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Associazione Servizi Culturali promuove l'iniziativa "Un aiuto a colpi di penna"
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DESCRIZIONE Dopo
la fine della seconda guerra mondiale, re Umberto II, ormai esiliato in
Portogallo, decide di mettere la parola fine alla storia dei Savoia:
quando muore, nel 1983, si porta nella tomba il sigillo del casato, a
voler significare che nessun altro ‘Savoia’ potrà essere re, dopo di
lui. Perché? Cosa aveva scoperto di così importante da fargli prendere
una tale decisione? Leggi online (integrale) |
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DI LETTURA
Associazione
Servizi Culturali Paolo
Federici UNA
LABILE TRACCIA INDELEBILE una
storia cominciata nel 1377 e non ancora finita Edizioni
Il Melograno Copyright
© 2007 Paolo Federici ISBN 978-88-6111-266-7 a
mio padre (e
all’eredità che mi ha lasciato) Non
est priorum memoria, sed nec eorum quidem, qui postea futuri sunt, erit
recordatio apud eos, qui futuri sunt in novissimo = Non rimane memoria
delle cose d’altri tempi; e di quel che succederà in seguito non
rimarrà memoria fra quelli che verranno più tardi. Ringraziamenti I
miei ringraziamenti vanno alle mie amiche Anna, Angela, Emanuela,
Liliana e Sonia che hanno letto la bozza sotto l’ombrellone, durante
le vacanze estive. A Tiziana, mia mogliettina adorata, che per prima mi
ha incoraggiato a proseguire nell’arte antica della scrittura. A
Elisabetta, che cura amorevolmente tutti coloro che sono afflitti dal
morbo di Rendu-Osler. Ai miei figli, Andrea, Alessandro, Alice e
Stefano, che ancora mi sopportano. A mia madre che, dopo averlo letto,
ha rivisto il suo stesso passato in tutt’altra luce. Il
libro che mi ha aiutato nelle ricerche è stato scritto da Veronique
Plesch e si intitola ‘Painter and Priest: Giovanni Canavesio's Visual
Rhetoric and the Passion Cycle at La Brigue’. Il
libro che racconta la vicenda di Notre Dame des Fontaines è stato
scritto da P. Benoit Avena e si intitola ‘Simbolica, storia e sapienza
degli affreschi della cappella di Notre Dame des Fontaines’ Il
forum al quale ho chiesto aiuto è su questo sito:
http://www.renneslechateau.it In
copertina c’è l’immagine di uno dei dipinti della cappella di
‘Notre Dame des Fontaines’, a La Brigue. L'anello
è stato realizzato da Augusto Bellucci di ‘Metallo Giallo - Milano’ La
forza di andare avanti me l’ha data anche Pablo che, dopo aver letto
una prima bozza ancora incompleta, mi ha scritto: “Volevo dire che il
tuo libro si legge bene in quanto si vola da una realtà all'altra. E'
questa la tua specialità. Appena ci si può stancare di un capitolo,
ecco che te ne arriva un altro, che ti riporta in un'altra situazione.
In questo modo il lettore non ha tempo di annoiarsi, anzi viene
stimolato. La tua particolarità è appunto lo stimolo. Bravo e
naturalmente continua sino alla fine”. Un
grazie anche a Giancarlo, che mi ha scritto: Io soffro di allergia alla
parietaria, ben poca cosa, mi dirai, ma ti scrivo perché, leggendo il
tuo libro, mi sono venute in mente le parole di un altro allergico come
me. Questa persona mi disse: “Noi allergici siamo molto fortunati,
perché siamo più sani degli altri, siamo più sensibili. Infatti solo
una piccola variazione del polline nell'aria ci fa star male. Quindi
quando stiamo bene, siamo perfettamente sani”. Allora (una decina di
anni fa), non diedi peso a quelle parole, ma adesso mi sono venute in
mente ... chissà perché? Che sia il germe dell'ottimismo? Hanno
letto la bozza e mi hanno dato consigli utili anche Andrea, Luigi, Tony.
Un
grazie particolare a Stefano, che si è dato da fare per promuovere il
libro da me pubblicato precedentemente, quello intitolato ‘la nave dei
sogni’. E
poi come dimenticare Maria Luisa (Marisa, per gli amici) che ha
scatenato il passaparola dal quale è nato il successo del mio libro
precedente? I
lettori sono e devono essere i creditori inesorabili del loro autore. Hanno
sborsato in buona fede, per un libro, il denaro che potrebbe bastare per
un pasto (modesto) in una trattoria (modesta), vino escluso. In
conseguenza hanno tutto il diritto di chiedere al loro trattore
spirituale, e cioè all'autore, il corrispettivo del prezzo. Siccome
nel nostro mondo l'alimento spirituale ha un prezzo di mercato molto più
basso dell'alimento fisico, ecco ciò che i lettori possono chiedere
all'autore: parecchie ore del giorno e della sera di emozione intensa,
un divertimento abbastanza raffinato da non doversene vergognare poi,
una genuina emozione spirituale, risa alte o sommesse, anche condite di
quando in quando da lacrime, massima intelligibilità, buona possibilità
di investirsi, senza fatica, nelle figure descritte, rapidità
dell'azione e soprattutto il meno possibile di descrizioni. (Franz
Werfel - il pianeta dei nascituri) Personaggi Ecco
l’elenco dei personaggi principali: XIV
secolo: Aurora:
la vera protagonista. Capace di amare, di odiare, di perdonare.
Trasmette il suo carattere ai suoi eredi. Amedeo
VII (il ‘Conte Rosso’): pur nella sua immensa potenza, deve subire
il volere di suo padre. Ludovico:
crede nell’amicizia, quale sentimento supremo. Da solo, insegue il
sogno del suo signore. Francesca:
la figlia di Aurora che, per prima, mostra il ‘segno’. XV
secolo: Francesco:
capace di partire all’avventura seguendo la sua voglia di conoscere e
conquistare il mondo. Pietro:
alla ricerca delle sue radici, sa che la verità va inseguita nel
passato. Angelica:
se credesse nella reincarnazione, sarebbe la rigenerazione di Aurora. Giovanni
Canavesio: prosegue una missione alla quale è stato chiamato e ne
lascia traccia nei suoi dipinti. Al
giorno d’oggi: professor
Galimberti: dedito ai suoi studi, è incuriosito da alcune realtà
scientifiche, che lo coinvolgono al punto da dedicare tutto il suo tempo
alla ricerca della verità. Claude
Traillet: studioso del passato, lavora alla ricerca documentale più
capillare possibile. John
Barrymore: esperto di informatica, sa che questa nuova scienza può
essere di grande aiuto, sempre. Werner
Zeitman: scopre un segreto e ne cerca le origini. Dottor
Hamer: perseguitato dal destino, crede nei risultati dei suoi studi e
lotta contro tutto e contro tutti per affermare la verità.
Verità
storiche Giovanni
Canavesio è veramente esistito, così come Amedeo VII, detto ‘il
Conte Rosso’. Anche
Donato da Montorfano è veramente esistito, ha conosciuto Giovanni
Canavesio ed ha dipinto una parete del refettorio di Santa Maria delle
Grazie a Milano, ricalcando proprio lo stile di Canavesio. Il
morbo di Rendu-Osler viene studiato a livello mondiale e deriva, quasi
certamente, da una mutazione genetica avvenuta, in passato, su un'unica
persona che deve essere considerata alla stregua di un capostipite. La
chiesa di Notre Dame des Fontaines, affrescata da Canavesio, è
conosciuta come la ‘cappella Sistina’ delle Alpi. L’Ordine
dell’Annunziata, creato dal padre di Amedeo VII, è stato sciolto a
metà del secolo scorso. I
Savoia hanno governato l’Italia fino alla fine della seconda guerra
mondiale. L’associazione
italiana dei malati di Rendu-Osler è registrata come ‘Fondazione
Italiana H.H.T. Onilde Carini’ ed ha anche un sito web: www.hht.it Il
dottor Hamer sostiene la validità scientifica delle cinque leggi
biologiche, da lui scoperte. importante:
ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti o esistiti è
dovuto ad una fantasmagorica interpretazione della realtà da parte
dell’autore. Praticamente, è tutto inventato di sana pianta. Prefazione tanto
per confondervi un po’ le idee Oggi
sono dubbioso: non so se continuare a scrivere, oppure piantarla lì. Se
tu, caro lettore, adesso hai in mano questo libro, significa che io
l’ho terminato, arrivando fino in fondo! In
questo momento, mentre lo sto scrivendo, non so se continuerò a
svilupparne tutta la storia, che potrebbe dunque esaurirsi e
trasformarsi nel nulla. Come
ci spiega bene la fisica quantistica: in questo momento il libro
‘contemporaneamente’ esiste e non esiste! La
sua realtà verrà determinata secondo lo stesso principio che afferma:
l’universo esiste solo perché ci siamo noi ad osservarlo. Se
non ci fosse nessun osservatore, non ci sarebbe nessun universo! Quindi,
se leggerete questo libro, significherà che ho superato i miei dubbi
sorti oggi. Se
invece deciderò di cancellare tutto, ecco che non ne saprete mai
niente! Chissà
quanti libri sono stati scritti e poi mai pubblicati, oppure piantati lì
a metà e noi non ne sappiamo niente, o semplicemente distrutti quando
l’autore ha deciso di far morire anzitempo la sua creatura. Anzi,
già che siamo in argomento, approfitto della vostra pazienza per
raccontarvi qualcosa. Un
po’ di tempo fa avevo deciso di scrivere un altro libro. Dopo
averne elaborate una cinquantina di pagine, mi sono deciso a discutere
dell’idea con un amico. La
cosa che mi ha gelato è stato il suo commento: “Guarda che un romanzo
del genere è già stato scritto!” “Non
è possibile: ti assicuro che mi sono inventato tutto di sana pianta”. “Ti
credo, ma sta di fatto che una storia analoga io l’ho già letta ed il
libro si intitola …” E’
rimasto un po’ pensieroso e non ha saputo darmi il titolo esatto, ma
solo qualche indicazione. Che
fare? Mi
sono messo alla ricerca di quel libro. Ho
trovato alcuni titoli similari a quello indicato dall’amico. Ma
le trame differivano completamente. Sta
di fatto che ormai l’incantesimo si era rotto e quel libro non l’ho
più terminato. C’è
anche un’altra cosa da dire: voi ora state leggendo (sì, perché ho
deciso di arrivare comunque in fondo!) questo libro, ma chi vi dice che
le pagine che adesso seguono non siano state invece scritte prima? Potrei
avere tranquillamente già scritto i capitoli che vanno dal diciotto al
venticinque. Mentre
i capitoli sette e otto potrebbero essere ancora in bianco! E
che dire del capitolo decimo, dove racconto della mia visita alla
cappella di Notre Dame des Fontaines? Sappiate
che oggi non ci sono ancora stato! Eppure
ho già scritto l’ultimo capitolo! Il
tempo, insomma, assume un aspetto nuovo ed inquietante, come spiega
Julian Barbour nel suo libro dal titolo ‘la fine del tempo’, dove
sostiene, scientificamente, l’inesistenza del tempo. Parte
da un ragionamento alquanto semplice: così come lo spazio ci sembra
fermo, e solo perché l’abbiamo studiato e ne abbiamo dimostrazioni
scientifiche ‘crediamo’ che la Terra giri e che tutto l’universo
sia in movimento, allo stesso modo, pur avendo la ‘sensazione’ che
il tempo passi, scientificamente si può dimostrare il contrario. Il
tempo non esiste. O meglio, il tempo non passa: noi viviamo in un eterno
presente ed abbiamo la sensazione, sbagliata, che invece ci siano
passato e futuro. Vivendo
in un eterno presente esistono contemporaneamente Amedeo ed Aurora,
Canavesio ed Angelica, voi ed io, Francesco e Pietro, il professor
Galimberti e Claude Traillet. Proviamo
a ragionare così: fra queste pagine, quindi in uno spazio a-temporale,
tutti quanti i personaggi sono vivi. Nei
libri, infatti, il problema dell’inesistenza del tempo è già stato
risolto. Tutte
le storie ricominciano daccapo, ogni volta che si decide di rileggere un
qualunque libro. Lo
so, adesso siete troppo confusi per seguire a dovere le mie
elucubrazioni. Allora
leggetevi il mio libro; poi il discorso filosofico e scientifico lo
riprendiamo un’altra volta! Paolo
Federici Una
labile traccia indelebile
01 - 22 ottobre 2005, in Italia Quando
si avvicina l’ora della fine, i pensieri ed i ricordi prendono una
direzione inusuale. Ormai
novantenne, il mio vecchio parroco sonnecchiava, stringendomi la mano. Qualche
parola affaticata, soprattutto un “grazie per essermi venuto a
trovare” ripetuto tante volte. Avevo
saputo che era molto malato e così, una domenica autunnale, mi ero
fatto un po’ di chilometri per andare da Milano a Varazze,
presentandomi al convento dove si trovava in convalescenza. Gli
avevo portato un po’ di notizie di amici comuni. Avevamo
ricordato il passato. Da
poco ero stato a visitare il Cenacolo, quello affrescato da Leonardo su
una delle pareti del refettorio della chiesa di ‘Santa Maria delle
Grazie’ a Milano. Mi
sembrava un argomento adatto, per colloquiare amabilmente con il mio
vecchio parroco domenicano. Domenicani
erano i frati della chiesa di ‘Santa Maria delle Grazie’ a Milano,
domenicani quelli della mia chiesa natia a La Spezia, domenicano lui,
originario di Taggia, sede di un convento anch’esso domenicano. “Sa,
padre, non ero mai stato nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a
Milano. Recentemente invece l’ho visitata, anche per ammirare
l’ultima cena di Leonardo, dipinta su una parete del refettorio. Non
sapevo, però, che sull’altra parete ci fosse un grande affresco che
rappresenta una crocifissione”. “E’
una crocifissione dipinta dal Canavesio” riusciva appena a sussurrare. Mi
ricordavo un altro nome, ma non era il caso di contraddirlo. Continuava:
“nel refettorio poi, c’era uno scalino. Sei salito sullo scalino?” Sì,
mi sembrava che ci fosse uno scalino per passare nella stanza attigua. Vedevo
che insisteva nel voler parlare, ma gli mancava quasi l’aria. Respirava
con affanno. Non riusciva a completare la frase. “Da
quello scalino si vedeva …” Volevo
fare qualcosa perché non fosse così sofferente. Cercavo
di aiutarlo. “Si
vedevano le stanze?” Sembrava
voler dire di no, ma non ho avuto risposta. Si
è addormentato, tenendomi per mano. Tornato
a casa ero incuriosito dal dipinto che si trova sulla parete opposta
all’Ultima Cena: non mi ricordavo che fosse del Canavesio. Mi
è bastato sfogliare l’enciclopedia ed il dubbio si è sciolto:
l’autore di quella crocifissione è Giovanni Donato da Montorfano. Sì,
un dubbio si è chiarito, ma un altro si è creato. Chi
era Canavesio e perché questa confusione? Oggi
abbiamo uno strumento che solo qualche anno fa non potevamo nemmeno
immaginare. Si chiama ‘internet’ ed il suo più famoso motore di
ricerca è ‘google’. Ho
inserito due semplici paroline ‘refettorio’ e ‘canavesio’ ed
ecco il risultato: a Taggia, nel convento dei padri domenicani, ci sono
numerosi dipinti del cinquecento. In modo particolare, tra refettorio e
sala capitolare, si trovano ben due Crocifissioni del Canavesio (1482 e
1483)! E’
chiaro: parlando di refettorio e di dipinti, il ricordo lontano gli
aveva fatto venire in mente proprio l’immagine di quella sala da
pranzo del convento di Taggia, sua città natale, dove c’è affrescata
una crocifissione, realizzata da un pittore vissuto cinquecento anni fa! Quando
poteva disporre di qualche ora libera, Giovanni Canavesio si chiudeva
nel suo studio, apriva la finestra per permettere l’ingresso della
luce del sole e cominciava a mescolare i colori. La
prima cosa che faceva era spalmare uno strato di collante su una tavola
di legno. Poi
tracciava le sagome dei personaggi e degli arredi con un pezzo di
grafite. Solo
alla fine avrebbe dato vita e colore all’opera. Giovanni
era originario di Pinerolo, una cittadina alle porte di Torino. Fin
da piccolo, però, era stato attratto dal fascino del mare. Era
riuscito ad andare a vivere in riviera solo dopo una vita dissoluta e
scapestrata, quando, ormai molto in là con gli anni, aveva finalmente
preso i voti, entrando in convento in un paesino della Liguria, che si
trovava quasi al confine con la Francia. C’era
chi si avvicinava a Dio con la preghiera, chi lo faceva diventando
predicatore, chi metteva al servizio della chiesa le sue doti canore. Lui,
adesso, poteva finalmente celebrare le lodi del Signore con la pittura,
respirando aria di mare, prendendo ispirazione dal riflesso del sole
sull’acqua, ascoltando la musica dello sciabordio delle onde che si
infrangevano sulla scogliera. Quando,
arrivato il 1492, un altro italiano si apprestava a scoprire nuove terre
al di là del mare, Giovanni, ormai quasi settantenne, dipingeva ancora
episodi della vita di Cristo sulle pareti delle chiese. Se
oggi andate a Pigna oppure a Briga Marittima, entrambe cittadine situate
in provincia di Imperia, potete ammirare le sue opere, luminose ed
espressive come cinquecento anni fa. Però
è solo nell’entroterra francese, esattamente a La Brigue, che si
trova la chiesa di Notre Dame des Fontaines, da lui affrescata
completamente. Qualcuno
l’ha definita la ‘Cappella Sistina’ delle Alpi Marittime. Sì,
perché Giovanni Canavesio da Pinerolo era un artista vero, capace di
trasmettere sensazioni ed emozioni a chi guardava le sue opere e quando,
nel 1483, aveva affrescato il refettorio del convento dei domenicani di
Taggia, non avrebbe mai immaginato di essere ancora così vivo nella
memoria di chi, in quella sala da pranzo, avrebbe consumato i pasti
cinque secoli dopo. Ma
c’è di più. Mentre
Giovanni affrescava le pareti del refettorio del convento, un altro
pittore, di quasi vent’anni più giovane di lui, si dedicava alle
decorazioni di quella stessa chiesa. Le
due crocifissioni affrescate da Canavesio sulle pareti del refettorio e
della sala capitolare devono aver colpito notevolmente il giovane
pittore, tanto che nel 1495, ormai più maturo, decise di dipingere
anch’egli una crocifissione, sulla parete di un altro refettorio,
quello di Santa Maria delle Grazie a Milano. Sì,
perché l’allievo di Canavesio era proprio lui: Giovanni Donato da
Montorfano. Ecco
che allora la similitudine tra i dipinti (la crocifissione di Giovanni
Donato da Montorfano nel refettorio del convento dei domenicani a Milano
e la crocifissione di Giovanni Canavesio da Pinerolo nel refettorio del
convento dei domenicani a Taggia) diventa molto più coinvolgente e la
confusione del ricordo di un novantenne tanto più comprensibile. 02 - primavera del 1472, a
Pinerolo, in Italia La
sua bottega era stata aperta, da oltre dieci anni, a poca distanza dalla
piazza principale della piccola città di Pinerolo. Per
sbarcare il lunario, Giovanni Canavesio, ormai quasi cinquantenne, si
adattava a fare anche lavori molto umili, aspettando, sempre fiducioso,
la grande occasione per mettersi in mostra. La
fortuna bussò all’improvviso alla sua porta quando, nella bottega,
entrò Fra Giuliano. “Buongiorno
Giovanni, come stai?” Fra
Giuliano sostava sulla porta, ammirando i dipinti in esposizione. “Giuliano,
che piacere incontrarti. E’ davvero da tanto tempo che non ti fai
vedere! Entra, accomodati, sei il benvenuto”. Giovanni
e Giuliano si conoscevano da ragazzi. Poi
le loro strade si erano divise. Giuliano
aveva sentito la chiamata divina, la vocazione, ed era diventato prete. Giovanni
lo sarebbe diventato, a sua volta, ma solo fra qualche anno. Per
ora seguiva il suo amore per la pittura, dopo aver aperto quella piccola
bottega e vivendo grazie alla vendita delle sue opere. Molte
volte si trattava di ritratti, fatti su commissione. Grazie
al passaparola (unica vera pubblicità esistente a quel tempo!) in breve
la sua fama aveva varcato i confini della città di Pinerolo. I
domenicani stavano facendo costruire diverse chiese nella zona
circostante le Alpi marittime e sulla costa ligure. Dopo
aver dato l’avvio ai lavori di una chiesa a Varazze, nel 1419, avevano
cominciato un’altra opera a Genova, nel 1422. Diversi
decenni erano passati da allora e quelle due opere erano ormai
terminate. C’era
in corso un nuovo progetto per la costruzione di una grande chiesa a
Taggia. Fra
Giuliano era stato incaricato di trovare decoratori e pittori da
reclutare per curarne tutta la parte artistica. Aveva
subito pensato al suo vecchio amico Giovanni. Dopo
pochi convenevoli, era immediatamente venuto al dunque: “Ti
interessa un lavoro da decoratore, a Taggia?” Giovanni
era sorpreso, ma un po’ deluso. “Decoratore?
Certo che di questi tempi qualsiasi lavoro deve essere considerato il
benvenuto. Ma io, detto francamente, oserei sperare in qualcosa di più!
Avete già un maestro pittore?” “Giovanni,
l’incarico ufficiale di coordinare le opere pittoriche è stato già
dato a Ludovico Brea. Tu lo conosci, vero? Però se tu vieni e ti metti
in mostra con le decorazioni, magari convinci il maestro ad affidarti
qualcosa di più importante”. “Chi
è il maestro?” “Padre
Cristoforo da Milano. E’ lui che ha deciso di far costruire questa
nuova chiesa a Taggia. Io gli ho solo suggerito di lasciarmi prendere
contatto con te”. Giovanni
avrebbe preferito un incarico un po’ più di pregio, ma i tempi erano
bui ed un lavoro, qualunque esso fosse, non si poteva rifiutare. E poi,
una volta in azione, avrebbe potuto farsi valere ed ottenere una
promozione sul campo. “Dammi
qualche giorno per sistemare le cose che ho in sospeso. Dimmi dove ti
posso trovare per darti la risposta”. “Mi
fermerò qui in città per i prossimi due giorni. Poi proseguirò per
Alba, dove devo incontrare altri artisti. Conto di arrivare a Taggia
all’inizio del mese prossimo. Non c’è bisogno che tu mi dia una
risposta prima che io parta. Puoi raggiungermi a Taggia quando vuoi. Per
te la porta sarà sempre aperta”. “Allora
lascia che ti inviti a cena questa sera. Se non altro avremo modo di
parlare in pace”. “Accetto
con piacere”. La
sera, davanti ad un boccale di vino e gustando un arrosto cotto a
puntino, Canavesio spiegò all’amico Giuliano le sue perplessità:
“Giuliano, non fraintendermi. Ti sono veramente grato per avere
pensato a me, ma tutti cerchiamo sempre di migliorare. Sarei molto più
felice se mi proponessi di dipingere: ultimamente ho sviluppato una mia
tecnica pittorica che garantisce una maggior tenuta dei colori e quindi
la possibilità di creare opere che avranno una durata più lunga, nel
tempo. Lavorare come decoratore sarebbe quasi fare un passo indietro.
