrimenti dovremo organizzarci per navigare lungo la costa, nei prossimi giorni”.

“Agli ordini, ammiraglio” Francesco non aveva bisogno di sentire altre parole.

Scelse i suoi uomini e prese accordi con tutti loro per organizzare la spedizione.

Sarebbero partiti all’alba.

La mattina dopo, appena il sole fece capolino all’orizzonte, Francesco ed i suoi quattro uomini calarono una lancia, dirigendosi verso la spiaggia.

L’isola era silenziosa e misteriosa.

Strani uccelli, sconosciuti, volavano in alto.

Francesco scelse di risalire il solco lasciato da un piccolo fiumiciattolo.

Addentrarsi nel bosco per un’altra via sarebbe stato molto più problematico, per colpa delle liane intrecciate, degli alberi frondosi e dei fusti attanagliati gli uni agli altri, tutti ostacoli insormontabili per un cammino rapido.

Il suo sesto senso gli diceva che quella terra non era disabitata.

Alonso lo aveva messo sull’avviso: “potresti anche trovare degli abitanti. Per lo più è gente ospitale. E’ meglio cercare di mostrarsi amici. Avremo tempo, più avanti, per decidere quale comportamento tenere”.

Seguendo il corso del fiume, dopo diverse ora di marcia, erano ormai decisi a fermarsi per una breve sosta.

Quello che inizialmente era solo un rigagnolo, si allargava sempre più ed ormai aveva assunto una dimensione da vero fiume!

Raggiunta un’ansa molto ampia, avevano appena svoltato che il corso d’acqua si allargava a formare addirittura un laghetto sul quale un getto continuo, a cascata, arrivava da un punto più alto.

In quel laghetto stavano tranquillamente bagnandosi tre persone.

Non solo erano certamente umani, ma anche sicuramente femmine!

La sorpresa negli occhi di Francesco e dei suoi uomini era palpabile.

Le tre ‘grazie’ non erano per niente spaventate.

Più che altro, le fanciulle sembravano incuriosite dalla apparizione inaspettata di quegli stranieri.

Non mostravano nemmeno alcuna vergogna per la loro nudità.

Con ampi gesti li invitavano a bagnarsi.

Francesco però era sospettoso: si guardava intorno, come aspettando l’arrivo di uomini della stessa razza di quelle ragazze.

Invece niente!

Erano proprio sole, sguazzanti e ridanciane.

Un bel bagno in un laghetto di acqua dolce era quanto di meglio si potesse desiderare in quel momento.

Così, sia Francesco che i suoi uomini, si spogliarono delle poche vesti che li coprivano e si tuffarono nell’acqua così fresca e trasparente.

Nuotarono a forti bracciate per avvicinarsi alle tre donne.

Qualunque tentativo di comunicare andava però a vuoto: quel gesto che le persone, appartenenti a popoli così diversi e lontani, possono avere in comune è uno solo, il sorriso.

E quelle ragazze sorridevano.

Si schizzavano l’acqua.

Si muovevano velocemente, nuotando con uno stile tutto loro, quasi animalesco.

Poi si diressero verso la riva, seguite dagli uomini, che cominciavano a sentire quel prurito animale che scaturisce sempre, quando nelle vicinanze c’è una femmina.

Uomini restati in astinenza da lungo tempo, allettati dalla vista di cotanta nudità, mostrarono, uscendo dall’acqua, quel turgore inconfondibile che caratterizza l’essere umano di sesso maschile.

Nel silenzio di quel mondo incantato, le tre ragazze si concedettero benevolmente all’assalto degli uomini di Francesco.

Egli stesso non fu da meno.

Fin quasi al calar del sole, nell’aria risuonò solo l’ansimare focoso di cinque uomini e tre donne impegnati nello sfogo del più vecchio istinto animale, che tutti ci eguaglia.

Alla fine, soddisfatti e rinfrancati, si rituffarono tutti insieme in quella bella acqua per un bagno ristoratore.

Le ragazze fecero capire che era l’ora di rientrare, ma anche che Francesco ed i suoi uomini potevano incamminarsi insieme con loro.

Così, andando alla scoperta di quel popolo, arrivarono al villaggio, costruito appena alle falde della collina.

Con l’universale linguaggio dei gesti, furono festeggiati ed invitati a dividere il cibo.

Tra uomini e donne erano forse un centinaio.

“Cosa stiamo mangiando?” era la domanda di uno dei suoi uomini.

Francesco non aveva dubbi: “Questo è pesce. O comunque qualcosa preso dal mare. Stando vicini al mare, è chiaro che la prima fonte di sostentamento, per questa gente, deve essere il pesce!”

Si mescolavano frutti deliziosi e sconosciuti, con liquidi di una dolcezza incredibile.

Terminata la cena, si aprirono le danze.

Un gruppo di ragazzi attaccò con la musica: tamburi, fatti con grosse canne vuote, davano il ritmo al ballo.

Strumenti simili ai flauti creavano le note, sulle quali la voce umana modulava canti molto orecchiabili e coinvolgenti.

Forse anche per colpa proprio di quel liquido dolciastro, ingerito generosamente, Francesco ed i suoi contribuivano al canto.

L’unica cosa che riuscì a pensare, prima di crollare addormentato, fu che se il paradiso terrestre esisteva, loro l’avevano trovato.

Si svegliò al sorgere del sole. Chiamò i suoi uomini e decise di tornare alla sua nave per portare la notizia della scoperta all’ammiraglio ed agli altri rimasti a bordo.

Grazie al linguaggio dei gesti, chiese ad alcuni indigeni di accompagnarli, anche per segnalare loro le navi ed, invitandoli a bordo, ricambiare l’ospitalità.

Le tre ragazze, incontrate al laghetto, insieme ad altri tre ragazzi del villaggio si unirono a loro, mettendosi in marcia alla volta del mare e delle navi.

Strada facendo, cercava di iniziare una qualche conversazione con una delle ragazze “io mi chiamo Francesco, e tu?”

Si batteva la mano sul petto, ripetendo “Francesco, Francesco, Francesco”.

Poi toccava la ragazza, dicendole, con aria interrogativa “Aaa? Eee? Iii?”

Un suono intraducibile uscì dalle labbra della giovane “Ahue”.

Francesco, soddisfatto, passava dal battersi il petto dicendo “Francesco” al tocco delicato sul braccio della ragazza ripetendo “Ahue”.

Lei iniziò la stessa manfrina, indicando il proprio petto diceva “Ahue” e poi, toccandogli il corpo, sgrammaticava “Acesco”.

Il gioco si allargò agli altri: Diego, Fernando, Juan e Domingo erano i nomi degli uomini di Francesco.

Uhila e Shallia quelli delle altre due ragazze.

Francesco raccoglieva una manciata di terra e diceva “terra”, e la ragazza traduceva.

Nelle poche ore di marcia per tornare alle navi avevano già arricchito il rispettivo vocabolario.

Sapevano i nomi delle principali parti del corpo, da occhio a orecchio, da bocca a naso, da mano a dita.

Avevano imparato il significato di albero, di cielo, di sole.

Non sarebbero stati necessari molti giorni per potersi parlare chiaramente.

Prima ancora di arrivare alla spiaggia era possibile scorgere le tre navi ancorate al largo.

Lo stupore era evidente sui volti delle ragazze e dei loro accompagnatori.

Probabilmente non avevano mai visto delle navi ed era difficile, per loro, anche solo rendersi conto di cosa fossero quelle strane costruzioni che sorgevano dal mare.

Sorprese sì, ma non spaventate.

Si lasciarono trasportare a bordo dove furono accolte da grida di gioia.

Alonso de Ojeda diede ordine di imbastire la tavola per festeggiare l’incontro.

La curiosità dell’intero equipaggio era quasi palpabile nell’aria.

“Ahue, Uhila e Shallia, siate le benvenute - l’ammiraglio cercava di farsi capire, a gesti - ed anche voi, giovani amici. Noi veniamo in pace”.

Francesco aveva messo gli occhi addosso alla più bella delle tre, Ahue.

Quella notte l’avrebbe voluta tutta per se.

Non era più disposto a dividerla con gli altri, come invece era accaduto quando si erano incontrati al laghetto, solo un giorno prima.

Ahue sorrideva, beveva, cantava, ballava, parlava.

Poi ripeteva quelle poche parole che aveva imparato: “Francesco, cielo, luna, nave, naso …” e rideva, rideva.

Francesco si beava di quella visione e continuava a pensare al paradiso terrestre che, ormai ne era certo, non era più soltanto un sogno.

La sua gioia si tradusse in felicità quando l’ammiraglio lo chiamò e gli disse: “Francesco, alcuni di voi dovranno restare su questa terra per completare l’esplorazione e costruire un villaggio che diventerà la nostra base operativa. Ti affido ufficialmente il comando delle operazioni. Scegli gli uomini che preferisci. Penso che una decina possano bastare”.

“Ammiraglio, sono commosso da tanto onore. Penso che la prima cosa da fare sia dare il nome a questo luogo. Ahue mi ha detto che per loro si chiama Baynay. Considerata la salubrità di quest’aria così profumata, la chiamerei ‘terra dell’aria buona’. O, per mantenere il nome originale senza troppe modifiche, Bonaire!”

“Benissimo, e allora adesso ti nomino governatore di Bonaire!”

La prima cosa che fece Francesco fu raggiungere Ahue e comunicarle la notizia: “Ahue, io resterò qui con te. Tu sarai la mia regina, la regina di Baynay”.

Ahue capì poco o niente della dichiarazione di Francesco.

Un bacio è sempre un bacio, e fu così che la promessa d’amore ebbe il suo suggello.

La piccola flotta era in partenza.

L’accordo tra Alonso e Francesco era quello di ritrovarsi dopo circa sei mesi.

Prima che le navi facessero ritorno, Francesco avrebbe dovuto preparare una mappa dettagliata del territorio, costruire qualche abitazione a ridosso della spiaggia e stendere un dettagliato rapporto su quali potessero essere le ricchezze del luogo, utili per il commercio con la madrepatria.

Sicuramente Ahue ed il suo popolo sarebbero stati di grande aiuto.

Già durante la prima settimana, Francesco aveva fatto controllare se fossero su un’isola.

I due esploratori che, la mattina, avevano lasciato la base andando verso destra si erano incontrati, dopo poco più di una giornata di cammino sulla costa, con i due che avevano preso la direzione opposta.

Questo dimostrava che Bonaire era un’isola, e nemmeno troppo grande.


 

 

 

 

 

 

 

10 - al giorno d’oggi

 

 

 

 

Ho deciso di andare alla riscoperta dei dipinti di Giovanni Canavesio da Pinerolo.

Sappiamo che Giovanni ha vagabondato nella zona delle Alpi marittime, affrescando chiese e conventi, nella seconda metà del 1400.

Le sue opere più famose si trovano nella cappella di Notre Dame des Fontaines, vicino a La Brigue.

Qualcuno l’ha definita la Cappella Sistina d’oltralpe, in quanto proprio qui è affrescato il suo Giudizio Universale.

Grazie ad internet, è fin troppo facile trovare un albergo nelle vicinanze di quella cittadina.

Prenoto per un week-end, assicurandomi che sia possibile visitare quella chiesetta.

Da Milano basta raggiungere Cuneo.

Poi proseguire verso Limone Piemonte, seguendo la strada fino al confine francese.

Mi fermo a mangiare qualcosa in un simpatico ristorantino, prima di attraversare il confine.

Subito dopo il passo di Tenda, s’incontra il paesino medioevale di La Brigue.

E’ un sabato soleggiato e primaverile.

L’appuntamento con Marie, la mia guida, era stato preso in tempo.

La seguo lungo la strada che porta verso Notre Dame des Fontaines.

“Marie, vengono tanti turisti a vedere questa chiesa?”

“Per lo più è gente del posto, che conosce la storia e che ne è stata affascinata. Non abbiamo certo l’affluenza che avete voi in Italia con un altro Giudizio Universale, quello di Michelangelo!”

“Però il periodo è più o meno analogo, vero?”

“Nel 1492 - Marie inizia a parlare con quella voglia innata di raccontare, insita in ogni guida turistica che fa il suo lavoro con passione - quel famoso anno in cui Colombo scoprì l’America, successero tantissime cose! Qui un pittore italiano, Canavesio, terminò di dipingere il suo Giudizio Universale. Anzi, sappi che la data annotata sul dipinto, con indicazione del giorno dell’inaugurazione, è quella del 12 ottobre 1492, cioè proprio lo stesso giorno in cui Colombo, dall’altra parte dell’oceano, toccava terra. Più o meno nello stesso periodo la Cappella Sistina, a Roma, venne scelta come luogo dove far ritirare i cardinali che dovevano eleggere il papa. Alessandro VI, papa Borgia, sempre quell’anno venne eletto al soglio di San Pietro. Dieci anni dopo (nel frattempo, proprio nella Cappella Sistina, si era tenuta un’altra elezione pontificia), Giulio II decise di affidarne l’affresco a Michelangelo, che ci lavorò all’inizio del ‘500, dipingendo un altro Giudizio Universale. Intanto, a Milano, Leonardo affrescava il Cenacolo”.

“Eravamo in pieno Rinascimento, insomma!” esclamo.

“Esatto, e se è comprensibile che venisse creata una grande opera come quella di Michelangelo, a Roma, lo è forse un po’ meno immaginare che altrettanto venisse fatto qui”.

Provai ad interromperla.

“Ho letto che Canavesio era un pittore itinerante, cioè andava in giro e dove trovava del lavoro da fare, lo faceva: insomma, si fermava e dipingeva!”

“Vedi, allora questo posto non era un paesetto qualunque. Qui c’erano i Savoia. La più potente casata dell’epoca. E questa chiesetta racchiude una storia misteriosa”.

Cominciavo ad incuriosirmi.

Forse era proprio valsa la pena affrontare un viaggio così lungo per arrivare, da Milano, fino a questo sperduto paesino alpino.

La mia guida sapeva fare davvero bene il suo lavoro: “La chiesetta prende il nome da un antico tempio, dedicato alle acque (da qui il nome ‘fontaines’) in epoca pre-cristiana, su cui venne costruita una prima cappella tra il secondo ed il terzo secolo dopo Cristo. La costruzione attuale risale al dodicesimo secolo per il coro ed al quattordicesimo per la navata, poi sopraelevata successivamente per dotarla di finestre, ed è di fattura piuttosto modesta all'esterno; ma il tesoro è all'interno ed è realmente sorprendente. Si tratta di un ciclo di affreschi che ricoprono letteralmente tutto l'interno della cappella, tanto che è stata soprannominata, come ti ho già detto, la ‘Sistina’ della Alpi! Gli affreschi raccontano storie prese dalla Bibbia e sono il risultato dell’opera di diversi autori. Qualcuno sostiene che il ‘racconto’ ideato dai pittori nasconda addirittura delle allusioni ad un delitto rimasto impunito”.

Qui la mia curiosità era alle stelle.

“Delitto? Quale delitto? E, soprattutto, legato a quale periodo storico?”

Marie non sembrava disposta a rispondermi.