Per cui, se avessi qualche proposta alternativa, sarei molto più
interessato. Ma se questa è la sola offerta che mi puoi fare, ti dico
che accetto comunque. Se poi dimostrerò, sul campo, di saperci fare,
allora, come mi hai detto oggi, potrai propormi altro”. “No,
Giovanni. Facciamo così: i lavori a Taggia sono appena iniziati ed
andranno avanti per almeno trent’anni. Quindi abbiamo tutto il tempo
che vogliamo. Ad Albenga c’è un’altra chiesa. Deve essere
affrescato un calvario. Te la senti di farlo tu?” “Ecco,
questa sì che è una proposta che mi piace”. “Però
ti posso concedere solo poco tempo per la realizzazione. Se saprai
creare un’opera davvero valida, allora vedrai che riuscirò anche a
convincere padre Cristoforo ad affidarti qualche compito più
importante, per Taggia”. “Grazie
mille, Giuliano. Nella mia bottega c’è un giovane lavorante che
promette molto bene. Potremmo anche valutare di trasferirci entrambi a
Taggia: lui potrebbe curare le decorazioni minori. Così io avrei modo
di dedicarmi alle decorazioni più di pregio e, contemporaneamente,
affrescare!” Sicuramente
era una buona idea. Giuliano
ne avrebbe tenuto conto nella sua relazione, da sottoporre a padre
Cristoforo. 03 - al giorno d’oggi La
sala universitaria era gremita. L’argomento
certamente interessante. Il
professor Galimberti spiegava: “Il numero dei geni presenti nel nostro
DNA è altissimo. Eppure solo una minima differenza ci separa da un
qualsiasi altro essere vivente. Le mutazioni genetiche, secondo Darwin,
sono il fulcro sul quale si snoda l’evoluzionismo. Una piccolissima
variazione di un solo componente del DNA … e la materia vivente assume
un aspetto totalmente diverso”. “Scusi
professore - intervenivo quando la mia curiosità raggiungeva il culmine
- questo significa che la variazione non necessariamente ha solo aspetti
negativi, ma è sempre possibile riscontrarne anche di positivi?” Il
mio inguaribile ottimismo la faceva, ovviamente, da padrone. “Certamente.
E’ solo sul lungo termine che si può valutare se una particolare
mutazione porti più danni o più vantaggi. Prendiamo, ad esempio, la
coagulazione del sangue. Una volta, una ferita poteva significare la
morte. Nelle ere antiche della storia umana, le persone con minore
tendenza alla coagulazione potevano morire molto più facilmente delle
altre, magari a causa di una lesione o di un’infezione, o, per le
donne, durante il parto. Oggi invece una minore tendenza a coagulare (e
quindi una maggiore tendenza a sanguinare) è spesso un fattore decisivo
per evitare, ad esempio, l’infarto”. “Quindi
- lo interrompevo - anche tutte quelle che sono definite malattie
genetiche sono tali rapportate al presente. Ma in futuro ci si potrebbe
anche accorgere che invece le parti si invertono. I malati sono i nuovi
sani e viceversa”. “Lei
mi sembra un po’ troppo ottimista. C’è, però, una particolare
malattia genetica che stiamo studiando da tempo e che, in effetti,
sembra rivelare insoliti aspetti positivi nei malati- continuava il
professore -Il morbo di Rendu-Osler, per certi versi somigliante
all’emofilia, comporta delle improvvise e inaspettate emorragie dal
naso, dovute ad un improprio collegamento tra capillari venosi ed
arteriosi. Questo collegamento, questo mescolamento insomma, può
provocare problemi seri per la salute, soprattutto se si verifica in
alcune parti interne del corpo, come il fegato, i polmoni o il cervello.
Ma finché rimane limitato alla superficie esterna del corpo, naso,
bocca, mani … allora questa possibilità di ‘scaricare’
l’eccesso di sangue si sostituisce alle pratiche del salasso, molto in
voga nel passato”. “Lo
so, perché io sono uno di quei malati” pensavo tra me e me “e
quindi - provavo a trarre le conclusioni, ad alta voce - quei malati
cronici sono meno soggetti ad infarti e trombosi ed hanno, per così
dire, una valvola di sfogo che si attiva nel caso di aumento della
pressione interna”. “Sembrerebbe
di sì: ci sono stati degli studi ed altri sono in corso proprio per
accertare la situazione. In effetti oggi la trombosi è il pericolo
numero uno per gli abitanti dei Paesi sviluppati. La formazione di un
trombo all’interno di un’arteria può significare, ad esempio, un
infarto o un ictus cerebrale, patologie cardiovascolari gravi che
rappresentano la prima causa di morte nel mondo occidentale”. “Così
- intervenivo ancora - oggi, contrariamente a quanto avveniva in
passato, è chi ha il sangue che tende a coagulare troppo bene che si
ritrova più a rischio, mentre va meglio per chi ha una maggiore
tendenza a sanguinare”. Come
cambiano le cose, trasferendosi dal passato al presente! Chissà
poi quali sorprese ci riserva il futuro. 04 - l’anno 1377, ad Avigliana
(nel Savoiardo) “Signor
Conte, quale vestito preferite indossare oggi?” La
servitù era schierata in attesa della risposta. L’unica
cosa certa era il colore. Come
sempre, il Conte avrebbe scelto abiti rossi. Solo
rossi, tanto da meritarsi, ben presto, il titolo di ‘Conte Rosso’. Amedeo
VII, del casato dei Savoia, sentiva su di sé tutto il peso del suo
rango. Nella
smania di imporre la propria superiorità con l’intento, soprattutto,
di cancellare l’ombra del padre che, ancora, incombeva su di lui,
aveva pensato ad affermarsi grazie ad un preciso contrasto. Se
il padre era stato il ‘Conte Verde’, per la sua fissazione di
vestirsi sempre di questo colore, lui avrebbe cambiato totalmente i
costumi indirizzandosi all’ovvio contrario del verde, il rosso
appunto. Ma
questo sarebbe successo dopo la morte del padre, nel 1383. Quel
giorno di gennaio del 1377, invece, pur avendo solo diciassette anni,
gli era appena stata comunicata la decisione del padre: aveva sei mesi
per prepararsi al matrimonio. A
giugno sarebbe convolato a giuste nozze con la nipote di Carlo V, una
ragazzina ancora più giovane di lui. Questo
matrimonio avrebbe dato lustro al suo casato, imparentando i Savoia
addirittura con il re di Francia ed il casato dei Valois. Facciamo
un passo indietro? Aveva
da poco compiuto i sedici anni ed Amedeo già da qualche tempo soffriva
le pene d’amore e continuava a mandare bigliettini d’amore alla sua
amata: “Aurora, forse ti amo. Credo di sì”. Lei
era una graziosa biondina, con due grandi occhi azzurri. Ultima
nata di una nidiata di dieci tra fratelli e sorelle, aveva superato da
poco la soglia della pubertà. Si
stava facendo donna in fretta. Provava
un sentimento nuovo: quando era vicino ad Amedeo, il suo cuore batteva
più veloce del solito. Sentiva
la voglia di stargli accanto. Quando
si incontravano, passavano il tempo a parlare, raccontarsi ed ascoltarsi
a vicenda. Potevano
vedersi solo durante le funzioni religiose. Poi
Aurora restava chiusa in casa per tutta la settimana. E
Amedeo aspettava con ansia l’arrivo della domenica dopo. C’era,
è vero, una possibilità di farle recapitare dei messaggi, tramite il
fido Aurelio. Ma
il rischio che la cosa venisse scoperta era troppo alto. Quando
poteva avvicinarla, le sussurrava: “Aurora,
ogni volta che ti vedo, capisco di amarti sempre di più”. “Non
scherzare Amedeo. Io sono stata destinata a dedicare la mia vita a Dio.
Posso solo pregare per te”. “Ma
io ti amo. E so che anche tu vorresti dividere la tua vita con me! Perché
non posso almeno sperare che tu, un giorno, sia mia?” “Mio
padre ha già deciso del mio futuro. Entrerò presto in convento e solo
quello può esserci nel mio domani”. “No,
Aurora, il futuro non è scritto. Se ne può scegliere uno diverso.
Basta volerlo veramente”. Aurora
si lasciava illudere e cominciava a pensare ad una via di uscita, ma,
alla fine, era sempre la malinconia ad assalirla. Non
si può disubbidire al padre. Ed
il suo aveva già deciso per lei. Provò
a cercare l’aiuto di una sorella e poi della madre! “Mamma,
ti devo confessare una cosa. A proposito di Amedeo. Lui dice di amarmi.
Potrebbe anche essere disposto a sposarmi. Non puoi parlare con nostro
padre per fargli cambiare i suoi progetti su di me?” “No
figlia mia. Non illuderti. Amedeo cerca solo quello che tutti gli uomini
cercano nelle donne. Ma nel breve volgere di una notte si sarebbe già
stufato di te ed indirizzerebbe le sue attenzioni altrove”. Aurora
era testarda e sempre più decisa a realizzare i suoi sogni. Suo
padre era uno degli ufficiali della guardia e lei, dunque, era cresciuta
nel castello dei Savoia. Questo
le aveva permesso di conoscere Amedeo fino da piccola. I
giochi innocenti, fatti insieme da ragazzi, si sarebbero trasformati in
giochi d’amore? Era
stato proprio per il giorno del suo compleanno, al compimento del
quattordicesimo anno di età, che suo padre le aveva comunicato la
decisione: al raggiungimento dei sedici anni, sarebbe entrata nel
convento cittadino. La
sua vita doveva essere dedicata a Dio. Le
restavano meno di due anni di libertà, prima di essere rinchiusa per
sempre. Ma
anche se la sua età era ancora così giovane, Aurora aveva già delle
idee molto precise sul suo futuro. Certamente
la vita in convento non ne faceva parte. Amedeo
era la soluzione per evitare la clausura. Lei
si era accorta di provare un sentimento nuovo, unito al desiderio di
condividere il futuro con Amedeo. Voglia
di libertà e di abbandono nelle mani di un uomo. Voglia
di un futuro fatto di figli suoi, di una famiglia sua, di una vita
propria da vivere lontano da suo padre e dalle sue imposizioni. Durante
una festa alla quale entrambi erano stati invitati, riuscì ad
appartarsi con Amedeo e l’estasi del primo bacio la sorprese. “Amedeo,
credevo che queste cose succedessero solo nei libri - gli diceva
sentendosi al settimo cielo - ma ora so che l’amore esiste veramente
ed io sono felice, solo perché tu sei qui con me”. “Aurora
- anche Amedeo era sorpreso e felice per quel primo bacio - voglio solo
dirti che è da tanto tempo che sogno questo momento”. Proprio
in qui giorni le loro letture si erano indirizzate a Dante ed erano da
poco arrivati al canto quinto dell’inferno, quello di Paolo e
Francesca, per intenderci. Da
quel momento i loro giochi furono altri. Sapevano
approfittare di ogni occasione per appartarsi e scambiarsi baci
appassionati. La
felicità era palpabile. Quando
erano insieme dimenticavano ogni problema, ogni preoccupazione. Sognavano
il sogno che fanno tutti gli innamorati: poter stare insieme,
indivisibili, per tutto il tempo che ci è concesso di vivere. “Amedeo,
ho paura che mio padre ci scopra. Lui vuole che io diventi suora. Ma io
non voglio perderti”. “Non
temere amore mio - la tranquillizzava lui - lasciamo passare un po’ di
tempo. Poi ci penserò io a parlare con tuo padre. Stai tranquilla. Sono
o non sono l’erede al trono? Il mio ‘potere’ avrà qualche valore,
non credi?” Lei
era ormai certa che Amedeo l’avrebbe resa libera: libera da suo padre,
libera da una vita in convento, libera di essere donna, moglie e madre. Quando
non potevano vedersi, Aurora sentiva così tanto la sua mancanza da
ingegnarsi a scrivergli lettere appassionate. “caro
amore mio, noi
siamo come due ruscelli: abbiamo corso senza fiato per tortuosi percorsi
incontrando rapide e cascate, ognuno per conto proprio, attraverso valli
parallele, ma lontane; abbiamo trascinato sassi e mosso ruote di mulini
abbandonati, ci siamo riempiti d’acqua delle piogge invernali che ci
hanno fatto uscire da deboli argini e ci siamo sentiti degli esigui
rigagnoli in aride estati assolate, abbiamo dissetato sia agnelli che
lupi, abbiamo trovato il nostro cammino sbarrato da dighe che ci hanno
fatto cambiare rotta, ma abbiamo sempre corso verso il mare, ognuno per
la propria strada senza tregua, senza fiato, senza più speranza di
arrivarci. Ma un giorno qualcosa ha deviato il percorso del tuo
ruscello, proprio lì dove c’era solo un lembo di fragile pendenza e
le tue acque hanno incontrato le mie e noi non siamo stati più due
ruscelli che corrono giù da un monte, ma siamo diventati un lento fiume
che, sicuro e tranquillo, percorre la sua strada per arrivare
all’immensità del mare. Ci possono essere piene o arsure, possono
esserci brevi sporgenze di terra a dividere questo fiume, ma è solo per
poco perché ormai le nostre acque si sono unite e mischiate per
diventare un unico corso d’acqua. Per arrivare ad essere parte di un
unico mare”. Amedeo
immaginava il suo futuro da sovrano. Nobile,
ricco, bello, deciso a dividere la sua vita con la donna che amava. Quale
maggiore felicità era possibile desiderare? Ormai
certo che niente avrebbe potuto impedire la realizzazione dei suoi
sogni, Amedeo cominciò a farsi più ardito. “Aurora,
tu lo sai che ti amo. I tuoi baci sono sempre più appassionati. Ma io
ti voglio amare interamente”. Aurora
non capiva. E’
vero, quando era con Amedeo sentiva il sangue che le ribolliva nelle
vene. Ma
non sapeva che ci fosse altro, oltre ai baci ed alle carezze. Le
amiche più grandi furono quelle che le vennero in aiuto. Sottovoce,
facendo in modo che nessuno sentisse, le svelarono i segreti del piacere
e del sesso. Sorpresa
e curiosità si mescolarono al desiderio finché si aprì a lui
concedendogli il bene più prezioso. Fu
in quell’occasione che Amedeo le regalò l’anello: era d’oro con
il disegno di due funi incrociate, che formavano un nodo. Questo
simbolo, diventato poi famoso come nodo d’amore, da allora sarebbe
stato presente anche nello stemma dei Savoia. Loro
non lo sapevano ancora, ma qualche secolo dopo quel simbolo avrebbe
rappresentato l’infinito, proprio come infinito voleva essere
l’amore di Amedeo per Aurora. Lo
aveva creato Amedeo, prendendo spunto dai suoi studi di matematica:
quest’idea di un incrocio senza fine associato all’amore gli piaceva
assai. Infinitamente,
direi. Aurora
provò nuovamente a parlare con la madre, mostrandole l’anello. “Mamma,
guarda questo gioiello. Non è la prova che Amedeo mi ama davvero?” “E’
bellissimo, figlia mia. Ed è giusto che tu viva questa età fatta di
sogni. Ma sappi che sono solo sogni, destinati a svanire al risveglio.
Non farlo vedere a tuo padre. Cercherò di parlargliene. Anche se dubito
fortemente di poter ottenere qualcosa”. “Grazie,
mamma. Sapevo che mi avresti aiutata”. La
notte, Aurora dormiva stringendo tra le mani l’anello. Avvicinandolo,
le sembrava di toccare Amedeo, di averlo vicino, vivo e palpabile, lì
con lei. Immaginava
un futuro di felicità. E
gli scriveva lettere poetiche: “Futuro,
sei lì dietro quel prossimo giro del sole, sei lì in quello spazio
indefinibile posto tra i nostri sogni e le nostre realtà. Futuro,
hai il potere di farci sperare anche in momenti di assoluta incertezza,
hai il fascino che ci porta a provare ancora a vivere. Non
c’è nulla di più incerto del futuro, eppure tutti abbiamo la
sicurezza del domani, anche se è solo un’illusione. Noi
viviamo il nostro oggi con la paura di gettare lo sguardo verso i nostri
giorni da vivere, eppure quotidianamente programmiamo le nostre prossime
ore, poniamo le basi per il nostro futuro. Ma
il futuro dov’è? Lontano
o vicino? Lo
abbiamo mai raggiunto o continuiamo ad inseguirlo senza mai agguantarlo? Ecco
cosa è il futuro: è un sogno che sogniamo tutte le notti e del quale
non vediamo mai la fine. Futuro,
scrigno d’oro che custodisce tutti i sogni, tutte le aspirazioni,
tutte le speranze, tutti i desideri di noi poveri mortali. Futuro,
buia caverna di cui non conosciamo le insidie nascoste, in cui possiamo
trovare solo la paura. Il
mio futuro così bello e colorato quando mi coccolo nei miei sogni tra
le tue braccia. Il
mio futuro! Sì, il mio futuro che è lì davanti e mi guarda e mi
sorride mentre io lo inseguo con ansietà e speranza senza riuscire a
vederlo, con la paura che mi voglia togliere quel che di più importante
ho tra le mani oggi. Resto
qui con la mia solita sfiducia, senza pensare o poter immaginare che
forse nel mio futuro c’è tutto quello che ho desiderato o, meglio,
c’è qualcosa che non ho nemmeno osato pensare. Resto
qui a vivere il mio presente bello e tranquillo proiettandolo nel domani
senza rendermi conto che il mio futuro è questo presente. Sono
questi primi giorni invernali, in cui mi sono sentita più sicura tra
quelle braccia dolci e calde; in cui mi sono sentita penetrare con
sincerità da uno sguardo blu e aperto; in cui ho percepito un raggio di
maggior comprensione da mia madre; in cui ho capito una volta di più
quanto sia piena la mia vita e il mio ruolo di donna che ha migliorato
(nel poco o nel tanto) la qualità dell’esistenza di un uomo. Sì,
questo è il mio futuro perché fino ad un anno fa, fino a qualche mese
fa, non avrei mai pensato che nel mio domani ci sarebbero stati tutti
questi elementi che hanno arricchito la mia esistenza. Oggi
è il futuro; domani sarà un presente che diventerà passato. Oggi
è il futuro anche per tutti gli esseri di questo mondo, con la paura
della guerra, di una carestia, di un terremoto, di una catastrofe, della
fine del mondo. Oggi
è il futuro e il futuro sarà un oggi, e davanti a noi non c’è altro
che l’eternità. Perché
lo scrivo a te? Perché
tu sei il mio oggi e quindi anche il mio futuro e, forse, l’eternità Aurora” Amedeo
amava ricevere le lettere di Aurora, anche se non aveva la capacità di
risponderle. Le
mandava solo qualche bigliettino: piccoli pensieri che però volevano
dimostrare come anche lui fosse davvero innamorato. Ma
la fine era imminente. Una
domenica, non trovandolo in chiesa, Aurora provò a domandare
informazioni al suo amico Aurelio. “Amedeo
si sposerà quest’estate con Bona, la nipote del re. E’ meglio che
te lo levi dalla testa. Mi ha dato questo per te”. Un
bigliettino, scritto con mano tremante, che questa volta non somigliava
per niente a tutti quelli ricevuti prima. C’era
scritto “Aurora, debbo sposarmi per obbedire al volere di mio padre.
Ma il mio cuore rimarrà sempre tuo”. Più
che l’amarezza per la rivelazione, quello che le rodeva dentro era
dover ammettere che sua madre aveva ragione. “Dagli
questo - seppe solo dire - che se lo riprenda!”. E
gettò ad Aurelio l’anello. Non
intendeva più tenere con sé un simbolo d’amore, quando il suo cuore
traboccava solo di odio. Dopo
pochi mesi la situazione era diventata ancora più tragica: “Aurora,
io ti avevo destinato a Dio - le aveva urlato dietro il padre, accortosi
che la pancia le stava crescendo - e tu invece hai approfittato così
della mia fiducia. Vattene da questa casa. Da oggi non sei più mia
figlia”. Sola,
tradita dal suo amato, abbandonata dalla sua famiglia, Aurora, durante
il caldo estivo del 1377, aveva dato alla luce una bambina, che aveva
chiamato Francesca. Una
infinitesima mutazione genetica era avvenuta nel corpo di Aurora,
durante la gravidanza. Quella
piccola variazione sarebbe stata la labile traccia indelebile che, da
allora in poi, avrebbe identificato per sempre tutti i suoi discendenti. Anche
se fossero passati seicento anni, i suoi eredi potevano essere ritrovati
grazie a quel segno, che faceva di lei una novella Eva. La
prima cosa da fare, dopo la nascita di Francesca, era stata fuggire. Fuggire
lontano da suo padre, fuggire lontano dai Savoia, fuggire lontano dalla
Francia, fuggire lontano da Amedeo. Con
la bambina in fasce, aveva vagato per mesi e mesi, vivendo di elemosina
e vendendo il suo corpo. Fino
a che non aveva conosciuto un mercante che l’aveva presa con sé e
l’aveva portata fino in Spagna, a Cadice. Quel
porto era uno dei più attivi, all’epoca. Per
una donna giovane ed intraprendente, non c’erano grossi problemi. Trovare
un lavoro era stato fin troppo facile. Allevare
una figlia lo era stato un po’ meno. Aurora
lavorava come cameriera nell’osteria che si affacciava sul porto. Più
che cameriera, sarebbe meglio dire servetta. L’oste
le aveva concesso una stanza, nella locanda che si trovava proprio sopra
quella bettola. Così
la bimba poteva stare vicino alla madre, durante tutta la giornata. In
cambio, le faceva fare i lavori più disparati. Lavare,
cucinare, ramazzare, dovendo subire l’approccio dei marinai che,
numerosi, frequentavano il locale, attratti dalla bellezza
irraggiungibile di Aurora. In
cuor suo, lei si sentiva superiore a quella marmaglia. Vedeva,
nella figlia, colei che l’avrebbe riscattata, in futuro. Questo
pensiero le dava una forza d’animo incredibile e, soprattutto, una
voglia di vendetta enorme. Sua
figlia era la vera erede di casa Savoia, perché, nonostante tutto, era
il sangue di Amedeo quello che scorreva nelle sue vene. Un
sangue che, talvolta, mostrava la sua forza prorompente sgorgando
copioso dal naso di Francesca, oppure schizzandole fuori da piccoli pori
della lingua. Piccole
macchie rosse si formavano sul suo corpo, per esplodere improvvisamente,
scaricando all’esterno sangue in abbondanza. Se
le macchie le si formavano sulla testa, ecco che i suoi capelli potevano
anche tingersi di rosso quasi senza che lei se ne accorgesse, se non
quando il sangue, colandole sulle guance, raggiungeva la bocca che,
ormai esperta, ne riconosceva il sapore salato. Le
prime volte questi sanguinamenti improvvisi la turbavano, ma poi -
quando ormai Francesca aveva raggiunto l’età della pubertà - fu più
facile accettarli. Aurora
si preoccupava: “Francesca, noi donne siamo abituate al ricambio del
sangue, almeno una volta al mese. Ma tu sei diversa. Il sangue ti esce
fuori da tutto il tuo corpo”. “Mamma,
tu sai che al giorno d’oggi una delle pratiche più diffuse è quella
del salasso. Per ridurre l’eccesso di sangue nel corpo, i medici
consigliano delle cure particolari. Ti riempiono il corpo di sanguisughe
che succhiano via il sangue in eccesso. Vorrà dire che il mio corpo,
invece, provvede da solo ad eliminare gli eccessi”. “Francesca,
tutto ciò che avviene in contrasto con la natura è solo qualcosa di
negativo, come una malattia”. “Non
sono d’accordo, mamma - Francesca era decisa ad affermare il suo punto
di vista - potrebbe invece trattarsi di un aspetto positivo”. Una
cosa era certa: Francesca sapeva affrontare la vita in maniera
assolutamente ottimistica, cercando, in tutte le cose, sempre e solo il
lato positivo. E
questa dote la avrebbe trasmessa, sicuramente, a tutti i suoi figli! 05 - fine del XV secolo, tra la
Spagna ed i Caraibi Erano
gli anni in cui Colombo attraversava l’oceano atlantico. Nel
suo secondo viaggio, aveva promosso ammiraglio uno degli ufficiali più
preparati, Alonso de Ojeda. Arrivati
a Cuba, lo aveva lasciato a capo della delegazione incaricata di
tracciare la cartografia di tutta la zona inesplorata. E
Alonso aveva vagato per il mar dei Caraibi, scoprendo ogni giorno nuove
terre. Tanto
da ottenere il riconoscimento delle sue capacità da parte del re. Per
cui il ruolo di ‘secondo’ gli andava sempre più stretto. Tornato
in Spagna aveva convinto il vescovo Juan Rodriguez de Fonseca, allora
potente rappresentante della chiesa cattolica e Presidente del Consiglio
delle Indie, ad affidargli una missione che contrastasse il monopolio di
Colombo. Per
questo nel 1499 Alonso de Ojeda stava reclutando personale per partire
alla volta del nuovo mondo, senza più essere alle dipendenze di
Colombo. Francesco,
proprio in quegli anni, era un giovane di belle speranze poco più che
ventenne! Aveva
un corpo muscoloso, occhi azzurri del colore del mare, lunghi capelli
biondi che scendevano sulle spalle. E
la voglia di andare per mare. “Mamma,
mi hanno offerto un lavoro. Ti dirò, non è proprio qui sotto casa.
Devo imbarcarmi su una grande nave, comandata da un famoso ammiraglio,
per andare alla scoperta di nuove terre”. La
madre era impallidita. Quel
figlio, anche se aveva ormai superato i vent’anni, era pur sempre il
suo unico figlio maschio. Pensare
di lasciarlo partire per un viaggio verso terre così lontane le
straziava il cuore. Nei
ricordi di famiglia c’era la storia di una sua trisnonna, che era
fuggita dalla Francia quando aveva scoperto di essere incinta, arrivando
a stabilirsi a Cadice, in Spagna. Evidentemente,
non si può fuggire al proprio destino. Era
proprio a Cadice che il fato aspettava di incontrare suo figlio
Francesco. “Francesco,
lo so che il mare è la tua vita” riusciva solo a dirgli. “Però
- continuava - il tuo destino doveva essere un altro. Non ti ho mai
rivelato chi fosse il nonno di mio nonno ma, adesso che stai per
partire, penso proprio sia arrivato il momento”. Spesso,
in famiglia, avevano parlato di quella strana storia che raccontavano le
sue vecchie zie. “Mamma,
lo sai che non mi interessa. Chiunque fosse non posso che pensarne tutto
il male possibile”. Un
nobile innominabile aveva traviato una sua antenata, costringendola a
fuggire con il frutto del peccato. “Francesco,
quel mio trisnonno era Amedeo di Savoia e tu sei suo discendente”. Ne
aveva sentito parlare: i Savoia erano una delle più potenti casate
d’Europa. Imparentati con il re di Francia. Come poteva una sua
antenata avere avuto a che fare con loro? “E
poi c’è un altro segreto che mi porto dentro e adesso devo
rivelarti”. Francesco
era davvero incuriosito. “C’è
un segreto che viene tramandato di generazione in generazione. Un giorno
potrai ritrovare tutti i discendenti della mia trisnonna Aurora, perché
hanno un segno indelebile. Lo stesso che hai tu”. Francesco
era sorpreso e preoccupato. Di
quale ‘segno’ stava parlando sua madre? “Siediti,
Francesco. La storia è lunga. Devo cominciare da lontano. Da tanto
tempo fa. Molto prima che io nascessi”. 06 - fine del XV secolo, in
Francia Nel
1493 Lione era una delle città più importanti di Francia. La
fondazione risaliva al tempo dei romani. Anche
se distava trecento chilometri dal mare, la sua importanza come punto
focale posizionato al centro dell’Europa era ormai indiscutibile. Addirittura
era uno dei principali luoghi di partenza per chi voleva avventurarsi a
percorrere il cammino di Santiago. Quello
che dalla Savoia portava alla meta di pellegrinaggio più importante
dell’epoca: Santiago de Compostela, appunto. Pietro
aveva solo venti anni, ma ormai da tempo era riuscito a rendersi
indipendente. Era
un ragazzone capace di affrontare qualsiasi fatica. Il
lavoro non lo spaventava davvero. Aveva
fatto il carpentiere, il muratore, il falegname. Però
il suo sogno era viaggiare e conoscere luoghi nuovi. Partito
da Cadice, un piccolo paese di mare, un bel giorno si era messo in
viaggio lungo la costa. Si
era fermato, per qualche tempo, prima a Marsiglia e poi a Nizza. Era
risalito fino a Lione, dove aveva trovato subito da fare come lavorante
in un vigneto. In
breve tempo si era dimostrato preparato, giudizioso ed attento, anche se
si trattava di curare una enorme distesa di vigne. Per
mesi e mesi c’era da lavorare di vanga, rimestando e ammorbidendo il
terreno. Preparare
gli innesti, bagnare continuamente le radici, tenere lontani gli
uccelli. Fino
a che arrivava il mese del raccolto. Allora,
facendo astrusi calcoli che coinvolgevano la luna, il sole e le stelle,
veniva deciso il giorno più adatto per la vendemmia. La
scelta cadde sulla prima domenica di ottobre. Dovevano
essere assunti numerosi altri lavoranti per poter raccogliere, nel più
breve tempo possibile, tutta l’uva maturata in quella distesa che si
perdeva a vista d’occhio. Pochi
giorni prima, il padrone lo aveva fatto chiamare: “Pietro,
quest’anno sembra che avremo un raccolto veramente buono. E’
necessario trasferire in breve tempo tutta l’uva, che sarà raccolta,
negli enormi tini appositamente lavati e preparati. Subito dopo
procederemo con la pigiatura. Sarà una grande festa. Arriverà gente da
tutto il paese. Ci saranno donne che danzeranno sull’uva. Uomini che
salteranno sui grappoli, sprofondando come se fossero in un acquitrino.
Ho bisogno di qualcuno che controlli tutte le operazioni. Un uomo di
fiducia. Un supervisore. Vorrei che fossi tu”. “Mio
signore, sono onorato di questa scelta. Non ve ne pentirete”. Dopo
meno di un anno dal suo arrivo a Lione, non poteva sperare di meglio. Non
sapeva che, proprio quella domenica, una danzatrice dell’uva gli
avrebbe fatto battere forte forte il cuore. La
famiglia di Pietro era originaria di Cadice, ma i suoi avi venivano
dalla Francia. C’era
una storia che gli aveva raccontato suo nonno, relativa ad una loro
bisnonna che, nata in Francia e figlia illegittima di un potente nobile,
era cresciuta in Spagna. Se
Francesco, suo cugino, si era imbarcato su una delle navi
dell’ammiraglio Alonso De Ojeda, abbandonando definitivamente Cadice,
lui invece se n’era andato via solo perché sentiva la curiosità di
ritrovare le sue radici, ripercorrendo in senso inverso il viaggio della
sua bis-bisnonna. Tornare
in Francia ed in modo particolare a Lione, una della più importanti
città francesi, era stato
il sogno della sua vita. Quei
luoghi prima sconosciuti, noti solo grazie ai racconti di suo nonno, non
erano più mete lontane ed agognate. Non
erano né il futuro né un sogno. Erano
il presente e la realtà. 07 - primavera del 1472, a
Pinerolo, in Italia Nel
1472, Pinerolo era una cittadina splendida. Angelica
era arrivata da poco, ma aveva trovato subito lavoro. D’altronde,
a soli diciassette anni, nel pieno della sua bellezza, non poteva certo
farsi dei problemi. Uno
dei primi ad averla notata era stato Donato. Anche
se quasi trentenne, quindi un po’ in là con gli anni, almeno rispetto
a lei, era pur sempre sensibile al fascino femminile e quella
giovincella ne aveva davvero tanto. “Come
vi chiamate?” l’aveva fermata per strada, appena l’aveva vista. “Angelica,
in cosa posso servirvi?” era abituata ad essere fermata dagli uomini,
che sapevano chiedere sempre la stessa cosa. “Mi
chiamo Donato ed ho una bottega nel vicolo a fianco della piazza. Sono
assistente del maestro di pittura Canavesio e stiamo lavorando ad
un’opera per la quale, da tempo, cercavamo una modella che ci
ispirasse. Vedendovi, ho pensato che potevate essere adatta. Vi
interessa posare per noi?” “Come
potrei rifiutare? Il nome del vostro maestro, Canavesio, è già noto
anche nelle terre da dove vengo, lontano da questo paese. Sarà per me
un grande onore potervi servire”. Iniziò
così, per Angelica, la collaborazione d'affari con Canavesio e la
storia d'amore con Donato. Poiché
la ragazza non aveva ancora una dimora, Donato convinse Canavesio ad
offrirle ospitalità. Cosa
potesse accadere tra Angelica e Donato, nel breve volgere di qualche
tempo, è facile intuirlo. Quella
ragazza diventò la sua fedele compagna, modella preferita durante il
giorno e amante compiacente durante la notte. Il
successo arrideva alla bottega. Canavesio
riceveva richieste di dipinti non solo dai suoi concittadini, ma anche
da luoghi lontani, fino a dove arrivava la sua fama. Spesso
affrontava lunghi viaggi, lasciando a Donato l'incarico di mandare
avanti la bottega, mentre a lui toccava affrescare chiese sempre più
importanti della riviera ligure ed anche dell'oltralpe francese. Quando
gli capitava di dover dipingere qualche Madonna, l'immagine che gli
tornava alla mente, e che più raffigurava nei suoi dipinti, era proprio
quella di Angelica. Ogni
volta che Canavesio partiva per una qualche missione pittorica, Donato
restava non solo padrone della bottega, ma anche coinquilino di
Angelica. Insomma,
si trasferiva a casa di Canavesio, vivendo il suo amore con Angelica
sotto lo stesso tetto. Il
lavoro si trascinava stancamente quando, dopo l'ennesima trasferta,
Canavesio era rientrato da qualche giorno. “Donato,
oggi ho incontrato un mio vecchio amico, fra Giuliano. Mi ha proposto un
nuovo lavoro ad Albenga. Se il lavoro andrà bene allora poi mi
incaricheranno di affrescare anche alcune pareti di una nuova chiesa che
hanno in costruzione a Taggia. Però là non potrò andare da solo. Avrò
bisogno anche di te. Mentre io mi incaricherò di affrescare l'interno,
mi serve un decoratore esperto che curi l'esterno”. Donato
era perplesso. Ormai
era troppo legato ad Angelica per pensare di lasciarla a Pinerolo “Giovanni,
io sono disposto a seguirti, ma, quando andiamo a Taggia, vorrei poter
portare con me anche Angelica”. “Non
ti preoccupare: non è una decisione da prendere oggi. Ne riparleremo
quando ritorno da Albenga. Per almeno sei mesi io sarò via e tu dovrai
prenderti cura della bottega”. Donato
non poteva essere più felice: rimaneva padrone del campo. Assumeva la
gestione della bottega e, soprattutto, aveva sei mesi da passare solo
con Angelica! Cosa
poteva chiedere di più? Solo
che anche sei mesi passano in fretta. Al
ritorno, Giovanni era entusiasta: l’opera dipinta ad Albenga era stata
giudicata bellissima da padre Cristoforo, invitato da fra Giuliano a
visionarla appena terminata. Così
anche il progetto di fargli affrescare alcune pareti della nuova chiesa
di Taggia era stato approvato. L’idea
di portare anche Angelica non aveva nemmeno bisogno di essere discussa:
Giovanni, che aveva sempre avuto un debole per Angelica, tanto da usarla
come modella anche solo fidandosi della sua memoria, fu ben felice di
approvare la richiesta di Donato. Nel
breve volgere di un paio di settimane sistemarono la cessione della
bottega di Pinerolo e partirono, tutti tre, alla volta di Taggia. Il
viaggio, fatto interamente a piedi, durò un’intera settimana. Ad
accoglierli all'arrivo a Taggia c'era fra Giuliano, che si mostrò
subito entusiasta e desideroso di far vedere loro l'andamento dei
lavori. La
chiesa in costruzione si mostrava davvero imponente. Ormai
da quasi dieci anni muratori esperti ci stavano lavorando. Un
intero paese era sorto intorno a quel convento. Le
pareti interne erano come tele grezze, pronte per essere affrescate. C'erano
richieste ben precise, sugli argomenti biblici da riportarvi. In
modo particolare, nel refettorio doveva essere dipinta una
crocifissione. Questo
serviva a ricordare ai frati, durante i pasti, che altro era lo scopo
della vita su questa terra: non certo l'abbuffarsi di cibo. Canavesio
aveva un suo stile molto particolare e Donato era sempre più
affascinato da quella pittura. Intanto
il tempo passava e Angelica si faceva sempre più donna e sempre più
bella. 08 - una data incerta, nel
futuro Gli
effetti di quell’ennesima guerra mondiale sarebbero stati veramente
deleteri. Uno
sterminio quasi totale avrebbe spopolato la terra. Solo
per una specie particolare di esseri umani era possibile sopravvivere. Avevano
tutti un codice genetico similare, tutti una progenitrice in comune:
erano tutti discendenti di Aurora. Questa
però era una storia nuova, ma vecchia. Anche
Eva era stata una capostipite. Come
lo era stato Noè. Insomma,
la storia non fa altro che ripetersi. Solo
che questa volta gli Elohim avevano fatto le cose un po’ meglio. Il
primo tentativo di creare una razza intelligente risaliva a tanto tempo
fa. Una
modificazione genetica aveva permesso ad un animale scimmiesco di poter
assurgere al ruolo di essere umano, fatto della stessa sostanza dei suoi
creatori. Ma
erano bastate poche migliaia di anni per distruggere tutto. Allora
era stato decisa una azione di pulizia generale, una bella lavata su
scala globale ed il diluvio universale aveva cancellato gli eredi di
Eva. Ci
avevano riprovato creando una stirpe nuova, con un capostipite diverso. Il
suo nome? Noè. Le
solite poche migliaia di anni ed eravamo punto e a capo. Per
questo, verso la fine del quattordicesimo secolo, gli Elohim erano
nuovamente intervenuti con una piccola, ma sostanziale, modificazione
genetica. Aurora
era la nuova regina del pianeta Terra, ed i suoi eredi avrebbero portato
avanti l’ennesimo tentativo creazionistico degli Elohim. Per
essere sicuri di poter riconoscere i veri discendenti di Aurora, la
modificazione genetica doveva essere sufficientemente evidente. La
scienza ufficiale l’avrebbe classificata come ‘malattia’, o meglio
come ‘morbo’ (malattia inguaribile), ma gli Elohim non potevano
certo preoccuparsene. Anzi,
sarebbe stato un ottimo mascheramento. Come
quello che avevano ideato per l’Arca dell’Alleanza. Per
non parlare del Santo Graal. D’altronde
proprio all’inizio del quattordicesimo secolo il loro ennesimo
tentativo di stabilire un collegamento più diretto tra il terreno ed il
divino era naufragato miseramente. Con
la morte degli ultimi templari, la comunicazione tra il cielo e la terra
si era interrotta definitivamente. Gli
Elohim, però, non avevamo certo problemi di tempo: cosa volete che sia
un secolo, o anche un millennio, per chi vive nell’eternità? 09 - fine del XV secolo, tra la
Spagna ed i Caraibi Sua
madre sapeva che era arrivato il momento di dirglielo: “Francesco, il
mio trisnonno era Amedeo di Savoia e tu sei suo discendente”. Ne
aveva sentito parlare: i Savoia erano una delle più potenti casate
d’Europa. Imparentati
con il re di Francia. Come
poteva una sua antenata avere avuto a che fare con loro? “E
poi c’è un altro segreto che mi porto dentro e adesso devo
rivelarti”. Francesco
era davvero incuriosito. “C’è
un segreto che viene tramandato di generazione in generazione. Un giorno
potrai ritrovare tutti i discendenti della mia trisnonna Aurora perché
hanno un segno indelebile. Lo stesso che hai tu”. Francesco
era sorpreso e preoccupato. Di
quale ‘segno’ stava parlando sua madre? “Siediti,
Francesco. La storia è lunga. Devo cominciare da lontano. Da tanto
tempo fa. Da prima che io nascessi. Cento anni fa era viva la mia
bisnonna, Francesca, l’unica figlia di Aurora. Fino da piccola era
soggetta a frequenti perdite di sangue, soprattutto dal naso, ma anche
da altre parti del corpo. Era una cosa molto strana. Aurora pensava che
dipendesse proprio dal fatto che Francesca fosse figlia di un nobile,
quindi una conseguenza della mescolanza del nostro sangue con il loro.
Sta di fatto che Francesca si sentiva invece fortificata da questa sua
condizione particolare, quasi che il sangue fosse davvero un segno
identificativo ed una prova certa della sua nobile origine”. “Mamma,
vuoi dire che l’aver mescolato il sangue di Aurora con quello di
Amedeo, dando così origine alla vita della tua bisnonna Francesca, ha
fatto sì che tutti noi mostrassimo lo stesso segno? Anche a me capita,
di frequente, di perdere sangue soprattutto dal naso, ma non credevo che
fosse niente di particolare. Insomma, un sacco di gente perde sangue dal
naso!” “Questo
aiuta a mimetizzarsi meglio. Il nostro è un segno segreto che, in
questo modo, può essere mostrato senza che nessuno ci dia importanza.
Anche perché è un simbolo del legame che ci unisce!” Mancava
solo un giorno, prima della partenza. Era
arrivato il momento di salutare la madre e andarsene con quel grande
segreto nel cuore. La
traversata dell’oceano era interminabile. Il
lavoro si faceva ogni giorno più duro anche se la nave, sulla quale si
era imbarcato Francesco, era una delle più moderne. Al
comando dell’ammiraglio Alonso de Ojeda, una flottiglia di tre navi
era partita da Cadice alla fine di maggio del 1499. Le
navi erano quanto di meglio si poteva trovare sul mercato dell’epoca:
caravelle, come quelle adoperate da Colombo nei suoi viaggi precedenti. Il
finanziamento, garantito dalla chiesa, era arrivato grazie
all’interessamento del potente vescovo Juan Rodriguez de Fonseca. Questi
era, da tempo, in aperto contrasto con Cristoforo Colombo e quindi aveva
fatto di tutto per poter armare una sua flotta e contrastare il
monopolio del genovese. Le
tre navi viaggiavano in formazione costeggiando l’Africa, sfruttando
le correnti verso sud fino a raggiungere il punto da dove nuovi venti,
che soffiavano verso ovest, avrebbero permesso la traversata
dell’oceano. Se
lo spagnolo Alonso de Ojeda aveva scippato le informazioni cartografiche
all’italiano Cristoforo Colombo, il comandante di una delle navi della
sua flottiglia era un altro italiano, che l’avrebbe ripagato della
stessa moneta: Amerigo Vespucci! Francesco
aveva avuto un incarico di responsabilità sulla nave ammiraglia: era
addetto al controllo della velatura montata sull’albero di poppa. Nelle
ore più disparate doveva salire fino alla tolda, lassù in cima
all’albero, per srotolare o per riavvolgere la vela. Un
lavoro coordinato da otto uomini che, partendo proprio dalla tolda,
dovevano spostarsi verso l’esterno della travatura alla quale era
legata la vela. Lo
spostamento era possibile solo puntando i piedi su un cavo teso sotto
l’albero, mantenendosi avvinghiati alla trave orizzontale con entrambe
le mani. Francesco
raggiungeva la punta più esterna e poi coordinava il lavoro degli altri
otto uomini. Per
far avanzare la nave c’era solo un modo: quando il vento soffiava da
dietro (da poppa) si srotolavano le vele per farle gonfiare d’aria e
spingere, così, la nave. Quando
poi il vento invertiva la sua corsa e soffiava sul davanti (da prua) era
necessario riavvolgere tutto il velame per impedire che la nave fosse
sospinta indietro. La
capacità dell’ammiraglio stava tutta nel conoscere o, almeno, cercare
di seguire i venti e le correnti più favorevoli. Con
l’aiuto dei venti giusti era possibile attraversare l’oceano in solo
sei settimane. Incappando
nei venti contrari, il tempo di viaggio poteva anche raddoppiare. “Francesco,
ho notato che sei uno dei migliori, quando lavori lassù sull’albero -
l’ammiraglio Alonso de Ojeda lo aveva convocato a rapporto dopo solo
due settimane - ed ho deciso di promuoverti capo squadra, passandoti
sull’albero maestro”. “Grazie
ammiraglio, spero di essere all’altezza”. Erano
sempre i migliori ad essere scelti per lavorare sull’albero maestro. La
tempistica delle operazioni era determinante per garantire la massima
velocità alla navigazione. Le
carte a disposizione dell’ammiraglio non erano certo meno importanti. Durante
il viaggio fatto con Colombo, Alonso era stato un discepolo attento e
scrupoloso. Sul
suo personalissimo diario si era annotato tutto quanto necessario:
direzione delle correnti, tempi di manovra, posizione delle stelle. Anche
la posizione della luna e del sole aveva la sua importanza. Tutte
le informazioni le teneva lontano da occhi indiscreti. In
fondo, sapeva che altri avrebbero potuto fare a lui ciò che lui aveva
fatto a Colombo: copiargli l’idea per sfruttarla in proprio. Ormai
aveva consapevolezza che mancavano pochi giorni all’arrivo. Le
terre, che lui aveva già visitato, sarebbero state facili prede per i
suoi uomini, decisi a raccogliere quei tesori così tanto decantati da
tutti quelli che, imbarcati sulle navi di Colombo, erano tornati dai
suoi due viaggi precedenti. Fu
proprio Francesco, sistemato sulla tolda per il suo periodo di guardia,
a vedere per primo la costa, illuminata dal sole che stava sorgendo alle
sua spalle. L’urlo
di gioia diede una scossa di adrenalina a tutti: “Terra, terra!”
risuonò in un baleno tra i membri dell’equipaggio. Quella
sera, finalmente, avrebbero mangiato carne! La
prima missione, appena messo piede a terra, fu quella di andare alla
ricerca di cibo fresco. Cacciatori
esperti procurarono, in un batter d’occhio, tanta di quella selvaggina
da essere a posto per una settimana. La
sera, finalmente, la maggior parte dell’equipaggio poté abbuffarsi
davanti al fuoco acceso sulla spiaggia. Solo
pochi marinai erano rimasti a bordo: la nave, d’altronde, non poteva
mai, per nessun motivo, essere completamente abbandonata a se stessa. E
se l’ammiraglio era sceso a terra, Francesco, ormai con funzioni da
vice, aveva accettato, di buon grado, di restare di guardia. Per
il giorno dopo era programmata una prima esplorazione. Molto
probabilmente la terra, sulla quale avevano messo piede, era una delle
numerose isole della zona, ma c’era solo un modo per accertarsene:
circumnavigarla! Circumnavigarla? Per
quanto piccola fosse l’isola, ci sarebbero voluti giorni e giorni. La
nave, non dimentichiamolo, poteva muoversi solo con il vento alle
spalle. Per
girare intorno ad un isola c’era da sperare nel cambio continuo della
direzione del vento. “Francesco
- ormai Alonso de Ojeda aveva piena fiducia in lui - la nave resterà
ancorata nella baia, qui davanti. Domani all’alba, prendi con te
quattro uomini e prova ad addentrarti nel bosco che c’è sul limite
della spiaggia. Da qui si vede una piccola collina che non sembra essere
troppo distante. E’ probabile che dall’altra parte ci sia ancora il
mare, e allora sapremo che siamo arrivati su un isola. Altrimenti
dovremo organizzarci per navigare lungo la costa, nei prossimi
giorni”. “Agli
ordini, ammiraglio” Francesco non aveva bisogno di sentire altre
parole. Scelse
i suoi uomini e prese accordi con tutti loro per organizzare la
spedizione. Sarebbero
partiti all’alba. La
mattina dopo, appena il sole fece capolino all’orizzonte, Francesco ed
i suoi quattro uomini calarono una lancia, dirigendosi verso la
spiaggia. L’isola
era silenziosa e misteriosa. Strani
uccelli, sconosciuti, volavano in alto. Francesco
scelse di risalire il solco lasciato da un piccolo fiumiciattolo. Addentrarsi
nel bosco per un’altra via sarebbe stato molto più problematico, per
colpa delle liane intrecciate, degli alberi frondosi e dei fusti
attanagliati gli uni agli altri, tutti ostacoli insormontabili per un
cammino rapido. Il
suo sesto senso gli diceva che quella terra non era disabitata. Alonso
lo aveva messo sull’avviso: “potresti anche trovare degli abitanti.
Per lo più è gente ospitale. E’ meglio cercare di mostrarsi amici.