Continuava: “I primi documenti risalgono al 1375, quindi tutta la storia precedente - praticamente quella che ti ho appena raccontato - non è basata su prove, ma solo su supposizioni! Il luogo, dove sorge il santuario, oggi da l’idea di un posto piuttosto isolato, ma nel quindicesimo secolo vicino a questo luogo di culto transitava la strada mulattiera che collegava Briga alla Liguria attraverso il Passo di Collardente. Era, questa, un’importante via di comunicazione e la cappella non era per niente isolata, come lo è al giorno d’oggi. Si trattava, anzi, di un luogo molto famoso tra i pellegrini, che vi giungevano dalla Liguria, dal Piemonte e dalla Provenza”.

“Scusa Marie, ma mi hai incuriosito. Hai accennato ad un delitto e poi hai troncato lì. Dimmi qualcosa di più”.

“Ci stavo arrivando, ma volevo prima di tutto farti capire il contesto storico. La seconda metà del quattordicesimo secolo; una importante via di comunicazione; il centro dei possedimenti dei Savoia. Chi governava era Amedeo VII, che era salito al potere nel 1383. Con un grande sogno: arrivare al mare. Fu durante il suo regno che i Savoia conquistarono Nizza e si aprirono lo sbocco sul mare”.

“E il delitto?” incalzavo.

“Si racconta che Amedeo fosse perdutamente innamorato di una fanciulla bellissima, Aurora, che però non era nobile. Lui dovette cedere alle imposizioni paterne e sposare una donna di rango. Ma rimase sempre segretamente innamorato di quell’altra e quando lei scappò chissà dove, lui decise di cercarla. Aveva saputo che si era trasferita in un porto di mare e così decise di conquistare nuove terre, dedicandosi solo alla ricerca di luoghi sulla costa. Aprendo così l’accesso al mare al suo casato, ma solo perché, da qualche parte, proprio sul mare, voleva trovare la sua sirena”.

“E il delitto?” insistevo.

“Anche se la storia racconta che Amedeo morì, a soli trentun anni, per le conseguenze di una caduta da cavallo, qualcuno sostiene che la sua morte si sia verificata per avvelenamento, ordinato da una donna. Forse a causa di un’altra donna, che lo aveva circuito, promettendogli aiuto in un particolare progetto che Amedeo aveva in mente”.

“Sfortunato con le donne? Quella che amava gli sfugge e non riesce più a trovarla. La moglie gli è imposta dal padre e quindi non sarà stato un matrimonio felice. Un’altra lo circuisce ed un’altra ancora lo avvelena…”

“Il segreto rappresentato in questa cappella non riguarda però quella morte, avvenuta nel 1391, ma un altro delitto consumatosi ben cento anni dopo. Anche se c’è un collegamento tra i due fatti”.

La storia si faceva complicata, ma ancora più interessante!

Eppure quei dipinti sembrano solo storie riprese dalla Bibbia: la Biblia Pauperum, come era nota a quei tempi. Visto che la maggior parte della gente era analfabeta, i racconti biblici venivano mostrati attraverso i dipinti.

Noi oggi abbiamo i giornalini a fumetti? Loro avevano i racconti per immagini!

In fondo si tratta dello stesso ‘mezzo’ di intrattenimento ed informazione.

Portare la conoscenza attraverso la vista, laddove la parola (o meglio lo scritto) non riesce ad arrivare.

“I Savoia erano gli indiscussi signori di queste terre. Alla metà del quattordicesimo secolo, durante il regno di Amedeo VI, il Conte Verde, erano passati di grado, da duchi a conti. Imparentandosi poi con i potenti di Francia, i Valois, grazie al matrimonio di Amedeo VII, il Conte Rosso, con Bona di Berry, avevano rafforzato ulteriormente il loro potere scatenando l’invidia e l’odio dei loro vicini, i Lascaris. Quando questi però stavano per stringere un patto con Amedeo, qualcuno l’aveva fatto assassinare, così l’accordo era miseramente naufragato. I Lascaris erano rimasti sottomessi ai Savoia per cento anni, fino a che Margherita Lascaris, detta l’amazzone, aveva voluto provare a vendicare il suo casato e riprendere il potere”.

“Un odio protrattosi per cento anni?” chiedevo.

“Come si può passare un’intera vita odiando e continuando ad instillare lo stesso rancore nei figli e nelle generazioni a venire?”

“Questo è il potere, amico mio!” era la lapalissiana risposta di Marie.

Poi continuava: “Margherita aveva scoperto l’esistenza di un ramo dei Savoia che, ufficialmente disconosciuto, poteva invece vantare il diritto al trono ed avrebbe voluto fare in modo di riportare al potere il vero erede. Il segreto lo aveva appreso proprio dall’autore di questi dipinti, Giovanni Canavesio”.

“Marie, adesso ho solo una gran confusione in testa! Non ci capisco più niente”.

Lei sorrideva di gusto: sapeva che la mia curiosità, però, era davvero tanta.

Allora riprese: “I Lascaris, nel 1390, stavano per concludere una grande alleanza con Amedeo. Questi era pronto a lasciare la moglie, Bona di Berry, perché, tramite i Lascaris, aveva la possibilità di ritrovare il suo grande amore: Aurora. Bona se ne accorse e, d’accordo con sua madre, organizzò l’avvelenamento di Amedeo. Poi raccontarono a tutti che era morto per una caduta da cavallo. I Lascaris caddero in disgrazia e ci restarono per cento anni”.

“Ma tu come le sai tutte queste cose? Io ho fatto un po’ di ricerche e sui libri non esiste traccia di quanto mi stai raccontando”.

“Ci sono verità che si tramandano di padre in figlio. Non c’è bisogno di mettere sempre tutto per iscritto. Queste storie me le ha raccontate mio padre che le aveva sapute da mio nonno. Al quale le raccontò suo padre e così a ritroso per i secoli passati. Questi dipinti sono qui da oltre cinquecento anni e queste storie fanno parte delle nostre tradizioni”.

Una spiegazione semplice ed assolutamente valida.

“Va bene - ormai mi aveva convinto - dimmi allora quale altro delitto si è consumato qui ed è stato nascosto nei dipinti?”

“Margherita Lascaris aveva sposato il Conte di Ventimiglia, ritenuto un discendente dei Savoia, anche se legato ad un ramo secondario. Grazie ai contatti che aveva avuto con Giovanni Canavesio, come ti ho detto, era riuscita a sapere che c’era tuttora un erede di casa Savoia, discendente di colei che era nata dal legame tra Amedeo ed Aurora. Il suo piano, studiato con l’appoggio del marito, era quello di fare sì che il vero erede potesse riprendere il potere. Ancora una volta, però, il predominio dei Savoia ebbe la meglio. Anche il Conte di Ventimiglia fece la fine che, cento anni prima, aveva fatto Amedeo. L’unica cosa che restò a Margherita fu nascondere tutta la storia in questa cappella, d’accordo con Canavesio, perché in futuro qualcuno potesse ristabilire la verità”.

“Marie, la mia memoria mi dice che ho già sentito parlare del Conte di Ventimiglia. Dimmi qualcosa di più”

Un sorriso illuminò il suo sorriso: “avrai letto Salgari, da ragazzo!”

“Sì, certo, era uno dei miei autori preferiti”.

“Beh, allora dovresti ricordare che proprio uno dei Conti di Ventimiglia, Emilio di Roccabruna, altri non è che il Corsaro nero”.

“Sì, è vero. Ora ricordo, ma il periodo storico è ben altro: se non sbaglio Salgari ha ambientato quella storia a cavallo tra la fine del 1600 e l’inizio del 1700”.

“Hai ragione, naturalmente. Ciò che volevo dire è che questi Conti di Ventimiglia sono stati sfortunati con il destino. Hanno sempre dovuto soccombere e lottare per ristabilire la verità. Anche il Corsaro Nero diventa tale per vendicare l’assassinio del fratello”.

Un solo pensiero mi balenava in mente: la realtà, ancora una volta, superava la fantasia!


 

 

 

 

 

 

 

11 - fine del XV secolo, in Francia 

 

 

 

 

L’ora della pigiatura era ormai vicina.

Gli enormi tini, che adesso contenevano tutta l’uva raccolta, erano stati aperti, approfittando così del calore del sole e della massima luce disponibile.

I pigiatori, e le pigiatrici, avevano diritto ad una lauto pasto: subito dopo si toglievano i sandali, si rimboccavano gonne e pantaloni fin sopra le ginocchia ed entravano nei tini.

Intanto i musicanti davano inizio ai canti e la torchiatura diventava una danza.

Riscaldati dal sole e rifocillati a dovere, i pigiatori lavoravano con gioia e di buona lena.

Mantenersi in equilibrio calpestando quella massa informe di uva non era facile.

Il ballo, le risa, i canti contribuivano ad allietare l’atmosfera.

Qualche mano audace, soprattutto maschile, con la scusa del poco equilibrio, indugiava sulle prosperose forme femminili.

Pietro si tolse i sandali, si arrotolò i pantaloni e saltò dentro quel tino dove una giovane fanciulla stava danzando con gioia, facendo ballonzolare con troppa foga il seno prorompente.

“Bonjour mademoiselle, come vi chiamate?” cercò subito di attaccare discorso.

“Elena, e voi?”

“Pietro - rispose, poi aggiunse - sebbene sia arrivato da poco meno di un anno, non vi avevo mai vista prima. Da dove venite?”

“Vivo piuttosto lontano da qui. Però tutti gli anni, con la mia famiglia, scendo in città per la vendemmia. Mio padre ha lavorato nei campi, per la raccolta dell’uva. Mia madre è stata presa a giornata nelle cucine. Adesso partecipiamo alla pigiatura e domani torniamo a casa”.

“E’ un vero peccato. La fortuna che mi ha arriso facendo sì che vi incontrassi, mi volta subito le spalle portandovi via in così breve tempo”.

“Come siete galante, messere! Non avevo mai ricevuto dei complimenti così intriganti”.

“Almeno permettetemi di danzare con voi” Pietro sentiva un fortissimo desiderio di stringerla fra le sua braccia.

“Ma certo, oggi è giorno di festa. Balliamo!”

Seguendo il ritmo della musica, Pietro le prese le mani ed iniziarono un improbabile movimento di danza, saltando sull’uva che si maciullava sotto i loro piedi, rendendo sempre meno stabile l’equilibrio.

La festa continuava per tutta la giornata: quando la pigiatura era completata, i balli proseguivano nella grande aia che si trovava davanti alle cantine.

Pietro ed Elena andarono avanti a danzare fino al tramonto.

Approfittando dell’oscurità che ormai avvolgeva tutto il paesaggio, Pietro propose ad Elena di fare una passeggiata, lungo i filari.

Voleva trovarsi da solo con lei, per suggellare la felicità di quella giornata.

Al chiarore della luna piena, nascosti tra i filari, si scambiarono il primo tenero bacio.

Poi, improvvisamente, i loro corpi si trovarono avvinghiati.

“Non te ne andare!” le parole di Pietro erano una preghiera.

“Tornerò: il mese prossimo c’è la raccolta delle castagne!”

“Un mese? Non passerà mai! Il tempo mi sembrerà eterno, ma aspetterò il tuo ritorno”.

Rientrarono sull’aia, tenendosi per mano.

Quella notte la sognò e così per tutte le notti a venire, aspettando ottobre, il mese delle castagne.


 

 

 

 

 

 

 

12 - al giorno d’oggi

 

 

 

 

L’incontro era stato indetto per il pomeriggio del giorno dopo Pasqua: i tre uomini, Werner, John e Claude, avevano tutti superato la cinquantina e non si incontravano da quasi dieci anni.

Erano rimasti in contatto, è vero, eppure, nonostante tutti gli anni di continue ricerche, i risultati erano sempre più deludenti.

La riunione era stata fortemente voluta da Werner, il tedesco, per fare il punto della situazione.

Avevano quasi perso ogni speranza di riallacciare il contatto con l’ultimo discendente.

Almeno una certezza l’avevano raggiunta: un erede esisteva certamente ed altrettanto certamente era possibile identificarlo grazie al segno.

Bisognava organizzare una nuova ricerca capillare, avvalendosi adesso anche dell’aiuto della scienza.

Fortunatamente la medicina ufficiale aveva già messo in piedi un funzionale servizio di assistenza a tutti coloro che erano portatori di quella mutazione genetica.

Centri di ricerca specializzati erano attivi da una decina d’anni sia negli Stati Uniti che in Europa e ne sorgevano ogni giorno di nuovi, in giro per il mondo.

In Italia se ne potevano contare già due, attivi da qualche anno sul territorio.

Alcune tracce del DNA erano state decodificate.

Al giorno d’oggi era noto quale fosse la mutazione avvenuta ed in quale segmento cromosomico si situasse.

Studi e ricerche specialistiche erano già state pubblicate, a iosa.

Il professor Galimberti aveva dedicato molto tempo alla ricerca, e si era quasi convinto di una cosa: quella mutazione genetica non era un semplice errore incomprensibile; c’era dietro una volontà superiore.

Forse la natura si preparava a difendersi.

Aveva un’altra certezza: doveva esserci un unico antenato comune a tutti i portatori del segno.

Riuscire a risalire a quel progenitore sarebbe stato lo scopo della sua prossima ricerca.

Ma bisognava andare indietro nel tempo, forse anche di qualche centinaio di anni.

La creazione di un database, nel quale registrare tutti i portatori della mutazione, avrebbe permesso di risalire a ritroso.

Però sappiamo bene che ritrovare i nostri antenati è difficilissimo: riusciamo a ricostruire il nostro albero genealogico forse di tre, quattro o al massimo cinque generazioni.

Poi c’è il buio.

“Ci sono, è vero - diceva Werner  - le società di araldica che hanno vari strumenti adatti per ricostruire un albero genealogico molto indietro nel tempo, ma il loro lavoro innanzitutto è costosissimo, poi necessita di ricerche accurate da effettuarsi in vecchie biblioteche, conventi, archivi. Ci vuole tanto denaro ma anche tanto tempo: cercare un antenato comune partendo da una base di centinaia, per non dire migliaia, di persone con la stessa identificazione cromosomica, è come voler trovare il classico ago nel pagliaio”.

“L’unica cosa certa - commentava John, l’americano - è che c’è stato un antenato comune nel quale si è verificata la mutazione genetica ed oggi ci sono migliaia di suoi discendenti. Solo che noi sappiamo benissimo chi era l’antenato: Aurora, madre di quella Francesca che era la figlia illegittima di Amedeo VII di Savoia. Dobbiamo soltanto rintracciare l’erede tra tutti coloro che oggi sono afflitti da quel particolare morbo”.

Anche se il professor Galimberti portava avanti le sue ricerche solo nell’interesse della scienza, questi altri tre uomini, ormai cinquantenni, sapevano che soltanto uno dei discendenti, però, era anche il portatore della linea dominante, quindi da considerarsi l’unico vero erede.

Come in estremo oriente hanno il Budda ed i monaci sono spesso alla ricerca della sua più recente incarnazione e, pur tra mille difficoltà, riescono sempre nella loro impresa di identificazione, perché non avrebbe potuto proprio il nostro professor Galimberti essere di grande aiuto nell’identificare l’erede che, così ansiosamente, altri tre uomini stavano cercando?

Intanto aveva identificato i tre ceppi principali dove risiedevano le persone afflitte dal morbo: una forte concentrazione si trovava nell’isola caraibica di Bonaire. Poi c’era un altro nucleo, molto numeroso, in Francia, nella zona intorno a Lione. Ed infine in Italia, soprattutto al nord, tra Piemonte e Lombardia.

Cosa poteva esserci in comune tra un abitante di Bonaire, uno di Lione ed uno di una qualche cittadina dell’alta Savoia!?