Avremo tempo, più avanti, per decidere quale comportamento tenere”. Seguendo
il corso del fiume, dopo diverse ora di marcia, erano ormai decisi a
fermarsi per una breve sosta. Quello
che inizialmente era solo un rigagnolo, si allargava sempre più ed
ormai aveva assunto una dimensione da vero fiume! Raggiunta
un’ansa molto ampia, avevano appena svoltato che il corso d’acqua si
allargava a formare addirittura un laghetto sul quale un getto continuo,
a cascata, arrivava da un punto più alto. In
quel laghetto stavano tranquillamente bagnandosi tre persone. Non
solo erano certamente umani, ma anche sicuramente femmine! La
sorpresa negli occhi di Francesco e dei suoi uomini era palpabile. Le
tre ‘grazie’ non erano per niente spaventate. Più
che altro, le fanciulle sembravano incuriosite dalla apparizione
inaspettata di quegli stranieri. Non
mostravano nemmeno alcuna vergogna per la loro nudità. Con
ampi gesti li invitavano a bagnarsi. Francesco
però era sospettoso: si guardava intorno, come aspettando l’arrivo di
uomini della stessa razza di quelle ragazze. Invece
niente! Erano
proprio sole, sguazzanti e ridanciane. Un
bel bagno in un laghetto di acqua dolce era quanto di meglio si potesse
desiderare in quel momento. Così,
sia Francesco che i suoi uomini, si spogliarono delle poche vesti che li
coprivano e si tuffarono nell’acqua così fresca e trasparente. Nuotarono
a forti bracciate per avvicinarsi alle tre donne. Qualunque
tentativo di comunicare andava però a vuoto: quel gesto che le persone,
appartenenti a popoli così diversi e lontani, possono avere in comune
è uno solo, il sorriso. E
quelle ragazze sorridevano. Si
schizzavano l’acqua. Si
muovevano velocemente, nuotando con uno stile tutto loro, quasi
animalesco. Poi
si diressero verso la riva, seguite dagli uomini, che cominciavano a
sentire quel prurito animale che scaturisce sempre, quando nelle
vicinanze c’è una femmina. Uomini
restati in astinenza da lungo tempo, allettati dalla vista di cotanta
nudità, mostrarono, uscendo dall’acqua, quel turgore inconfondibile
che caratterizza l’essere umano di sesso maschile. Nel
silenzio di quel mondo incantato, le tre ragazze si concedettero
benevolmente all’assalto degli uomini di Francesco. Egli
stesso non fu da meno. Fin
quasi al calar del sole, nell’aria risuonò solo l’ansimare focoso
di cinque uomini e tre donne impegnati nello sfogo del più vecchio
istinto animale, che tutti ci eguaglia. Alla
fine, soddisfatti e rinfrancati, si rituffarono tutti insieme in quella
bella acqua per un bagno ristoratore. Le
ragazze fecero capire che era l’ora di rientrare, ma anche che
Francesco ed i suoi uomini potevano incamminarsi insieme con loro. Così,
andando alla scoperta di quel popolo, arrivarono al villaggio, costruito
appena alle falde della collina. Con
l’universale linguaggio dei gesti, furono festeggiati ed invitati a
dividere il cibo. Tra
uomini e donne erano forse un centinaio. “Cosa
stiamo mangiando?” era la domanda di uno dei suoi uomini. Francesco
non aveva dubbi: “Questo è pesce. O comunque qualcosa preso dal mare.
Stando vicini al mare, è chiaro che la prima fonte di sostentamento,
per questa gente, deve essere il pesce!” Si
mescolavano frutti deliziosi e sconosciuti, con liquidi di una dolcezza
incredibile. Terminata
la cena, si aprirono le danze. Un
gruppo di ragazzi attaccò con la musica: tamburi, fatti con grosse
canne vuote, davano il ritmo al ballo. Strumenti
simili ai flauti creavano le note, sulle quali la voce umana modulava
canti molto orecchiabili e coinvolgenti. Forse
anche per colpa proprio di quel liquido dolciastro, ingerito
generosamente, Francesco ed i suoi contribuivano al canto. L’unica
cosa che riuscì a pensare, prima di crollare addormentato, fu che se il
paradiso terrestre esisteva, loro l’avevano trovato. Si
svegliò al sorgere del sole. Chiamò i suoi uomini e decise di tornare
alla sua nave per portare la notizia della scoperta all’ammiraglio ed
agli altri rimasti a bordo. Grazie
al linguaggio dei gesti, chiese ad alcuni indigeni di accompagnarli,
anche per segnalare loro le navi ed, invitandoli a bordo, ricambiare
l’ospitalità. Le
tre ragazze, incontrate al laghetto, insieme ad altri tre ragazzi del
villaggio si unirono a loro, mettendosi in marcia alla volta del mare e
delle navi. Strada
facendo, cercava di iniziare una qualche conversazione con una delle
ragazze “io mi chiamo Francesco, e tu?” Si
batteva la mano sul petto, ripetendo “Francesco, Francesco,
Francesco”. Poi
toccava la ragazza, dicendole, con aria interrogativa “Aaa? Eee? Iii?” Un
suono intraducibile uscì dalle labbra della giovane “Ahue”. Francesco,
soddisfatto, passava dal battersi il petto dicendo “Francesco” al
tocco delicato sul braccio della ragazza ripetendo “Ahue”. Lei
iniziò la stessa manfrina, indicando il proprio petto diceva “Ahue”
e poi, toccandogli il corpo, sgrammaticava “Acesco”. Il
gioco si allargò agli altri: Diego, Fernando, Juan e Domingo erano i
nomi degli uomini di Francesco. Uhila
e Shallia quelli delle altre due ragazze. Francesco
raccoglieva una manciata di terra e diceva “terra”, e la ragazza
traduceva. Nelle
poche ore di marcia per tornare alle navi avevano già arricchito il
rispettivo vocabolario. Sapevano
i nomi delle principali parti del corpo, da occhio a orecchio, da bocca
a naso, da mano a dita. Avevano
imparato il significato di albero, di cielo, di sole. Non
sarebbero stati necessari molti giorni per potersi parlare chiaramente. Prima
ancora di arrivare alla spiaggia era possibile scorgere le tre navi
ancorate al largo. Lo
stupore era evidente sui volti delle ragazze e dei loro accompagnatori. Probabilmente
non avevano mai visto delle navi ed era difficile, per loro, anche solo
rendersi conto di cosa fossero quelle strane costruzioni che sorgevano
dal mare. Sorprese
sì, ma non spaventate. Si
lasciarono trasportare a bordo dove furono accolte da grida di gioia. Alonso
de Ojeda diede ordine di imbastire la tavola per festeggiare
l’incontro. La
curiosità dell’intero equipaggio era quasi palpabile nell’aria. “Ahue,
Uhila e Shallia, siate le benvenute - l’ammiraglio cercava di farsi
capire, a gesti - ed anche voi, giovani amici. Noi veniamo in pace”. Francesco
aveva messo gli occhi addosso alla più bella delle tre, Ahue. Quella
notte l’avrebbe voluta tutta per se. Non
era più disposto a dividerla con gli altri, come invece era accaduto
quando si erano incontrati al laghetto, solo un giorno prima. Ahue
sorrideva, beveva, cantava, ballava, parlava. Poi
ripeteva quelle poche parole che aveva imparato: “Francesco, cielo,
luna, nave, naso …” e rideva, rideva. Francesco
si beava di quella visione e continuava a pensare al paradiso terrestre
che, ormai ne era certo, non era più soltanto un sogno. La
sua gioia si tradusse in felicità quando l’ammiraglio lo chiamò e
gli disse: “Francesco, alcuni di voi dovranno restare su questa terra
per completare l’esplorazione e costruire un villaggio che diventerà
la nostra base operativa. Ti affido ufficialmente il comando delle
operazioni. Scegli gli uomini che preferisci. Penso che una decina
possano bastare”. “Ammiraglio,
sono commosso da tanto onore. Penso che la prima cosa da fare sia dare
il nome a questo luogo. Ahue mi ha detto che per loro si chiama Baynay.
Considerata la salubrità di quest’aria così profumata, la chiamerei
‘terra dell’aria buona’. O, per mantenere il nome originale senza
troppe modifiche, Bonaire!” “Benissimo,
e allora adesso ti nomino governatore di Bonaire!” La
prima cosa che fece Francesco fu raggiungere Ahue e comunicarle la
notizia: “Ahue, io resterò qui con te. Tu sarai la mia regina, la
regina di Baynay”. Ahue
capì poco o niente della dichiarazione di Francesco. Un
bacio è sempre un bacio, e fu così che la promessa d’amore ebbe il
suo suggello. La
piccola flotta era in partenza. L’accordo
tra Alonso e Francesco era quello di ritrovarsi dopo circa sei mesi. Prima
che le navi facessero ritorno, Francesco avrebbe dovuto preparare una
mappa dettagliata del territorio, costruire qualche abitazione a ridosso
della spiaggia e stendere un dettagliato rapporto su quali potessero
essere le ricchezze del luogo, utili per il commercio con la
madrepatria. Sicuramente
Ahue ed il suo popolo sarebbero stati di grande aiuto. Già
durante la prima settimana, Francesco aveva fatto controllare se fossero
su un’isola. I
due esploratori che, la mattina, avevano lasciato la base andando verso
destra si erano incontrati, dopo poco più di una giornata di cammino
sulla costa, con i due che avevano preso la direzione opposta. Questo
dimostrava che Bonaire era un’isola, e nemmeno troppo grande. 10 - al giorno d’oggi Ho
deciso di andare alla riscoperta dei dipinti di Giovanni Canavesio da
Pinerolo. Sappiamo
che Giovanni ha vagabondato nella zona delle Alpi marittime, affrescando
chiese e conventi, nella seconda metà del 1400. Le
sue opere più famose si trovano nella cappella di Notre Dame des
Fontaines, vicino a La Brigue. Qualcuno
l’ha definita la Cappella Sistina d’oltralpe, in quanto proprio qui
è affrescato il suo Giudizio Universale. Grazie
ad internet, è fin troppo facile trovare un albergo nelle vicinanze di
quella cittadina. Prenoto
per un week-end, assicurandomi che sia possibile visitare quella
chiesetta. Da
Milano basta raggiungere Cuneo. Poi
proseguire verso Limone Piemonte, seguendo la strada fino al confine
francese. Mi
fermo a mangiare qualcosa in un simpatico ristorantino, prima di
attraversare il confine. Subito
dopo il passo di Tenda, s’incontra il paesino medioevale di La Brigue. E’
un sabato soleggiato e primaverile. L’appuntamento
con Marie, la mia guida, era stato preso in tempo. La
seguo lungo la strada che porta verso Notre Dame des Fontaines. “Marie,
vengono tanti turisti a vedere questa chiesa?” “Per
lo più è gente del posto, che conosce la storia e che ne è stata
affascinata. Non abbiamo certo l’affluenza che avete voi in Italia con
un altro Giudizio Universale, quello di Michelangelo!” “Però
il periodo è più o meno analogo, vero?” “Nel
1492 - Marie inizia a parlare con quella voglia innata di raccontare,
insita in ogni guida turistica che fa il suo lavoro con passione - quel
famoso anno in cui Colombo scoprì l’America, successero tantissime
cose! Qui un pittore italiano, Canavesio, terminò di dipingere il suo
Giudizio Universale. Anzi, sappi che la data annotata sul dipinto, con
indicazione del giorno dell’inaugurazione, è quella del 12 ottobre
1492, cioè proprio lo stesso giorno in cui Colombo, dall’altra parte
dell’oceano, toccava terra. Più o meno nello stesso periodo la
Cappella Sistina, a Roma, venne scelta come luogo dove far ritirare i
cardinali che dovevano eleggere il papa. Alessandro VI, papa Borgia,
sempre quell’anno venne eletto al soglio di San Pietro. Dieci anni
dopo (nel frattempo, proprio nella Cappella Sistina, si era tenuta
un’altra elezione pontificia), Giulio II decise di affidarne
l’affresco a Michelangelo, che ci lavorò all’inizio del ‘500,
dipingendo un altro Giudizio Universale. Intanto, a Milano, Leonardo
affrescava il Cenacolo”. “Eravamo
in pieno Rinascimento, insomma!” esclamo. “Esatto,
e se è comprensibile che venisse creata una grande opera come quella di
Michelangelo, a Roma, lo è forse un po’ meno immaginare che
altrettanto venisse fatto qui”. Provai
ad interromperla. “Ho
letto che Canavesio era un pittore itinerante, cioè andava in giro e
dove trovava del lavoro da fare, lo faceva: insomma, si fermava e
dipingeva!” “Vedi,
allora questo posto non era un paesetto qualunque. Qui c’erano i
Savoia. La più potente casata dell’epoca. E questa chiesetta
racchiude una storia misteriosa”. Cominciavo
ad incuriosirmi. Forse
era proprio valsa la pena affrontare un viaggio così lungo per
arrivare, da Milano, fino a questo sperduto paesino alpino. La
mia guida sapeva fare davvero bene il suo lavoro: “La chiesetta prende
il nome da un antico tempio, dedicato alle acque (da qui il nome ‘fontaines’)
in epoca pre-cristiana, su cui venne costruita una prima cappella tra il
secondo ed il terzo secolo dopo Cristo. La costruzione attuale risale al
dodicesimo secolo per il coro ed al quattordicesimo per la navata, poi
sopraelevata successivamente per dotarla di finestre, ed è di fattura
piuttosto modesta all'esterno; ma il tesoro è all'interno ed è
realmente sorprendente. Si tratta di un ciclo di affreschi che ricoprono
letteralmente tutto l'interno della cappella, tanto che è stata
soprannominata, come ti ho già detto, la ‘Sistina’ della Alpi! Gli
affreschi raccontano storie prese dalla Bibbia e sono il risultato
dell’opera di diversi autori. Qualcuno sostiene che il ‘racconto’
ideato dai pittori nasconda addirittura delle allusioni ad un delitto
rimasto impunito”. Qui
la mia curiosità era alle stelle. “Delitto?
Quale delitto? E, soprattutto, legato a quale periodo storico?” Marie
non sembrava disposta a rispondermi. Continuava:
“I primi documenti risalgono al 1375, quindi tutta la storia
precedente - praticamente quella che ti ho appena raccontato - non è
basata su prove, ma solo su supposizioni! Il luogo, dove sorge il
santuario, oggi da l’idea di un posto piuttosto isolato, ma nel
quindicesimo secolo vicino a questo luogo di culto transitava la strada
mulattiera che collegava Briga alla Liguria attraverso il Passo di
Collardente. Era, questa, un’importante via di comunicazione e la
cappella non era per niente isolata, come lo è al giorno d’oggi. Si
trattava, anzi, di un luogo molto famoso tra i pellegrini, che vi
giungevano dalla Liguria, dal Piemonte e dalla Provenza”. “Scusa
Marie, ma mi hai incuriosito. Hai accennato ad un delitto e poi hai
troncato lì. Dimmi qualcosa di più”. “Ci
stavo arrivando, ma volevo prima di tutto farti capire il contesto
storico. La seconda metà del quattordicesimo secolo; una importante via
di comunicazione; il centro dei possedimenti dei Savoia. Chi governava
era Amedeo VII, che era salito al potere nel 1383. Con un grande sogno:
arrivare al mare. Fu durante il suo regno che i Savoia conquistarono
Nizza e si aprirono lo sbocco sul mare”. “E
il delitto?” incalzavo. “Si
racconta che Amedeo fosse perdutamente innamorato di una fanciulla
bellissima, Aurora, che però non era nobile. Lui dovette cedere alle
imposizioni paterne e sposare una donna di rango. Ma rimase sempre
segretamente innamorato di quell’altra e quando lei scappò chissà
dove, lui decise di cercarla. Aveva saputo che si era trasferita in un
porto di mare e così decise di conquistare nuove terre, dedicandosi
solo alla ricerca di luoghi sulla costa. Aprendo così l’accesso al
mare al suo casato, ma solo perché, da qualche parte, proprio sul mare,
voleva trovare la sua sirena”. “E
il delitto?” insistevo. “Anche
se la storia racconta che Amedeo morì, a soli trentun anni, per le
conseguenze di una caduta da cavallo, qualcuno sostiene che la sua morte
si sia verificata per avvelenamento, ordinato da una donna. Forse a
causa di un’altra donna, che lo aveva circuito, promettendogli aiuto
in un particolare progetto che Amedeo aveva in mente”. “Sfortunato
con le donne? Quella che amava gli sfugge e non riesce più a trovarla.
La moglie gli è imposta dal padre e quindi non sarà stato un
matrimonio felice. Un’altra lo circuisce ed un’altra ancora lo
avvelena…” “Il
segreto rappresentato in questa cappella non riguarda però quella
morte, avvenuta nel 1391, ma un altro delitto consumatosi ben cento anni
dopo. Anche se c’è un collegamento tra i due fatti”. La
storia si faceva complicata, ma ancora più interessante! Eppure
quei dipinti sembrano solo storie riprese dalla Bibbia: la Biblia
Pauperum, come era nota a quei tempi. Visto che la maggior parte della
gente era analfabeta, i racconti biblici venivano mostrati attraverso i
dipinti. Noi
oggi abbiamo i giornalini a fumetti? Loro avevano i racconti per
immagini! In
fondo si tratta dello stesso ‘mezzo’ di intrattenimento ed
informazione. Portare
la conoscenza attraverso la vista, laddove la parola (o meglio lo
scritto) non riesce ad arrivare. “I
Savoia erano gli indiscussi signori di queste terre. Alla metà del
quattordicesimo secolo, durante il regno di Amedeo VI, il Conte Verde,
erano passati di grado, da duchi a conti. Imparentandosi poi con i
potenti di Francia, i Valois, grazie al matrimonio di Amedeo VII, il
Conte Rosso, con Bona di Berry, avevano rafforzato ulteriormente il loro
potere scatenando l’invidia e l’odio dei loro vicini, i Lascaris.
Quando questi però stavano per stringere un patto con Amedeo, qualcuno
l’aveva fatto assassinare, così l’accordo era miseramente
naufragato. I Lascaris erano rimasti sottomessi ai Savoia per cento
anni, fino a che Margherita Lascaris, detta l’amazzone, aveva voluto
provare a vendicare il suo casato e riprendere il potere”. “Un
odio protrattosi per cento anni?” chiedevo. “Come
si può passare un’intera vita odiando e continuando ad instillare lo
stesso rancore nei figli e nelle generazioni a venire?” “Questo
è il potere, amico mio!” era la lapalissiana risposta di Marie. Poi
continuava: “Margherita aveva scoperto l’esistenza di un ramo dei
Savoia che, ufficialmente disconosciuto, poteva invece vantare il
diritto al trono ed avrebbe voluto fare in modo di riportare al potere
il vero erede. Il segreto lo aveva appreso proprio dall’autore di
questi dipinti, Giovanni Canavesio”. “Marie,
adesso ho solo una gran confusione in testa! Non ci capisco più
niente”. Lei
sorrideva di gusto: sapeva che la mia curiosità, però, era davvero
tanta. Allora
riprese: “I Lascaris, nel 1390, stavano per concludere una grande
alleanza con Amedeo. Questi era pronto a lasciare la moglie, Bona di
Berry, perché, tramite i Lascaris, aveva la possibilità di ritrovare
il suo grande amore: Aurora. Bona se ne accorse e, d’accordo con sua
madre, organizzò l’avvelenamento di Amedeo. Poi raccontarono a tutti
che era morto per una caduta da cavallo. I Lascaris caddero in disgrazia
e ci restarono per cento anni”. “Ma
tu come le sai tutte queste cose? Io ho fatto un po’ di ricerche e sui
libri non esiste traccia di quanto mi stai raccontando”. “Ci
sono verità che si tramandano di padre in figlio. Non c’è bisogno di
mettere sempre tutto per iscritto. Queste storie me le ha raccontate mio
padre che le aveva sapute da mio nonno. Al quale le raccontò suo padre
e così a ritroso per i secoli passati. Questi dipinti sono qui da oltre
cinquecento anni e queste storie fanno parte delle nostre tradizioni”. Una
spiegazione semplice ed assolutamente valida. “Va
bene - ormai mi aveva convinto - dimmi allora quale altro delitto si è
consumato qui ed è stato nascosto nei dipinti?” “Margherita
Lascaris aveva sposato il Conte di Ventimiglia, ritenuto un discendente
dei Savoia, anche se legato ad un ramo secondario. Grazie ai contatti
che aveva avuto con Giovanni Canavesio, come ti ho detto, era riuscita a
sapere che c’era tuttora un erede di casa Savoia, discendente di colei
che era nata dal legame tra Amedeo ed Aurora. Il suo piano, studiato con
l’appoggio del marito, era quello di fare sì che il vero erede
potesse riprendere il potere. Ancora una volta, però, il predominio dei
Savoia ebbe la meglio. Anche il Conte di Ventimiglia fece la fine che,
cento anni prima, aveva fatto Amedeo. L’unica cosa che restò a
Margherita fu nascondere tutta la storia in questa cappella, d’accordo
con Canavesio, perché in futuro qualcuno potesse ristabilire la verità”. “Marie,
la mia memoria mi dice che ho già sentito parlare del Conte di
Ventimiglia. Dimmi qualcosa di più” Un
sorriso illuminò il suo sorriso: “avrai letto Salgari, da ragazzo!” “Sì,
certo, era uno dei miei autori preferiti”. “Beh,
allora dovresti ricordare che proprio uno dei Conti di Ventimiglia,
Emilio di Roccabruna, altri non è che il Corsaro nero”. “Sì,
è vero. Ora ricordo, ma il periodo storico è ben altro: se non sbaglio
Salgari ha ambientato quella storia a cavallo tra la fine del 1600 e
l’inizio del 1700”. “Hai
ragione, naturalmente. Ciò che volevo dire è che questi Conti di
Ventimiglia sono stati sfortunati con il destino. Hanno sempre dovuto
soccombere e lottare per ristabilire la verità. Anche il Corsaro Nero
diventa tale per vendicare l’assassinio del fratello”. Un
solo pensiero mi balenava in mente: la realtà, ancora una volta,
superava la fantasia! 11 - fine del XV secolo, in
Francia L’ora
della pigiatura era ormai vicina. Gli
enormi tini, che adesso contenevano tutta l’uva raccolta, erano stati
aperti, approfittando così del calore del sole e della massima luce
disponibile. I
pigiatori, e le pigiatrici, avevano diritto ad una lauto pasto: subito
dopo si toglievano i sandali, si rimboccavano gonne e pantaloni fin
sopra le ginocchia ed entravano nei tini. Intanto
i musicanti davano inizio ai canti e la torchiatura diventava una danza. Riscaldati
dal sole e rifocillati a dovere, i pigiatori lavoravano con gioia e di
buona lena. Mantenersi
in equilibrio calpestando quella massa informe di uva non era facile. Il
ballo, le risa, i canti contribuivano ad allietare l’atmosfera. Qualche
mano audace, soprattutto maschile, con la scusa del poco equilibrio,
indugiava sulle prosperose forme femminili. Pietro
si tolse i sandali, si arrotolò i pantaloni e saltò dentro quel tino
dove una giovane fanciulla stava danzando con gioia, facendo
ballonzolare con troppa foga il seno prorompente. “Bonjour
mademoiselle, come vi chiamate?” cercò subito di attaccare discorso. “Elena,
e voi?” “Pietro
- rispose, poi aggiunse - sebbene sia arrivato da poco meno di un anno,
non vi avevo mai vista prima. Da dove venite?” “Vivo
piuttosto lontano da qui. Però tutti gli anni, con la mia famiglia,
scendo in città per la vendemmia. Mio padre ha lavorato nei campi, per
la raccolta dell’uva. Mia madre è stata presa a giornata nelle
cucine. Adesso partecipiamo alla pigiatura e domani torniamo a casa”. “E’
un vero peccato. La fortuna che mi ha arriso facendo sì che vi
incontrassi, mi volta subito le spalle portandovi via in così breve
tempo”. “Come
siete galante, messere! Non avevo mai ricevuto dei complimenti così
intriganti”. “Almeno
permettetemi di danzare con voi” Pietro sentiva un fortissimo
desiderio di stringerla fra le sua braccia. “Ma
certo, oggi è giorno di festa. Balliamo!” Seguendo
il ritmo della musica, Pietro le prese le mani ed iniziarono un
improbabile movimento di danza, saltando sull’uva che si maciullava
sotto i loro piedi, rendendo sempre meno stabile l’equilibrio. La
festa continuava per tutta la giornata: quando la pigiatura era
completata, i balli proseguivano nella grande aia che si trovava davanti
alle cantine. Pietro
ed Elena andarono avanti a danzare fino al tramonto. Approfittando
dell’oscurità che ormai avvolgeva tutto il paesaggio, Pietro propose
ad Elena di fare una passeggiata, lungo i filari. Voleva
trovarsi da solo con lei, per suggellare la felicità di quella
giornata. Al
chiarore della luna piena, nascosti tra i filari, si scambiarono il
primo tenero bacio. Poi,
improvvisamente, i loro corpi si trovarono avvinghiati. “Non
te ne andare!” le parole di Pietro erano una preghiera. “Tornerò:
il mese prossimo c’è la raccolta delle castagne!” “Un
mese? Non passerà mai! Il tempo mi sembrerà eterno, ma aspetterò il
tuo ritorno”. Rientrarono
sull’aia, tenendosi per mano. Quella
notte la sognò e così per tutte le notti a venire, aspettando ottobre,
il mese delle castagne. 12 - al giorno d’oggi L’incontro
era stato indetto per il pomeriggio del giorno dopo Pasqua: i tre
uomini, Werner, John e Claude, avevano tutti superato la cinquantina e
non si incontravano da quasi dieci anni. Erano
rimasti in contatto, è vero, eppure, nonostante tutti gli anni di
continue ricerche, i risultati erano sempre più deludenti. La
riunione era stata fortemente voluta da Werner, il tedesco, per fare il
punto della situazione. Avevano
quasi perso ogni speranza di riallacciare il contatto con l’ultimo
discendente. Almeno
una certezza l’avevano raggiunta: un erede esisteva certamente ed
altrettanto certamente era possibile identificarlo grazie al segno. Bisognava
organizzare una nuova ricerca capillare, avvalendosi adesso anche
dell’aiuto della scienza. Fortunatamente
la medicina ufficiale aveva già messo in piedi un funzionale servizio
di assistenza a tutti coloro che erano portatori di quella mutazione
genetica. Centri
di ricerca specializzati erano attivi da una decina d’anni sia negli
Stati Uniti che in Europa e ne sorgevano ogni giorno di nuovi, in giro
per il mondo. In
Italia se ne potevano contare già due, attivi da qualche anno sul
territorio. Alcune
tracce del DNA erano state decodificate. Al
giorno d’oggi era noto quale fosse la mutazione avvenuta ed in quale
segmento cromosomico si situasse. Studi
e ricerche specialistiche erano già state pubblicate, a iosa. Il
professor Galimberti aveva dedicato molto tempo alla ricerca, e si era
quasi convinto di una cosa: quella mutazione genetica non era un
semplice errore incomprensibile; c’era dietro una volontà superiore. Forse
la natura si preparava a difendersi. Aveva
un’altra certezza: doveva esserci un unico antenato comune a tutti i
portatori del segno. Riuscire
a risalire a quel progenitore sarebbe stato lo scopo della sua prossima
ricerca. Ma
bisognava andare indietro nel tempo, forse anche di qualche centinaio di
anni. La
creazione di un database, nel quale registrare tutti i portatori della
mutazione, avrebbe permesso di risalire a ritroso. Però
sappiamo bene che ritrovare i nostri antenati è difficilissimo:
riusciamo a ricostruire il nostro albero genealogico forse di tre,
quattro o al massimo cinque generazioni. Poi
c’è il buio. “Ci
sono, è vero - diceva Werner -
le società di araldica che hanno vari strumenti adatti per ricostruire
un albero genealogico molto indietro nel tempo, ma il loro lavoro
innanzitutto è costosissimo, poi necessita di ricerche accurate da
effettuarsi in vecchie biblioteche, conventi, archivi. Ci vuole tanto
denaro ma anche tanto tempo: cercare un antenato comune partendo da una
base di centinaia, per non dire migliaia, di persone con la stessa
identificazione cromosomica, è come voler trovare il classico ago nel
pagliaio”. “L’unica
cosa certa - commentava John, l’americano - è che c’è stato un
antenato comune nel quale si è verificata la mutazione genetica ed oggi
ci sono migliaia di suoi discendenti. Solo che noi sappiamo benissimo
chi era l’antenato: Aurora, madre di quella Francesca che era la
figlia illegittima di Amedeo VII di Savoia. Dobbiamo soltanto
rintracciare l’erede tra tutti coloro che oggi sono afflitti da quel
particolare morbo”. Anche
se il professor Galimberti portava avanti le sue ricerche solo
nell’interesse della scienza, questi altri tre uomini, ormai
cinquantenni, sapevano che soltanto uno dei discendenti, però, era
anche il portatore della linea dominante, quindi da considerarsi
l’unico vero erede. Come
in estremo oriente hanno il Budda ed i monaci sono spesso alla ricerca
della sua più recente incarnazione e, pur tra mille difficoltà,
riescono sempre nella loro impresa di identificazione, perché non
avrebbe potuto proprio il nostro professor Galimberti essere di grande
aiuto nell’identificare l’erede che, così ansiosamente, altri tre
uomini stavano cercando? Intanto
aveva identificato i tre ceppi principali dove risiedevano le persone
afflitte dal morbo: una forte concentrazione si trovava nell’isola
caraibica di Bonaire. Poi c’era un altro nucleo, molto numeroso, in
Francia, nella zona intorno a Lione. Ed infine in Italia, soprattutto al
nord, tra Piemonte e Lombardia. Cosa
poteva esserci in comune tra un abitante di Bonaire, uno di Lione ed uno
di una qualche cittadina dell’alta Savoia!? Mah,
la ricerca non prometteva niente di buono! Eppure
proprio quelle ricerche del professor Galimberti erano ormai l’unica
strada percorribile per rintracciare l’erede. Al
termine della riunione i tre si erano accordati per finanziare, senza
apparire in prima persona, proprio quegli studi: magari suggerendo
l’identificazione dell’antenato, così da restringere il campo e
venire in aiuto alla ricerca ufficiale. In
fondo erano solo tre benefattori che intendevano aiutare la ricerca
scientifica. In
effetti i loro interessi erano ben altri. 13 - fine del XV secolo, tra la
Spagna ed i Caraibi Francesco
sentiva sempre più forte l’attrazione di Ahue. L’aveva
voluta con sé, al villaggio che stava nascendo. I
giorni passavano ed il sentimento che li univa era sempre più simile
all’amore. E’
vero, l’attrazione per quel corpo femminile era qualcosa che
travalicava la ragione. Durante
il giorno quasi si ignoravano. Francesco
era indaffarato a coordinare i lavori di costruzione delle casupole e
dei magazzini, che sorgevano su quel nuovo mondo. Ahue
si dedicava alla preparazione del cibo per sfamare l’intera
combriccola. Anche
qualche altra sua amica aveva lasciato il villaggio d’origine per
unirsi alla compagnia degli uomini venuti dal mare. Questi
giovani maschi spagnoli, così forti, temprati dal sole e dal sale, non
potevano che suscitare l’interesse di quelle femmine che stavano
provando i primi appetiti sessuali. Le
nascite, negli anni precedenti, avevano visto venire alla luce quasi
solo femmine. L’arrivo
degli stranieri sull’isola era stato vissuto come un segno del cielo:
uomini giovani e prestanti giunti su quella terra per la felicità delle
tante fanciulle altrimenti destinate alla solitudine. La
mescolanza era stata fin troppo facile. “Ahue
- ormai Francesco ed Ahue si intendevano a perfezione, in entrambe le
loro lingue di origine - nel mio paese c’è una cerimonia particolare
che si celebra quando un uomo decide di unirsi per sempre con una donna.
Si chiama matrimonio! L’uomo e la donna si fanno una promessa
d’amore eterno e si scambiano due anelli, che sono il simbolo del
legame. Voi avete qualche cosa di analogo nella vostra tradizione?” “Sì,
certo. Noi ci scambiamo dei fiori che vengono intrecciati appositamente
per l’occasione, e poi mescoliamo il nostro sangue. Lo facciamo uscire
tagliando qui, sul polso, e poi restiamo con i polsi legati, uno
all’altro, per un’intera giornata”. “Potremmo
organizzare una giornata di festa per una grande cerimonia. Celebreremo
l’unione tra noi e voi. Io intendo sposarti e so che anche qualche mio
compagno vuole unirsi in matrimonio con qualcuna delle tue amiche.
Inviteremo tutti i vostri parenti. Faremo una grande festa. Sarà
l’inizio di una nuova vita, di una nuova città e di tanti nuovi
amori. E cominceremo così a popolare questo villaggio con tanti
bambini, figli della pace che unirà per sempre il nostro ed il vostro
popolo”. L’idea
era meravigliosa. Quando
Francesco spiegò il progetto ai suoi, tutti ne furono contenti. Anche
le ragazze, ovviamente, si entusiasmarono all’idea! Scelsero
l’ultima domenica di settembre. 14 - facciamo il punto? Dunque,
vediamo di riassumere. Nel
1377 Aurora ha una storia d’amore con Amedeo VII, erede di casa Savoia Incinta,
deve fuggire dalla Francia ed arriva a Cadice, in Spagna, con la figlia
appena nata, Francesca. Dopo
oltre cento anni, mentre Colombo scopre l’America, conosciamo tre
discendenti di Aurora e di sua figlia Francesca, che sono: Pietro
che, lasciata Cadice, si trasferisce in Francia, a Lione, alla ricerca
delle sue antiche radici ed inizia una storia d’amore con Elena. Francesco
che, partendo sempre da Cadice, si imbarca e arriva in una sperduta
isola dei Caraibi, a Bonaire, ed inizia una storia d’amore con Ahue. Angelica
che, arrivata a Pinerolo, nell’alta Savoia, lavora a bottega dal
maestro Giovanni Canavesio ed inizia una storia d’amore con Donato. Facile,
no? Se
poi ci spostiamo avanti nel tempo, di altri cinquecento anni, arriviamo
ai giorni nostri, con i discendenti di Aurora ormai sparsi per tutto il
mondo. Riconoscibili
tutti per un particolarissimo ‘segno’. Con
qualcuno che sta cercando, tra loro, l’erede principale. Tutto
chiaro? Andiamo avanti. 15 - l’anno 1383, ad Avigliana
(nel Savoiardo) “Signor
Conte, quale vestito preferite indossare oggi?” La
servitù era schierata in attesa della risposta. L’unica
cosa certa era il colore. Come
sempre, il Conte avrebbe scelto abiti rossi. Il
padre era morto da poco, lasciandolo erede del nobile casato dei Savoia. E
lui, Amedeo VII, finalmente poteva esercitare il potere in assoluta
libertà. Sei
anni prima aveva dovuto troncare la sua storia d’amore con Aurora. Eppure
lui non riusciva a dimenticarla. Adesso
avrebbe usato il suo potere per ritrovarla. Si
era sposato, è vero, ma non l’aveva fatto certo per amore. La
sposa gli era stata imposta dalla famiglia, per legare così il suo
casato a quello del re di Francia. Non
appena si era presentata l’occasione, aveva parlato con il suo uomo di
fiducia: “Ludovico, tu sei il mio migliore amico ed io ho bisogno di
te”. “Amedeo,
la tua amicizia è un grande onore per me”. “C’è
una donna, che ormai non vedo da sei anni. Tu devi ritrovarla”. “Non
mi dire che stai ancora pensando ad Aurora?” Ludovico
era stato compagno di Amedeo per così tanto tempo, da conoscerlo molto
bene! Sapeva
che Aurora gli era rimasta nel cuore ed era ovvio che adesso, arrivato
al potere, Amedeo volesse ritrovare l’unica cosa della quale gli
importava: l’amore di Aurora! Con
un sorriso amaro, Amedeo riprese: “Ludovico, a te posso dirlo. Non
l’ho mai dimenticata. E’ sempre nei miei pensieri. Ho bisogno di
ritrovarla. So che è dovuta fuggire, per colpa di mio padre.
Probabilmente mi odia. Penserà che anch’io ero d’accordo. Ma questo
non è vero ed io voglio almeno farglielo sapere”. “Non
è facile trovare una donna della quale sappiamo solo il nome. Dopo sei
anni potrebbe essere andata ovunque. Comunque, se è questo che vuoi,
farò del mio meglio per soddisfare la tua richiesta”. “Ho
un dubbio che mi rode: forse Aurora, quando è fuggita, era incinta. Se
così fosse il mio vero erede, il mio primo figlio, è nato da lei. Ho
bisogno che tu trovi sia lei che quell’eventuale figlio. Io potrò così
ristabilire la verità sulla mia discendenza”. Il
compito non era facile e, soprattutto, riguardava il futuro dei Savoia. Ludovico
si sentiva onorato e lusingato, ma anche molto preoccupato. Poteva
iniziare incontrando i genitori di Aurora. Il
padre era ancora uno degli ufficiali della guardia. Non
era pensabile di affrontarlo a quattrocchi e chiedergli “dove è
Aurora?”. Ludovico
doveva usare la massima cautela nel portare avanti le sue ricerche. In
un piccolo paesino dove tutti si conoscevano, non sarebbe stato
difficile allacciare un rapporto di amicizia con un vecchio ufficiale
della guardia. Bastava
avere pazienza. E
Ludovico di pazienza ne aveva tanta. “Capitano
- Ludovico, che ormai aveva incontrato diverse volte il padre di Aurora,
allacciando con lui un rapporto amichevole, riteneva giunto il momento
di porre la questione - ma voi non avevate anche una figlia? Ormai
dovrebbe essere già in età da marito. Ho un cugino che deve
trasferirsi qui da noi e mi ha chiesto di cercargli moglie!” Il
capitano non intendeva raccontare i fatti suoi a nessuno. Rispose:
“se ne è andata di casa qualche anno fa. Si è sposata e vive in un
paesino sulla costa. Ormai ha passato i venti anni. E poi non credo che
a vostro cugino possa andare bene una donna ormai vecchia”. In
effetti, le ragazze si sposavano tra i sedici ed i diciassette anni. Passati
i venti, voleva dire che erano destinate al convento oppure a restare
zitelle. Qualcuno
in giro si ricordava di Aurora, ma tanta acqua era passata sotto i
ponti. Le
memorie fanno presto a cancellarsi. D’altronde c’è chi ha detto che
i ricordi sono fatti della stessa sostanza dei sogni: svaniscono
all’alba. Tramite
un’amica, Ludovico aveva saputo che la madre era l’unica a serbare
ancora reminescenze affettuose di Aurora. Ma
anche lei brancolava nel buio. Come
si fa a trovare una persona sparita da così tanto tempo? Anche
con l’appoggio dell’uomo più potente del luogo, se manca una
traccia, le ricerche sono vane. Era
stata l’amica del cuore di Aurora a dare una ventata di speranza alle
ricerche di Ludovico. “In
questi sei anni, da quando Aurora se ne è andata, ho ricevuto due sue
lettere. La prima mi è arrivata quasi un anno dopo la sua partenza. O
meglio, dovrei dire dopo la sua fuga! Sì, perché Aurora è fuggita da
qui, cacciata dal padre, quando si era accorto che era incinta”. Ludovico
era perplesso. Il
dubbio di Amedeo si faceva reale. Forse
c’era davvero un erede. “Continua,
ti prego. Il tuo racconto è molto interessante!” E
l’amica di Aurora continuava: “Ha viaggiato a lungo, fino ad
arrivare in un paese che si trova molto lontano da qui, un posto di
mare, in Spagna”. Era
già qualcosa. “E
poi - il racconto andava avanti - ha conosciuto un mercante che l’ha
presa con sé. Ha dato il suo nome e la sua protezione alla figlia che
le era nata e che ha chiamato Francesca”. “Una
femmina - pensava fra sé e sé Ludovico - e forse era meglio così. La
discendenza era prerogativa dei maschi. Anche se il padre era Amedeo,
quel figlio comunque non era un maschio che potesse ledere la linea di
successione dei Savoia”. Ludovico
chiese udienza ad Amedeo e gli riportò i fatti. Pensava
che queste notizie avrebbero tranquillizzato Amedeo e la sua curiosità. Invece
sortì l’effetto contrario: il dubbio che potesse esserci un figlio
suo e di Aurora, aveva tormentato Amedeo per tanto tempo. Adesso non
aveva più dubbi. C’era, da qualche parte in Spagna, un bambino che
aveva circa sei anni e che era suo figlio. Che poi fosse maschio o
femmina, non importava. Importante
era trovare quel figlio e, con lui, anzi con lei, ritrovare anche
Aurora. “Ludovico,
devi fare di tutto per sapere dove si trovano. Per poi andare a
prenderli e convincerli a tornare qui. Questa è la loro casa”. L’amica
di Aurora aveva parlato di un’altra lettera, ricevuta dopo la prima. Ludovico
aveva bisogno di sapere se riportava un indirizzo, un indizio, un aiuto
per rintracciare il luogo dove risiedeva Aurora. La
fortuna era dalla sua parte: nella seconda lettera, Aurora descriveva
ampiamente il luogo. La città si trovava sulla costa spagnola, ed il
nome era Cadice. Ludovico
doveva decidersi a partire per un lungo viaggio, con una meta ben
precisa. Amedeo
gli aveva fatto avere una lettera per Aurora, nella quale spiegava
dettagliatamente il suo comportamento passato, le imposizioni di suo
padre, l’impossibilità di reagire, la voglia di espiare la sua colpa,
il desiderio di riavere Aurora e la bimba con sé. Il
viaggio si preannunciava non solo lungo ma anche faticoso, però
Ludovico era deciso a portare a termine la missione, nel più breve
tempo possibile. La
migliore soluzione era scendere fino al mare, al grande porto di
Marsiglia e da lì cercare un imbarco per Cadice. Grazie
all’incarico ufficiale avuto da Amedeo, che l’aveva dotato di un
lasciapassare con il sigillo dei Savoia, ed alla cospicua somma della
quale poteva disporre, Ludovico non avrebbe avuto difficoltà a trovare
un passaggio su una nave. Marsiglia
era una città immensa. Tutti i maggiori traffici che riguardavano la
Francia transitavano sempre per quel porto. C’erano
navi che partivano per i vicini porti di Genova e Barcellona, ma anche
navi che dovevano attraversare il Mediterraneo per raggiungere la costa
africana. Qualcuna faceva rotta verso la Grecia.
Però
la Grecia si trova ad est! Ludovico
cercava una nave che andasse verso ovest: Cadice era situato dopo la
bocca di uscita dal Mediterraneo e molte navi che, partendo dal
Mediterraneo, raggiungevano i mari del Nord, facevano tappa a Cadice. Trovò
alloggio in una locanda, dalla quale si vedeva il mare. Ogni
mattina scendeva al porto per presentarsi a bordo delle navi appena
arrivate e chiedere notizie sulle loro prossime destinazioni. “Sto
cercando un imbarco per recarmi a Cadice. Posso sapere se la vostra nave
farà rotta verso tale porto?” si presentava sempre con la stessa
domanda, e riceveva immancabilmente la stessa risposta: “No, questa
nave non va a Cadice”. “Mi
va bene anche Valencia, o un porto della Spagna che mi permetta di
accorciare il viaggio. Altrimenti dovrei farlo interamente per via di
terra”. Ludovico
continuava a ricevere delle risposte negative e cominciava a pensare che
forse valeva la pena decidersi ad affrontare il viaggio per strada,
quando finalmente la fortuna gli arrise. Una
nave era in procinto di partire per raggiungere Lisbona ed avrebbe
dunque fatto sosta in tutti i porti ove era possibile svolgere attività
commerciale, quindi si sarebbe fermata a Barcellona e ad Alicante,
passando poi per Valencia, fino a toccare Cadice nel giro di un paio di
mesi. La
soluzione era ottima: Ludovico, finalmente, poteva lasciare la Francia! 16 - fine del secolo XV, a
Taggia Ormai
il trio era affiatato: Giovanni dipingeva, Donato decorava e Angelica si
curava di entrambi. Il
clima era mite ed il cibo abbondante. Il
lavoro procedeva spedito e dava grandi soddisfazioni ai due artisti. Dopo
un paio di mesi da quando aveva lasciato Taggia, fra Giuliano stava per
tornare in visita. Questa
volta sarebbe venuto insieme al priore, padre Cristoforo. Per
accertarsi dell’andamento dei lavori, decidere eventuali modifiche,
proporre nuovi abbellimenti. I
padri domenicani, all’apice del successo, ritenuti gli assoluti
testimoni della verità, erano stati incaricati dei compiti più ardui
per la tutela della fede. Con
loro era nata la Santa Inquisizione, forgiata per combattere le troppe
eresie dilaganti. Ci
tenevano a far costruire nuove chiese: proprio il lungomare che da
Genova andava fino a Nizza avrebbe visto nascere monumenti sempre più
imponenti. Un
dipinto molto particolare occupava la mente di Canavesio: una Madonna,
però davvero speciale. Ovviamente,
con Angelica come modella, il lavoro era anche troppo facile. Seduta
all’aperto, sistemata in mezzo agli alberi in fiore di quel maggio
pieno di calore, con il sole che le baciava la fronte, Angelica era
l’immagine della donna ideale per un artista come Canavesio e per la
sua ‘Madonna delle ciliegie’. Una
delle più belle opere mai realizzate da questo artista enigmatico. Ogni
tanto abbandonava Taggia per spostarsi nell’entroterra e andare a
dipingere in quelle piccole chiese costruite sui crinali alpini: lo
faceva soprattutto d’estate. D’altronde
non era pensabile di lavorarci durante il freddo dell’inverno. Ormai
era una consuetudine: appena arrivava giugno, Canavesio partiva alla
volta di paesini lontani, come Briga. Era
conosciuto da tutti come ‘il pittore itinerante’: si sentiva un
nomade. Non
aveva mai potuto mettere radici in un posto fisso. Viaggiava
e dipingeva: raccontava, con le sue opere, le storie della Bibbia. Era
la ‘Biblia Pauperum’: la Bibbia dei poveri. Dipingeva
soprattutto per chi non sapeva leggere. Era
un insegnante che usava il pennello per portare la conoscenza. Poi
a fine settembre tornava a Taggia: il clima delle città di mare era
certamente più mite e gli permetteva di lavorare assiduamente anche
durante i mesi invernali. La
sua indole nomade lo portava, durante l’inverno, a spostarsi lungo la
costa ligure: una capatina a Varazze, un giretto a Pigna e le sue opere
andavano ad arricchire le chiese locali. Nel
pieno boom di opere artistiche che venivano prodotte in quel periodo, un
‘nomade’ come lui aveva modo di incontrare tanti altri artisti,
vederli all’opera e fare esperienze sempre nuove. Ecco
perché le sue opere sono così all’avanguardia, ed ecco perché può
essere considerato un vero capostipite di una particolare arte pittorica
alla quale si sono riferiti anche gli artisti che scendevano dal lontano
Nord Europa, per visitare la nostra povera Italia. Se
andate a cercare nei libri di storia dell’arte vi diranno che
Canavesio ha copiato lo stile di Barthelemy van Eyck: solo perché due
crocifissioni si assomigliano? Anche
se così fosse possiamo dire che l’allievo ha superato il maestro! Va
bene? Sta
di fatto che quando Giovanni e Donato si spostarono in quel di La Brigue,
al di là delle alpi, lo stile di Canavesio era cambiato: la croce
adesso era altissima, con un Cristo inchiodato lassù. Una
giovane donna abbracciata al tronco della croce, piangeva calde lacrime. Una
più anziana, la Madonna, sveniva dal dolore ed era sorretta dalle
braccia di tante pie donne. Poi
c'erano cavalli e cavalieri, mercanti e soldati, chi giocava, chi
lottava, chi si divideva le vesti del moribondo.
“Giovanni,
perché fate una croce così alta?” Donato
era incuriosito da come Canavesio aveva impostato quelle immagini. “Perché
voglio far capire che c'è comunque una grande distanza tra le cose
celesti e quelle terrene”. “E
chi è quella giovane donna abbracciata alla croce?” Donato si era
fatto insistente con le sue domande. “Angelica.