Mah, la ricerca non prometteva niente di buono!

Eppure proprio quelle ricerche del professor Galimberti erano ormai l’unica strada percorribile per rintracciare l’erede.

Al termine della riunione i tre si erano accordati per finanziare, senza apparire in prima persona, proprio quegli studi: magari suggerendo l’identificazione dell’antenato, così da restringere il campo e venire in aiuto alla ricerca ufficiale.

In fondo erano solo tre benefattori che intendevano aiutare la ricerca scientifica.

In effetti i loro interessi erano ben altri.


 

 

 

 

 

 

 

13 - fine del XV secolo, tra la Spagna ed i Caraibi

 

 

 

 

Francesco sentiva sempre più forte l’attrazione di Ahue.

L’aveva voluta con sé, al villaggio che stava nascendo.

I giorni passavano ed il sentimento che li univa era sempre più simile all’amore.

E’ vero, l’attrazione per quel corpo femminile era qualcosa che travalicava la ragione.

Durante il giorno quasi si ignoravano.

Francesco era indaffarato a coordinare i lavori di costruzione delle casupole e dei magazzini, che sorgevano su quel nuovo mondo.

Ahue si dedicava alla preparazione del cibo per sfamare l’intera combriccola.

Anche qualche altra sua amica aveva lasciato il villaggio d’origine per unirsi alla compagnia degli uomini venuti dal mare.

Questi giovani maschi spagnoli, così forti, temprati dal sole e dal sale, non potevano che suscitare l’interesse di quelle femmine che stavano provando i primi appetiti sessuali.

Le nascite, negli anni precedenti, avevano visto venire alla luce quasi solo femmine.

L’arrivo degli stranieri sull’isola era stato vissuto come un segno del cielo: uomini giovani e prestanti giunti su quella terra per la felicità delle tante fanciulle altrimenti destinate alla solitudine.

La mescolanza era stata fin troppo facile.

“Ahue - ormai Francesco ed Ahue si intendevano a perfezione, in entrambe le loro lingue di origine - nel mio paese c’è una cerimonia particolare che si celebra quando un uomo decide di unirsi per sempre con una donna. Si chiama matrimonio! L’uomo e la donna si fanno una promessa d’amore eterno e si scambiano due anelli, che sono il simbolo del legame. Voi avete qualche cosa di analogo nella vostra tradizione?”

“Sì, certo. Noi ci scambiamo dei fiori che vengono intrecciati appositamente per l’occasione, e poi mescoliamo il nostro sangue. Lo facciamo uscire tagliando qui, sul polso, e poi restiamo con i polsi legati, uno all’altro, per un’intera giornata”.

“Potremmo organizzare una giornata di festa per una grande cerimonia. Celebreremo l’unione tra noi e voi. Io intendo sposarti e so che anche qualche mio compagno vuole unirsi in matrimonio con qualcuna delle tue amiche. Inviteremo tutti i vostri parenti. Faremo una grande festa. Sarà l’inizio di una nuova vita, di una nuova città e di tanti nuovi amori. E cominceremo così a popolare questo villaggio con tanti bambini, figli della pace che unirà per sempre il nostro ed il vostro popolo”.

L’idea era meravigliosa.

Quando Francesco spiegò il progetto ai suoi, tutti ne furono contenti.

Anche le ragazze, ovviamente, si entusiasmarono all’idea!

Scelsero l’ultima domenica di settembre.


 

 

 

 

 

 

 

14 - facciamo il punto?

 

 

 

 

Dunque, vediamo di riassumere.

Nel 1377 Aurora ha una storia d’amore con Amedeo VII, erede di casa Savoia

Incinta, deve fuggire dalla Francia ed arriva a Cadice, in Spagna, con la figlia appena nata, Francesca.

Dopo oltre cento anni, mentre Colombo scopre l’America, conosciamo tre discendenti di Aurora e di sua figlia Francesca, che sono:

Pietro che, lasciata Cadice, si trasferisce in Francia, a Lione, alla ricerca delle sue antiche radici ed inizia una storia d’amore con Elena.

Francesco che, partendo sempre da Cadice, si imbarca e arriva in una sperduta isola dei Caraibi, a Bonaire, ed inizia una storia d’amore con Ahue.

Angelica che, arrivata a Pinerolo, nell’alta Savoia, lavora a bottega dal maestro Giovanni Canavesio ed inizia una storia d’amore con Donato.

Facile, no?

Se poi ci spostiamo avanti nel tempo, di altri cinquecento anni, arriviamo ai giorni nostri, con i discendenti di Aurora ormai sparsi per tutto il mondo.

Riconoscibili tutti per un particolarissimo ‘segno’.

Con qualcuno che sta cercando, tra loro, l’erede principale.

Tutto chiaro? Andiamo avanti.


 

 

 

 

 

 

 

15 - l’anno 1383, ad Avigliana (nel Savoiardo)

 

 

 

 

“Signor Conte, quale vestito preferite indossare oggi?”

La servitù era schierata in attesa della risposta.

L’unica cosa certa era il colore.

Come sempre, il Conte avrebbe scelto abiti rossi.

Il padre era morto da poco, lasciandolo erede del nobile casato dei Savoia.

E lui, Amedeo VII, finalmente poteva esercitare il potere in assoluta libertà.

Sei anni prima aveva dovuto troncare la sua storia d’amore con Aurora.

Eppure lui non riusciva a dimenticarla.

Adesso avrebbe usato il suo potere per ritrovarla.

Si era sposato, è vero, ma non l’aveva fatto certo per amore.

La sposa gli era stata imposta dalla famiglia, per legare così il suo casato a quello del re di Francia.

Non appena si era presentata l’occasione, aveva parlato con il suo uomo di fiducia: “Ludovico, tu sei il mio migliore amico ed io ho bisogno di te”.

“Amedeo, la tua amicizia è un grande onore per me”.

“C’è una donna, che ormai non vedo da sei anni. Tu devi ritrovarla”.

“Non mi dire che stai ancora pensando ad Aurora?”

Ludovico era stato compagno di Amedeo per così tanto tempo, da conoscerlo molto bene!

Sapeva che Aurora gli era rimasta nel cuore ed era ovvio che adesso, arrivato al potere, Amedeo volesse ritrovare l’unica cosa della quale gli importava: l’amore di Aurora!

Con un sorriso amaro, Amedeo riprese: “Ludovico, a te posso dirlo. Non l’ho mai dimenticata. E’ sempre nei miei pensieri. Ho bisogno di ritrovarla. So che è dovuta fuggire, per colpa di mio padre. Probabilmente mi odia. Penserà che anch’io ero d’accordo. Ma questo non è vero ed io voglio almeno farglielo sapere”.

“Non è facile trovare una donna della quale sappiamo solo il nome. Dopo sei anni potrebbe essere andata ovunque. Comunque, se è questo che vuoi, farò del mio meglio per soddisfare la tua richiesta”.

“Ho un dubbio che mi rode: forse Aurora, quando è fuggita, era incinta. Se così fosse il mio vero erede, il mio primo figlio, è nato da lei. Ho bisogno che tu trovi sia lei che quell’eventuale figlio. Io potrò così ristabilire la verità sulla mia discendenza”.

Il compito non era facile e, soprattutto, riguardava il futuro dei Savoia.

Ludovico si sentiva onorato e lusingato, ma anche molto preoccupato.

Poteva iniziare incontrando i genitori di Aurora.

Il padre era ancora uno degli ufficiali della guardia.

Non era pensabile di affrontarlo a quattrocchi e chiedergli “dove è Aurora?”.

Ludovico doveva usare la massima cautela nel portare avanti le sue ricerche.

In un piccolo paesino dove tutti si conoscevano, non sarebbe stato difficile allacciare un rapporto di amicizia con un vecchio ufficiale della guardia.

Bastava avere pazienza.

E Ludovico di pazienza ne aveva tanta.

“Capitano - Ludovico, che ormai aveva incontrato diverse volte il padre di Aurora, allacciando con lui un rapporto amichevole, riteneva giunto il momento di porre la questione - ma voi non avevate anche una figlia? Ormai dovrebbe essere già in età da marito. Ho un cugino che deve trasferirsi qui da noi e mi ha chiesto di cercargli moglie!”

Il capitano non intendeva raccontare i fatti suoi a nessuno.

Rispose: “se ne è andata di casa qualche anno fa. Si è sposata e vive in un paesino sulla costa. Ormai ha passato i venti anni. E poi non credo che a vostro cugino possa andare bene una donna ormai vecchia”.

In effetti, le ragazze si sposavano tra i sedici ed i diciassette anni.

Passati i venti, voleva dire che erano destinate al convento oppure a restare zitelle.

Qualcuno in giro si ricordava di Aurora, ma tanta acqua era passata sotto i ponti.

Le memorie fanno presto a cancellarsi. D’altronde c’è chi ha detto che i ricordi sono fatti della stessa sostanza dei sogni: svaniscono all’alba.

Tramite un’amica, Ludovico aveva saputo che la madre era l’unica a serbare ancora reminescenze affettuose di Aurora.

Ma anche lei brancolava nel buio.

Come si fa a trovare una persona sparita da così tanto tempo?

Anche con l’appoggio dell’uomo più potente del luogo, se manca una traccia, le ricerche sono vane.

Era stata l’amica del cuore di Aurora a dare una ventata di speranza alle ricerche di Ludovico.

“In questi sei anni, da quando Aurora se ne è andata, ho ricevuto due sue lettere. La prima mi è arrivata quasi un anno dopo la sua partenza. O meglio, dovrei dire dopo la sua fuga! Sì, perché Aurora è fuggita da qui, cacciata dal padre, quando si era accorto che era incinta”.

Ludovico era perplesso.

Il dubbio di Amedeo si faceva reale.

Forse c’era davvero un erede.

“Continua, ti prego. Il tuo racconto è molto interessante!”

E l’amica di Aurora continuava: “Ha viaggiato a lungo, fino ad arrivare in un paese che si trova molto lontano da qui, un posto di mare, in Spagna”.

Era già qualcosa.

“E poi - il racconto andava avanti - ha conosciuto un mercante che l’ha presa con sé. Ha dato il suo nome e la sua protezione alla figlia che le era nata e che ha chiamato Francesca”.

“Una femmina - pensava fra sé e sé Ludovico - e forse era meglio così. La discendenza era prerogativa dei maschi. Anche se il padre era Amedeo, quel figlio comunque non era un maschio che potesse ledere la linea di successione dei Savoia”.

Ludovico chiese udienza ad Amedeo e gli riportò i fatti.

Pensava che queste notizie avrebbero tranquillizzato Amedeo e la sua curiosità.

Invece sortì l’effetto contrario: il dubbio che potesse esserci un figlio suo e di Aurora, aveva tormentato Amedeo per tanto tempo. Adesso non aveva più dubbi. C’era, da qualche parte in Spagna, un bambino che aveva circa sei anni e che era suo figlio. Che poi fosse maschio o femmina, non importava.

Importante era trovare quel figlio e, con lui, anzi con lei, ritrovare anche Aurora.

“Ludovico, devi fare di tutto per sapere dove si trovano. Per poi andare a prenderli e convincerli a tornare qui. Questa è la loro casa”.

L’amica di Aurora aveva parlato di un’altra lettera, ricevuta dopo la prima.

Ludovico aveva bisogno di sapere se riportava un indirizzo, un indizio, un aiuto per rintracciare il luogo dove risiedeva Aurora.

La fortuna era dalla sua parte: nella seconda lettera, Aurora descriveva ampiamente il luogo. La città si trovava sulla costa spagnola, ed il nome era Cadice.

Ludovico doveva decidersi a partire per un lungo viaggio, con una meta ben precisa.

Amedeo gli aveva fatto avere una lettera per Aurora, nella quale spiegava dettagliatamente il suo comportamento passato, le imposizioni di suo padre, l’impossibilità di reagire, la voglia di espiare la sua colpa, il desiderio di riavere Aurora e la bimba con sé.

Il viaggio si preannunciava non solo lungo ma anche faticoso, però Ludovico era deciso a portare a termine la missione, nel più breve tempo possibile.

La migliore soluzione era scendere fino al mare, al grande porto di Marsiglia e da lì cercare un imbarco per Cadice.

Grazie all’incarico ufficiale avuto da Amedeo, che l’aveva dotato di un lasciapassare con il sigillo dei Savoia, ed alla cospicua somma della quale poteva disporre, Ludovico non avrebbe avuto difficoltà a trovare un passaggio su una nave.

Marsiglia era una città immensa. Tutti i maggiori traffici che riguardavano la Francia transitavano sempre per quel porto.

C’erano navi che partivano per i vicini porti di Genova e Barcellona, ma anche navi che dovevano attraversare il Mediterraneo per raggiungere la costa africana. Qualcuna faceva rotta verso la Grecia. 

Però la Grecia si trova ad est!

Ludovico cercava una nave che andasse verso ovest: Cadice era situato dopo la bocca di uscita dal Mediterraneo e molte navi che, partendo dal Mediterraneo, raggiungevano i mari del Nord, facevano tappa a Cadice.

Trovò alloggio in una locanda, dalla quale si vedeva il mare.

Ogni mattina scendeva al porto per presentarsi a bordo delle navi appena arrivate e chiedere notizie sulle loro prossime destinazioni.

“Sto cercando un imbarco per recarmi a Cadice. Posso sapere se la vostra nave farà rotta verso tale porto?” si presentava sempre con la stessa domanda, e riceveva immancabilmente la stessa risposta: “No, questa nave non va a Cadice”.

“Mi va bene anche Valencia, o un porto della Spagna che mi permetta di accorciare il viaggio. Altrimenti dovrei farlo interamente per via di terra”.

Ludovico continuava a ricevere delle risposte negative e cominciava a pensare che forse valeva la pena decidersi ad affrontare il viaggio per strada, quando finalmente la fortuna gli arrise.

Una nave era in procinto di partire per raggiungere Lisbona ed avrebbe dunque fatto sosta in tutti i porti ove era possibile svolgere attività commerciale, quindi si sarebbe fermata a Barcellona e ad Alicante, passando poi per Valencia, fino a toccare Cadice nel giro di un paio di mesi.

La soluzione era ottima: Ludovico, finalmente, poteva lasciare la Francia!


 

 

 

 

 

 

 

16 - fine del secolo XV, a Taggia

 

 

 

 

Ormai il trio era affiatato: Giovanni dipingeva, Donato decorava e Angelica si curava di entrambi.

Il clima era mite ed il cibo abbondante.

Il lavoro procedeva spedito e dava grandi soddisfazioni ai due artisti.

Dopo un paio di mesi da quando aveva lasciato Taggia, fra Giuliano stava per tornare in visita.

Questa volta sarebbe venuto insieme al priore, padre Cristoforo.

Per accertarsi dell’andamento dei lavori, decidere eventuali modifiche, proporre nuovi abbellimenti.

I padri domenicani, all’apice del successo, ritenuti gli assoluti testimoni della verità, erano stati incaricati dei compiti più ardui per la tutela della fede.

Con loro era nata la Santa Inquisizione, forgiata per combattere le troppe eresie dilaganti.

Ci tenevano a far costruire nuove chiese: proprio il lungomare che da Genova andava fino a Nizza avrebbe visto nascere monumenti sempre più imponenti.

Un dipinto molto particolare occupava la mente di Canavesio: una Madonna, però davvero speciale.

Ovviamente, con Angelica come modella, il lavoro era anche troppo facile.

Seduta all’aperto, sistemata in mezzo agli alberi in fiore di quel maggio pieno di calore, con il sole che le baciava la fronte, Angelica era l’immagine della donna ideale per un artista come Canavesio e per la sua ‘Madonna delle ciliegie’.

Una delle più belle opere mai realizzate da questo artista enigmatico.

Ogni tanto abbandonava Taggia per spostarsi nell’entroterra e andare a dipingere in quelle piccole chiese costruite sui crinali alpini: lo faceva soprattutto d’estate.

D’altronde non era pensabile di lavorarci durante il freddo dell’inverno.

Ormai era una consuetudine: appena arrivava giugno, Canavesio partiva alla volta di paesini lontani, come Briga.

Era conosciuto da tutti come ‘il pittore itinerante’: si sentiva un nomade.

Non aveva mai potuto mettere radici in un posto fisso.

Viaggiava e dipingeva: raccontava, con le sue opere, le storie della Bibbia.

Era la ‘Biblia Pauperum’: la Bibbia dei poveri.

Dipingeva soprattutto per chi non sapeva leggere.

Era un insegnante che usava il pennello per portare la conoscenza.

Poi a fine settembre tornava a Taggia: il clima delle città di mare era certamente più mite e gli permetteva di lavorare assiduamente anche durante i mesi invernali.

La sua indole nomade lo portava, durante l’inverno, a spostarsi lungo la costa ligure: una capatina a Varazze, un giretto a Pigna e le sue opere andavano ad arricchire le chiese locali.

Nel pieno boom di opere artistiche che venivano prodotte in quel periodo, un ‘nomade’ come lui aveva modo di incontrare tanti altri artisti, vederli all’opera e fare esperienze sempre nuove.

Ecco perché le sue opere sono così all’avanguardia, ed ecco perché può essere considerato un vero capostipite di una particolare arte pittorica alla quale si sono riferiti anche gli artisti che scendevano dal lontano Nord Europa, per visitare la nostra povera Italia.

Se andate a cercare nei libri di storia dell’arte vi diranno che Canavesio ha copiato lo stile di Barthelemy van Eyck: solo perché due crocifissioni si assomigliano?

Anche se così fosse possiamo dire che l’allievo ha superato il maestro! Va bene?

Sta di fatto che quando Giovanni e Donato si spostarono in quel di La Brigue, al di là delle alpi, lo stile di Canavesio era cambiato: la croce adesso era altissima, con un Cristo inchiodato lassù.

Una giovane donna abbracciata al tronco della croce, piangeva calde lacrime.

Una più anziana, la Madonna, sveniva dal dolore ed era sorretta dalle braccia di tante pie donne.

Poi c'erano cavalli e cavalieri, mercanti e soldati, chi giocava, chi lottava, chi si divideva le vesti del moribondo. 

“Giovanni, perché fate una croce così alta?”

Donato era incuriosito da come Canavesio aveva impostato quelle immagini.

“Perché voglio far capire che c'è comunque una grande distanza tra le cose celesti e quelle terrene”.

“E chi è quella giovane donna abbracciata alla croce?” Donato si era fatto insistente con le sue domande.

“Angelica. Ho voluto trovare anche a lei uno spazio nel dipinto”.

Canavesio non poteva ammettere pubblicamente quello che sarebbe stato considerato eretico: che anche Gesù aveva amato una donna, Maria Maddalena, e che questa era stata affranta dal dolore quando il suo amato era stato condannato a morte.

C'erano messaggi oscuri che si potevano trasmettere solo senza suscitare sospetti.

Nell'ambiente pittorico dell'epoca circolavano molte idee eretiche.

Bisognava essere molti cauti nell'esprimerle pubblicamente, per evitare guai.

Canavesio non era ancora sicuro di potersi fidare di Donato.

Ma un giorno si sarebbe aperto con lui, rivelandogli il grande segreto.

Pochi anni dopo Donato avrebbe dipinto una crocifissione identica a quella di Canavesio in un refettorio di una chiesa, a Milano, mentre sulla parete opposta di quello stesso refettorio Leonardo dipingeva il Cenacolo, quello che così subdolamente ritraeva la Maddalena seduta accanto a Gesù!

In quello stesso periodo Canavesio, ormai definitivamente emigrato in territorio francese, al di là delle Alpi, avrebbe dipinto un'altro Cenacolo, con una ancor più subdola Maddalena che, addirittura, si sdraiava in braccio a Gesù e si addormentava placidamente.


 

 

 

 

 

 

 

17 - al giorno d’oggi

 

 

 

 

La scienza, nell’ultimo secolo, ha fatto passi da gigante.

La medicina, in modo particolare, ha scoperto nuove malattie e nuove cure, nuovi nemici e nuovi medicinali.

Saltabeccando su internet ho trovato le informazioni su quella malattia rara e sconosciuta, a proposito della quale avevo accennato in uno dei primi capitoli:

 

La Teleangiectasia Emorragica Ereditaria (‘H.H.T.’ è la sigla in inglese), è una malattia ereditaria, che colpisce circa 1 individuo su 10.000, senza distinzioni di sesso, razza o etnia, e che interessa principalmente i vasi sanguigni. Essa viene anche indicata come morbo di Rendu-Osler-Weber, perché descritta la prima volta nel 1896 dal medico francese Rendu, che la identificò come malattia ereditaria, caratterizzata da epistassi e lesioni cutanee di colore rosso, distinguendola dall’emofilia. Pur essendo già nota in precedenza, si riteneva che essa potesse dipendere da un difetto di coagulazione, anziché da un’alterazione dei vasi sanguigni. Osler e Weber, ai primi del ’900, definirono il quadro completo delle sue manifestazioni cliniche. A distanza di quasi 100 anni dalla sua scoperta, la H.H.T. è purtroppo una malattia ancor oggi non sempre correttamente diagnosticata, in quanto le sue molteplici manifestazioni non vengono riconosciute.

 

E’ lei: si tratta proprio di quella particolarità che caratterizza i personaggi di questo libro, dalla figlia di Aurora, Francesca, ai suoi pronipoti Pietro, Angelica e Francesco!

Se ne è stata calcolata la distribuzione sulla popolazione in ragione di uno a diecimila, significa che oggi più di mezzo milione ne sono affetti.

Una mutazione genetica non da poco, direi!

Un particolare di quell’articolo colpisce la mia attenzione: “Rendu la identificò come malattia ereditaria, distinguendola dall’emofilia”.

Ma cosa è l’emofilia?

Vediamo sul vocabolario: “emofilia - s. f., malattia ereditaria, trasmessa in linea femminile prevalentemente ai maschi, caratterizzata da tendenza a prolungate emorragie, dovuta a difetto di coagulazione del sangue; diminuisce generalmente nell'età matura”.

E’ difficile poter dire, adesso, se la ‘malattia’ di Francesca e dei suoi primi discendenti fosse l’una o l’altra.

Sta di fatto però che molti nobili soffrivano di emofilia.

Potremmo ipotizzare che la ‘nobile’ emofilia si sia mutata, in una specie di traslazione tra Amedeo di Savoia e Aurora, con la nascita di Francesca, nel meno ‘nobile’ morbo di Rendu-Osler?

E se Amedeo di Savoia incarnava, a quel tempo, l’eletto, la sua discendenza primaria potrebbe ritrovarsi nella linea che vede come capostipite Aurora?

Ma allora, chi può essere, oggi, l’eletto?

L’erede, ovviamente, proprio quello che tre strani personaggi stanno cercando con tanto impegno.


 

 

 

 

 

 

 

18 - fine del XV secolo, in Francia 

 

 

 

 

Un mese può passare in fretta, se si è indaffarati. Quando si è innamorati un mese non passa mai.

Pietro di una cosa era ormai certo: si era innamorato perdutamente!

Non faceva altro che pensare ad Elena ed ai giorni, sempre meno, che li dividevano.

La raccolta delle castagne era prossima: ancora una volta decine di uomini e donne sarebbero scesi dalle vicine montagne per lavorare a giornata nelle terre del suo signore.

La vendemmia e la pigiatura, la raccolta delle castagne, quella delle mele: per ogni periodo dell’anno c’era un lavoro adeguato e stagionale.

Certe operazioni erano concentrate in tempi brevi, quindi il numero dei lavoranti doveva essere necessariamente incrementato.

Ormai tutti i montanari sapevano già cosa fare, nei più diversi periodi dell’anno.

Ottobre era il mese delle castagne!

Anche se la voce si spargeva a poco a poco nelle campagne, tutti sapevano che la raccolta cominciava sempre dopo la prima luna nuova di ottobre.

I montanari arrivavano a frotte: sostavano fuori delle porte di accesso alla città, aspettando le prime luci dell’alba!

Pietro si era svegliato presto per trovarsi sulla porta principale del paese fin dal mattino, prima dell’apertura: quel giorno Elena sarebbe tornata.

Il sole faceva capolino tra le montagne lontane e la porta si apriva sulla luce sempre più abbagliante.

La riconobbe da lontano e le corse incontro.

“Elena, è passato meno di un mese, ma mi è sembrata un’eternità. Sono davvero felice di rivederti”.

Lei seppe solo dire, tra le lacrime di gioia: “anch’io”.

Pietro si era portato dietro del pane appena cotto e del formaggio stagionato.

Poche cose, ma certamente gradite da Elena.

Si incamminarono insieme, chiacchierando amabilmente, mentre prendevano a morsi quell’ottimo pane e formaggio.

Pietro aveva organizzato la raccolta delle castagne suddividendo i lavoranti in gruppi, facendo però in modo che Elena rientrasse nella sua stessa compagine, così da poter restare vicini durante l’intera giornata.

La sera poi, poco dopo il calar del sole, tutti, lavoratori e maestranze, si riunivano per partecipare ad un unico grande banchetto.

Pietro ed Elena avevano altri programmi in testa.

Mangiarono quel poco che poteva bastare a sfamarli e poi si allontanarono, furtivi, per una passeggiata romantica nel bosco.

Una tenue luna mostrava la sua prima falce, illuminando appena il viso di Elena.

Una meravigliosa stellata disegnava antiche simbologie nel cielo.

Pietro avvicinò le sue labbra a quelle di Elena, che si concesse al bacio con passione.

Il desiderio represso per quasi un mese, montava adesso imperioso.

“Elena, non ho mai provato per un’altra donna quello che oggi sento per te. La cosa che più desidero al mondo è farti felice, tenerti con me per tutta vita, costruire una casa insieme a te”.

“Anche a me piace tanto stare con te, ma non farti troppe illusioni: non è così facile realizzare i propri sogni. Baciami e non pensare al domani”.


 

 

 

 

 

 

 

19 - l’anno 1384, in Spagna

 

 

 

 

Ludovico era finalmente riuscito a raggiungere Cadice.

Il viaggio per mare era stato lungo, ma interessante.

Non è così facile pensare di arrivare in un porto straniero e chiedere “scusate, qualcuno sa dirmi dove abita Aurora?”.

Anche perché Cadice si era sviluppata notevolmente ed ormai i suoi abitanti erano svariate decine di migliaia.

Però trovare una giovane donna francese, di nome Aurora, madre di una figlia di circa 8 anni, limitava almeno un po’ il campo di ricerca.

Dalle lettere che Ludovico aveva potuto leggere, era chiaro che Aurora si doveva essere sposata con un mercante.

Probabilmente francese anch’egli, visto che si erano conosciuti in Francia.

Ed anche questo particolare poteva essere d’aiuto.

Ludovico doveva armarsi di pazienza.

Intanto era necessario trovare una casa, dove abitare per i prossimi mesi.

Poi era necessario allacciare rapporti di collaborazione con le autorità locali (ma questo non sarebbe stato un problema, vista la lettera di presentazione che Amedeo gli aveva preparato).

Infine visitare chiese e parrocchie alla ricerca di informazioni.

Si era preparato una tabella di marcia alla quale attenersi ed anche se fossero stati necessari anni, non avrebbe mai rinunciato alla sua missione.

Tutte le domeniche centinaia di persone si riunivano nella cattedrale.

Arrivavano anche tanti stranieri. Tre archi aperti nelle mura che circondavano la città (l’arco del popolo, l’arco dei bianchi, l’arco della rosa) permettevano l’entrata sotto il controllo attento delle guardie.

Ludovico cercò subito di ottenere udienza dal vescovo.

“Eminenza, il mio nome è Ludovico ed arrivo da molto lontano. Sono stato mandato da Amedeo, il Conte Rosso, signore di casa Savoia, per rintracciare una persona che oggi vive qui, a Cadice”.

Il vescovo era ben intenzionato: “i Savoia sono degli strenui difensori della cristianità, quindi sarò molto lieto di dare il mio aiuto”.

Era già un notevole passo avanti!

La chiesa aveva registri e annotazioni su tutti i maggiori eventi occorsi negli ultimi anni, in modo particolare per quanto riguardava matrimoni e battesimi.

Se si poteva trovare una registrazione di un battesimo, nel periodo tra la fine del 1377 e l’inizio del 1378, dove la madre risultasse chiamarsi Aurora ed il battezzato fosse una femmina, ecco che la ricerca sarebbe già stata ultimata.

Il vescovo decise di concedere a Ludovico l’aiuto di fra Giacomo, un giovane monaco archivista.

Nel buio catacombale dell’archivio, illuminato solo dalla tenue luce delle candele, la ricerca poteva avere inizio.

“Fra Giacomo, dovremmo cominciare con gli annali del 1377. Direi di partire dal mese di settembre”.

Fra Giacomo sparì nell’ombra per riapparire dopo solo pochi minuti con un enorme volume, che riportava sul frontespizio, scritto in bella calligrafia: ‘anno domini 1377’.

I battezzati erano poche decine ogni mese. Tra l’inizio di settembre e la fine dell’anno erano registrati quarantasette nominativi.

“messer Ludovico, come vedete qui vengono riportati i nomi dei genitori, quelli dei padrini, poi ovviamente quello del bambino battezzato ed anche l’indicazione della chiesa nella quale si è celebrato il sacramento”.

“Proviamo allora a cercare, tra le madri, un nome di donna: Aurora”.

Ludovico vedeva la soluzione a portata di mano.

“Mi spiace - ma fra Giacomo gli spengeva subito gli entusiasmi - qui non c’è nessuna madre di nome Aurora”.

“Come è possibile? Forse che il bimbo non è stato battezzato?”

Ludovico era perplesso.

Il pessimismo di Fra Giacomo trasudava dalle sue parole: “Potrebbero averlo fatto battezzare altrove. Prima di arrivare a Cadice. Oppure la madre potrebbe essersi registrata con un altro nome. Purtroppo non possiamo essere certi dell’esattezza di tutte le annotazioni che vengono fatte”.

“Proviamo anche con il registro del 1378. Potrebbe essere stato battezzato più tardi”.

“Se è per quello potrebbero anche aver chiesto il battesimo dopo anni. Abbiamo ragazzi che vengono battezzati al raggiungimento della pubertà. Persone che chiedono il battesimo solo quando arrivano al matrimonio. Per non parlare di coloro che si battezzano in punto di morte”.

Lo scetticismo di fra Giacomo non dava tregua.

“Va bene - Ludovico non intendeva demordere - proviamo comunque a verificare anche il 1378 e, se è il caso, controlliamo anche il 1379 e poi andiamo avanti, fino ad oggi. Il bimbo, o meglio la bimba, ormai dovrebbe avere superato gli otto anni. Se è stata battezzata, la troveremo”.