Ho voluto trovare anche a lei uno spazio nel dipinto”. Canavesio
non poteva ammettere pubblicamente quello che sarebbe stato considerato
eretico: che anche Gesù aveva amato una donna, Maria Maddalena, e che
questa era stata affranta dal dolore quando il suo amato era stato
condannato a morte. C'erano
messaggi oscuri che si potevano trasmettere solo senza suscitare
sospetti. Nell'ambiente
pittorico dell'epoca circolavano molte idee eretiche. Bisognava
essere molti cauti nell'esprimerle pubblicamente, per evitare guai. Canavesio
non era ancora sicuro di potersi fidare di Donato. Ma
un giorno si sarebbe aperto con lui, rivelandogli il grande segreto. Pochi
anni dopo Donato avrebbe dipinto una crocifissione identica a quella di
Canavesio in un refettorio di una chiesa, a Milano, mentre sulla parete
opposta di quello stesso refettorio Leonardo dipingeva il Cenacolo,
quello che così subdolamente ritraeva la Maddalena seduta accanto a Gesù! In
quello stesso periodo Canavesio, ormai definitivamente emigrato in
territorio francese, al di là delle Alpi, avrebbe dipinto un'altro
Cenacolo, con una ancor più subdola Maddalena che, addirittura, si
sdraiava in braccio a Gesù e si addormentava placidamente. 17 - al giorno d’oggi La
scienza, nell’ultimo secolo, ha fatto passi da gigante. La
medicina, in modo particolare, ha scoperto nuove malattie e nuove cure,
nuovi nemici e nuovi medicinali. Saltabeccando
su internet ho trovato le informazioni su quella malattia rara e
sconosciuta, a proposito della quale avevo accennato in uno dei primi
capitoli: La Teleangiectasia
Emorragica Ereditaria (‘H.H.T.’ è la sigla in inglese), è una
malattia ereditaria, che colpisce circa 1 individuo su 10.000, senza
distinzioni di sesso, razza o etnia, e che interessa principalmente i
vasi sanguigni. Essa viene anche indicata come morbo di
Rendu-Osler-Weber, perché descritta la prima volta nel 1896 dal medico
francese Rendu, che la identificò come malattia ereditaria,
caratterizzata da epistassi e lesioni cutanee di colore rosso,
distinguendola dall’emofilia. Pur essendo già nota in precedenza, si
riteneva che essa potesse dipendere da un difetto di coagulazione,
anziché da un’alterazione dei vasi sanguigni. Osler e Weber, ai primi
del ’900, definirono il quadro completo delle sue manifestazioni
cliniche. A distanza di quasi 100 anni dalla sua scoperta, la H.H.T. è
purtroppo una malattia ancor oggi non sempre correttamente
diagnosticata, in quanto le sue molteplici manifestazioni non vengono
riconosciute. E’
lei: si tratta proprio di quella particolarità che caratterizza i
personaggi di questo libro, dalla figlia di Aurora, Francesca, ai suoi
pronipoti Pietro, Angelica e Francesco! Se
ne è stata calcolata la distribuzione sulla popolazione in ragione di
uno a diecimila, significa che oggi più di mezzo milione ne sono
affetti. Una
mutazione genetica non da poco, direi! Un
particolare di quell’articolo colpisce la mia attenzione: “Rendu la
identificò come malattia ereditaria, distinguendola dall’emofilia”. Ma
cosa è l’emofilia? Vediamo
sul vocabolario: “emofilia - s.
f., malattia ereditaria, trasmessa in linea femminile prevalentemente ai
maschi, caratterizzata da tendenza a prolungate emorragie, dovuta a
difetto di coagulazione del sangue; diminuisce generalmente nell'età
matura”. E’
difficile poter dire, adesso, se la ‘malattia’ di Francesca e dei
suoi primi discendenti fosse l’una o l’altra. Sta
di fatto però che molti nobili soffrivano di emofilia. Potremmo
ipotizzare che la ‘nobile’ emofilia si sia mutata, in una specie di
traslazione tra Amedeo di Savoia e Aurora, con la nascita di Francesca,
nel meno ‘nobile’ morbo di Rendu-Osler? E
se Amedeo di Savoia incarnava, a quel tempo, l’eletto, la sua
discendenza primaria potrebbe ritrovarsi nella linea che vede come
capostipite Aurora? Ma
allora, chi può essere, oggi, l’eletto? L’erede,
ovviamente, proprio quello che tre strani personaggi stanno cercando con
tanto impegno. 18 - fine del XV secolo, in
Francia Un
mese può passare in fretta, se si è indaffarati. Quando si è
innamorati un mese non passa mai. Pietro
di una cosa era ormai certo: si era innamorato perdutamente! Non
faceva altro che pensare ad Elena ed ai giorni, sempre meno, che li
dividevano. La
raccolta delle castagne era prossima: ancora una volta decine di uomini
e donne sarebbero scesi dalle vicine montagne per lavorare a giornata
nelle terre del suo signore. La
vendemmia e la pigiatura, la raccolta delle castagne, quella delle mele:
per ogni periodo dell’anno c’era un lavoro adeguato e stagionale. Certe
operazioni erano concentrate in tempi brevi, quindi il numero dei
lavoranti doveva essere necessariamente incrementato. Ormai
tutti i montanari sapevano già cosa fare, nei più diversi periodi
dell’anno. Ottobre
era il mese delle castagne! Anche
se la voce si spargeva a poco a poco nelle campagne, tutti sapevano che
la raccolta cominciava sempre dopo la prima luna nuova di ottobre. I
montanari arrivavano a frotte: sostavano fuori delle porte di accesso
alla città, aspettando le prime luci dell’alba! Pietro
si era svegliato presto per trovarsi sulla porta principale del paese
fin dal mattino, prima dell’apertura: quel giorno Elena sarebbe
tornata. Il
sole faceva capolino tra le montagne lontane e la porta si apriva sulla
luce sempre più abbagliante. La
riconobbe da lontano e le corse incontro. “Elena,
è passato meno di un mese, ma mi è sembrata un’eternità. Sono
davvero felice di rivederti”. Lei
seppe solo dire, tra le lacrime di gioia: “anch’io”. Pietro
si era portato dietro del pane appena cotto e del formaggio stagionato. Poche
cose, ma certamente gradite da Elena. Si
incamminarono insieme, chiacchierando amabilmente, mentre prendevano a
morsi quell’ottimo pane e formaggio. Pietro
aveva organizzato la raccolta delle castagne suddividendo i lavoranti in
gruppi, facendo però in modo che Elena rientrasse nella sua stessa
compagine, così da poter restare vicini durante l’intera giornata. La
sera poi, poco dopo il calar del sole, tutti, lavoratori e maestranze,
si riunivano per partecipare ad un unico grande banchetto. Pietro
ed Elena avevano altri programmi in testa. Mangiarono
quel poco che poteva bastare a sfamarli e poi si allontanarono, furtivi,
per una passeggiata romantica nel bosco. Una
tenue luna mostrava la sua prima falce, illuminando appena il viso di
Elena. Una
meravigliosa stellata disegnava antiche simbologie nel cielo. Pietro
avvicinò le sue labbra a quelle di Elena, che si concesse al bacio con
passione. Il
desiderio represso per quasi un mese, montava adesso imperioso. “Elena,
non ho mai provato per un’altra donna quello che oggi sento per te. La
cosa che più desidero al mondo è farti felice, tenerti con me per
tutta vita, costruire una casa insieme a te”. “Anche
a me piace tanto stare con te, ma non farti troppe illusioni: non è così
facile realizzare i propri sogni. Baciami e non pensare al domani”. 19 - l’anno 1384, in Spagna Ludovico
era finalmente riuscito a raggiungere Cadice. Il
viaggio per mare era stato lungo, ma interessante. Non
è così facile pensare di arrivare in un porto straniero e chiedere
“scusate, qualcuno sa dirmi dove abita Aurora?”. Anche
perché Cadice si era sviluppata notevolmente ed ormai i suoi abitanti
erano svariate decine di migliaia. Però
trovare una giovane donna francese, di nome Aurora, madre di una figlia
di circa 8 anni, limitava almeno un po’ il campo di ricerca. Dalle
lettere che Ludovico aveva potuto leggere, era chiaro che Aurora si
doveva essere sposata con un mercante. Probabilmente
francese anch’egli, visto che si erano conosciuti in Francia. Ed
anche questo particolare poteva essere d’aiuto. Ludovico
doveva armarsi di pazienza. Intanto
era necessario trovare una casa, dove abitare per i prossimi mesi. Poi
era necessario allacciare rapporti di collaborazione con le autorità
locali (ma questo non sarebbe stato un problema, vista la lettera di
presentazione che Amedeo gli aveva preparato). Infine
visitare chiese e parrocchie alla ricerca di informazioni. Si
era preparato una tabella di marcia alla quale attenersi ed anche se
fossero stati necessari anni, non avrebbe mai rinunciato alla sua
missione. Tutte
le domeniche centinaia di persone si riunivano nella cattedrale. Arrivavano
anche tanti stranieri. Tre archi aperti nelle mura che circondavano la
città (l’arco del popolo, l’arco dei bianchi, l’arco della rosa)
permettevano l’entrata sotto il controllo attento delle guardie. Ludovico
cercò subito di ottenere udienza dal vescovo. “Eminenza,
il mio nome è Ludovico ed arrivo da molto lontano. Sono stato mandato
da Amedeo, il Conte Rosso, signore di casa Savoia, per rintracciare una
persona che oggi vive qui, a Cadice”. Il
vescovo era ben intenzionato: “i Savoia sono degli strenui difensori
della cristianità, quindi sarò molto lieto di dare il mio aiuto”. Era
già un notevole passo avanti! La
chiesa aveva registri e annotazioni su tutti i maggiori eventi occorsi
negli ultimi anni, in modo particolare per quanto riguardava matrimoni e
battesimi. Se
si poteva trovare una registrazione di un battesimo, nel periodo tra la
fine del 1377 e l’inizio del 1378, dove la madre risultasse chiamarsi
Aurora ed il battezzato fosse una femmina, ecco che la ricerca sarebbe
già stata ultimata. Il
vescovo decise di concedere a Ludovico l’aiuto di fra Giacomo, un
giovane monaco archivista. Nel
buio catacombale dell’archivio, illuminato solo dalla tenue luce delle
candele, la ricerca poteva avere inizio. “Fra
Giacomo, dovremmo cominciare con gli annali del 1377. Direi di partire
dal mese di settembre”. Fra
Giacomo sparì nell’ombra per riapparire dopo solo pochi minuti con un
enorme volume, che riportava sul frontespizio, scritto in bella
calligrafia: ‘anno domini 1377’. I
battezzati erano poche decine ogni mese. Tra l’inizio di settembre e
la fine dell’anno erano registrati quarantasette nominativi. “messer
Ludovico, come vedete qui vengono riportati i nomi dei genitori, quelli
dei padrini, poi ovviamente quello del bambino battezzato ed anche
l’indicazione della chiesa nella quale si è celebrato il
sacramento”. “Proviamo
allora a cercare, tra le madri, un nome di donna: Aurora”. Ludovico
vedeva la soluzione a portata di mano. “Mi
spiace - ma fra Giacomo gli spengeva subito gli entusiasmi - qui non
c’è nessuna madre di nome Aurora”. “Come
è possibile? Forse che il bimbo non è stato battezzato?” Ludovico
era perplesso. Il
pessimismo di Fra Giacomo trasudava dalle sue parole: “Potrebbero
averlo fatto battezzare altrove. Prima di arrivare a Cadice. Oppure la
madre potrebbe essersi registrata con un altro nome. Purtroppo non
possiamo essere certi dell’esattezza di tutte le annotazioni che
vengono fatte”. “Proviamo
anche con il registro del 1378. Potrebbe essere stato battezzato più
tardi”. “Se
è per quello potrebbero anche aver chiesto il battesimo dopo anni.
Abbiamo ragazzi che vengono battezzati al raggiungimento della pubertà.
Persone che chiedono il battesimo solo quando arrivano al matrimonio.
Per non parlare di coloro che si battezzano in punto di morte”. Lo
scetticismo di fra Giacomo non dava tregua. “Va
bene - Ludovico non intendeva demordere - proviamo comunque a verificare
anche il 1378 e, se è il caso, controlliamo anche il 1379 e poi andiamo
avanti, fino ad oggi. Il bimbo, o meglio la bimba, ormai dovrebbe avere
superato gli otto anni. Se è stata battezzata, la troveremo”. 20 - al giorno d’oggi I
tre ‘benefattori’ erano rientrati nei loro paesi di origine. John,
l’americano, abitava a Boston ed insegnava al mitico MIT. Claude,
il francese, lavorava all’università della Sorbona, a Parigi. Werner,
il tedesco originario della Germania orientale, nato nella Berlino
dell’est, aveva potuto incontrare gli altri solo dopo la caduta del
muro. Eppure
era stato Werner a cercarli e costituire, così, il gruppo. Tutto
era nato da una scoperta casuale che Werner aveva fatto, mentre lavorava
come bibliotecario a Berlino. Nel
riordinare alcuni documenti risalenti all’antico medioevo, gli era
capitata tra le mani una carta che aveva attirato la sua attenzione. Seppure
scritto in un latino arcaico, lingua che lui sapeva interpretare e
tradurre, quel documento riportava, in chiusura, una frase comunque
enigmatica. “Amadeus
Aurora Fert Fides” Si
trattava di una specie di testamento, redatto a cura di un certo
Ludovico, che sembrava indicare alcune disposizioni segrete, dettategli
da un nobile del quattordicesimo secolo. Per
uno storiografo esperto come lui, non era stato difficile attribuire le
parole, così come riportate in quel testo, ad Amedeo VII di Savoia,
detto il ‘Conte Rosso’. Ludovico
doveva essere un consigliere di fiducia di Amedeo. E
proprio a questo Ludovico, Amedeo aveva affidato le sue ultime volontà,
ivi compresa la nomina di una sconosciuta figlia illegittima quale
legittima erede. Insomma,
Amedeo doveva avere vissuto una storia d’amore in giovane età. Una
non meglio identificata ‘Aurora’ gli aveva dato una figlia e proprio
a questa Amedeo intendeva passare
lo scettro del potere. Era
ovvio che la famiglia si sarebbe opposta. La
morte improvvisa e repentina di Amedeo poteva anche trovare una
spiegazione nel dissenso di ‘qualcuno’ della famiglia alle sue reali
volontà. Ma
questo voleva dire che la linea di discendenza ‘ufficiale’ era da
ritenersi errata. Un
altro doveva essere, oggi, l’erede. Quel
documento attestava il compito affidato all’Ordine dell’Annunziata,
uno speciale gruppo di persone fidate che dovevano attivarsi, in
segreto, per la protezione di Aurora e della sua discendenza ed al quale
era stato dato un nome in codice, “FERT”. Basta
fare qualche piccola ricerca, magari su internet, ed apparirà chiaro
come l’acrostico FERT sia diventato il simbolo di casa Savoia a
partire proprio dal padre di Amedeo VII e dalla costituzione di
quell’Ordine cavalleresco! Solo
che nessuno è mai stato in grado di identificarne il vero significato. Un
enigma rimasto tale nei secoli, tanto che nemmeno gli eredi di casa
Savoia ne conoscono la soluzione. Adesso
tutto era evidente, concentrato in quelle poche parole: “Amadeus
Aurora Fert Fides” Anche
se esiliato nella Germania dell’est, senza possibilità di troppi
contatti con l’estero, Werner poteva sfruttare il suo rango di
studioso della storia per mantenere relazioni importanti con il mondo
culturale dell’ovest. Aveva
subito preso contatto con l’università primaria di Parigi, la
Sorbona. Claude
Traillet, insegnante di storia medioevale e suo amico di vecchia data,
gli aveva dato il suo parere in tempi brevissimi. “La
casa Savoia è stata fondata poco prima dell’anno mille da Umberto
Biancamano. Amedeo VII era il diciottesimo signore del casato e, grazie
al matrimonio con Bona di Berry, aveva legato i Savoia ai Valois, allora
monarchi di Francia. A tutt’oggi, con Vittorio Emanuele IV, siamo
arrivati al quarantaquattresimo discendente”. E
l’Ordine dell’Annunziata? Che fine aveva fatto? Stava
ancora proteggendo l’erede? Ce
n’era abbastanza per scatenare la curiosità di chiunque. Una
cosa era certa: quel documento parlava anche di un ‘segno’
identificativo. Una
labile traccia indelebile! Per
John, lo studio del documento era stato illuminante. Seppur con un
linguaggio arcaico, Ludovico dava una chiara classificazione della
tipologia del segno. Parlava di sangue! Sangue che, talvolta, mostrava
la sua forza prorompente sgorgando copioso dal naso, oppure schizzando
fuori da piccoli pori della lingua. Piccole macchie rosse si formavano
sul corpo, per esplodere improvvisamente scaricando all’esterno sangue
in abbondanza. Se le macchie si formavano sulla testa, ecco che i
capelli potevano talvolta tingersi di rosso quasi senza che ci se ne
accorgesse, se non quando il sangue, colando sulle guance, raggiungeva
la bocca che, ormai esperta, ne riconosceva il sapore salato. Così
descritti, erano chiaramente i sintomi di quello che oggi è
classificato come morbo di Rendu-Osler! Se
Galimberti, partendo dai dati attuali, voleva risalire all’antenato
comune, per capire come e dove fosse avvenuta la mutazione, i ‘tre’
avevano forse trovato la prova che quell’antenata era proprio la
figlia di Aurora ed il segno doveva esserci anche nell’erede attuale! Due
ricerche connesse, quasi fossero una in salita e l’altra in discesa. 21 - fine del XV secolo, nei
Caraibi, a Bonaire La
fine di settembre arrivò in un attimo. La
grande festa era stata organizzata in ogni dettaglio. Il
vecchio capo del villaggio avrebbe celebrato le unioni tra quegli
uomini, venuti da lontano, e le ragazze del luogo. Un
miscuglio tra le usanze locali e quella strana cerimonia chiamata
matrimonio. Nel
momento di massimo splendore del sole, proprio quando la sua luce
arrivava in verticale dal cielo, le ragazze apparvero, come per incanto,
scendendo dalla collina al suono di musiche ritmiche, che invitavano al
ballo. Ogni
uomo si avvicinò alla donna prescelta, prendendola sottobraccio e
marciando per avvicinarsi al capo villaggio. Francesco
era felice come non mai. Quel
giorno sigillava definitivamente la sua scelta di vita: sarebbe rimasto
per sempre su quell’isola, per amore di Ahue. Lì
sarebbero nati i suoi figli. Tutti
insieme avrebbero operato con uno scopo preciso: fare di Bonaire un
nuovo paradiso terrestre. Ormai
la vecchia Cadice era un ricordo sempre più labile nella sua memoria. Per
lui contava solo il futuro, l’amore di Ahue ed il suo sogno di creare
un luogo incantevole. Ci
sarebbe riuscito? Ai
posteri l’ardua sentenza. Una
cosa era certa: la sua discendenza sarebbe stata rigogliosa. La
traccia indelebile che si portava dentro, nel sangue, avrebbe reso
identificabile ogni suo erede. Anche
a distanza di cinquecento anni. Quel
giorno Francesco sapeva, in cuor suo, che stava costruendo qualcosa di
veramente unico. Assaporava
ogni attimo della giornata. In
un tempo che sembrava essere sospeso, senza fine, si avvicinò al capo
villaggio. Questi
recitò la formula di rito, sia nella lingua indigena che in spagnolo:
“il tuo sangue da oggi non scorre più solo nel tuo corpo, ma anche
nel suo. Il sangue è il simbolo del tempo. Questa unione del sangue è
un’unione per sempre”. Mentre
sentiva pronunciare queste semplici parole, il sangue usciva da una
piccola incisione fatta sul polso di entrambi e la mescolanza, tra i due
liquidi così uguali e così diversi, sanciva un’unione senza fine. Poi
iniziò il banchetto: tutti, ma proprio tutti, erano stati invitati e la
felicità era un sentimento reale e palpabile. Non
si trattava solo di unioni tra alcune donne ed altrettanti uomini: stava
nascendo una nuova comunità. Ognuno
si sentiva parte di un grande progetto, legato a quella terra che sapeva
propria. “In
questo giorno di gioia - il vecchio capo villaggio, dopo l’ennesimo
brindisi, aveva ripreso la parola - in questo giorno di pace, in questo
giorno di festa, tutta la terra che dal mare arriva fino al bosco sotto
la colline viene data a questi uomini ed a queste donne, perché ci
costruiscano la loro città. Questo è il regalo mio e degli anziani del
villaggio”. Così
Francesco ed i suoi uomini avevano l’autorizzazione, ottenuta in pace
e senza problema, ad allargare gli spazi che prima erano stati destinati
alla costruzione di un piccolo villaggio, sulla riva del mare. Quella
sera, quando finalmente riuscì a restare solo con Ahue, la felicità
della giornata raggiunse il suo apice: fecero l’amore teneramente. Abbracciati,
accanto al fuoco scoppiettante del braciere che riscaldava la loro
stanza, si baciarono appassionatamente. La
mescolanza dei loro liquidi umorali che, durante la giornata, era stata
limitata al sangue, ora si estendeva a tutto il loro corpo. Francesco
rimase a lungo estasiato a succhiarle i capezzoli. Poi,
quando Ahue prese ad ansimare ritmicamente, Francesco capì che era
giunta l’ora: le scivolò dentro con facilità, aiutato dall’umidità
che, avvolgendo la sua durezza, rendeva tutto più facile. Il
ritmo si fece sempre più veloce, fino a quella sensazione di estasi
che, da allora in poi, avrebbe contraddistinto quasi tutte le sue notti. Sei
mesi dopo, quando l’ammiraglio Alonso de Ojeda tornava a far visita
all’isola, la trovò molto ma molto diversa: case completamente
finite, strade ormai tracciate, campi già arati e seminati, spazi
recintati dove si contavano numerosi animali da allevamento, depositi di
legname e - soprattutto - donne con pancioni sempre più evidenti. Quel
piccolo villaggio stava sempre più trasformandosi in una vera città di
mare. Alonso
era entusiasta: “Francesco, hai fatto veramente più di quanto fosse
possibile aspettarsi. Questa città diventerà il porto di base per
tutte le nostra navi. E’ mia intenzione concederti altri uomini per
procedere ancora più speditamente con la costruzione della città. E
nominarti governatore dell’isola”. Francesco
capiva perfettamente che l’opportunità era davvero grande: essere il
porto base per gli scambi commerciali con la vecchia madrepatria avrebbe
fatto sì che Bonaire diventasse sempre più importante. Con
l’importanza sarebbe cresciuta anche la ricchezza. Con
la ricchezza i lavori di costruzione sarebbe andati più veloci. Il
futuro era quanto di più roseo potesse immaginare. 22 - fine del XV secolo Donato
era preoccupato. Negli ultimi tempi aveva assistito, troppe volte, alle
improvvise emorragie di
Angelica. Le
succedeva all’improvviso: il naso iniziava a sanguinarle senza alcuna
ragione. Angelica
aveva provato a fermare l’emorragia con dei tamponi, delle pezze
imbevute di acqua. Per
un po’ la crisi sembrava superata. Poi,
dopo solo qualche giorno, si ripeteva. “Angelica
- gli diceva Donato - dovresti consultare un medico. Perdere troppo
sangue può indebolirti e diventare pericoloso”. “Non
ti preoccupare Donato - Angelica aveva sempre la risposta pronta - per
me è normale. Succedeva a mio padre. Prima di lui a mia nonna. Insomma,
è qualcosa che ci tramandiamo di generazione in generazione”. “Non
mi sembra un buon motivo per non accertare di che cosa si tratti”. “Dai,
Donato. Cosa vuoi che sia perdere un po’ di sangue! Noi donne non lo
perdiamo forse regolarmente almeno una volta al mese? Non per questo
abbiamo bisogno di andare dal medico”. Canavesio,
di nascosto, ascoltava i discorsi di Angelica e Donato. Doveva
prestare la massima attenzione agli eventi, perché lui era
l’incaricato di custodire il segreto. A lui, infatti, era stata
indirizzata Angelica, perché Angelica era l’erede, la ‘prima’
nella linea dominante. Canavesio
sapeva che un giorno la storia sarebbe cambiata: proprio i suoi continui
viaggi gli permettevano gli incontri segreti con alcuni degli altri
membri dell’ordine. Forse
era venuto il momento di rivelarsi ad Angelica e raccontarle la verità. Poi
doveva anche pensare a chi poter trasmettere il compito in futuro. Donato
poteva essere un candidato ideale: amava Angelica. L’avrebbe
certamente protetta, accudita, seguita. Ma
la verità è una cosa sempre troppo difficile da essere rivelata con
facilità. Quando
gli era giunta notizia da Lione che Angelica si sarebbe trasferita al di
là delle Alpi, probabilmente avendo come meta proprio Pinerolo,
Giovanni sapeva che doveva fare in modo di prenderla sotto la sua
protezione. Senza
però destare sospetti. “Donato
- aveva detto durante una cena - dovremmo trovare una modella da
assumere a bottega, per copiarne le fattezze. Ho intenzione di dipingere
una Madonna; mi serve una ragazza di una bellezza fuori dal comune”. “Giovanni
- era stata la risposta di Donato - mi guarderò in giro. Però non ci
sono così belle ragazze, da quanto vedo”. “Forse
dovresti frequentare un po’ di più la porta principale del paese.