 

 

 

 

 

 

 

20 - al giorno d’oggi

 

 

 

 

I tre ‘benefattori’ erano rientrati nei loro paesi di origine.

John, l’americano, abitava a Boston ed insegnava al mitico MIT.

Claude, il francese, lavorava all’università della Sorbona, a Parigi.

Werner, il tedesco originario della Germania orientale, nato nella Berlino dell’est, aveva potuto incontrare gli altri solo dopo la caduta del muro.

Eppure era stato Werner a cercarli e costituire, così, il gruppo.

Tutto era nato da una scoperta casuale che Werner aveva fatto, mentre lavorava come bibliotecario a Berlino.

Nel riordinare alcuni documenti risalenti all’antico medioevo, gli era capitata tra le mani una carta che aveva attirato la sua attenzione.

Seppure scritto in un latino arcaico, lingua che lui sapeva interpretare e tradurre, quel documento riportava, in chiusura, una frase comunque enigmatica.

“Amadeus Aurora Fert Fides”

Si trattava di una specie di testamento, redatto a cura di un certo Ludovico, che sembrava indicare alcune disposizioni segrete, dettategli da un nobile del quattordicesimo secolo.

Per uno storiografo esperto come lui, non era stato difficile attribuire le parole, così come riportate in quel testo, ad Amedeo VII di Savoia, detto il ‘Conte Rosso’.

Ludovico doveva essere un consigliere di fiducia di Amedeo.

E proprio a questo Ludovico, Amedeo aveva affidato le sue ultime volontà, ivi compresa la nomina di una sconosciuta figlia illegittima quale legittima erede.

Insomma, Amedeo doveva avere vissuto una storia d’amore in giovane età.

Una non meglio identificata ‘Aurora’ gli aveva dato una figlia e proprio a questa Amedeo intendeva  passare lo scettro del potere.

Era ovvio che la famiglia si sarebbe opposta.

La morte improvvisa e repentina di Amedeo poteva anche trovare una spiegazione nel dissenso di ‘qualcuno’ della famiglia alle sue reali volontà.

Ma questo voleva dire che la linea di discendenza ‘ufficiale’ era da ritenersi errata.

Un altro doveva essere, oggi, l’erede.

Quel documento attestava il compito affidato all’Ordine dell’Annunziata, uno speciale gruppo di persone fidate che dovevano attivarsi, in segreto, per la protezione di Aurora e della sua discendenza ed al quale era stato dato un nome in codice, “FERT”.

Basta fare qualche piccola ricerca, magari su internet, ed apparirà chiaro come l’acrostico FERT sia diventato il simbolo di casa Savoia a partire proprio dal padre di Amedeo VII e dalla costituzione di quell’Ordine cavalleresco!

Solo che nessuno è mai stato in grado di identificarne il vero significato.

Un enigma rimasto tale nei secoli, tanto che nemmeno gli eredi di casa Savoia ne conoscono la soluzione.

Adesso tutto era evidente, concentrato in quelle poche parole: “Amadeus Aurora Fert Fides”

Anche se esiliato nella Germania dell’est, senza possibilità di troppi contatti con l’estero, Werner poteva sfruttare il suo rango di studioso della storia per mantenere relazioni importanti con il mondo culturale dell’ovest.

Aveva subito preso contatto con l’università primaria di Parigi, la Sorbona.

Claude Traillet, insegnante di storia medioevale e suo amico di vecchia data, gli aveva dato il suo parere in tempi brevissimi.

“La casa Savoia è stata fondata poco prima dell’anno mille da Umberto Biancamano. Amedeo VII era il diciottesimo signore del casato e, grazie al matrimonio con Bona di Berry, aveva legato i Savoia ai Valois, allora monarchi di Francia. A tutt’oggi, con Vittorio Emanuele IV, siamo arrivati al quarantaquattresimo discendente”.

E l’Ordine dell’Annunziata? Che fine aveva fatto?

Stava ancora proteggendo l’erede?

Ce n’era abbastanza per scatenare la curiosità di chiunque.

Una cosa era certa: quel documento parlava anche di un ‘segno’ identificativo.

Una labile traccia indelebile!

Per John, lo studio del documento era stato illuminante. Seppur con un linguaggio arcaico, Ludovico dava una chiara classificazione della tipologia del segno. Parlava di sangue! Sangue che, talvolta, mostrava la sua forza prorompente sgorgando copioso dal naso, oppure schizzando fuori da piccoli pori della lingua. Piccole macchie rosse si formavano sul corpo, per esplodere improvvisamente scaricando all’esterno sangue in abbondanza. Se le macchie si formavano sulla testa, ecco che i capelli potevano talvolta tingersi di rosso quasi senza che ci se ne accorgesse, se non quando il sangue, colando sulle guance, raggiungeva la bocca che, ormai esperta, ne riconosceva il sapore salato.

Così descritti, erano chiaramente i sintomi di quello che oggi è classificato come morbo di Rendu-Osler!

Se Galimberti, partendo dai dati attuali, voleva risalire all’antenato comune, per capire come e dove fosse avvenuta la mutazione, i ‘tre’ avevano forse trovato la prova che quell’antenata era proprio la figlia di Aurora ed il segno doveva esserci anche nell’erede attuale!

Due ricerche connesse, quasi fossero una in salita e l’altra in discesa.


 

 

 

 

 

 

 

21 - fine del XV secolo, nei Caraibi, a Bonaire

 

 

 

 

La fine di settembre arrivò in un attimo.

La grande festa era stata organizzata in ogni dettaglio.

Il vecchio capo del villaggio avrebbe celebrato le unioni tra quegli uomini, venuti da lontano, e le ragazze del luogo.

Un miscuglio tra le usanze locali e quella strana cerimonia chiamata matrimonio.

Nel momento di massimo splendore del sole, proprio quando la sua luce arrivava in verticale dal cielo, le ragazze apparvero, come per incanto, scendendo dalla collina al suono di musiche ritmiche, che invitavano al ballo.

Ogni uomo si avvicinò alla donna prescelta, prendendola sottobraccio e marciando per avvicinarsi al capo villaggio.

Francesco era felice come non mai.

Quel giorno sigillava definitivamente la sua scelta di vita: sarebbe rimasto per sempre su quell’isola, per amore di Ahue.

Lì sarebbero nati i suoi figli.

Tutti insieme avrebbero operato con uno scopo preciso: fare di Bonaire un nuovo paradiso terrestre.

Ormai la vecchia Cadice era un ricordo sempre più labile nella sua memoria.

Per lui contava solo il futuro, l’amore di Ahue ed il suo sogno di creare un luogo incantevole.

Ci sarebbe riuscito?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Una cosa era certa: la sua discendenza sarebbe stata rigogliosa.

La traccia indelebile che si portava dentro, nel sangue, avrebbe reso identificabile ogni suo erede.

Anche a distanza di cinquecento anni.

Quel giorno Francesco sapeva, in cuor suo, che stava costruendo qualcosa di veramente unico.

Assaporava ogni attimo della giornata.

In un tempo che sembrava essere sospeso, senza fine, si avvicinò al capo villaggio.

Questi recitò la formula di rito, sia nella lingua indigena che in spagnolo: “il tuo sangue da oggi non scorre più solo nel tuo corpo, ma anche nel suo. Il sangue è il simbolo del tempo. Questa unione del sangue è un’unione per sempre”.

Mentre sentiva pronunciare queste semplici parole, il sangue usciva da una piccola incisione fatta sul polso di entrambi e la mescolanza, tra i due liquidi così uguali e così diversi, sanciva un’unione senza fine.

Poi iniziò il banchetto: tutti, ma proprio tutti, erano stati invitati e la felicità era un sentimento reale e palpabile.

Non si trattava solo di unioni tra alcune donne ed altrettanti uomini: stava nascendo una nuova comunità.

Ognuno si sentiva parte di un grande progetto, legato a quella terra che sapeva propria.

“In questo giorno di gioia - il vecchio capo villaggio, dopo l’ennesimo brindisi, aveva ripreso la parola - in questo giorno di pace, in questo giorno di festa, tutta la terra che dal mare arriva fino al bosco sotto la colline viene data a questi uomini ed a queste donne, perché ci costruiscano la loro città. Questo è il regalo mio e degli anziani del villaggio”.

Così Francesco ed i suoi uomini avevano l’autorizzazione, ottenuta in pace e senza problema, ad allargare gli spazi che prima erano stati destinati alla costruzione di un piccolo villaggio, sulla riva del mare.

Quella sera, quando finalmente riuscì a restare solo con Ahue, la felicità della giornata raggiunse il suo apice: fecero l’amore teneramente.

Abbracciati, accanto al fuoco scoppiettante del braciere che riscaldava la loro stanza, si baciarono appassionatamente.

La mescolanza dei loro liquidi umorali che, durante la giornata, era stata limitata al sangue, ora si estendeva a tutto il loro corpo.

Francesco rimase a lungo estasiato a succhiarle i capezzoli.

Poi, quando Ahue prese ad ansimare ritmicamente, Francesco capì che era giunta l’ora: le scivolò dentro con facilità, aiutato dall’umidità che, avvolgendo la sua durezza, rendeva tutto più facile.

Il ritmo si fece sempre più veloce, fino a quella sensazione di estasi che, da allora in poi, avrebbe contraddistinto quasi tutte le sue notti.

Sei mesi dopo, quando l’ammiraglio Alonso de Ojeda tornava a far visita all’isola, la trovò molto ma molto diversa: case completamente finite, strade ormai tracciate, campi già arati e seminati, spazi recintati dove si contavano numerosi animali da allevamento, depositi di legname e - soprattutto - donne con pancioni sempre più evidenti.

Quel piccolo villaggio stava sempre più trasformandosi in una vera città di mare.

Alonso era entusiasta: “Francesco, hai fatto veramente più di quanto fosse possibile aspettarsi. Questa città diventerà il porto di base per tutte le nostra navi. E’ mia intenzione concederti altri uomini per procedere ancora più speditamente con la costruzione della città. E nominarti governatore dell’isola”.

Francesco capiva perfettamente che l’opportunità era davvero grande: essere il porto base per gli scambi commerciali con la vecchia madrepatria avrebbe fatto sì che Bonaire diventasse sempre più importante.

Con l’importanza sarebbe cresciuta anche la ricchezza.

Con la ricchezza i lavori di costruzione sarebbe andati più veloci.

Il futuro era quanto di più roseo potesse immaginare.


 

 

 

 

 

 

 

22 - fine del XV secolo

 

 

 

 

Donato era preoccupato. Negli ultimi tempi aveva assistito, troppe volte, alle improvvise emorragie  di Angelica.

Le succedeva all’improvviso: il naso iniziava a sanguinarle senza alcuna ragione.

Angelica aveva provato a fermare l’emorragia con dei tamponi, delle pezze imbevute di acqua.

Per un po’ la crisi sembrava superata.

Poi, dopo solo qualche giorno, si ripeteva.

“Angelica - gli diceva Donato - dovresti consultare un medico. Perdere troppo sangue può indebolirti e diventare pericoloso”.

“Non ti preoccupare Donato - Angelica aveva sempre la risposta pronta - per me è normale. Succedeva a mio padre. Prima di lui a mia nonna. Insomma, è qualcosa che ci tramandiamo di generazione in generazione”.

“Non mi sembra un buon motivo per non accertare di che cosa si tratti”.

“Dai, Donato. Cosa vuoi che sia perdere un po’ di sangue! Noi donne non lo perdiamo forse regolarmente almeno una volta al mese? Non per questo abbiamo bisogno di andare dal medico”.

Canavesio, di nascosto, ascoltava i discorsi di Angelica e Donato.

Doveva prestare la massima attenzione agli eventi, perché lui era l’incaricato di custodire il segreto. A lui, infatti, era stata indirizzata Angelica, perché Angelica era l’erede, la ‘prima’ nella linea dominante.

Canavesio sapeva che un giorno la storia sarebbe cambiata: proprio i suoi continui viaggi gli permettevano gli incontri segreti con alcuni degli altri membri dell’ordine.

Forse era venuto il momento di rivelarsi ad Angelica e raccontarle la verità.

Poi doveva anche pensare a chi poter trasmettere il compito in futuro.

Donato poteva essere un candidato ideale: amava Angelica.

L’avrebbe certamente protetta, accudita, seguita.

Ma la verità è una cosa sempre troppo difficile da essere rivelata con facilità.

Quando gli era giunta notizia da Lione che Angelica si sarebbe trasferita al di là delle Alpi, probabilmente avendo come meta proprio Pinerolo, Giovanni sapeva che doveva fare in modo di prenderla sotto la sua protezione.

Senza però destare sospetti.

“Donato - aveva detto durante una cena - dovremmo trovare una modella da assumere a bottega, per copiarne le fattezze. Ho intenzione di dipingere una Madonna; mi serve una ragazza di una bellezza fuori dal comune”.

“Giovanni - era stata la risposta di Donato - mi guarderò in giro. Però non ci sono così belle ragazze, da quanto vedo”.

“Forse dovresti frequentare un po’ di più la porta principale del paese. Chissà che non arrivi qualche ragazza che potrebbe essere adatta per il ruolo”.

Così il sasso era stato lanciato.

Giovanni sapeva che Donato avrebbe notato l’arrivo di Angelica  l’avrebbe portata a casa, servita su un piatto d’argento.

Così, senza destare sospetti, Canavesio si era trovato Angelica addirittura sotto il suo stesso tetto.

Avrebbe potuto garantirle la protezione senza dare nell’occhio.

Se poi Angelica riusciva ad andare d’accordo con Donato e magari ne nasceva un rapporto serio, la cosa non poteva che fargli piacere.

Per ora Angelica era una ragazza qualunque, ignara del suo lignaggio e del suo ruolo nella storia.

Lui, infatti, continuava a custodire gelosamente il segreto.

Mantenere i contatti con gli altri membri del gruppo dei cinque era altrettanto facile.


 

 

 

 

 

 

 

23 - una data incerta, nel futuro

 

 

 

 

La storia ce lo ha insegnato: gli ‘dei’ sono sempre intervenuti sul destino degli uomini.

Aveva ragione Omero quando raccontava di guerre incredibili manovrate dal cielo: ‘dei’ schierati a favore dei troiani contro altri ‘dei’ che invece facevano il tifo per i greci.

Sono andati avanti per dieci anni, poi sappiamo tutti come è finita.

Subito dopo, il divertimento supremo è stato un altro: aiutare o contrastare il viaggio di ritorno a casa di uno degli eroi della guerra, Ulisse appunto!

Gli egiziani costruivano le loro piramidi su specifiche disposizioni che venivano dall’alto.

Negli ultimi tempi è stato dimostrato il collegamento tra le piramidi ed una delle più note costellazioni, Orione.

Noè ha avuto istruzioni dettagliate, riportate anche nella Bibbia, per la realizzazione della sua Arca.

Gli ebrei hanno seguito precisi ordini per costruire un’altra arca, quella dell’alleanza.

In tutte le religioni, così come in tutte le mitologie (ma quale sarà la differenza tra l’una e l’altra?), ci sono sempre esseri superiori che intervengono per modificare, nel bene o nel male, il destino dell’uomo.

Alla fine del secolo scorso era di moda parlare di alieni e di extraterrestri.