Chissà che non arrivi qualche ragazza che potrebbe essere adatta per il
ruolo”. Così
il sasso era stato lanciato. Giovanni
sapeva che Donato avrebbe notato l’arrivo di Angelica l’avrebbe portata a casa, servita su un piatto d’argento. Così,
senza destare sospetti, Canavesio si era trovato Angelica addirittura
sotto il suo stesso tetto. Avrebbe
potuto garantirle la protezione senza dare nell’occhio. Se
poi Angelica riusciva ad andare d’accordo con Donato e magari ne
nasceva un rapporto serio, la cosa non poteva che fargli piacere. Per
ora Angelica era una ragazza qualunque, ignara del suo lignaggio e del
suo ruolo nella storia. Lui,
infatti, continuava a custodire gelosamente il segreto. Mantenere
i contatti con gli altri membri del gruppo dei cinque era altrettanto
facile. 23 - una data incerta, nel
futuro La
storia ce lo ha insegnato: gli ‘dei’ sono sempre intervenuti sul
destino degli uomini. Aveva
ragione Omero quando raccontava di guerre incredibili manovrate dal
cielo: ‘dei’ schierati a favore dei troiani contro altri ‘dei’
che invece facevano il tifo per i greci. Sono
andati avanti per dieci anni, poi sappiamo tutti come è finita. Subito
dopo, il divertimento supremo è stato un altro: aiutare o contrastare
il viaggio di ritorno a casa di uno degli eroi della guerra, Ulisse
appunto! Gli
egiziani costruivano le loro piramidi su specifiche disposizioni che
venivano dall’alto. Negli
ultimi tempi è stato dimostrato il collegamento tra le piramidi ed una
delle più note costellazioni, Orione. Noè
ha avuto istruzioni dettagliate, riportate anche nella Bibbia, per la
realizzazione della sua Arca. Gli
ebrei hanno seguito precisi ordini per costruire un’altra arca, quella
dell’alleanza. In
tutte le religioni, così come in tutte le mitologie (ma quale sarà la
differenza tra l’una e l’altra?), ci sono sempre esseri superiori
che intervengono per modificare, nel bene o nel male, il destino
dell’uomo. Alla
fine del secolo scorso era di moda parlare di alieni e di
extraterrestri. Si
ipotizzava l’esistenza di marziani e venusiani per immaginarli
domiciliati vicino a noi, all’interno del nostro stesso sistema
solare. Negli
ultimi tempi sono stati riscoperti i Templari, vissuti nei primi secoli
del secondo millennio: c’è chi ipotizza una loro relazione diretta
con il divino, collegandola specialmente alle numerose chiese costruite
seguendo i loro dettami. Insomma,
la confusione è tanta: ognuno è libero di credere quello che vuole. Gli
Elohim non si curavano certo di tenere lezioni agli umani per spiegare
chi fossero veramente. Sta
di fatto che, ancora una volta, avevano deciso di intervenire nella
storia. Era
il loro inguaribile ottimismo a farli sperare: tutti i fallimenti del
passato non potevano certo demoralizzarli. Sapevano
che un mondo migliore è sempre possibile. Quello
che, negli ultimi tempi, appariva ai loro occhi era veramente quanto di
peggio potessero aspettarsi. Guerre
inutili, fame e carestie lasciate crescere senza dimostrare alcuna
volontà di combatterle veramente, valori snaturati in favore di una
stupida invenzione chiamata denaro: questi i principali mali
dell’umanità. Ma
se seicento anni fa (ovviamente la misura del tempo per loro era
assolutamente diversa da quella calcolata con il nostro metro) gli
Elohim avevano voluto riprovarci, dopo che i Templari erano stati
cancellati dalla faccia della terra, adesso non restava che stare a
guardare ed aspettare gli eventi. Quella
piccola modificazione genetica avrebbe dovuto, per lo meno, produrre
effetti positivi, permettendo la rivalutazione del bene nell’eterna
lotta contro il male. Avevano
rivelato la verità solo a pochi eletti: alcuni di quelli che, tanto
tempo fa, si erano uniti nell’Ordine dell’Annunziata.
Solo
trovando l’erede ed affidandogli il potere, il mondo poteva finalmente
trovare la pace e la giusta guida. Oggi,
dopo seicento anni, le speranze sembravano essere sempre meno:
l’ordine era stato smembrato, intaccato da forze negative che gli
avevano fatto perdere di vista il vero scopo per il quale Amedeo lo
aveva creato. Soltanto
tre uomini lottavano ancora e non abbandonavano la speranza, continuando
la ricerca: John, Claude e Werner. 24 - l’anno 1391, a Chambery
(nel Savoiardo) Però
era il tempo che sembrava non bastare. Alla
fine di ottobre del 1391, dopo quasi otto anni di ricerche, Ludovico
finalmente aveva una traccia. Era
forse una traccia molto labile, ma sicuramente indelebile. Una
traccia segnata nel sangue. Era
rientrato a Chambery per incontrare Amedeo e metterlo al corrente degli
sviluppi. “Ludovico,
le notizie che mi porti mi riempiono il cuore di gioia. Sapere che lei
è viva e che ho una figlia - Amedeo era soddisfatto delle parole appena
ascoltate dal fido Ludovico - mi rende felice. Adesso dobbiamo
organizzarci per andare a Cadice insieme. Intendo trovarla, presentarmi
da lei per ottenere il suo perdono. Poi decideremo insieme del nostro
futuro”. “Amedeo
- Ludovico si sentiva in dovere di riportarlo con i piedi per terra - tu
sei sposato. Hai dei figli, riconosciuti quali tuoi eredi ufficiali.
Come pensi di poterti liberare di una moglie che, tra l’altro, è
imparentata con il re di Francia? Cosa dirai ai tuoi parenti? Come pensi
che reagirà la tua famiglia?” “Il
matrimonio mi è stato imposto. Ero un ragazzino di appena diciotto anni
ed ho dovuto piegarmi al
volere di mio padre. A che mi serve il potere se non posso nemmeno
decidere di vivere con la donna che amo?” Il
tempo, comunque, gli avrebbe permesso di ripensare alla questione: solo
dopo aver ritrovato Aurora, sarebbe stato possibile decidere, insieme,
del loro futuro. Per
ora c’era solo una cosa da fare: partire al più presto per Cadice. Un
tremendo destino, però, era in agguato. La
notte di Halloween del 1391, Amedeo, ferito gravemente durante una
battuta di caccia, moriva tra atroci sofferenze. (I
libri di storia non hanno mai saputo dire come sia veramente accaduto.
Ci sono testi che riportano anche dei sospetti di morte per
avvelenamento! E se qualcuno avesse subodorato i progetti di Amedeo ed
avesse deciso di fare in modo che non si realizzassero?) Le
sue ultime parole, al fido Ludovico, furono: “Vai da lei e dille che
l’amo! E, soprattutto, fai in modo di proteggere lei ed anche la sua
discendenza, in futuro. E dalle questo”. Nel
dire queste parole, gli consegnò l’anello. Era
proprio quello che riportava il disegno creato da Amedeo, il nodo
d’amore. Una
serpentina senza fine, destinata, in futuro, a diventare il simbolo
matematico di infinito. Come
infinito era l’amore che Amedeo provava per Aurora. Immaginatevi
quali tremendi pensieri attraversavano, adesso, la mente di Ludovico:
doveva darsi da fare senza poter più contare sull’aiuto di nessuno,
agire in aperto contrasto con gli interessi dei Savoia e degli eredi
ufficiali, istituire un organismo il cui compito sarebbe stato quello di
proteggere degli sconosciuti, organizzando le cose in modo che, un
giorno chissà quanto lontano, il vero erede potesse rientrare in
possesso del titolo che gli spettava. Ci
sarebbero voluti anni, forse decenni. Magari secoli! Fortunatamente
non erano i soldi a mancare: Amedeo aveva fatto in modo che Ludovico
potesse contare su somme enormi, accumulate segretamente ma rese
facilmente accessibili per lui solo, da utilizzare per ogni evenienza. 25 - oggi, in Italia, a Taggia Sono
stato a Taggia. Ho
visitato il convento e ammirato i dipinti che ne abbelliscono le sale:
in modo particolare ho potuto vedere le due crocifissioni dipinte da
Giovanni Canavesio. Ma
nessuna delle due è simile a quella che si trova nel convento di Santa
Maria delle Grazie a Milano, dipinta successivamente da Donato di
Montorfano. E
poi sono salito sullo scalino! Quello
che divide il refettorio dal chiostro, esterno. Ed
è successa una cosa incredibile. D’altronde,
aveva cercato di dirmelo, il mio vecchio parroco: “dal refettorio poi,
c’era uno scalino. Sei salito sullo scalino?” quando, durante il
nostro ultimo incontro, insisteva nel voler parlare, ma gli mancava
praticamente l’aria. Respirava
con affanno. Non riusciva a completare la frase. “Passando
quello scalino si vedeva …” Non
volevo vederlo così sofferente. Cercavo
di aiutarlo. “Si
vedevano le stanze?” Sembrava
voler dire di no, ma non ho avuto risposta. Si
era addormentato tenendomi per mano. E
adesso mi trovavo proprio in quel luogo ed avevo messo piede su quello
scalino. Guardando
il dipinto da quella posizione, si poteva notare una cosa. Forse
per uno strano effetto ottico, uno dei personaggi ai piedi della croce
sembrava tenere tra le mani un libro. Guardando
il dipinto di fronte quell’oggetto sembrava una scatola. Ma
esaminando il dipinto di fianco, l’oggetto cambiava identità: era
proprio un libro. Osservando
attentamente, la cosa era proprio evidente. Perché
inserire un libro in un quadro dedicato alla crocifissione? Improvvisamente
mi ritornò in mente uno dei dipinti che avevo ammirato nella cappella
di La Brigue: era molto simile a questo ed anche in quella crocifissione
c’era un personaggio che teneva in mano un libro. Tornato
a casa iniziai a confrontare le immagini, che avevo archiviato sul mio
computer, dei vari dipinti di Canavesio. In
modo particolare esaminai la crocifissione dipinta a Taggia, quella di
Albenga e quella di La Brigue. E,
tanto per non sbagliare, aggiunsi all’elenco anche la crocifissione di
Donato da Montorfano. In
tutte c’era … il libro! Ed
una scritta, riportata chiaramente negli affreschi di La Brigue: “ERIT
RECORDATIO” che significa “vi sarà una memoria nel futuro”. E’
vero, la scritta è tratta dalla Bibbia (libro dell’Ecclesiaste) ma il
messaggio sembra chiaro: sarà possibile, nel futuro, ricostruire la
memoria e ristabilire la verità. Ma
quale verità? Dove
cercare e, soprattutto, cosa ricercare? Forse
Canavesio voleva proprio attirare l’attenzione su quel particolare e
far capire che si doveva trovare un libro!? Se
aveva utilizzato qualcuno dei suoi dipinti per segnalare ‘cosa’
cercare, era ipotizzabile pensare che avesse anche messo delle
indicazioni relativamente al ‘dove’ cercare. Tutti
i vecchi conventi hanno delle biblioteche. Ammesso
che esistesse un libro, scritto da Canavesio, doveva trovarsi in qualche
biblioteca della sua epoca. Visto
che tutto era iniziato con un discorso legato al convento di Taggia,
forse proprio da lì poteva partire la ricerca di quel libro. Non
mi restava che tornare a Taggia, al più presto. Mercoledì
poteva essere il giorno giusto per tralasciare il lavoro e prendermi un
po’ di vacanza. Avevo
telefonato al convento: “salve, mi chiamo Paolo Federici e sono stato
recentemente a visitare il vostro convento per ammirare, in special
modo, i dipinti di Canavesio e vorrei sapere se è possibile tornare per
visitare anche la biblioteca”. Il
mio interlocutore era stato gentilissimo: “ovviamente c’è una
biblioteca aperta al pubblico, ma ci teniamo solo libri recenti, quindi
non credo che sia questo il suo interesse”. “In
effetti io vorrei sapere se conservate libri antichi, magari della fine
del quindicesimo secolo”. “Abbiamo
la vecchia biblioteca, ma al momento è chiusa per inventario. E non
credo che riaprirà a breve”. “Non
sarebbe possibile parlare con qualcuno addetto all’inventario per
sapere se c’è un qualche libro scritto proprio da Canavesio? Sto
facendo delle ricerche e credo che ne abbia lasciato almeno uno e vorrei
sapere perlomeno dove cercare!” “Se
viene a trovarci potrà certo parlare con l’incaricato”. Insomma,
la possibilità era piuttosto remota ma valeva la pena tentare. Intanto
decisi di tornare al computer ed al motore di ricerca più in voga,
google! Ed
ecco la sorpresa: Canavesio ha scritto almeno un libro che è conservato
nella biblioteca di Mondovì. Il
titolo? “Parlata (fatta in dialetto piemontese dal sacerdote Giovanni
Canavesio alla popolazione dei Piani di Mondovì adunati sulla piazza di
Sant'Agostino pel solenne invito alla processione del Corpus Domini)” Ecco
un altro luogo da visitare. Insomma,
all’inseguimento di Canavesio stavo girando in lungo ed in largo. Da
Taggia a La Brigue, poi ancora a Taggia. Con
la prospettiva di una visita a Mondovì. Senza
dimenticare di fare una capatina a vedere le altre chiese ove si
conservano sue opere, come Varazze e Pigna, in Liguria.
Forse
potevo combinare tutto in una giornata. Mercoledì,
appunto. 26 - fine del XV secolo Alla
fine del XV secolo l’amore la faceva da padrone: Francesco era ormai
il signore di Bonaire e la sua storia era definitivamente legata ad Ahue,
dalla quale aveva cominciato ad avere i primi figli; Pietro si era
sposato con Elena e la loro vita, a Lione, scorreva tranquilla, ed erano
già circondati da un po’ di marmocchi; Angelica ormai si era
stabilita a Pinerolo e conviveva con Donato, sperando di realizzare il
suo sogno con il matrimonio anche se, per ora, tardava ad arrivare!
Seppur
così lontani una cosa li univa: la voglia di vivere, dando origine ad
una discendenza sempre più numerosa. Ed
una malattia che, ottimisticamente, riuscivano a vedere come un
‘segno’ identificativo di una loro superiorità, quasi una
‘dote’ tramandatagli da un’antenata, che aveva saputo lottare
contro tutto e contro tutti per
dare un futuro alla sua unica figlia ed a tutti i suoi tanti nipoti. In
fondo si è sempre detto che figli e nipoti sono una benedizione dal
cielo: Aurora, dopo solo cento anni, poteva considerarsi davvero
benedetta. I
suoi eredi ormai stavano diffondendosi per il mondo, sia vecchio che
nuovo, portandosi dentro quella labile traccia indelebile che li univa
tutti. Solo
uno, però, tra tutti i discendenti, possedeva anche quel gioiello unico
per il suo genere: il nodo d’amore, quello creato da Amedeo! “Angelica,
sai che è proprio bello il tuo anello”. Lei
se lo era messo per un’occasione molto speciale e Donato non aveva
potuto fare a meno di notarlo. “D’altronde
questo è un gran giorno - spiegava Angelica - visto che oggi diventiamo
marito e moglie. E’ un vecchio anello e deve avere già quasi cento
anni. Me lo ha regalato mia madre quando sono partita, dicendomi di
conservarlo con cura. E’ una specie di portafortuna di famiglia”. Canavesio,
testimone alle nozze, osservava da vicino: lui sapeva cosa significasse
veramente quell’anello. Il
simbolo dell’erede. Il
segno del prescelto. 27 - al giorno d’oggi Avendo
ormai accertato che la maggior concentrazione dei portatori del morbo si
trovano in tre precise aree del globo terrestre, il professor Galimberti
aveva deciso di programmare delle visite in quei luoghi, alla ricerca
del passato. Una
sperduta isola caraibica, Bonaire, poteva essere il miglior luogo di
partenza. In
fondo, la sua scoperta risaliva a ‘solo’ cinquecento anni prima. Dover
fare le ricerche a Lione, oppure nell’alta Savoia, gli altri due
luoghi ormai identificati come ‘papabili’ per aver dato origine
all’antenato comune, sarebbe stato certo molto più arduo: la loro
storia risaliva a tempi ben più remoti. La
fortuna era dalla sua parte: ormai da qualche anno gli studi sull’HHT
si svolgevano a livello mondiale ed ogni due anni si organizzavano
incontri tra gli ‘addetti ai lavori’ nelle più svariate parti del
globo. Per
l’anno 2003 era stata scelta proprio Bonaire. Anche
se lui non credeva al destino, non poteva negare che questa fosse
proprio una coincidenza assolutamente favorevole. Fino
dai primi convegni sull’HHT, non se ne era perso uno. Era
stato ad Edimburgo nel 1996, poi a Curacao nel 1997. Nel
1999 aveva presenziato al meeting di Svendborg, in Danimarca. L’ultimo
convegno si era tenuto alle Canarie nel 2001. Adesso
si tornava di nuovo nei Caraibi: dopo Curacao, era la volta di Bonaire. Due
isole a poca distanza una dall’altra, ma con un’alta concentrazione
di ‘malati’. Il
tempo da dedicare al convegno gli lasciava delle ore libere, ma lui non
era interessato al sole ed alle spiagge: preferiva visitare qualche
museo alla ricerca della storia di Bonaire. Non
si accorse di essere stato seguito. Fino
a che un misterioso personaggio non si avvicinò, proprio mentre lui
stava ammirando degli ottimi manufatti risalenti all’epoca
precolombiana, chiedendo: “Professore, posso disturbarla?” La
cortesia era una delle doti del professor Galimberti, quindi si rese
subito disponibile, accennando un sì con la testa. “Intanto
permetta che mi presenti - aggiunse, parlando un ottimo italiano,
seppure imparato ad Oxford - mi chiamo John Barrymore e sono uno
studioso del MIT di Boston. L’ho vista al congresso dell’HHT ed ho
ascoltato attentamente il suo intervento. Avrei alcune domande da
farle”. “Sono
sempre disponibile a rispondere a tutte le domande, durante il convegno.
Mi stupisce questa sua richiesta fatta in tutt’altro luogo!” “Capisco
le sue perplessità ma, vede, avrei bisogno di mantenere un po’ di
riservatezza e di confidenzialità. Per questo ammetto di averla seguita
al di fuori del convegno ed aver cercato l’occasione di parlarle
lontano da occhi indiscreti”. Il
professore Galimberti non sapeva se essere preoccupato o incuriosito. Optò
per la seconda scelta. “Adesso
lei mi incuriosisce non poco. Cosa può esserci di così segreto da
discutere su un congresso medico?” “Per
esempio, tanto per venire subito al dunque, io potrei aiutarla nella
ricerca di quell’antenato comune che lei insegue nella storia di
questa malattia!” “La
cosa è interessante, certo. Ma quello che non capisco è cosa ci possa
essere di segreto in una informazione del genere!” “Posso
invitarla a cena? Ormai è quasi l’ora e così potremmo parlare con più
calma”. “Come
potrei dire di no? Un invito a cena per discutere di quello che mi sta
più a cuore, non lo posso davvero rifiutare”. Il
professor Galimberti era ormai preda della curiosità. Al
rientro da Bonaire aveva le idee molto più confuse. Il
documento che gli aveva consegnato John Barrymore, al termine di quella
cena, acquistava una grandissima importanza per le sue ricerche. Da
una parte chiariva molti aspetti della questione, ma dall’altra creava
nuove domande senza risposta. E
poi c’era un’altra cosa che lo inquietava: il congresso successivo,
due anni dopo, si sarebbe tenuto a Lione. Proprio
in uno degli altri luoghi che lui intendeva visitare, alla ricerca di
nuove tracce. Sembrava
che le sue speranze si realizzassero: come se bastasse desiderare
qualcosa per ottenerla poi davvero. Intanto,
aveva davanti due anni da utilizzare per approfondire le sue ricerche. John,
esperto informatico, aveva semplicemente creato un albero genealogico
prospettico. “Cos’è?”
direte voi. Considerando
che tutti abbiamo due genitori, che a loro volta ne hanno altri due, e
via di questo passo, è possibile affermare che nel giro di venti
generazioni i nostri antenati sono (due elevato alla ventesima potenza)
circa un milione (1.048.576). E’
vero che possono esserci incroci o ripetizioni che ridurrebbero il
numero ma, per il nostro ragionamento, lasciamo perdere le variazioni. Se
però invertiamo il calcolo, possiamo affermare che un ‘capostipite’
dopo venti generazioni può avere ‘circa’ un milione di discendenti. Poiché
oggi i malati di Rendu-Osler sono calcolati nell’ordine di uno ogni
otto/diecimila persone, con una popolazione mondiale di circa sei
miliardi, il totale dei malati si aggira proprio nell’ordine del
milione di persone. Questa
poteva essere la prova che l’antenato comune doveva risalire ad almeno
venti generazioni fa, quindi ad oltre cinquecento anni, indietro nel
tempo. 28 - l’anno 1391, a Chambery
(nel Savoiardo) Amedeo,
prima di morire, gli aveva ordinato di tornare da lei, dandogli in
custodia l’anello con il nodo d’amore. Per
ora, Ludovico poteva anche contare sulla fedeltà dei membri
dell’Ordine dell’Annunziata. Questo
ordine cavalleresco era stato fondato dal padre di Amedeo. Lo
scopo precipuo era quello di proteggere il casato dei Savoia e la sua
discendenza. Ludovico,
nominato da Amedeo quale gran Maestro dell’Ordine, doveva riunire i
quindici membri e spiegare quale sarebbe stato il loro compito:
proteggere sì la discendenza, ma laddove si era dispersa. Il
compito era certamente arduo: doveva chiedere ai membri dell’Ordine di
agire contro gli interessi ufficiali dei Savoia, per seguire una linea
di sangue sconosciuta a tutti. La
riunione si tenne quindici giorni dopo la sepoltura di Amedeo. “Signori
- cominciò Ludovico - con la morte del nostro signore, Amedeo, il
nostro compito diventa arduo. Noi dobbiamo proteggere la discendenza
primaria. E se io vi dicessi che l’erede non è quello che oggi siede
sul trono?” Mormorii
di sorpresa riecheggiavano nella sala. “Proviamo
ad immaginare che esista un erede al di fuori della linea ufficiale.
Quale sarebbe il nostro compito? Dimenticarcene e continuare a
proteggere colui che guida, oggi, la Casa Savoia, oppure impegnarci
nella ricerca per ristabilire la verità?” Lasciò
che la domanda sedimentasse nelle menti dei quindici. Uno
dei cavalieri più anziani prese la parola: “Messer Ludovico, il
quesito è arduo. Mai, nessuno di noi, ha pensato di trovarsi davanti ad
un dilemma del genere. Prima di proseguire, vorrei sapere se la vostra
è solo una supposizione o se avete prove concrete di quello che
dite”. “Non
sono io a fare supposizioni - prese subito la parola, Ludovico, per
rispondere - ma Amedeo stesso mi ha chiesto di affidare all’Ordine la
ricerca del vero erede, nato da una sua relazione amorosa con una
giovane donna prima ancora del matrimonio con Bona di Berry”. “Anche
se ciò fosse vero, quale importanza potrebbe avere un figlio nato al di
fuori del matrimonio, al di fuori dei legami con il nobile casato dei
Valois, magari concepito con una ragazza che non ha alcun vincolo con la
nobiltà?” “L’importanza
è quella che gli ha dato Amedeo: lui, prima di morire, mi ha incaricato
della ricerca. Lui mi ha dato ordine di usare tutti gli strumenti in mio
possesso, ivi compreso l’Ordine dell’Annunziata, per trovare il vero
erede. Dobbiamo decidere se obbedire all’ordine del nostro signore e
rispettare le sue ultime volontà, oppure tradire lo scopo stesso della
costituzione del nostro Ordine”. Posta
così, la situazione non permetteva facoltà di scelta. L’Ordine
dell’Annunziata avrebbe dovuto dedicare i suoi sforzi futuri alla
ricerca dell’erede. Se
poi questi dovesse essere posto davvero sul trono, sarebbe stata una
questione da discutere un’altra volta. Però
Ludovico sapeva che non poteva fidarsi. Anche
per questo era rimasto nel vago, senza rivelare quanto aveva già
scoperto. D’altronde,
quale potere poteva esercitare un morto? Era
troppo facile immaginare che qualcuno avrebbe rivelato la verità al
nuovo capo di casa Savoia, se non subito (il figlio di Amedeo VII, aveva
solo otto anni quando il padre morì), certamente non appena lui avesse
raggiunto la maggiore età. Ludovico
decise che doveva trovare altre vie per assicurare un futuro al
‘suo’ segreto. Sarebbe
tornato a Cadice, ma senza rivelare agli altri ciò che aveva già
scoperto. 29 - al giorno d’oggi, in
Italia “Paolo,
dovresti farti vedere da un dottore” mia madre si preoccupava del
fatto che continuassi ad avere improvvise emorragie dal naso. “Anche
tuo padre - continuava - perde sangue come te. Il dottore gli ha detto
che potrebbe trattarsi di una malattia genetica rara, che si chiama
Rendu-Osler” Da
quando internet ha iniziato a spopolare, cosa c’è di meglio che
collegarsi in rete e cercare sul web? Poche
parole chiave ed una valanga di pagine si aprivano sotto i miei occhi. Meno
male che si tratta di una malattia genetica rara! Risultavano
esserci centri di ricerca in tutto il mondo. Il
più vicino era a meno di cento chilometri da casa mia! Visto
che sul sito internet era segnalato un indirizzo @mail al quale
rivolgersi, è stato facile prendere contatto e fissare la data per una
visita. Il
centro specializzato nello studio del morbo di Rendu-Osler è presso
l’ospedale di Crema. Però
le tempistiche si allungano: prima di quell’incontro dovevano passare
un paio di mesi. Intanto
le emorragie aumentavano a vista d’occhio: soprattutto di notte, mi
svegliavo in un lago di sangue. La
mia paura era quella di morire dissanguato. Insomma,
se continuaste a perdere sangue dal naso per mezz’ora, vi
spaventereste anche voi. Qualche
notte passata al pronto soccorso, sperando che i medici riuscissero a
bloccare, una buona volta, le emorragie, non dava assolutamente i
risultati sperati. Dal
web però arrivavano i primi suggerimenti: sembrava che alcune semplici
pastiglie di olio di fegato di merluzzo avessero degli effetti benefici.
Nemmeno
i medici riuscivano a spiegarsi il perché: sta di fatto che prendendole
regolarmente, le perdite di sangue dal naso si riducevano drasticamente. Solo
che andavano bene solo quelle particolari pastiglie prodotte in Svezia,
con i merluzzi del mare del nord. Ordinarle
non era facile ed era necessario acquistarne quantità abbondanti. La
spedizione del pacco postale aveva impiegato diverse settimane per
arrivare. Vado
all’ufficio postale per ritirare la mia scatola ed ecco le prime
difficoltà: trattandosi di medicinali è necessaria la ricetta medica. “Ma
quali medicinali - replico - sono
pastiglie di olio di fegato di merluzzo. Solo che quelle italiane si
possono acquistare al supermercato. Queste invece arrivano
dall’estero. Ma in Svezia le vendono al supermercato, come da noi”. La
burocrazia è un muro di gomma davanti al quale bisogna solo piegarsi. Ovviamente
farsi fare una ricetta dal proprio medico curante, per qualcosa ordinato
senza consultarlo, non è facile. D’altra
parte, se uno decide di prendere della pillole di olio di fegato di
merluzzo, mai e poi mai si sognerebbe di dover sottostare ad un parere
medico. Chiedo
aiuto alla dottoressa del centro di Crema: ci pensa lei a farmi avere la
ricetta. Torno
alla posta e finalmente posso ritirare il mio pacco. Nel
giro di poche settimane i risultati si vedono davvero. Alla
visita mi presento carico di ottimismo: la cura funziona! Tra
le altre cose la dottoressa mi spiega che esiste, da qualche tempo, una
fondazione molto particolare: una volta l’anno i malati si incontrano
con i medici, così da poter essere aggiornati sulla situazione della
ricerca. E’
proprio l’associazione che avevo trovato su internet e grazie alla
quale era partita la mia richiesta di aiuto. Ovviamente
mi associo subito: nel breve volgere di un paio di mesi si terrà la
riunione annuale. Intanto
le pastiglie danno sempre più risultati positivi: addirittura decido,
autonomamente, di ridurre la dose giornaliera. Poi
comincio a fare un po’ di considerazioni: 1.
se mi scordo di prendere le pastiglie, dopo qualche ora ecco,
improvviso, il sangue dal naso. Quasi un campanello di allarme che mi
ricorda di non interrompere la terapia. 2.
se lavoro troppo, lo ‘stress’ fa sì che la pressione salga. Il
flusso sanguigno aumenta, i capillari del naso si rompono e la
fuoriuscita di sangue riporta la pressione ai giusti valori. Basta
smettere di lavorare per rimettere le cose a posto! 3.
se sono in vacanza, tranquillo e rilassato, dimentico i problemi ed
anche il naso si dimentica di sanguinare. 4.
se passo troppo repentinamente dal freddo al caldo, o viceversa, il
corpo mi segnala questa improvvisa variazione di temperatura con il
manifestarsi del flusso del sangue dal naso. “Quindi
- mi dico - sono soprattutto i lati positivi quelli che mi balzano
all’occhio”. L’aumento
di pressione, che può causare danni notevoli agli altri, nel mio caso
(e, credo dunque, anche nel caso di tutti coloro che hanno la mia stessa
malattia) è bilanciato da quella valvola di sfogo che è il naso e le
sue emorragie. Lavorare
troppo fa male, mentre invece prendersi delle sane vacanze è
un’ottima cura (anche se sarà difficile convincere un medico a farmi
la ricetta con una tale prescrizione!). Durante
l’assemblea dei malati provo a porre proprio queste domande. “Non
potremmo considerare il morbo di Rendu-Osler, ottimisticamente, come la
presenza di una valvola di sfogo che permette di evitare infarti e
trombosi?” Ed
anche: “Non
sarebbe consigliabile, per i malati, fare più vacanze?” Suscito
ilarità tra i presenti, ma anche la consapevolezza che “non tutto il
male viene per nuocere”. Il
vero problema qual è? A
questo morbo non c’è rimedio (d’altronde, lo dice la parola stessa:
morbo significa malattia inguaribile). Quindi
le emorragie sono comunque destinate ad aumentare. Si
inizia con il naso, ma poi si passa ad altre parti del corpo. Ogni
tanto mi partono degli schizzi di sangue dalla testa, dalla lingua, da
un piede, da una spalla. In
effetti non è una situazione simpatica. Ma
va ancora bene: il vero problema sarà quando comincerà a sanguinare il
fegato, o i polmoni. Oppure il cervello. Dovrei
farmi prendere dal panico? L’unica
differenza tra noi, malati, e voi, sani, è che noi sappiamo di cosa
moriremo. Ma,
come voi, non sappiamo quando! Proprio
questa consapevolezza del dover morire è la mia forza: ogni attimo
vissuto, oggi viene apprezzato molto più di prima. La
filosofia del ‘carpe diem’ è pienamente condivisa. Il
mio maestro è Lorenzo quando declama: “chi vuol essere lieto sia, del
doman non v’è certezza”. Ogni
giorno è un nuovo giorno regalato: un altro giro di giostra, come
spiega Terzani. Insomma,
ci vuole una nuova filosofia, che deve curarci come una madre premurosa,
che deve avvolgerci come un soffice maglione, che deve proteggerci come
un amorevole Dio: é l'ottimismo. Anzitutto diciamo che non é vero che
si nasce ottimisti o pessimisti. Ottimisti si diventa, a fatica, giorno
per giorno, seguendo regole ben precise, senza mai diventare preda del
dubbio. Come possiamo arrivare ad essere tutti ottimisti? Bastano dei
semplici procedimenti logici, imperniati sul calcolo matematico. Seguitemi
attentamente nelle prossime ‘disquisizioni’. Nel
momento del nostro concepimento c’erano tantissimi spermatozoi che
vagavano alla ricerca dell'uovo, ma uno ed uno solo è stato quello che
ha felicemente raggiunto la meta. Se
uno qualsiasi degli altri spermatozoi avesse raggiunto l'uovo, ora noi
non esisteremmo. Esisterebbe qualcun altro, magari molto simile a noi,
ma non saremmo noi. Sapete
quanti spermatozoi concorrevano nella corsa verso l’uovo? Milioni. Prendiamo
un numero arrotondato per difetto e diciamo che fossero solo un milione. Ebbene,
noi avevamo una probabilità su un milione di essere quello che siamo.
Questa probabilità va ora estesa a tutte le altre (più o meno
numerose) volte, in cui c’è stata produzione di spermatozoi, senza
concepimento. Vogliamo dare a nostro padre la possibilità (media) di
aver ‘prodotto’ spermatozoi, nella sua vita, almeno un migliaio di
volte (sto sempre arrotondando per difetto!)? Ecco
che la probabilità di esistere diviene per noi una su un miliardo. Potremo
ancora ridurre drasticamente questa probabilità se consideriamo che
potevamo esistere nel passato, oppure nel futuro, e non sarebbe come
esistere ora. Non
voglio andare più a fondo. Ripeto
che, da un semplice calcolo matematico, solo il fatto di esistere
significa che noi abbiamo goduto di quella unica possibilità favorevole
su un miliardo (almeno) che ne esistevano. Quest’anno
chi ha vinto la ‘Lotteria Italia’ aveva una probabilità su trenta
milioni (poiché tanti erano i biglietti venduti). Io
credo che chi ha vinto la ‘Lotteria Italia’ debba considerarsi
‘fortunato’ e quindi debba vedere la vita ottimisticamente, poiché
non capita tutti i giorni una tale enorme fortuna. Eppure
si trattava soltanto di una probabilità su 30 milioni. Vincere
qualcosa avendo una probabilità su un miliardo è come vincere la
‘Lotteria Italia’ non solo una, ma almeno 30 volte di seguito. Ora,
voi vi sentite ancora di poter essere pessimisti sapendo che, solo per
il fatto di esistere, siete nella stessa situazione di chi vince la
‘Lotteria Italia’ per trent'anni di fila (e sempre e solo il primo
premio…)? Cosa
potreste dire a chi, dopo aver vinto per 30 volte di seguito la
‘Lotteria Italia’, venisse da voi a lamentarsi dicendo: oh, povero
me, mi va tutto storto! Non
abbiamo il diritto di essere pessimisti. Noi
abbiamo il dovere di essere ottimisti, in virtù dell’enorme fortuna
che abbiamo avuto: tutto questo per il semplice fatto di ‘esistere’. Possiamo
vedere qualunque cosa con gli stessi occhi con cui ora, magari per la
prima volta, vediamo l‘eccelsa condizione di esseri fortunati che ci
accomuna . Questo
è l'ottimismo. Ricordo
i ‘temi’ classici dei ‘test’ per appurare lo stato di ottimismo
o di pessimismo: la stessa bottiglia, contenente vino esattamente al 50
per cento della sua capienza è sempre stata mezza vuota per il
pessimista e mezza piena per l'ottimista. Non è il caso di discutere su
chi abbia ragione perché la hanno entrambi: è differente solo il modo
di affrontare la situazione. Potendo scegliere (e certamente lo
possiamo) nessuno può negare che sarà meglio vedere il ‘bello’ di
ogni situazione e farne parte del nostro ‘credo’. L'ottimista,
cadendo su un ramo che gli si infila in un occhio, penserà sempre: che
fortuna! Pensa un po’ se era biforcuto (e mi cavava tutti due gli
occhi). La situazione oggettiva non cambia. Il fatto che questo
poveraccio si sia infilzato un occhio è una cosa reale. E' la
visualizzazione interiore della situazione oggettiva che si modifica
portando a cancellare gli aspetti negativi ed a prendere in
considerazione solo i positivi. Questa
stessa considerazione vale per la malattia: bisogna cancellare dalla
mente gli aspetti negativi e prendere in considerazione solo i positivi. Sta
di fatto che alle ultime elezioni indette dalla fondazione per
scegliere i membri del gruppo direttivo, mi hanno nominato vice
presidente! Dall’inizio
del 2006 la mia foto è stata messa sul sito della fondazione e la mia
mail resa disponibile per chi volesse contattarmi. E’
in tale veste che sono stato raggiunto da un messaggio @mail di Claude
Traillet. Sostiene
di avere informazioni importanti relative alla questione Rendu-Osler e
vuole incontrarmi. Sarà
di passaggio a Milano per la metà di marzo. Gli
rispondo (in un francese maccheronico) che sono ben lieto di scambiare
due chiacchiere. Gli
faccio anche presente che il mio francese è proprio scarso. Però parlo
un ottimo inglese! Ormai
l’inglese è davvero la lingua universale. Anche
se i francesi sono ancora attaccati alla loro madrelingua, in molti
hanno capito che il mondo va avanti grazie all’inglese ed anche Claude
lo parla (e lo scrive) correttamente! Ovviamente,
per voi riporto tutti i dialoghi in italiano. Ma
sarà il caso che cominciate tutti a studiare di più l’inglese: fra
un po’ il nostro italiano sarà un ricordo, relegato tra le lingue
dialettali! “Ciao
Paolo, intanto grazie mille per avere accettato di incontrarmi” Claude
si è presentato nel mio ufficio come da programma. Sono da poco passate
le undici ed è il 15 marzo 2006. Ci
diamo subito del tu, anche perché il nostro dialogo avviene in inglese:
lo sapete che il ‘lei’ in inglese non esiste, vero? “Che
dire? Mi hai incuriosito con la mail che mi hai mandato. Dimmi cosa
posso fare per te”. “E’
una storia lunga, molto lunga. Prima di tutto devo capire se posso
fidarmi di te. Sto facendo una ricerca particolarmente delicata e vorrei
evitare che quanto sto per dirti travalicasse le pareti di questo
ufficio”. “Non
fai che incuriosirmi ulteriormente. Però hai solo un modo per sapere se
puoi fidarti: mettermi alla prova!” “E
se ti dicessi che il morbo di Rendu-Osler non è dovuto ad una mutazione
genetica naturale. Ma è stato, per così dire, creato in
laboratorio?” “Non
ti nascondo che ci avevo pensato. D’altronde un po’ per tutte le
malattie, dall’AIDS all’aviaria, c’è il sospetto che non siano
dovute ad eventi naturali. Basta saltabeccare un po’ su internet e se
ne trovano di tutti i colori. Esperimenti sfuggiti al controllo, virus
creati in laboratorio per realizzare particolari armi batteriologiche.
Questa mutazione invece come sarebbe avvenuta?” Invece
che rispondermi, Claude butta lì una domanda “Hai mai sentito parlare
degli Elohim?” “Sì
certo. Tra l’altro mi pare che i sostenitori di questa ‘teoria’
siano francesi. Se non vado errato sostengono che gli Elohim siano una
specie di ‘dei extra-terrestri’ che hanno costruito la vita in
laboratorio”. “Vedo
che sei preparato”. “Diciamo
che cerco di tenermi informato. E, soprattutto, sono curioso. Molto
curioso”. “Quindi
alla teoria che gli Elohim abbiano creato la vita in laboratorio
potremmo anche collegare la teoria che sempre gli Elohim abbiamo creato
il morbo di Rendu-Osler”. “Ah
beh, se è per quello possono aver creato l’Aids, la peste, il vaiolo.
Essere gli artefici del diluvio universale. Insomma, si divertono a
creare e distruggere il genere umano. Assomigliano un po’ agli antichi
dei greci che, per esempio, nella guerra di Troia, parteggiavano per
l’uno o l’altro esercito”. “Ti
stai avvicinando molto alla teoria che sto per esporti”. La
mia curiosità era, ovviamente, alle stelle. Anche
se non capivo proprio dove volesse andare a parare. “Continua
- dissi soltanto - ti ascolto”. E
allora Claude iniziò con la storia ed io lo lasciai parlare per quasi
un’ora. Alla
fine avevo le idee molto, ma molto, confuse. Però,
facendo parte dal di dentro della principale fondazione italiana che si
occupava del morbo di Rendu-Osler, potevo aiutare lui ed i suoi due
amici nella ricerca che li ossessionava. Trovare
l’erede, uno di noi! 30 - fine del XIV secolo,
a Cadice Il
suo signore, Amedeo VII, era morto da quasi un anno. Lui,
Ludovico, si era definitivamente trasferito a Cadice per proteggere,
stando nell’ombra, una giovane fanciulla. Sì,
perché le ricerche, proprio come aveva rivelato ad Amedeo pochi giorni
prima che morisse, avevano dato esito positivo ed Aurora era stata
rintracciata. L’aiuto
della chiesa era stato determinante. Anche
se Francesca era stata battezzata quando stava avvicinandosi al
compimento del quindicesimo anno di età, Ludovico, che ormai
regolarmente visitava le chiese per esaminare i registri aggiornati,
aveva finalmente gridato di gioia. Nella
piccola chiesetta che sorgeva sulla riva del mare, una ragazzina nata
nel 1377, aveva ricevuto il battesimo nella prima domenica di maggio del
1391. La
madre si chiamava Aurora ed era stato facile sapere dove abitasse. L’aveva
potuta vedere in lontananza. Manteneva
intatta la bellezza di un tempo ed ora Ludovico capiva come era stato
facile per Amedeo innamorarsene perdutamente. Non
sapeva però come rivelarsi. Né
cosa fare per gestire un possibile insediamento sul trono di casa Savoia
di questa illustre sconosciuta. Per
ora si sarebbe limitato a mantenere il contatto, a distanza. Non
sapeva nemmeno se riportare la notizia ai membri dell’ordine
dell’Annunziata. Il
suo sesto senso gli diceva di non fidarsi. Incontrare
Aurora e scambiare con lei un saluto era ormai un fatto usuale. Consegnarle
l’anello non sarebbe stato altrettanto facile. “Signora,
mi capita ormai di incontrarvi frequentemente - Ludovico si era deciso a
rompere il ghiaccio - ed avrei piacere di mettervi a disposizione i miei
servigi. Sono insegnante di musica, matematica e francese. So che avete
una figlia e, forse, potreste essere interessata ad un precettore”. “La
vostra offerta è molto interessante - Aurora, come ogni mamma, era ben
disposta per tutto ciò che riguardava il bene di sua figlia - ma noi
non siamo così ricchi da poterci permettere un precettore”. “E
se vi dicessi che altri potrebbero prendersi cura della questione
monetaria?” Aurora
non sapeva se preoccuparsi o rallegrarsi. Chi
poteva essere interessato all’educazione di sua figlia? “Capisco
la vostra preoccupazione - continuava a parlare, Ludovico - lasciate
allora che vi consegni questo. Pensateci e fatemi sapere qualcosa,
quando credete. Io abito nella casa rossa, dietro la piazza. Chiedete di
Ludovico e tutti sapranno indicarvi dove sto”. Così
dicendo, le consegnò l’anello. Aurora
riconobbe subito quel gioiello e quel simbolo. Cosa
voleva dire adesso, a distanza di oltre quindici anni, questo regalo? Il
suo cuore era in subbuglio. In
fondo, aveva sempre sperato che Amedeo mantenesse la sua promessa
d’amore. Per
quanto si fosse sforzata di odiarlo, il suo cuore non era riuscito ad
abbandonare la speranza. “Chi
siete, davvero?” nel turbinio di pensieri, la domanda le uscì
spontanea. Ludovico
sapeva che era arrivato il momento di raccontare tutto. “E’
una storia lunga ed ho impiegato anni per trovarvi”. Aurora
era perplessa, ma la sua curiosità era alle stelle. “Dove
possiamo metterci a sedere per parlare tranquillamente?” domandò
soltanto. “Posso
invitarvi nel mio studio. Come vi ho accennato, mi guadagno da vivere
insegnando. Potete venire a trovarmi quando volete”. “Passerò
domani nella tarda mattinata. Ora devo salutarvi” e, così dicendo, si
allontanò. La
mattina dopo, verso mezzogiorno, Aurora bussava alla porta di Ludovico. “Benvenuta
nella mia umile dimora”. “Non
ho molto tempo. Vi prego di venire subito al dunque. Ditemi,
innanzitutto, di Amedeo. Come sta?” Aurora
non era riuscita a dormire: per tutta la notte aveva rivissuto, attimo
per attimo, il tempo passato quando l’amore per Amedeo era l’unico
interesse della sua vita. Dopo
così tanti anni, riprendendo possesso dell’anello, tutto l’astio,
il rancore, l’odio, che avevano riempito la sua vita, erano scomparsi. “Purtroppo
le notizie sono bruttissime: Amedeo non ha potuto realizzare il suo
progetto. Vi ha cercato per anni, inutilmente. Fino a che l’anno
scorso - fece una pausa piena di dolore - è morto”. “No”
fu l’urlo lacerante di Aurora. Come
poteva essere: il destino, dopo così tanti anni, le riaccendeva la
speranza e subito dopo la troncava, di netto, per sempre? “Io
sono qui perché lui ha voluto che vi ritrovassi, per consegnarvi
l’anello, quale prova del suo amore”. “Amore,
quale grande parola! Ormai, da quindici anni ho dimenticato cosa sia. Da
quando Amedeo mi ha lasciato, così improvvisamente. Costringendomi a
fuggire, lontano”. “Però
voi avete la prova del suo amore: una figlia, vero?” “Vedo
che siete bene informato. Certo, Francesca è la figlia di Amedeo. Io ho
amato lui e lui solo. Dopo che mi ha abbandonata, non ci sono stati
altri uomini nella mia vita. Mi sono dedicata esclusivamente a crescere
sua figlia. Con la remota speranza che, un giorno, il padre potesse
tornare. Ed invece, adesso muore anche quella”. Ludovico
la interruppe: “Vostra figlia è l’erede di casa Savoia, non
dimenticatelo. Amedeo ha voluto che vi ritrovassi per realizzare il
sogno di vedere sua figlia sul trono”. “Non
diciamo sciocchezze. Come pensate sia possibile, per una ragazza come
Francesca, di prendere il potere? Tanto più che Amedeo ha già lasciato
questo mondo!” Le
lacrime, che fino ad allora era riuscita a trattenere, sgorgarono
copiose. “Io
lo amavo. Capite? Lo amavo davvero. Ho amato solo lui. Non mi
interessava del potere, di duchi, conti, baroni. Volevo solo vivere la
mia vita con lui, allevando sua figlia e gli altri bambini, che
avrebbero allietato la nostra unione. Invece, eccomi qui sola e
dimenticata”. “No,
Aurora, non siete stata dimenticata. Anche lui vi ha amata, fino alla
fine. Adesso, da lassù, vi guarda e vi protegge. Sa che io sarò al
vostro fianco. Dopo di me, altri si prenderanno cura di vostra figlia e
di tutta la vostra discendenza futura. Finché, un giorno, l’ordine
sarà ristabilito”. Si
era asciugata le lacrime ed una valanga di ricordi le riempivano la
testa. Quelle
domeniche passate insieme. Il
primo bacio. L’ardore
e la passione. Ricordi
allegri e tristi, recenti e remoti, reali o fantasiosi. Impossibile
classificarli, difficilissimo distinguere quello vero da quello falso. Con
il passare degli anni, acquistano una vita reale anche i ricordi di
fatti mai accaduti, di cose mai dette, di persone mai conosciute. I
ricordi sono fatti della stessa sostanza dei sogni. L'effimero
e l'irreale si mescolano e si confondono. La
logica si perde, perché non c'è un inizio e non c'è una fine. Vengono
riportati a galla nella memoria, senza alcuna ragione apparente. Una
parola sussurrata ha lo stesso potere di una diga che si apre, ed allora
assistiamo ad un'inondazione. Un
suono o un colore, sono come una palla di neve che rotola sempre più
velocemente fino a trasformarsi in valanga. Siamo
tutti prigionieri dei ricordi, come siamo prigionieri dei sogni. Ed
Aurora sognava: indietro nel tempo di quindici anni, riviveva la sua
felicità. “Accetto
la vostra proposta: Francesca, adesso, ha bisogno di un precettore”
seppe solo dire, prima di salutare Ludovico. Mentre
diceva quella semplice parola (‘adesso’) prendeva finalmente
coscienza della sua posizione. Ora
aveva uno scopo nella vita: affermare la nobiltà di sua figlia e del
suo sangue. E
rendere onore all’unico uomo che aveva amato veramente: Amedeo. 31 - al giorno d’oggi | ||||||||||