Si ipotizzava l’esistenza di marziani e venusiani per immaginarli domiciliati vicino a noi, all’interno del nostro stesso sistema solare.

Negli ultimi tempi sono stati riscoperti i Templari, vissuti nei primi secoli del secondo millennio: c’è chi ipotizza una loro relazione diretta con il divino, collegandola specialmente alle numerose chiese costruite seguendo i loro dettami.

Insomma, la confusione è tanta: ognuno è libero di credere quello che vuole.

Gli Elohim non si curavano certo di tenere lezioni agli umani per spiegare chi fossero veramente.

Sta di fatto che, ancora una volta, avevano deciso di intervenire nella storia.

Era il loro inguaribile ottimismo a farli sperare: tutti i fallimenti del passato non potevano certo demoralizzarli.

Sapevano che un mondo migliore è sempre possibile.

Quello che, negli ultimi tempi, appariva ai loro occhi era veramente quanto di peggio potessero aspettarsi.

Guerre inutili, fame e carestie lasciate crescere senza dimostrare alcuna volontà di combatterle veramente, valori snaturati in favore di una stupida invenzione chiamata denaro: questi i principali mali dell’umanità.

Ma se seicento anni fa (ovviamente la misura del tempo per loro era assolutamente diversa da quella calcolata con il nostro metro) gli Elohim avevano voluto riprovarci, dopo che i Templari erano stati cancellati dalla faccia della terra, adesso non restava che stare a guardare ed aspettare gli eventi.

Quella piccola modificazione genetica avrebbe dovuto, per lo meno, produrre effetti positivi, permettendo la rivalutazione del bene nell’eterna lotta contro il male.

Avevano rivelato la verità solo a pochi eletti: alcuni di quelli che, tanto tempo fa, si erano uniti nell’Ordine dell’Annunziata. 

Solo trovando l’erede ed affidandogli il potere, il mondo poteva finalmente trovare la pace e la giusta guida.

Oggi, dopo seicento anni, le speranze sembravano essere sempre meno: l’ordine era stato smembrato, intaccato da forze negative che gli avevano fatto perdere di vista il vero scopo per il quale Amedeo lo aveva creato.

Soltanto tre uomini lottavano ancora e non abbandonavano la speranza, continuando la ricerca: John, Claude e Werner.


 

 

 

 

 

 

 

24 - l’anno 1391, a Chambery (nel Savoiardo)

 

 

 

 

Però era il tempo che sembrava non bastare.

Alla fine di ottobre del 1391, dopo quasi otto anni di ricerche, Ludovico finalmente aveva una traccia.

Era forse una traccia molto labile, ma sicuramente indelebile.

Una traccia segnata nel sangue.

Era rientrato a Chambery per incontrare Amedeo e metterlo al corrente degli sviluppi.

“Ludovico, le notizie che mi porti mi riempiono il cuore di gioia. Sapere che lei è viva e che ho una figlia - Amedeo era soddisfatto delle parole appena ascoltate dal fido Ludovico - mi rende felice. Adesso dobbiamo organizzarci per andare a Cadice insieme. Intendo trovarla, presentarmi da lei per ottenere il suo perdono. Poi decideremo insieme del nostro futuro”.

“Amedeo - Ludovico si sentiva in dovere di riportarlo con i piedi per terra - tu sei sposato. Hai dei figli, riconosciuti quali tuoi eredi ufficiali. Come pensi di poterti liberare di una moglie che, tra l’altro, è imparentata con il re di Francia? Cosa dirai ai tuoi parenti? Come pensi che reagirà la tua famiglia?”

“Il matrimonio mi è stato imposto. Ero un ragazzino di appena diciotto anni ed ho dovuto piegarmi  al volere di mio padre. A che mi serve il potere se non posso nemmeno decidere di vivere con la donna che amo?”

Il tempo, comunque, gli avrebbe permesso di ripensare alla questione: solo dopo aver ritrovato Aurora, sarebbe stato possibile decidere, insieme, del loro futuro.

Per ora c’era solo una cosa da fare: partire al più presto per Cadice.

Un tremendo destino, però, era in agguato.

La notte di Halloween del 1391, Amedeo, ferito gravemente durante una battuta di caccia, moriva tra atroci sofferenze.

(I libri di storia non hanno mai saputo dire come sia veramente accaduto. Ci sono testi che riportano anche dei sospetti di morte per avvelenamento! E se qualcuno avesse subodorato i progetti di Amedeo ed avesse deciso di fare in modo che non si realizzassero?)

Le sue ultime parole, al fido Ludovico, furono: “Vai da lei e dille che l’amo! E, soprattutto, fai in modo di proteggere lei ed anche la sua discendenza, in futuro. E dalle questo”.

Nel dire queste parole, gli consegnò l’anello.

Era proprio quello che riportava il disegno creato da Amedeo, il nodo d’amore.

Una serpentina senza fine, destinata, in futuro, a diventare il simbolo matematico di infinito.

Come infinito era l’amore che Amedeo provava per Aurora.

Immaginatevi quali tremendi pensieri attraversavano, adesso, la mente di Ludovico: doveva darsi da fare senza poter più contare sull’aiuto di nessuno, agire in aperto contrasto con gli interessi dei Savoia e degli eredi ufficiali, istituire un organismo il cui compito sarebbe stato quello di proteggere degli sconosciuti, organizzando le cose in modo che, un giorno chissà quanto lontano, il vero erede potesse rientrare in possesso del titolo che gli spettava.

Ci sarebbero voluti anni, forse decenni. Magari secoli!

Fortunatamente non erano i soldi a mancare: Amedeo aveva fatto in modo che Ludovico potesse contare su somme enormi, accumulate segretamente ma rese facilmente accessibili per lui solo, da utilizzare per ogni evenienza.


 

 

 

 

 

 

 

25 - oggi, in Italia, a Taggia

 

 

 

 

Sono stato a Taggia.

Ho visitato il convento e ammirato i dipinti che ne abbelliscono le sale: in modo particolare ho potuto vedere le due crocifissioni dipinte da Giovanni Canavesio.

Ma nessuna delle due è simile a quella che si trova nel convento di Santa Maria delle Grazie a Milano, dipinta successivamente da Donato di Montorfano.

E poi sono salito sullo scalino!

Quello che divide il refettorio dal chiostro, esterno.

Ed è successa una cosa incredibile.

D’altronde, aveva cercato di dirmelo, il mio vecchio parroco: “dal refettorio poi, c’era uno scalino. Sei salito sullo scalino?” quando, durante il nostro ultimo incontro, insisteva nel voler parlare, ma gli mancava praticamente l’aria.

Respirava con affanno. Non riusciva a completare la frase.

“Passando quello scalino si vedeva …”

Non volevo vederlo così sofferente.

Cercavo di aiutarlo.

“Si vedevano le stanze?”

Sembrava voler dire di no, ma non ho avuto risposta.

Si era addormentato tenendomi per mano.

E adesso mi trovavo proprio in quel luogo ed avevo messo piede su quello scalino.

Guardando il dipinto da quella posizione, si poteva notare una cosa.

Forse per uno strano effetto ottico, uno dei personaggi ai piedi della croce sembrava tenere tra le mani un libro.

Guardando il dipinto di fronte quell’oggetto sembrava una scatola.

Ma esaminando il dipinto di fianco, l’oggetto cambiava identità: era proprio un libro.

Osservando attentamente, la cosa era proprio evidente.

Perché inserire un libro in un quadro dedicato alla crocifissione?

Improvvisamente mi ritornò in mente uno dei dipinti che avevo ammirato nella cappella di La Brigue: era molto simile a questo ed anche in quella crocifissione c’era un personaggio che teneva in mano un libro.

Tornato a casa iniziai a confrontare le immagini, che avevo archiviato sul mio computer, dei vari dipinti di Canavesio.

In modo particolare esaminai la crocifissione dipinta a Taggia, quella di Albenga e quella di La Brigue.

E, tanto per non sbagliare, aggiunsi all’elenco anche la crocifissione di Donato da Montorfano.

In tutte c’era … il libro!

Ed una scritta, riportata chiaramente negli affreschi di La Brigue: “ERIT RECORDATIO” che significa “vi sarà una memoria nel futuro”.

E’ vero, la scritta è tratta dalla Bibbia (libro dell’Ecclesiaste) ma il messaggio sembra chiaro: sarà possibile, nel futuro, ricostruire la memoria e ristabilire la verità.

Ma quale verità?

Dove cercare e, soprattutto, cosa ricercare?

Forse Canavesio voleva proprio attirare l’attenzione su quel particolare e far capire che si doveva trovare un libro!?

Se aveva utilizzato qualcuno dei suoi dipinti per segnalare ‘cosa’ cercare, era ipotizzabile pensare che avesse anche messo delle indicazioni relativamente al ‘dove’ cercare.

Tutti i vecchi conventi hanno delle biblioteche.

Ammesso che esistesse un libro, scritto da Canavesio, doveva trovarsi in qualche biblioteca della sua epoca.

Visto che tutto era iniziato con un discorso legato al convento di Taggia, forse proprio da lì poteva partire la ricerca di quel libro.

Non mi restava che tornare a Taggia, al più presto.

Mercoledì poteva essere il giorno giusto per tralasciare il lavoro e prendermi un po’ di vacanza.

Avevo telefonato al convento: “salve, mi chiamo Paolo Federici e sono stato recentemente a visitare il vostro convento per ammirare, in special modo, i dipinti di Canavesio e vorrei sapere se è possibile tornare per visitare anche la biblioteca”.

Il mio interlocutore era stato gentilissimo: “ovviamente c’è una biblioteca aperta al pubblico, ma ci teniamo solo libri recenti, quindi non credo che sia questo il suo interesse”.

“In effetti io vorrei sapere se conservate libri antichi, magari della fine del quindicesimo secolo”.

“Abbiamo la vecchia biblioteca, ma al momento è chiusa per inventario. E non credo che riaprirà a breve”.

“Non sarebbe possibile parlare con qualcuno addetto all’inventario per sapere se c’è un qualche libro scritto proprio da Canavesio? Sto facendo delle ricerche e credo che ne abbia lasciato almeno uno e vorrei sapere perlomeno dove cercare!”

“Se viene a trovarci potrà certo parlare con l’incaricato”.

Insomma, la possibilità era piuttosto remota ma valeva la pena tentare.

Intanto decisi di tornare al computer ed al motore di ricerca più in voga, google!

Ed ecco la sorpresa: Canavesio ha scritto almeno un libro che è conservato nella biblioteca di Mondovì.

Il titolo? “Parlata (fatta in dialetto piemontese dal sacerdote Giovanni Canavesio alla popolazione dei Piani di Mondovì adunati sulla piazza di Sant'Agostino pel solenne invito alla processione del Corpus Domini)”

Ecco un altro luogo da visitare.

Insomma, all’inseguimento di Canavesio stavo girando in lungo ed in largo.

Da Taggia a La Brigue, poi ancora a Taggia.

Con la prospettiva di una visita a Mondovì.

Senza dimenticare di fare una capatina a vedere le altre chiese ove si conservano sue opere, come Varazze e Pigna, in Liguria. 

Forse potevo combinare tutto in una giornata.

Mercoledì, appunto.


 

 

 

 

 

 

 

26 - fine del XV secolo

 

 

 

 

Alla fine del XV secolo l’amore la faceva da padrone: Francesco era ormai il signore di Bonaire e la sua storia era definitivamente legata ad Ahue, dalla quale aveva cominciato ad avere i primi figli; Pietro si era sposato con Elena e la loro vita, a Lione, scorreva tranquilla, ed erano già circondati da un po’ di marmocchi; Angelica ormai si era stabilita a Pinerolo e conviveva con Donato, sperando di realizzare il suo sogno con il matrimonio anche se, per ora, tardava ad arrivare! 

Seppur così lontani una cosa li univa: la voglia di vivere, dando origine ad una discendenza sempre più numerosa.

Ed una malattia che, ottimisticamente, riuscivano a vedere come un ‘segno’ identificativo di una loro superiorità, quasi una ‘dote’ tramandatagli da un’antenata, che aveva saputo lottare contro tutto e contro tutti  per dare un futuro alla sua unica figlia ed a tutti i suoi tanti nipoti.

In fondo si è sempre detto che figli e nipoti sono una benedizione dal cielo: Aurora, dopo solo cento anni, poteva considerarsi davvero benedetta.

I suoi eredi ormai stavano diffondendosi per il mondo, sia vecchio che nuovo, portandosi dentro quella labile traccia indelebile che li univa tutti.

Solo uno, però, tra tutti i discendenti, possedeva anche quel gioiello unico per il suo genere: il nodo d’amore, quello creato da Amedeo!

“Angelica, sai che è proprio bello il tuo anello”.

Lei se lo era messo per un’occasione molto speciale e Donato non aveva potuto fare a meno di notarlo.

“D’altronde questo è un gran giorno - spiegava Angelica - visto che oggi diventiamo marito e moglie. E’ un vecchio anello e deve avere già quasi cento anni. Me lo ha regalato mia madre quando sono partita, dicendomi di conservarlo con cura. E’ una specie di portafortuna di famiglia”.

Canavesio, testimone alle nozze, osservava da vicino: lui sapeva cosa significasse veramente quell’anello.

Il simbolo dell’erede.

Il segno del prescelto.


 

 

 

 

 

 

 

27 - al giorno d’oggi

 

 

 

 

Avendo ormai accertato che la maggior concentrazione dei portatori del morbo si trovano in tre precise aree del globo terrestre, il professor Galimberti aveva deciso di programmare delle visite in quei luoghi, alla ricerca del passato.

Una sperduta isola caraibica, Bonaire, poteva essere il miglior luogo di partenza.

In fondo, la sua scoperta risaliva a ‘solo’ cinquecento anni prima.

Dover fare le ricerche a Lione, oppure nell’alta Savoia, gli altri due luoghi ormai identificati come ‘papabili’ per aver dato origine all’antenato comune, sarebbe stato certo molto più arduo: la loro storia risaliva a tempi ben più remoti.

La fortuna era dalla sua parte: ormai da qualche anno gli studi sull’HHT si svolgevano a livello mondiale ed ogni due anni si organizzavano incontri tra gli ‘addetti ai lavori’ nelle più svariate parti del globo.

Per l’anno 2003 era stata scelta proprio Bonaire.

Anche se lui non credeva al destino, non poteva negare che questa fosse proprio una coincidenza assolutamente favorevole.

Fino dai primi convegni sull’HHT, non se ne era perso uno.

Era stato ad Edimburgo nel 1996, poi a Curacao nel 1997.

Nel 1999 aveva presenziato al meeting di Svendborg, in Danimarca.

L’ultimo convegno si era tenuto alle Canarie nel 2001.

Adesso si tornava di nuovo nei Caraibi: dopo Curacao, era la volta di Bonaire.

Due isole a poca distanza una dall’altra, ma con un’alta concentrazione di ‘malati’.

Il tempo da dedicare al convegno gli lasciava delle ore libere, ma lui non era interessato al sole ed alle spiagge: preferiva visitare qualche museo alla ricerca della storia di Bonaire.

Non si accorse di essere stato seguito.

Fino a che un misterioso personaggio non si avvicinò, proprio mentre lui stava ammirando degli ottimi manufatti risalenti all’epoca precolombiana, chiedendo: “Professore, posso disturbarla?”

La cortesia era una delle doti del professor Galimberti, quindi si rese subito disponibile, accennando un sì con la testa.

“Intanto permetta che mi presenti - aggiunse, parlando un ottimo italiano, seppure imparato ad Oxford - mi chiamo John Barrymore e sono uno studioso del MIT di Boston. L’ho vista al congresso dell’HHT ed ho ascoltato attentamente il suo intervento. Avrei alcune domande da farle”.

“Sono sempre disponibile a rispondere a tutte le domande, durante il convegno. Mi stupisce questa sua richiesta fatta in tutt’altro luogo!”

“Capisco le sue perplessità ma, vede, avrei bisogno di mantenere un po’ di riservatezza e di confidenzialità. Per questo ammetto di averla seguita al di fuori del convegno ed aver cercato l’occasione di parlarle lontano da occhi indiscreti”.

Il professore Galimberti non sapeva se essere preoccupato o incuriosito.

Optò per la seconda scelta.

“Adesso lei mi incuriosisce non poco. Cosa può esserci di così segreto da discutere su un congresso medico?”

“Per esempio, tanto per venire subito al dunque, io potrei aiutarla nella ricerca di quell’antenato comune che lei insegue nella storia di questa malattia!”

“La cosa è interessante, certo. Ma quello che non capisco è cosa ci possa essere di segreto in una informazione del genere!”

“Posso invitarla a cena? Ormai è quasi l’ora e così potremmo parlare con più calma”.

“Come potrei dire di no? Un invito a cena per discutere di quello che mi sta più a cuore, non lo posso davvero rifiutare”.

Il professor Galimberti era ormai preda della curiosità.

Al rientro da Bonaire aveva le idee molto più confuse.

Il documento che gli aveva consegnato John Barrymore, al termine di quella cena, acquistava una grandissima importanza per le sue ricerche.

Da una parte chiariva molti aspetti della questione, ma dall’altra creava nuove domande senza risposta.

E poi c’era un’altra cosa che lo inquietava: il congresso successivo, due anni dopo, si sarebbe tenuto a Lione.

Proprio in uno degli altri luoghi che lui intendeva visitare, alla ricerca di nuove tracce.

Sembrava che le sue speranze si realizzassero: come se bastasse desiderare qualcosa per ottenerla poi davvero.

Intanto, aveva davanti due anni da utilizzare per approfondire le sue ricerche.

John, esperto informatico, aveva semplicemente creato un albero genealogico prospettico.

“Cos’è?” direte voi.

Considerando che tutti abbiamo due genitori, che a loro volta ne hanno altri due, e via di questo passo, è possibile affermare che nel giro di venti generazioni i nostri antenati sono (due elevato alla ventesima potenza) circa un milione (1.048.576).

E’ vero che possono esserci incroci o ripetizioni che ridurrebbero il numero ma, per il nostro ragionamento, lasciamo perdere le variazioni.

Se però invertiamo il calcolo, possiamo affermare che un ‘capostipite’ dopo venti generazioni può avere ‘circa’ un milione di discendenti.

Poiché oggi i malati di Rendu-Osler sono calcolati nell’ordine di uno ogni otto/diecimila persone, con una popolazione mondiale di circa sei miliardi, il totale dei malati si aggira proprio nell’ordine del milione di persone.

Questa poteva essere la prova che l’antenato comune doveva risalire ad almeno venti generazioni fa, quindi ad oltre cinquecento anni, indietro nel tempo.


 

 

 

 

 

 

 

28 - l’anno 1391, a Chambery (nel Savoiardo)

 

 

 

 

Amedeo, prima di morire, gli aveva ordinato di tornare da lei, dandogli in custodia l’anello con il nodo d’amore.

Per ora, Ludovico poteva anche contare sulla fedeltà dei membri dell’Ordine dell’Annunziata.

Questo ordine cavalleresco era stato fondato dal padre di Amedeo.

Lo scopo precipuo era quello di proteggere il casato dei Savoia e la sua discendenza.

Ludovico, nominato da Amedeo quale gran Maestro dell’Ordine, doveva riunire i quindici membri e spiegare quale sarebbe stato il loro compito: proteggere sì la discendenza, ma laddove si era dispersa.

Il compito era certamente arduo: doveva chiedere ai membri dell’Ordine di agire contro gli interessi ufficiali dei Savoia, per seguire una linea di sangue sconosciuta a tutti.

La riunione si tenne quindici giorni dopo la sepoltura di Amedeo.

“Signori - cominciò Ludovico - con la morte del nostro signore, Amedeo, il nostro compito diventa arduo. Noi dobbiamo proteggere la discendenza primaria. E se io vi dicessi che l’erede non è quello che oggi siede sul trono?”

Mormorii di sorpresa riecheggiavano nella sala.

“Proviamo ad immaginare che esista un erede al di fuori della linea ufficiale. Quale sarebbe il nostro compito? Dimenticarcene e continuare a proteggere colui che guida, oggi, la Casa Savoia, oppure impegnarci nella ricerca per ristabilire la verità?”

Lasciò che la domanda sedimentasse nelle menti dei quindici.

Uno dei cavalieri più anziani prese la parola: “Messer Ludovico, il quesito è arduo. Mai, nessuno di noi, ha pensato di trovarsi davanti ad un dilemma del genere. Prima di proseguire, vorrei sapere se la vostra è solo una supposizione o se avete prove concrete di quello che dite”.

“Non sono io a fare supposizioni - prese subito la parola, Ludovico, per rispondere - ma Amedeo stesso mi ha chiesto di affidare all’Ordine la ricerca del vero erede, nato da una sua relazione amorosa con una giovane donna prima ancora del matrimonio con Bona di Berry”.

“Anche se ciò fosse vero, quale importanza potrebbe avere un figlio nato al di fuori del matrimonio, al di fuori dei legami con il nobile casato dei Valois, magari concepito con una ragazza che non ha alcun vincolo con la nobiltà?”

“L’importanza è quella che gli ha dato Amedeo: lui, prima di morire, mi ha incaricato della ricerca. Lui mi ha dato ordine di usare tutti gli strumenti in mio possesso, ivi compreso l’Ordine dell’Annunziata, per trovare il vero erede. Dobbiamo decidere se obbedire all’ordine del nostro signore e rispettare le sue ultime volontà, oppure tradire lo scopo stesso della costituzione del nostro Ordine”.

Posta così, la situazione non permetteva facoltà di scelta.

L’Ordine dell’Annunziata avrebbe dovuto dedicare i suoi sforzi futuri alla ricerca dell’erede.

Se poi questi dovesse essere posto davvero sul trono, sarebbe stata una questione da discutere un’altra volta.

Però Ludovico sapeva che non poteva fidarsi.

Anche per questo era rimasto nel vago, senza rivelare quanto aveva già scoperto.

D’altronde, quale potere poteva esercitare un morto?

Era troppo facile immaginare che qualcuno avrebbe rivelato la verità al nuovo capo di casa Savoia, se non subito (il figlio di Amedeo VII, aveva solo otto anni quando il padre morì), certamente non appena lui avesse raggiunto la maggiore età.

Ludovico decise che doveva trovare altre vie per assicurare un futuro al ‘suo’ segreto.

Sarebbe tornato a Cadice, ma senza rivelare agli altri ciò che aveva già scoperto.


 

 

 

 

 

 

 

29 - al giorno d’oggi, in Italia

 

 

 

 

“Paolo, dovresti farti vedere da un dottore” mia madre si preoccupava del fatto che continuassi ad avere improvvise emorragie dal naso.

“Anche tuo padre - continuava - perde sangue come te. Il dottore gli ha detto che potrebbe trattarsi di una malattia genetica rara, che si chiama Rendu-Osler”

Da quando internet ha iniziato a spopolare, cosa c’è di meglio che collegarsi in rete e cercare sul web?

Poche parole chiave ed una valanga di pagine si aprivano sotto i miei occhi.

Meno male che si tratta di una malattia genetica rara!

Risultavano esserci centri di ricerca in tutto il mondo.

Il più vicino era a meno di cento chilometri da casa mia!

Visto che sul sito internet era segnalato un indirizzo @mail al quale rivolgersi, è stato facile prendere contatto e fissare la data per una visita.

Il centro specializzato nello studio del morbo di Rendu-Osler è presso l’ospedale di Crema.

Però le tempistiche si allungano: prima di quell’incontro dovevano passare un paio di mesi.

Intanto le emorragie aumentavano a vista d’occhio: soprattutto di notte, mi svegliavo in un lago di sangue.

La mia paura era quella di morire dissanguato.

Insomma, se continuaste a perdere sangue dal naso per mezz’ora, vi spaventereste anche voi.

Qualche notte passata al pronto soccorso, sperando che i medici riuscissero a bloccare, una buona volta, le emorragie, non dava assolutamente i risultati sperati.

Dal web però arrivavano i primi suggerimenti: sembrava che alcune semplici pastiglie di olio di fegato di merluzzo avessero degli effetti benefici.

Nemmeno i medici riuscivano a spiegarsi il perché: sta di fatto che prendendole regolarmente, le perdite di sangue dal naso si riducevano drasticamente.

Solo che andavano bene solo quelle particolari pastiglie prodotte in Svezia, con i merluzzi del mare del nord.

Ordinarle non era facile ed era necessario acquistarne quantità abbondanti.

La spedizione del pacco postale aveva impiegato diverse settimane per arrivare.

Vado all’ufficio postale per ritirare la mia scatola ed ecco le prime difficoltà: trattandosi di medicinali è necessaria la ricetta medica.

“Ma quali medicinali - replico -  sono pastiglie di olio di fegato di merluzzo. Solo che quelle italiane si possono acquistare al supermercato. Queste invece arrivano dall’estero. Ma in Svezia le vendono al supermercato, come da noi”.

La burocrazia è un muro di gomma davanti al quale bisogna solo piegarsi.

Ovviamente farsi fare una ricetta dal proprio medico curante, per qualcosa ordinato senza consultarlo, non è facile.

D’altra parte, se uno decide di prendere della pillole di olio di fegato di merluzzo, mai e poi mai si sognerebbe di dover sottostare ad un parere medico.

Chiedo aiuto alla dottoressa del centro di Crema: ci pensa lei a farmi avere la ricetta.

Torno alla posta e finalmente posso ritirare il mio pacco.

Nel giro di poche settimane i risultati si vedono davvero.

Alla visita mi presento carico di ottimismo: la cura funziona!

Tra le altre cose la dottoressa mi spiega che esiste, da qualche tempo, una fondazione molto particolare: una volta l’anno i malati si incontrano con i medici, così da poter essere aggiornati sulla situazione della ricerca.

E’ proprio l’associazione che avevo trovato su internet e grazie alla quale era partita la mia richiesta di aiuto.

Ovviamente mi associo subito: nel breve volgere di un paio di mesi si terrà la riunione annuale.

Intanto le pastiglie danno sempre più risultati positivi: addirittura decido, autonomamente, di ridurre la dose giornaliera.

Poi comincio a fare un po’ di considerazioni:

1. se mi scordo di prendere le pastiglie, dopo qualche ora ecco, improvviso, il sangue dal naso. Quasi un campanello di allarme che mi ricorda di non interrompere la terapia.

2. se lavoro troppo, lo ‘stress’ fa sì che la pressione salga. Il flusso sanguigno aumenta, i capillari del naso si rompono e la fuoriuscita di sangue riporta la pressione ai giusti valori. Basta smettere di lavorare per rimettere le cose a posto!

3. se sono in vacanza, tranquillo e rilassato, dimentico i problemi ed anche il naso si dimentica di sanguinare.

4. se passo troppo repentinamente dal freddo al caldo, o viceversa, il corpo mi segnala questa improvvisa variazione di temperatura con il manifestarsi del flusso del sangue dal naso.

“Quindi - mi dico - sono soprattutto i lati positivi quelli che mi balzano all’occhio”.

L’aumento di pressione, che può causare danni notevoli agli altri, nel mio caso (e, credo dunque, anche nel caso di tutti coloro che hanno la mia stessa malattia) è bilanciato da quella valvola di sfogo che è il naso e le sue emorragie.

Lavorare troppo fa male, mentre invece prendersi delle sane vacanze è un’ottima cura (anche se sarà difficile convincere un medico a farmi la ricetta con una tale prescrizione!).

Durante l’assemblea dei malati provo a porre proprio queste domande.

“Non potremmo considerare il morbo di Rendu-Osler, ottimisticamente, come la presenza di una valvola di sfogo che permette di evitare infarti e trombosi?”

Ed anche:

“Non sarebbe consigliabile, per i malati, fare più vacanze?”

Suscito ilarità tra i presenti, ma anche la consapevolezza che “non tutto il male viene per nuocere”.

Il vero problema qual è?

A questo morbo non c’è rimedio (d’altronde, lo dice la parola stessa: morbo significa malattia inguaribile).

Quindi le emorragie sono comunque destinate ad aumentare.

Si inizia con il naso, ma poi si passa ad altre parti del corpo.

Ogni tanto mi partono degli schizzi di sangue dalla testa, dalla lingua, da un piede, da una spalla.

In effetti non è una situazione simpatica.

Ma va ancora bene: il vero problema sarà quando comincerà a sanguinare il fegato, o i polmoni. Oppure il cervello.

Dovrei farmi prendere dal panico?

L’unica differenza tra noi, malati, e voi, sani, è che noi sappiamo di cosa moriremo.

Ma, come voi, non sappiamo quando!

Proprio questa consapevolezza del dover morire è la mia forza: ogni attimo vissuto, oggi viene apprezzato molto più di prima.

La filosofia del ‘carpe diem’ è pienamente condivisa.

Il mio maestro è Lorenzo quando declama: “chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza”.

Ogni giorno è un nuovo giorno regalato: un altro giro di giostra, come spiega Terzani.

Insomma, ci vuole una nuova filosofia, che deve curarci come una madre premurosa, che deve avvolgerci come un soffice maglione, che deve proteggerci come un amorevole Dio: é l'ottimismo. Anzitutto diciamo che non é vero che si nasce ottimisti o pessimisti. Ottimisti si diventa, a fatica, giorno per giorno, seguendo regole ben precise, senza mai diventare preda del dubbio. Come possiamo arrivare ad essere tutti ottimisti? Bastano dei semplici procedimenti logici, imperniati sul calcolo matematico.

Seguitemi attentamente nelle prossime ‘disquisizioni’.

Nel momento del nostro concepimento c’erano tantissimi spermatozoi che vagavano alla ricerca dell'uovo, ma uno ed uno solo è stato quello che ha felicemente raggiunto la meta.

Se uno qualsiasi degli altri spermatozoi avesse raggiunto l'uovo, ora noi non esisteremmo. Esisterebbe qualcun altro, magari molto simile a noi, ma non saremmo noi.

Sapete quanti spermatozoi concorrevano nella corsa verso l’uovo? Milioni.

Prendiamo un numero arrotondato per difetto e diciamo che fossero solo un milione.

Ebbene, noi avevamo una probabilità su un milione di essere quello che siamo. Questa probabilità va ora estesa a tutte le altre (più o meno numerose) volte, in cui c’è stata produzione di spermatozoi, senza concepimento. Vogliamo dare a nostro padre la possibilità (media) di aver ‘prodotto’ spermatozoi, nella sua vita, almeno un migliaio di volte (sto sempre arrotondando per difetto!)?

Ecco che la probabilità di esistere diviene per noi una su un miliardo.

Potremo ancora ridurre drasticamente questa probabilità se consideriamo che potevamo esistere nel passato, oppure nel futuro, e non sarebbe come esistere ora.

Non voglio andare più a fondo.

Ripeto che, da un semplice calcolo matematico, solo il fatto di esistere significa che noi abbiamo goduto di quella unica possibilità favorevole su un miliardo (almeno) che ne esistevano.

Quest’anno chi ha vinto la ‘Lotteria Italia’ aveva una probabilità su trenta milioni (poiché tanti erano i biglietti venduti).

Io credo che chi ha vinto la ‘Lotteria Italia’ debba considerarsi ‘fortunato’ e quindi debba vedere la vita ottimisticamente, poiché non capita tutti i giorni una tale enorme fortuna.

Eppure si trattava soltanto di una probabilità su 30 milioni.

Vincere qualcosa avendo una probabilità su un miliardo è come vincere la ‘Lotteria Italia’ non solo una, ma almeno 30 volte di seguito.

Ora, voi vi sentite ancora di poter essere pessimisti sapendo che, solo per il fatto di esistere, siete nella stessa situazione di chi vince la ‘Lotteria Italia’ per trent'anni di fila (e sempre e solo il primo premio…)?

Cosa potreste dire a chi, dopo aver vinto per 30 volte di seguito la ‘Lotteria Italia’, venisse da voi a lamentarsi dicendo: oh, povero me, mi va tutto storto!

Non abbiamo il diritto di essere pessimisti.

Noi abbiamo il dovere di essere ottimisti, in virtù dell’enorme fortuna che abbiamo avuto: tutto questo per il semplice fatto di ‘esistere’.

Possiamo vedere qualunque cosa con gli stessi occhi con cui ora, magari per la prima volta, vediamo l‘eccelsa condizione di esseri fortunati che ci accomuna .

Questo è l'ottimismo.

Ricordo i ‘temi’ classici dei ‘test’ per appurare lo stato di ottimismo o di pessimismo: la stessa bottiglia, contenente vino esattamente al 50 per cento della sua capienza è sempre stata mezza vuota per il pessimista e mezza piena per l'ottimista. Non è il caso di discutere su chi abbia ragione perché la hanno entrambi: è differente solo il modo di affrontare la situazione. Potendo scegliere (e certamente lo possiamo) nessuno può negare che sarà meglio vedere il ‘bello’ di ogni situazione e farne parte del nostro ‘credo’.

L'ottimista, cadendo su un ramo che gli si infila in un occhio, penserà sempre: che fortuna! Pensa un po’ se era biforcuto (e mi cavava tutti due gli occhi). La situazione oggettiva non cambia. Il fatto che questo poveraccio si sia infilzato un occhio è una cosa reale. E' la visualizzazione interiore della situazione oggettiva che si modifica portando a cancellare gli aspetti negativi ed a prendere in considerazione solo i positivi.

Questa stessa considerazione vale per la malattia: bisogna cancellare dalla mente gli aspetti negativi e prendere in considerazione solo i positivi.

Sta di fatto che alle ultime elezioni indette dalla fondazione per  scegliere i membri del gruppo direttivo, mi hanno nominato vice presidente!

Dall’inizio del 2006 la mia foto è stata messa sul sito della fondazione e la mia mail resa disponibile per chi volesse contattarmi.

E’ in tale veste che sono stato raggiunto da un messaggio @mail di Claude Traillet.

Sostiene di avere informazioni importanti relative alla questione Rendu-Osler e vuole incontrarmi.

Sarà di passaggio a Milano per la metà di marzo.

Gli rispondo (in un francese maccheronico) che sono ben lieto di scambiare due chiacchiere.

Gli faccio anche presente che il mio francese è proprio scarso. Però parlo un ottimo inglese!

Ormai l’inglese è davvero la lingua universale.

Anche se i francesi sono ancora attaccati alla loro madrelingua, in molti hanno capito che il mondo va avanti grazie all’inglese ed anche Claude lo parla (e lo scrive) correttamente!

Ovviamente, per voi riporto tutti i dialoghi in italiano.

Ma sarà il caso che cominciate tutti a studiare di più l’inglese: fra un po’ il nostro italiano sarà un ricordo, relegato tra le lingue dialettali!

“Ciao Paolo, intanto grazie mille per avere accettato di incontrarmi” Claude si è presentato nel mio ufficio come da programma. Sono da poco passate le undici ed è il 15 marzo 2006.

Ci diamo subito del tu, anche perché il nostro dialogo avviene in inglese: lo sapete che il ‘lei’ in inglese non esiste, vero?

“Che dire? Mi hai incuriosito con la mail che mi hai mandato. Dimmi cosa posso fare per te”.

“E’ una storia lunga, molto lunga. Prima di tutto devo capire se posso fidarmi di te. Sto facendo una ricerca particolarmente delicata e vorrei evitare che quanto sto per dirti travalicasse le pareti di questo ufficio”.

“Non fai che incuriosirmi ulteriormente. Però hai solo un modo per sapere se puoi fidarti: mettermi alla prova!”

“E se ti dicessi che il morbo di Rendu-Osler non è dovuto ad una mutazione genetica naturale. Ma è stato, per così dire, creato in laboratorio?”

“Non ti nascondo che ci avevo pensato. D’altronde un po’ per tutte le malattie, dall’AIDS all’aviaria, c’è il sospetto che non siano dovute ad eventi naturali. Basta saltabeccare un po’ su internet e se ne trovano di tutti i colori. Esperimenti sfuggiti al controllo, virus creati in laboratorio per realizzare particolari armi batteriologiche. Questa mutazione invece come sarebbe avvenuta?”

Invece che rispondermi, Claude butta lì una domanda “Hai mai sentito parlare degli Elohim?” 

“Sì certo. Tra l’altro mi pare che i sostenitori di questa ‘teoria’ siano francesi. Se non vado errato sostengono che gli Elohim siano una specie di ‘dei extra-terrestri’ che hanno costruito la vita in laboratorio”.

“Vedo che sei preparato”.

“Diciamo che cerco di tenermi informato. E, soprattutto, sono curioso. Molto curioso”.

“Quindi alla teoria che gli Elohim abbiano creato la vita in laboratorio potremmo anche collegare la teoria che sempre gli Elohim abbiamo creato il morbo di Rendu-Osler”.

“Ah beh, se è per quello possono aver creato l’Aids, la peste, il vaiolo. Essere gli artefici del diluvio universale. Insomma, si divertono a creare e distruggere il genere umano. Assomigliano un po’ agli antichi dei greci che, per esempio, nella guerra di Troia, parteggiavano per l’uno o l’altro esercito”.

“Ti stai avvicinando molto alla teoria che sto per esporti”.

La mia curiosità era, ovviamente, alle stelle.

Anche se non capivo proprio dove volesse andare a parare.

“Continua - dissi soltanto - ti ascolto”.

E allora Claude iniziò con la storia ed io lo lasciai parlare per quasi un’ora.

Alla fine avevo le idee molto, ma molto, confuse.

Però, facendo parte dal di dentro della principale fondazione italiana che si occupava del morbo di Rendu-Osler, potevo aiutare lui ed i suoi due amici nella ricerca che li ossessionava.

Trovare l’erede, uno di noi!


 

 

 

 

 

 

 

30 - fine del XIV secolo,  a Cadice

 

 

 

 

Il suo signore, Amedeo VII, era morto da quasi un anno.

Lui, Ludovico, si era definitivamente trasferito a Cadice per proteggere, stando nell’ombra, una giovane fanciulla.

Sì, perché le ricerche, proprio come aveva rivelato ad Amedeo pochi giorni prima che morisse, avevano dato esito positivo ed Aurora era stata rintracciata.

L’aiuto della chiesa era stato determinante.

Anche se Francesca era stata battezzata quando stava avvicinandosi al compimento del quindicesimo anno di età, Ludovico, che ormai regolarmente visitava le chiese per esaminare i registri aggiornati, aveva finalmente gridato di gioia.

Nella piccola chiesetta che sorgeva sulla riva del mare, una ragazzina nata nel 1377, aveva ricevuto il battesimo nella prima domenica di maggio del 1391.

La madre si chiamava Aurora ed era stato facile sapere dove abitasse.

L’aveva potuta vedere in lontananza.

Manteneva intatta la bellezza di un tempo ed ora Ludovico capiva come era stato facile per Amedeo innamorarsene perdutamente.

Non sapeva però come rivelarsi.

Né cosa fare per gestire un possibile insediamento sul trono di casa Savoia di questa illustre sconosciuta.

Per ora si sarebbe limitato a mantenere il contatto, a distanza.

Non sapeva nemmeno se riportare la notizia ai membri dell’ordine dell’Annunziata.

Il suo sesto senso gli diceva di non fidarsi.

Incontrare Aurora e scambiare con lei un saluto era ormai un fatto usuale.

Consegnarle l’anello non sarebbe stato altrettanto facile.

“Signora, mi capita ormai di incontrarvi frequentemente - Ludovico si era deciso a rompere il ghiaccio - ed avrei piacere di mettervi a disposizione i miei servigi. Sono insegnante di musica, matematica e francese. So che avete una figlia e, forse, potreste essere interessata ad un precettore”.

“La vostra offerta è molto interessante - Aurora, come ogni mamma, era ben disposta per tutto ciò che riguardava il bene di sua figlia - ma noi non siamo così ricchi da poterci permettere un precettore”.

“E se vi dicessi che altri potrebbero prendersi cura della questione monetaria?”

Aurora non sapeva se preoccuparsi o rallegrarsi.

Chi poteva essere interessato all’educazione di sua figlia?

“Capisco la vostra preoccupazione - continuava a parlare, Ludovico - lasciate allora che vi consegni questo. Pensateci e fatemi sapere qualcosa, quando credete. Io abito nella casa rossa, dietro la piazza. Chiedete di Ludovico e tutti sapranno indicarvi dove sto”.

Così dicendo, le consegnò l’anello.

Aurora riconobbe subito quel gioiello e quel simbolo.

Cosa voleva dire adesso, a distanza di oltre quindici anni, questo regalo?

Il suo cuore era in subbuglio.

In fondo, aveva sempre sperato che Amedeo mantenesse la sua promessa d’amore.

Per quanto si fosse sforzata di odiarlo, il suo cuore non era riuscito ad abbandonare la speranza.

“Chi siete, davvero?” nel turbinio di pensieri, la domanda le uscì spontanea.

Ludovico sapeva che era arrivato il momento di raccontare tutto.

“E’ una storia lunga ed ho impiegato anni per trovarvi”.

Aurora era perplessa, ma la sua curiosità era alle stelle.

“Dove possiamo metterci a sedere per parlare tranquillamente?” domandò soltanto.

“Posso invitarvi nel mio studio. Come vi ho accennato, mi guadagno da vivere insegnando. Potete venire a trovarmi quando volete”.

“Passerò domani nella tarda mattinata. Ora devo salutarvi” e, così dicendo, si allontanò.

La mattina dopo, verso mezzogiorno, Aurora bussava alla porta di Ludovico.

“Benvenuta nella mia umile dimora”.

“Non ho molto tempo. Vi prego di venire subito al dunque. Ditemi, innanzitutto, di Amedeo. Come sta?”

Aurora non era riuscita a dormire: per tutta la notte aveva rivissuto, attimo per attimo, il tempo passato quando l’amore per Amedeo era l’unico interesse della sua vita.

Dopo così tanti anni, riprendendo possesso dell’anello, tutto l’astio, il rancore, l’odio, che avevano riempito la sua vita, erano scomparsi.

“Purtroppo le notizie sono bruttissime: Amedeo non ha potuto realizzare il suo progetto. Vi ha cercato per anni, inutilmente. Fino a che l’anno scorso - fece una pausa piena di dolore - è morto”.

“No” fu l’urlo lacerante di Aurora.

Come poteva essere: il destino, dopo così tanti anni, le riaccendeva la speranza e subito dopo la troncava, di netto, per sempre?

“Io sono qui perché lui ha voluto che vi ritrovassi, per consegnarvi l’anello, quale prova del suo amore”.

“Amore, quale grande parola! Ormai, da quindici anni ho dimenticato cosa sia. Da quando Amedeo mi ha lasciato, così improvvisamente. Costringendomi a fuggire, lontano”.

“Però voi avete la prova del suo amore: una figlia, vero?”

“Vedo che siete bene informato. Certo, Francesca è la figlia di Amedeo. Io ho amato lui e lui solo. Dopo che mi ha abbandonata, non ci sono stati altri uomini nella mia vita. Mi sono dedicata esclusivamente a crescere sua figlia. Con la remota speranza che, un giorno, il padre potesse tornare. Ed invece, adesso muore anche quella”.

Ludovico la interruppe: “Vostra figlia è l’erede di casa Savoia, non dimenticatelo. Amedeo ha voluto che vi ritrovassi per realizzare il sogno di vedere sua figlia sul trono”.

“Non diciamo sciocchezze. Come pensate sia possibile, per una ragazza come Francesca, di prendere il potere? Tanto più che Amedeo ha già lasciato questo mondo!”

Le lacrime, che fino ad allora era riuscita a trattenere, sgorgarono copiose.

“Io lo amavo. Capite? Lo amavo davvero. Ho amato solo lui. Non mi interessava del potere, di duchi, conti, baroni. Volevo solo vivere la mia vita con lui, allevando sua figlia e gli altri bambini, che avrebbero allietato la nostra unione. Invece, eccomi qui sola e dimenticata”.

“No, Aurora, non siete stata dimenticata. Anche lui vi ha amata, fino alla fine. Adesso, da lassù, vi guarda e vi protegge. Sa che io sarò al vostro fianco. Dopo di me, altri si prenderanno cura di vostra figlia e di tutta la vostra discendenza futura. Finché, un giorno, l’ordine sarà ristabilito”.

Si era asciugata le lacrime ed una valanga di ricordi le riempivano la testa.

Quelle domeniche passate insieme.

Il primo bacio.

L’ardore e la passione.

Ricordi allegri e tristi, recenti e remoti, reali o fantasiosi.

Impossibile classificarli, difficilissimo distinguere quello vero da quello falso.

Con il passare degli anni, acquistano una vita reale anche i ricordi di fatti mai accaduti, di cose mai dette, di persone mai conosciute.

I ricordi sono fatti della stessa sostanza dei sogni.

L'effimero e l'irreale si mescolano e si confondono.

La logica si perde, perché non c'è un inizio e non c'è una fine.

Vengono riportati a galla nella memoria, senza alcuna ragione apparente.

Una parola sussurrata ha lo stesso potere di una diga che si apre, ed allora assistiamo ad un'inondazione.

Un suono o un colore, sono come una palla di neve che rotola sempre più velocemente fino a trasformarsi in valanga.

Siamo tutti prigionieri dei ricordi, come siamo prigionieri dei sogni.

Ed Aurora sognava: indietro nel tempo di quindici anni, riviveva la sua felicità.

“Accetto la vostra proposta: Francesca, adesso, ha bisogno di un precettore” seppe solo dire, prima di salutare Ludovico.

Mentre diceva quella semplice parola (‘adesso’) prendeva finalmente coscienza della sua posizione.

Ora aveva uno scopo nella vita: affermare la nobiltà di sua figlia e del suo sangue.

E rendere onore all’unico uomo che aveva amato veramente: Amedeo.


 

 

 

 

 

 

 

31 - al giorno d’oggi